“Non siamo né destra né sinistra”. Ovvero, la banalità prevedibile della comunicazione politica dei “fratelli minori”.

Caratteristica comune a tutte le forze politiche a trazione demagogico-populistica o di ispirazione rivoluzionaria, è l’ostensione dell’alterità, reale o presunta, dagli altri altri partiti, i cosiddetti “partiti tradizionali”.Questa alterità viene manifestata anche e soprattutto mediante il linguaggio e l’estetica, sempre anticonvenzionali, informali e detonanti gli schematismi della prassi politica più consueti ed accettati. C’è, però, un altro elemento che si fa punta di lancia di detta strategia promozionale: il rifiuto, radicale ed insistente, delle categorizzazioni di “destra” e “sinistra” e dell’incapsulamento al loro interno (modus cogitandi atque operandi iniziato con i comunisti russi e proseguito con le forze di ispirazione fascista e, in epoca democratica, ripreso dall’ UQ; il famoso “Abbasso tutti” di gianninaia memoria). Se a tutta prima può sembrare un argomento di una qualche densità concettuale, un lavoro di scavo più rigoroso e capillare dimostrerà e paleserà tutta l’insipienza propagandistica della soluzione. Con “destra”e “sinistra”, infatti, si intendono, principalmente e comunemente, delle coordinate di riferimento per orientarsi ed orientare all’interno della galassia politica e non intenzionalità demolitive del patrimonio di questo o di quel partito o il tentativo di ingabbiarlo in allestimenti predefiniti, omologati e omologanti. Le forze sopracitate, però, attuano una distorsione dei percorsi intenzionali dei loro interlocutori in modo da porsi in posizione a loro (e più un generale) antitetica ed opposta.

I Simpson e il Parlamento italiano: quando menzogna e pregiudzio si tingono di giallo.

Il caso Jimmy Carter e le elezioni del 1963.

Da qualche giorno a questa parte sta rimbalzando da un capo all’altro del web la notizia secondo cui in una puntata dei “Simpson”, il celeberrimo ed osannato cartoon “stras&stripes”, una scuola indisciplinata sarebbe stata definita dal suo preside “più corrotta del Parlamento italiano”. La vicenda ha trovato immediatamente il riscontro di quel segmento nazionale incline all’autolesionismo esterofilo più compiaciuto (“guarda cosa dicono di noi all’estero!”) e il pregiudizio, sebbene confezionato in un cartoon ed affidato alla sua ambasceria, è tornato ad essere, ancora una volta e per l’ ennesima volta, elemento didascalico e normativo, quando buonsenso e buongusto imporrebbero la sua espulsione dai paradigmi e dai tessuti intellettuali e culturali di qualsiasi comunità abbia la pretesa di definirsi civile. E’ vero, il Parlamento italiano non è/o non è stato, nella sua storia unitaria, sinonimo di limpidezza e rettitudine adamantina, ma che cosa dire di quello statunitense? Davvero gli americani hanno le carte in regola per attribuire patenti ed imprimatur di agibilità democratica o morale a questo e a quel Paese? Forse no. Anzi, no. No di sicuro. Si, perché gli Stati Uniti hanno, fin dalla loro indipendenza (1779) malcostume morale e corruzione come scomodo corollario alla loro vita politica: dalle costosissime (per il contribuente) manie verrine del presidente William Henry Harrison, allo scandalo del “Whisky Ring” , che per poco non costò l’impeachment al Generale Grant, al dominio dei trust e degli affaristi della speculazione edilizia, della Borsa e delle ferrovie, sul quale si scagliò un’agguerrita pattuglia di cronisti senza macchia e senza paura (“i Muckrackers ”), alla lottizzazione parlamentare da parte di questa o quella setta evangelica o di questa o quella compagnia, lobby o multinazionale, al “Watergate”, al caso Iran-Contra per arrivare alla contestata elezione di G.W.Bush, quando ad una rilevante porzione dell’elettorato ispano-americano della Florida fu impedito l’accesso al voto e non vennero effettuati i riconteggi delle schede in 18 contee dello Stato (il Governatore era Jab Bush, fratello del futuro Presidente), il tutto nel silenzio assordante del tanto decantato giornalismo americano, che insisteva soltanto affinché fosse proclamato un eletto, indipendentemente dalla validità della consultazione.

