Quando la propaganda indossa il casco e impugna il manganello

Il falso “scoop” degli agenti che a Torino si sarebbero tolti i caschi per solidarizzare con i manifestanti emerge come un esempio, paradigmatico, di “propaganda grigia”; la notizia è vera (i poliziotti si sono realmente tolti il casco) ma allo stesso tempo falsa, perché il messaggio che gli “strategists” cercano di confezionare e consegnare è quello di una condivisione pubblica, da parte dei tutori dell’ordine, degli ideali dei “Forconi”. Ma non è così. In realtà, il gesto è stato motivato dal fatto che “erano venute meno le esigenze operative che ne avevano imposto l’utilizzo”, come illustrato in una nota dalla Questura di Torino.

Il casco non è del resto uno strumento di offesa ma di difesa, pertanto sarebbe stata l’eventuale deposizione del manganello o delle armi da fuoco in dotazione ai poliziotti a segnalare una volontà partecipativa

Grillo e la stampa: una colpa per due

Irricevibile, perché collocata e collocabile al di fuori di qualsiasi ottica democratica e liberale, la proposta grilliana di dar vita a liste di proscrizione per segnalare i giornalisti “ostili” (o supposti tali) al Movimento. E’ una logica che trova un ancoraggio temporale e concettuale inquietante nella famosa “Lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli”, la raccolta firme contro il commissario Calabresi (personaggio sul quale non deve comunque mancare una sosta analitica rigorosa ed imparziale).

D’altra parte, il giornalismo non dovrebbe mai venir meno alle sue traiettorie deontologiche, magistralmente condensate nello “Statement of Principles ” del 1975 e nel saggio “Liberty and the News” (1929) di Walter Lippman, padre del “Precision Journalism” (il giornalismo scientifico). Le accuse, continue e costanti, quando di fascismo o quando di comunismo, rivolte al leader pentastellato e quelle, ancor più scomposte, di indottrinamento lanciate contro la sua piattaforma elettorale, non soltanto si allontanano dal sentiero della buona narrazione ma contribuiscono ad iniettare tossine nelle vene della dialettica pubblica e politica.

Ancora consigli sulla comunicazione

Una piccola, umile ma, soprattutto, gratuita consulenza di “public affairs” e marketing politico: quando si ricopre un ruolo pubblicamente esposto (indipendentemente dal suo ambito e dalla sua tipologia) è sempre e comunque preferibile evitarne l’ostensione. Incursioni quali: ” tra un impegno istituzionale e l’altro non ho nemmeno il tempo di andare dal barbiere/parrucchiere” o “riunione per l’argomento XX, poi riunione per la tematica XY e poi di corsa all’asilo a riprendere la bambina” o, ancora “ogni tanto mi stupisco delle notizie sul giornale anche se poi sono io a scriverle”, seppur mimetizzate dietro una patina di spiritosa familiarità, non serviranno ad ingannare neanche l’osservatore meno equipaggiato e più sprovveduto dal punto di vista sensoriale; il rischio è e sarà quello di apparire presuntuosi, distanti o, cosa fatale nelle relazioni esterne, insicuri.

Perché Grillo non attacca mai Berlusconi?

Analisi che personalmente condivido ma alla quale ritengo vadano aggiunte alcune iniezioni valutativeLa contiguità, sotto il profilo antropologico, sociale, politico e culturale tra Grillo e Casaleggio e il “tycoon” di Arcore. Tutti e tre imprenditori, tutti e tre “self made man”, tutti e tre grandi comunicatori, tutti e tre settentrionali, tutti e tre allergici all’impianto pedagogico e normativo del dirigismo sindacale

“Strategists” e “specilaist” dei leader pentastellati sanno bene che la porzione maggioritaria dell’elettorato italiano si riconosce nel moderatismo e nel conservatorismo (segmenti tuttavia distinti e non sovrapponibili), collocandosi a destra; pertanto, un urto costante e virulento contro Berlusconi ed il suo cartello politico-elettorale risulterebbe controproducente perché confinerebbe il M5S a sinistra, nell’immaginario dell’ italiano (esplicativa a tal proposito la presa di posizione, immediata, contro l’abolizione del reato di clandestinità e l’ambiguità su Resistenza e 25 aprile). Berlusconi non è meno rapace di Togliatti ma Grillo e Casaleggio sono più astuti di Giannini.

Grillo e Casaleggio sanno di non avere nessuna possibilità di sopravvivenza, in un confronto diretto con l’arsenale mediatico berlusconiano. Il M5S non dispone infatti (almeno in via ufficiale) di emittenti televisive, radio e nemmeno di testate cartacee (eccezion fatta per una quota de Il Fatto Quotidiano detenuta dal creativo di Ivrea). Attraverso un metodo “mielkiano” di dossieraggio-killeraggio sostenuto dalle sue batterie della persuasione, il Cavaliere è stato in grado di esiliare dalla vita pubblica e politica personalità come Boffo, Fini, Giannino e Marcegaglia, e Grillo non sarebbe certo un bersaglio difficile, considerate le molte zone d’ombra nella sua vita privata come nella sua carriera imprenditoriale (immaginiamo sotto elezioni uno speciale su Canale 5 avente come oggetto un’intervista-confessione a Cristina Giberti, astutamente corredata dalle immagini della sua famiglia prima e da quelle del fuoristrada ridotto in un ammasso lamiere poi. Lo shock emotivo nella pubblica opinione causerebbe un’ emorragia di milioni di voti, per il soggetto pentastellato)

