Quegli scaffali vuoti, ma non di propaganda (dal Covid alla guerra)

Come nei primi giorni del Covid, anche adesso l’ “assalto” ai supermercati non è determinato da un pericolo reale quanto da una comunicazione allarmistica e ansiogena veicolata dai media. Come nei primi giorni del Covid, questa scelta comunicativa risponde ad esigenze di marketing (fare “cassetta”) come a ragioni di tipo politico, dunque propagandistico (soprattutto se il medium è orientato e/o ha legami stretti e diretti con l’establishment).

Se per il Covid si voleva far “prendere sul serio” il virus ai cittadini, benché fomentare il panico sia uno degli errori peggiori in una situazione di crisi, adesso lo scopo è forse fare della propaganda, per la precisione “interna”*-“agitativa”**, contro Mosca, tenendo alta la tensione/attenzione sulla vicenda ucraina (pensiamo al titolo di oggi di TGcom sui nostri caccia pochi km dall’Ucraina, dato di per sé irrilevante).

*diretta a pubblico interno

**ha l’obiettivo di fomentare sentimenti negativi verso il bersaglio

No fly zone e intervento NATO: a chi stanno parlando i dirigenti ucraini

L’establishment ucraino non è rappresentato solo da Volodymyr Zelens’kyj ma anche da diplomatici, militari e politici di lungo corso. E’ quindi difficile credere che costoro non si rendano conto delle potenziali conseguenze di un coinvolgimento militare diretto degli USA e della NATO, della concessione di una no fly zone. Può quindi darsi che le loro richieste rientrino in un’attività di pressione (PsyOps) verso la Russia*. Ma è altresì difficile pensare si illudano che l’establishment russo tema davvero un’azione diretta degli occidentali, in quanto ipotesi non realistica.

Certe dichiarazioni spericolate (il riferimento è a Iryna Vereshchuk ma non solo) sono allora da ricondursi con molta probabilità ad una forma di propaganda “interna”, diretta cioè ai loro connazionali. Lo scopo, dimostrare di aver fatto tutto il possibile, quanto in loro potere.

Nota

Olocausto termonucleare?

Le difficoltà e le fragilità sistemiche russe sono la prova che una campagna di aggressione condotta con mezzi convenzionali oltre lo scenario ucraino è impensabile. Resterebbe sul tavolo l’opzione nucleare, che tuttavia non tracimerebbe necessariamente nella MAD (la mutua distruzione assicurata), nell’olocausto termonucleare, giacché dagli anni 80′ le grandi potenze hanno rimodulato le loro dottrine militari in base all’idea di poter vincere uno scontro nucleare. Questo comporterebbe la distruzione atomica non delle città ma delle installazioni militari e industriali. Uno scenario in ogni caso pericolosissimo, che nessuno vuole sul serio.

* non è ad ogni modo da escludere che gli ucraini stiano cercando di esercitare pressioni anche sull’opinione pubblica russa

Kiev, Varsavia e l’escalation dei toni

Continuando a chiedere la “no fly zone” sull’Ucraina e l’intervento diretto degli USA e della NATO o un loro maggior coinvolgimento, continuando a sostenere l’ipotesi di un imminente attacco russo con armi chimiche o non-convenzionali, di un’escalation e di una Terza Guerra Mondiale, Kiev e Varsavia metteranno sempre più sotto pressione l’opinione pubblica occidentale (che ovviamente non vuole uno scontro con Mosca), allontanandola.

Al di là dei motivi di questa scelta comunicativa, il risultato rischia di essere pessimo.

Ucraina: quella sinistra che si scopre “sovranista”

Avendo sempre condannato la difesa dell’interesse nazionale e sovrano e la “raison d’état” come inaccettabili rigurgiti fascisti e sciovinisti, la sinistra che oggi insorge (per amor di pace o per amor di Mosca?) contro il sostegno militare indiretto a Kiev non si rende conto di essere tra i massimi responsabili di quello che giudica un appiattimento a Washington ed alla NATO, al di là della disputa ucraino-russa.

Bombe al confine polacco: la guerra è vicina?

Quando i media sottolineano con enfasi che la Russia ha colpito una base nemica a pochi km dal confine polacco, quando parlano di attacco alle porte dell’Europa e della NATO, quando un giornale come Repubblica scrive: “Ucraina, attacco a Ovest. Mosca porta la guerra al confine della Nato”, lo scopo è alzare il livello della tensione (per motivi politici o di marketing), sottoponendo l’opinione pubblica ad una pressione sempre maggiore, facendola addirittura pensare al rischio di una Terza Guerra Mondiale, all’olocausto termonucleare.

Si parte cioè da una notizia vera, e in questo caso di per sé poco rilevante (in guerra è logico e normale attaccare le basi nemiche, indipendentemente dalle loro coordinate), ma se ne altera, con destrezza, la forma. Un esempio di “mal-informazione”, purtroppo sperimentato nei due anni di pandemia-sindemia.

La “nuova” destra filo-russa: una chiave di lettura

La virata filo-russa, anti-atlantica e anti-americana di una parte della destra italiana (ma non solo italiana), era in realtà prevedibile, e non stupisce se si prendono in esame le caratteristiche peculiari e la storia di quel movimento d’opinione.