C’è però un episodio che ci sembra utile portare all’attenzione del lettore, perché poco conosciuto e per questo paradigmatico di quello che avviene con consueta ed accetta regolarità nel sottobosco della politica degli USA2, in special modo al di sotto della “Mason-Dixon Line”: era il 1963, e un giovane e intraprendente ingegnere della Georgia correva per un seggio al Senato dello Stato. Si chiamava James Earl Carter, futuro Presidente degli Stati Uniti d’America. Il 39eseimo. Carter era in gamba, un giovane con già alle spalle una prestigiosissima carriera come ufficiale di marina, una laurea in ingegneria navale e adesso un’azienda che andava a gonfie vele. Era in gamba, si, ma ingenuo, perché credeva che in Georgia come nel resto dell’ Unione le lezioni si svolgessero nel rispetto e nell’osservanza della legge, ma dovette presto ricredersi. Giunto nel collegio di Georgetown, nella Contea di Quitman, assistette ad episodi che lo lasciarono a bocca aperta: il presidente di seggio, nonchè notabile locale, non soltanto invitava gli elettori a votare per il suo antagonista (“questo è un brav’uomo ed è amico mio”) ma addirittura metteva le mani nelle urne, tirando fuori le schede per esaminarle. Sconvolto e incredulo (come dargli torto!), Carter chiamò immediatamente il giornale più vicino, nella contea di Columbus, salvo trovare uno dei redattori in amichevole conversazione proprio con quel notabile che aveva manomesso le schede elettorali. Fu soltanto dopo giorni e giorni di spese legali, ricorsi ed estenuanti trattative con testimoni intimiditi, avvocati, cronisti e scrutatori, che Carter potè vedere riconosciuta la sua vittoria da una sentenza dell’allora giudice Crowe

Tempo dopo, l’ormai Presidente tornò sull’argomento, nella sua autobiografia: “Cominciai a capire quanto il nostro sistema politico era vulnerabile di fronte al potere illegale incontestato. Persone oneste e coraggiose si rassegnavano al silenzio rendendosi contro che un’aperta opposizione era infruttuosa. I pavidi e gli incerti venivano intimiditi. I disonesti si alleavano dividere il bottino ed eleggevano facilmente funzionari che, il più delle volte sembravano rispettabili , ma collaboravano per assicurarsi un titolo o una carica”

Meditiamo su queste parole e sui fatti di oggi e di allora, prima di consentire ad un cartone animato tinto di giallo di mortificare la nostra dignità e la nostra storia..

Il sondaggio: istruzioni per l’uso

Il ballo delle cifre da parte di questo o di quell’istituto demoscopico sulle primarie del Partito Democratico, non può che imporre una riflessione su quella che si presenta, dal secolo XXesimo ad oggi, come una punta di lancia dell’impianto propagandistico e della persuasione: il sondaggio.

Attraverso questo strumento, il propagandista cerca un punto di entrata nel tessuto intellettivo del suo bersaglio, trasmettendogli la sensazione della certezza, e quindi dell’inevitabilità, di un determinato risultato. Ecco che il sistema della persuasione aggancia altri due dei suoi capisaldi, ovvero il “senso comune” (con tale tecnica si cerca di convincere il target di riferimento che le posizioni espresse e portate avanti dal propagandista riflettono il senso comune, ovvero il comune sentire della popolazione), la “grande menzogna” ( quanto più la notizia è falsa tanto maggiore è la possibilità che venga accettata acriticamente) e la “ripetizione” (la ridondanza del messaggio e la sua reiterazione conferiscono al messaggio maggiore credibilità)

Il prestigio pubblico di cui molti degli istituti demoscopici sono ammantati ed ammantabili, fa il resto, conferendo loro e, di conseguenza, ai loro prodotti, uno status di infallibilità.

Le mille insidie del “fate girare”. Ma non solo.

