“I figli sono delle madri” (anche quando li lasciano uccidere?)

Baby P’s mother Tracey Connelly released

La donna in questione consentì all’amante di torturare a morte suo figlio. Non solo è stata rilasciata “sulla parola” dopo 4 anni di carcere ma le sarà permesso il cambio di identità che le consentirà di “rifarsi una vita”.

Notizia che, anche in questo caso, irrita ma non stupisce. Tra i nefasti protagonisti della triste vicenda figura infatti anche un uomo, ovvero il “transfert” ideale offerto al “poltically correct (in questo caso nella sua declinazione femminista-misandrica) per alleggerire la posizione della donna-madre, dislocando ogni colpa e responsabilità, di nuovo, sull’uomo-maschio. Di più e non solo: la nostra società non è ancora pronta all’acquisizione dell’idea della madre-matrigna; la cultura mariano-mammista di cui i nostri tessuti cognitivi sono intrisi non lo consente, almeno per adesso, cristallizzandoci su un’immagine ideale ma irreale in cui la madre è forziere di ogni dote e virtù, nonché “padrona” e “responsabile” prima ed assoluta della vita della prole (“i figli sono delle madri”, recita un pessimo detto). L’auspicio è quello di arrivare, un giorno, ad una catarsi edipica di massa che consenta una maggiore serenità per l’interazione di genere.

Capire la propaganda

Cuperlo

 

Questo manifesto costituisce un piccolo saggio di genialità propagandistica da parte dei creativi al servizio di Gianni Cuperlo.

Abbiamo un messaggio forte, conciso e convincente, a favore delle donne, collocato sopra l’immagine dell’Italia. Ma, a ben vedere, non si tratta di un’immagine qualsiasi; nel tipo di prospettiva opzionata, infatti, la figura del nostro Paese si va restringendo, mano a mano che si sale, da Sud a Nord, fino a far quasi scomparire il Settentrione. A dominare la scena, il Sud e, in particolare, la Sicilia. E’ stato quindi scelto un accostamento ed un frullato concettuale tra due simbologie ad altissimo impatto emotivo e sociale perché caratterizzate (ed offese) dal pregiudizio e da una cultura di tipo discriminatorio: le donne e, appunto, il Meridione italiano. Sarà quindi lecito parlare di propaganda di tipo “sociologico”, dove il messaggio, incapsulato nell’emotività e nel “politically correct”, viene, in parte, sottaciuto.

Il mio vuol essere un contributo (personalissimo) sul metodo e non sul merito.

 

La(presunta)superiorità delle élites

“La presunzione è la miglior corazza che un uomo possa portare” – Jerome K. Jerome

Secondo i sociologi King, Bordieu e Bakhtin, le “élites” sono persuase della superiorità, in senso qualitativo, delle loro scelte culturali in virtù di un migliore equipaggiamento formativo di cui sarebbero in possesso e del fatto che, sovente, i generi a loro rivolti siano più elaborati (perché più costosi) rispetto a quelli concepiti per le “masse”. Questa convinzione consegna loro la sicurezza (in realtà del tutto priva di fondamento, oltreché intollerabilmente vanagloriosa) di poter contare su un sistema di filtraggio che li renda immuni dalle incursioni di una certa faciloneria culturale, mediatica e propagandistica. Ma, ripeto, nulla è e può essere più distante dalla verità e dal riscontro fattuale.

Sugli spazi facebookiani ed internetici di molti personaggi, apparentemente ben attrezzati sul piano intellettivo ed accademico, vedo rimbalzare la notizia, riportata con un bizzarro trionfalismo autolesionismo, secondo cui l’Italia sarebbe “fuori dal G8” per un sorpasso, in termini di PIL, da parte di Mosca. In realtà, ben altri sono i parametri che il club degli “8 Grandi” utilizza per accogliere e mantenere i suoi membri: la ricchezza finanziaria, l’aspettativa di vita, l’istruzione, il reddito nazionale lordo pro-capite, gli investimenti per la sanità, ecc. Dati che vedono la Russia, come la superpotenza cinese, al palo. Drammaticamente al palo. Ma le “élites” hanno abboccato, esattamente come la vituperata “casalinga di Voghera”, al primo titolo civetta passato sotto i loro augusti nasi. Un altro esempio, ci è offerto dal recente “scoop” dell’economista (in realtà dottore in Giurisprudenza) inglese (in realtà italiano) della “London School of Economic” (in realtà insegna in Giappone) che dal sito dell’ateneo (in realtà si trattava di un blog privato) lasciava 10 anni di vita all’Italia (in realtà la sua analisi, pur rozza ed approssimativa, confeziona un risultato differente). Anche questo pezzo è stato incapsulato nel sensazionalismo più pecoreccio, condiviso e stracondiviso, quando con un titolo e quando con un altro, da chi si sente ben diverso, ben al di là di una certa “plebe”, quella che, magari e ohibò, guarda Rete 4 o segue il calcio.