Il settantennale e incondizionato appoggio a Washington e alla NATO non era infatti il risultato di una sincera e genuina adesione ai valori occidentali, ma rientrava nelle logiche della contrapposizione bipolare con l’URSS e il comunismo. Dopo il 1992 è sopravvissuto, per forza d’inerzia come per effetto di una nuova contrapposizione, ovvero quella con l’estremismo islamico e in seconda misura con una sinistra “radicale” ancora attiva, per poi spegnersi.

Venendo meno un nemico capitale, un pericolo concreto e immediato, sono allora riemerse le antiche incrostazioni anti-americane risultato della II Guerra Mondiale e della sconfitta del Fascismo, il rigetto ideologico della “way of life” d’oltreoceano e l’avvesione all’influenza degli USA e delle strutture sovranazionali euro-atlantiche nella politica nazionale.

Al netto di qualsiasi riflessione sulle criticità, i limiti e le storture delle politiche atlantiche, del modello occidentale e americano, la sopravvivenza (se non la predominanza) di una destra non autenticamente liberale, se non proprio cripto-fascista, è uno di maggiori problemi nel nostro Paese.

I volontari siriani multiuso

Mandando in Ucraina i volontari siriani (e africani), Vladimir Putin non cerca solo di porre rimedio ad una carenza di uomini che comincia a farsi sentire, ma fa probabilmente anche una mossa comunicativa e propagandistica (PsyOps) in linea con la fisionomia di questa guerra “ibrida” e con la politica russa degli ultimi anni.

Il capo del Kremlino ci sta infatti dicendo: “Attenzione, perché quelli non sono come voi e come noi, non sono europei. Sono tagliagole, sono selvaggi, sono musulmani e sono capaci di tutto. E io ve li porto in casa”.

Una strategia di pressione come le minacce nucleari e di guerra, dirette o indirette, rivolte all’Occidente e all’esterno.

Putin e Canfora, tra ragioni e (pericolose) amnesie

Hanno in parte ragione Vladimir Putin, il movimento d’opinione russofilo e Luciano Canfora quando accusano l’Occidente di non aver rispettato gli “accordi” del 1990/1991 che vincolavano la NATO a non allargarsi ad Est* e quando accusano Kiev di non aver rispettato il Protocollo di Minsk** del 2014 e/o di azioni ostili verso le minoranze russofone d’Ucraina.

Dimenticano (o vogliono dimenticare), ad ogni modo, che in virtù del Memorandum di Budapest del 1994 Mosca si impegnava a:

-Rispettare l’indipendenza e la sovranità ucraina entro i suoi confini dell’epoca.

-Astenersi da qualsiasi minaccia o uso della forza contro l’Ucraina.

-Astenersi dall’utilizzare la pressione economica sull’Ucraina per influenzare la sua politica.

-Chiedere l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite se vengono usate armi nucleari contro l’Ucraina.

-Astenersi dall’usare armi nucleari contro l’Ucraina.

-Consultare le altre parti interessate se sorgono domande su questi impegni.

Questo in cambio della rinuncia di Kiev al proprio devastante arsenale termonucleare e non-convenzionale ereditato dall’URSS, il terzo del pianeta con quasi 2000 testate.

L’operazione di quest’anno, l’annessione “de facto” della Crimea e del Donbass , i tentativi di destabilizzare i governi non filo-russi (si pensi al probabile avvelenamento del presidente Viktor Juščenko) e di interferire nella politica estera del vicino, dimostrano come la Russia putiniana abbia invece disatteso gli impegni del 1994. Al contrario, se l’Ucraina avesse davvero coltivato intenzioni malevole verso la Russia avrebbe avuto tutti i mezzi per palesarlo e metterle in atto, rifiutando di cedere le atomiche e usandole come strumento di ricatto e pressione.

*sia Gorbačëv che alcuni ex leader tedesco-orientali hanno confermato tali accordi (orali), mentre l’esistenza di un documento scritto (informale) a riguardo è oggetto di dibattito e controversie

**la Corte Penale Internazionale, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa hanno escluso che nel Donbass sia stato compiuti un “genocidio” ai danni delle comunità russofone per mano delle milizie ucraine. Pure la tesi (rilanciata anche da Canfora, che peraltro non è uno storico contemporaneo) secondo cui la rivolta di Maidan del 2014 sarebbe stata un golpe, non è sostenuta da prove certe e documentate. Si tratterebbe in ogni caso di un problema interno all’Ucraina, Stato sovrano e indipendente, e non russo.

Cosa intende Putin quando parla di “denazificare” l’Ucraina?

Tra le condizioni richieste da Putin per il cessate il fuoco, tra gli argomenti da lui addotti per motivare l’operazione in corso, c’è la “denazificazione” dell’Ucraina. Ma che cosa intende, il leader del Kremlino, per “denazificazione”?