La pericolosità sociale del “bufalismo” internetico non risiede soltanto nella sua capacità e potenzialità diffusiva ma anche nel credito di cui le varie “fonti” ed i vari canali sono ammantati ed ammantabili. Un esempio: può, l’ignorante in campo medico, aprire un sito di informazione alimentare e riempirlo con una collezione di assurdità ed infondatezze cliniche e scientifiche d’ogni genere e tipologia. Nessuno glielo vieta. Un titolo malizioso ed ostentante professionalità (buonasalute. net, ad esempio) potrà facilmente confondere il lettore, suggerendogli un’idea di competenza e capacità nel settore che i responsabili della sciagurata piattaforma sono però lungi dal detenere.

“Fact checking” (verifica dei fatti), “Gatekeeping” (selezione dei fatti/notizie), “Discovery” (ricerca degli elementi per la costruzione dell’articolo) e le celebri “5W”, sono e rimangono il baluardo più valido contro la capziosità del propagandista. E dell’ignorante.

Europeismo e strategie dell’emarginazione:una valutazione sul metodo e non sul merito

Non soltanto le posizioni euroscettiche godono, all’interno di un’ottica liberale e democratica, della stessa dignità politica, economica e sociologica di quelle europeiste, ma trovano e vantano ambasciatori di elevatissimo credito e livello, sia in campo nazionale che internazionale. Nonostante questo, si sta assistendo ad una loro progressiva e costante demonizzazione per opera di un vero e proprio metodo della “pars destruens” orientato a ridurle a feticci e retaggi di mentalità retrive, intellettualmente deboli e moralmente sciatte ed autolesionistiche. La propaganda europeista utilizza quindi il metodo della “proiezione o analogia” e dell’ “etichettamento” così da associare l’euroscettico ad immagini stereotipate e socialmente respingenti (“populista”, “qualunquista”, “razzista”, “ignorante”, le formule più gettonate). A dire il vero, il ventaglio propagandistico strasburghiano-francofortiano presenta e propone anche altri capisaldi dell’impianto classico della persuasione (il “senso comune”, la “garanzia” ed il ricorso alle “parole virtuose”) ma si tratta di elementi tutto sommato accettabili, sotto il profilo del galateo politico; i postulati ed i metodi precedentemente esposti, invece, costituiscono una menomazione delle dinamiche democratiche, in quanto il loro scopo è quello di intaccare il credito e l’immagine del dissenziente dislocandoli e dislocandolo ai minimi termini. Ancora una volta, quella che si presenta come cultura dell’inclusione disvela e palesa una fisionomia istologica del tutto altra e differente.

Ascesa e caduta degli Dei.

Un altro mito crolla, nel pantheon del circuito radical chic.

Dopo il cannoneggiatore di migranti Zapatero e l’Erich Mielke della Casa Bianca, Barack Obama (al quale non vanno comunque negati meriti considerevoli). Si tratta di Françoise Hollande, che una certa mitologia internetica voleva già Che Guevara in giacca e cravatta, magnifico tuttofare che aveva rivoluzionato la Francia in soli 30 giorni (mica come da noi. Sveeeegliaaa!!!111).

Hollande batte tutti i record di impopolarità

A breve, un nuovo urto con la severità della contingenza attenderà i nostri pasdaran dell’esterofilia al caviale, non appena il guru del momento, Bill de Blasio, darà l’ordine di disperdere una manifestazione sindacale a colpi di manganello e con i gas lacrimogeni, in perfetto stile stars&stripes.Potrà rivelarsi anche il miglior borgomastro della storia newyorkese, ma, perdiana, aspettate.

Berlusconi e la Shoah : potenza e squallore di un colpo di genio

La nuova boutade berlusconiana confezionata nel paragone tra le (presunte) ambasce patite dalla sua famiglia e le persecuzioni ai danni degli ebrei sotto il regime nazista (“i miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso”) è e rappresenta un altro saggio di finezza propagandistica da parte dell’ex Presidente del Consiglio. Essa, infatti, è funzionale a due esigenze e strategie differenti ma complementari e sinergiche: spostare l’attenzione da sé (decadenza, crisi interna al PdL, ecc) attirandola su di sé , scatenando, cioè, un turbinio di indignazioni, insulti ed animosità sulla sua persona. Così facendo catalizza, ancora una volta, la solidarietà dei popolo di centro-destra e del circuito conservatore, tradizionalmente ostili all’elemento ebraico e sensibili, invece, a quello familiare (nel caso di specie proposto e presentato vittimisticamente come sotto attacco) perché considerato e percepito come forziere e custode dell’idea e del concetto di tradizione. E ci sta riuscendo. Come da prassi, i suoi sciocchi avversari si sono fatti prendere al laccio, quando la più rozza ed elementare conoscenza delle dinamiche storiche e sociologiche alla base della comunicazione politica ne suggerirebbe il disinnesco attraverso la noncuranza.