Come abbiamo visto, è e sarà sufficiente ricorrere ad un sistema di sfondamento appena elaborato per violare le difese anche del segmento più intellettuale, soggiogandolo ed eterodirigendolo secondo una traiettoria orwelliana, proprio come avviene con e per chiunque altro.

Umiltà.

La strada maestra del qualunquismo

Questo il commento di un utente sulla pagina Facebook dedicata a Pietro Badoglio (personaggio che una pubblicistica ed una storiografia troppo faziose hanno consegnato ad un giudizio approssimativo ed ingeneroso):

“Cazzo e lo stato italiano spende soldi per un blog qui su facebook per ricordare questo cialtrone traditore pezzo di merda!!!!!!”

Secondo il nostro pittoresco amico, sarebbe lo Stato Italiano, quindi, a pagare per mantenere in vita la pagina dedicata all’ex Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia. Ma c’è di più: Facebook farebbe un’eccezione per i fan del Maresciallo, ospitando, nello spazio creato in suo omaggio, anche un blog. Ovviamente a spese del contribuente italiano. Non sbagliava, Sir Winston Leonard Spencer Churchill, quando sosteneva che il miglior argomento contro la democrazia è “una conversazione di cinque minuti con un elettore medio”

Diritti e limiti della libertà di stampa.

“Il bello della democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare” -E.Biagi.

“E’ assolutamente necessario per tutti i governi che il popolo abbia una buona opinione di loro. E nulla può essere più dannoso a qualsiasi governo che il tentare di creare animosità per quel che riguarda il suo lavoro. Ciò è sempre stato considerato un crimine e nessun governo può operare con sicurezza senza che ciò sia punto.” Queste le parole di un noto giurista inglese del XVIII secolo, John Holt.

Il passo rifletteva, in sostanza, quello che all’epoca si configurava come il pensiero della diritto inglese, successivamente riassunto ed illustrato nei ” Commentaries on the Laws of England “, ossatura e principio ispiratore della carta costituzionale statunitense. La stampa era libera di pubblicare senza censure, ma nel caso in cui il suo lavoro fosse stato ritenuto lesivo della dignità del governo o del buon nome del Paese, nemmeno l’essere dalla parte della verità sarebbe stato ritenuto sufficiente per evitare la condanna del cronista e della sua testata (si veda il caso Croswell-Jackson). Tale strategia fu ulteriormente rafforzata dal Presidente John Adams, mediante il “Sedition Act”, e rimase valida fino al celebre caso dei “Pentagon Papers”, negli anni ’70 del secolo XXesimo.

La scarsa liberalità del progetto renderebbe il medesimo inapplicabile, intollerato ed intollerabile, ai giorni nostri, ma non va dimenticato, d’altro canto e in seconda battuta, il devastante potere che una porzione del giornalismo ideologico, o semplicemente dilettantesco, può avere nel momento in cui va ad intercettare un segmento di massa. Notizie false o parzialmente false, allarmismi ingiustificati, discredito lanciato, sempre, comunque ed aprioristicamente, sulle istituzioni in una sorta di riflesso pavloviano alimentato dal “crisismo” più miope, non solo svuotano il giornalismo di quello che è e dovrebbe essere il suo ruolo, così come Tucidide voleva ed insegnava, ma contribuiscono a generare un clima di sfiducia, lassismo, disfattismo, diffidenza e rancore di cui una comunità, soprattutto nelle fasi più delicate del suo percorso, non ha bisogno. Il recente caso mediatico-internetico dell’economista (in realtà dottore in Giurisprudenza) inglese (in realtà italiano) della “London School of Economic” (in realtà insegna in Giappone) che dal sito dell’ateneo (in realtà si trattava di un blog privato) dava 10 anni di vita all’Italia (in realtà la sua analisi, pur rozza ed approssimativa, confeziona un risultato differente) ne è la prova. Una delle tante. Ma altri potrebbero essere gli esempi, a corroborare questo impianto speculativo: dal trattamento riservato al fenomeno “femminicidio”, all’enfatizzazione, disancorata dal dettato statistico, della cosiddetta “fuga dei cervelli” o del presunto aumento dei suicidi per la crisi (realtà pur drammatica nei suoi contorni), ecc. Tutto contribuisce ad imbastire un’atmosfera plumbea, di disagio imprigionato ed imprigionante in un vicolo cieco all’interno del quale la ratio è bullaggiata dall’ odio, dalla menzogna e dalla sciatteria morale.

Auspicio di chi scrive è la creazione di un sistema di “filtraggio”, pur di ardua applicazione dato il carattere “anarchico” e difficilmente razionalizzabile del giornalismo, che blocchi gli azzardi più antisociali e pericolosi per il bene collettivo, nel loro essere privi di basi ed agganci scientifico-fattuali. L’ignoranza può essere innocua, mentre un sapere viziato e manomesso dalla menzogna e dal pregiudizio più livoroso può risultare letale.