Le ipotesi sono tre:

1) Putin ritiene che l’attuale leadership ucraina sia “nazista” e vuole rovesciarla

2) Putin vuole sconfiggere e sciogliere le organizzazioni “neo-naziste” e di estrema destra presenti in Ucraina, in modo da tutelare le minoranze russofone

3) In linea con la tradizione delle scuole propagandistiche d’impronta socialista* e consapevole dell’eredità politica, culturale e spirituale della guerra contro l’Asse, sta cercando un pretesto per nobilitare l’operazione agli occhi dei russi (ma non solo), per farla accettare da loro. Questa è l’ipotesi più credible e razionale, dal momento in cui Putin sa bene che l’attuale governo ucraino non ha simpatie neo-naziste (Zelensky è ebreo, e lo sono altre figure di spicco della sua amministrazione) come sa bene della marginalità numerica ed effettiva delle formazioni politiche e paramilitari ucraine di estrema destra (Svoboda, Pravyj Sektor, Battaglione Azov, ecc), nonostante abbiano compiuto azioni al di fuori della legalità. Si tratterebbe quindi di una forma di propaganda “agitativa”, per colpire e delegittimare il bersaglio associandolo a immagini e concetti negativi e respingenti (tecnica della “proiezione” o “analogia”)

*l’accusa di fascismo, nazionalismo e nazismo all’avversario è un “topos” di queste scuole

Ucraina – Stanford 1990: la lezione inascoltata del Prof. Gorbačëv

Gli errori dell’Occidente con la Russia dopo il 1992 e l’assenza di una visione razionale: una lezione per il futuro

Il 4 giugno del 1990, Michail Gorbačëv pronunciò un memorabile discorso davanti agli studenti e ai professori della Stanford University. Nell’intervento, l’allora primo ministro sovietico dichiarò conclusa la Guerra Fredda*, aggiungendo: “E non mettiamoci a discutere su chi l’abbia vinta”.

Non erano casuali, quelle parole, né lo era il loro utilizzo; Gorbačëv voleva infatti mettere in guarda gli americani dalla pericolosa seduzione di una “wishful thinking” , ovvero considerare vinto il cinquantennale confronto e messo all’angolo l’ex avversario. Un avvertimento caduto nel vuoto, quello del padre della “perestrojka”, dal momento in cui gli USA e i loro alleati scelsero (a cominciare dal 1992 e principalmente con Bill Clinton e George Bush jr) una politica sempre più unilateralista e di “potenza” di stampo ottocentesco, abbandonando i principi dell’ “equal footing” e del “predictability” che avevano regolato i rapporti con Mosca dal 1942** e cercando così la marginalizzazione (e, de facto, l’umiliazione) del gigante dell’Est. L’allargamento della NATO ai paesi dell’ex Patto di Varsavia (percepito dai russi come una grave minaccia alla loro sicurezza nazionale) nonostante le promesse e l’intervento privo del placet ONU in Serbia, nonché quello in Iraq sulla base di motivazioni rivelatesi artificiose, sono il risultato di questo nuovo “concept” atlantico, diverso dal “new democratic order” di impronta rooseveltiana e dal “new thinking” liberale ed inclusivo tra Gorbačëv e il primo dei Bush.

Da qui, l’inevitabile ritorno ad un clima di sospetto e paura nei confronti di Washington da parte dei russi ed alle antiche pulsioni revansciste e scioviniste, su cui la disastrosa congiuntura economico-sociale pre-putiniana ha giocato un ruolo propulsivo di importanza fondamentale.

Leggendo le considerazioni sull’argomento di Dinesh Joseph D’Souza , ex consulente per la comunicazione di Ronald Reagan e convinto repubblicano, potremo notare e verificare la totale mancanza di realismo di una fetta del movimento d’opinione statunitense (e occidentale) e delle istituzioni del Paese sui rapporti con la Russia e su quella fase storica: ”Per la terza volta nel XX secolo, gli USA hanno combattuto e vinto una guerra mondiale. Nella Guerra Fredda, Reagan è stato il nostro Churchill: è stata la sua visione e la sua leadership a condurci alla vittoria”. Il presuntuoso manifesto di una vera e propria “pax americana”, dunque, un’illusione tanto anacronistica quanto pericolosa, destinata a riesumare i fantasmi dei Versailles.

Anche, e lo si è accennato, le politiche predatorie portate avanti ai danni della Russia da Attori statuali e non-statuali dopo il crollo del comunismo rientrano nel calderone di questi errori, gravi, di cui oggi paghiamo le conseguenze. La fragile Russia post-comunista andava, insomma e per concludere, aiutata e seguita, più e meglio, non trattata come un partner minore o un mercatino dell’usato. L’auspicio è che dopo quest’ultima crisi l’Occidente sviluppi una nuova linea di approccio verso il grande vicino, indipendentemente da chi ne sarà alla guida e indipendentemente dalle valutazioni contingenti sulla disputa ucraina. E’ nell’interesse di tutti.

*la conclusione della Guerra Fredda fu sancita ufficialmente da Boris El’cin e George H. W. Bush nel febbraio del 1992

**i primi contatti tra USA, Regno Unito ed URSS sulla sistemazione post-bellica si ebbero agli inizi del 1942