P.s: di grande interesse anche la posizione assunta dal Presidente della comunità ebraica di Roma , Riccardo Pacifici, il quale all’inizio non assume un orientamento chiaro e definito (“frase molto infelice, ho bisogno di tempo per riflettere”) e, di seguito, evita la contrapposizione tra il mondo ebraico italiano e il Cavaliere (“non deve delle scuse agli ebrei, ma a se stesso” ). Il legame di contingenza tra il centro-destra berlusconiano, gli Stati Uniti e Israele è ed è stato infatti troppo solido ed importante perché le comunità ebraiche rischino di comprometterlo attraverso incursioni dettate dall’impulso e dalla rivalsa.

La notiziabilità dello schock e le colpe del giornalismo italiano.

Uno dei decani del giornalismo statunitense, nonché celebre e celebrato “muckracker”, Lincoln Steffens, faceva notare come avrebbe potuto creare un’emergenza sociale, una psicosi collettiva, partendo dai normali fatti di cronaca che avvenivano nel quotidiano, amplificandoli attraverso il mezzo mediatico e la sua retorica. Questo perché il cronista è il “medium” tra le masse e ciò che succede e per questo le masse sviluppano nei suoi confronti un rapporto di tipo fideistico. Da tale assunto di base si comprende la delicatezza del ruolo di chi fa informazione; una notizia manomessa, alterata o , peggio ancora, falsa, sporca la percezione che il cittadino ha di se stesso, del collettivo e di chi lo governa, orientandolo di conseguenza. Il crisismo demolitivo che sta delineando il lavoro della stampa nazionale si muove secondo questa nefasta traiettoria. I motivi sono, essenzialmente, due: il dettato politico (quasi tutte le testate hanno una proprietà partitica) ed il bisogno di fare “cassetta”, bisogno che soltanto le notizie ad altissimo impatto emotivo possono garantire, secondo il principio breueriano-freudianio della catarsi (il lettore scarica ed appaga i propri impulsi più violenti nell’acquisizione di una notizia di importante urto adrenalinico ). Si viene meno, però, ai dettami dell’etica deontologica (mirabilmente illustrati e condensati nello “Statement of Principles” del 1975 ) nuocendo alla società, corrodendone le basi e, quel che è peggio, la fiducia, ammanettandola ad una cultura del disfattismo che mostra i contorni del vicolo cieco.

Cancellieri: Grande Terrore o Termidoro ?

Il caso Ligresti-Cancellieri implica e suggerisce, per la sua particolare delicatezza e per la complessità del segmento congiunturale che stiamo vivendo e sperimentando, la massima serenità e ponderazione nel giudizio e nell’analisi d’insieme. Animosità, giacobinismi, considerazioni affrettate sull’onda dell’emotività più sanguigna, pulsioni centrifugo-ideologiche e istanze egualitario-legalitarie, seppur comprensibili e condivisibili, non devono viziare ed alterare quella che è l’architettura dei nostri sistemi percettivi e cognitivi, occludendo la valvola del ragionamento sereno. Se è vero, infatti, che una figura istituzionale non dovrebbe mai venir meno al principio della terzietà e della linearità etica, è altrettanto vero che il carcere, nell’ordinamento italiano, non prevede una funzione afflittiva e mortificatrice, nemmeno nei riguardi di un detenuto di “alto rango” (che, ricordiamo, non deve godere di favoritismi come non deve subire un atteggiamento di tipo discriminatorio). Pertanto, se nella sua veste istituzionale Cancellieri, come suggerito da alcune fonti e letture, si è occupata ed interessata anche di altri casi collocati ai margini della sostenibilità civile (come Aldrovandi e Cucchi ), l’attenzione per Ligresti, pur essendo mal digeribile la figura della figlia del faccendiere, rientra nei compiti e nei doveri del Ministro e nella più totale imparzialità.

Lo stravolgimento dei baricentri etici, tradotto in una sorta di discriminazione “al contrario”, non può che spaventare. Personalmente, attendo. La formulazione di un giudizio definitivo non è semplice.

Elitarismo intellettuale: breve analisi di un pregiudizio (e di un errore).

A corredo del suo studio sul “Cinepanettone”, il sociologo irlandese Alan O’Leary decise di proporre una serie di interviste nelle quali chiedeva agli interpellati se ci fosse una tipologia particolare del fruitore del genere cinematografico natalizio e, in caso affermativo, di descriverla. Questi i risultati:

-un italiano medio poco intelligente e ironico

-i truzzi, gli arricchiti, i berlusconiani

-una persona senza cultura, che non legge e non si informa, non va al cinema abitualmente e non conosce la storia del cinema, probabilmente di centro-destra, con pregiudizi e priva di gusto e con la soglia e dell’attenzione e la capacità di concentrazione bassissime.

E’ interessante notare come il giudizio travalichi l’argomento di pertinenza (il cinema ed il gusto cinematografico) per fare irruzione nell’ambito politico; l’amante del “Cinepanettone” sarebbe, come vediamo, un berlusconiano o “probabilmente di centro-destra”, segmenti ai quali viene associata anche un’ignoranza ed una pesante mancanza di gusto di fondo, se non proprio una debolezza intellettiva. O’Leary rilancia, evidenziando come per il critico Francesco Piccolo, i “cinepanettoniani” siano addirittura “grassi”: (“la caratteristica dei miei vicini è che tre su quattro sono molto grassi”). Piccolo si riferiva alla sua visione della prima di “Natale a Miami”. Abbiamo quindi un ritorno all’antico concetto omerico del “καλὸς καὶ ἀγαθός” , dove ad una (presunta) rozzezza d’animo e d’intelletto corrisponderebbe, anche e addirittura, una sgradevolezza fisica ed estetica di base e viceversa (!)

Comune denominatore di un certo settore della critica nazionale è quello di vedere nella crescita dei generi cinematografico-televisivi cosiddetti “leggeri” uno scadimento del settore, scadimento identificato, a sua volta, come sintomo di una regressione della cultura generale e dell’elettorato. Tutto questo avrebbe come sbocco finale e ideale la simpatia per il centro e/o il centro-destra, categorie evidentemente localizzate ai margini della scelta intellettuale. E’ un postulato che ha interessato personaggi come Bongiorno, Sordi (ricordiamo il “ve lo meritate Alberto Sordi” di morettiana memoria), Franchi e Ingrassia, ecc, messi sul banco degli imputati, condannati e poi assolti da una tardiva quanto modaiola rivalutazione, e interi generi, dal “poliziottesco” alla “commedia sexy” e via dicendo. Si tratta, però, di un cavallo zoppo, menomato, essenzialmente, da due errori di fondo:

; la commistione, forzata ed onnipresente, tra arte e politica

; le arti non sono blocchi monolitici ma universi composti e multiformi in cui varie variopinte sono le proposte, le clausole e le opzioni di offerta, a seconda dell’artista e del suo pubblico di riferimento. Il “Cinepanettone” piace perchè rappresenta e descrive, nel bene o nel male, una fetta di Paese.

Secondo i sociologi Bathkin, Bordieu e King, era convinzione delle “élites” che che i generi culturali, di svago e di intrattenimento a loro rivolti e da loro concepiti fossero “migliori” rispetto a quelli studiati per le masse, e questo perché più elaborati. Si trattava, però, di epoche (il XIX secolo) nelle quali le “élites” intellettuali appartenevano anche ad una ristretta cerchia di benestanti (per questo avevano potuto accedere agli strumenti ed alle possibilità dell’istruzione) ed era quindi comprensibile che ad una maggiore libertà economica potesse corrispondere una maggiore sofisticatezza della scelta e della proposta. La moderna critica di sinistra, sempre attenta a bacchettare su tematiche socialmente sensibili, sembra però essere rimasta a quella vecchia ossificazione pregiudiziale, a quella sindrome da “primo stato” (e da primi della classe) tanto anacronistica quanto goffa e grottesca.