 

Perché Grillo non attacca mai Berlusconi?
Pietro Salvatori Giornalista politico, L’Huffington Post
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In buona sintesi, la risposta alla domanda posta nel titolo è: perché vuole i suoi voti. La spiegazione richiede qualche parola in più. Se si prendono i post delle ultime settimane, su beppegrillo.it non si troverà mai un attacco diretto contro il Cavaliere. Certo, molto risalto è stato dato all’attività dei parlamentari impegnati a finalizzare l’obiettivo della decadenza con voto palese (l’acme è stato raggiunto con la pubblicazione della dichiarazione di voto di Paola Taverna, che l’ha resa una star tra la propria gente), ma nei post che danno la linea politica al M5s, quelli firmati dall’ex comico e quelli non firmati – frutto per lo più dell’attività della Casaleggio&associati – non c’è posto per il leader azzurro.I bersagli preferiti da Grillo e dal guru sono Enrico Letta, aka Capitan Findus, “Matteo Renzie” e Giorgio Napolitano, con rapide puntate contro il malcapitato di turno, che un giorno è Pippo Civati e quello dopo Rosario Crocetta. La linea politica del Movimento è tutta sbilanciata in un attacco costante e salace contro la parte sinistra dell’emisfero politico, quasi trascurando l’altra metà del cielo.

Alessandro Di Battista, solitamente buon interprete della linea dello staff, tra le cose che lo hanno colpito del terzo V-day inserisce il fatto che “a una settimana dal voto sulla decadenza, Beppe non abbia mai nominato dal palco Berlusconi”. Sono lontani i tempi nei quali il blog si scagliava quasi quotidianamente contro lo “psiconano”. Di Battista aggiunge che “inizierò a farlo anche io”, e lo motiva spiegando che “ormai è politicamente morto, la gente non ne vuol più sentir parlare”.

Una presa di distanze che vuole marcare una superiorità metodologica rispetto agli argomenti solitamente usati nella contesa politica. Ma che è anche il modo migliore per incunearsi nel parziale vuoto che la caduta del Cavaliere ha lasciato aperto.

Spostare sulle liste a 5 stelle l’elettorato di centrodestra è uno degli obiettivi che si è dato il Movimento per far fronte all’astensionismo crescente che li vede coinvolti e confermare anche le europee le percentuali conseguite alle politiche.

E la strategia per conseguirlo è duplice. Da un lato non cadere nell’errore storico del centrosinistra, che nel suo continuo attaccare Berlusconi ha portato ad una polarizzazione dello scenario politico che spesso non gli ha giovato, anzi. Dall’altro iniziare a battere, pur con altri modi e con altri toni, sui temi strutturali rispetto ai quali gli elettoridel berlusconismo potrebbero sentirsi orfani. A partire da un pugno tutt’altro che morbido sui temi dell’immigrazione, passando per un forte scetticismo nei confronti di provvedimenti quali l’amnistia e l’indulto, finendo per intestarsi la leadership dell’euroscetticismo.

Su quest’ultimo fronte il V-day è stata un’ottima cartina tornasole, con i suoi tanti grafici, numeri, termini tecnici. Evidenza di come, oltre i generici “vaffanculo” (di cui lo stesso Grillo è stato per una volta avaro), gli strateghi del Movimento stanno provando a creare un humus contenutistico che possa attrarre parte della diaspora del centrodestra.

Senza mai cadere nell’errore di demonizzare (non troppo, almeno) la ‘concorrenza’, per non esasperare gli animi e portare chi ha votato fino a ieri il leader azzurro ad un rigurgito di appartenenza che sarebbe elettoralmente penalizzante per le truppe stellate.

Così gli avversari da battere si trovano dall’altra parte, in un campo nel quale le istanze e i valori fondanti dei 5 stelle non avrebbero in alcun modo cittadinanza. Una grancassa suonata contro i principali esponenti del centrosinistra che ha l’obiettivo di sterilizzare qualunque altro tipo di opposizione, e drenare in direzione di Genova pacchetti di voti fino ad oggi indirizzatisi verso Arcore. Che Grillo e Casaleggio ci abbiano visto giusto saranno le urne di Strasburgo a dirlo.

Rimane il fatto che il V-day sotto le tre caravelle ha celebrato un cambio di passo rispetto al passato (quello stellato in qualche misura, ma soprattutto quello della tradizionale avversione del centrosinistra per il Cavaliere) che potrebbe, nel medio periodo, modificare gli assetti del M5s e quelli del quadro politico tutto.

La tragedia pratese e il qualunquismo della “pietas”

L’interazione con le comunità cinesi si rivela, da sempre, estremamente complessa e difficile, per le autorità dei paesi ospitanti. La loro vocazione esclusivista, la mancanza di un moderno ed evoluto equipaggiamento normativo per quel concerne la cultura sindacale e del lavoro, la presenza, massiccia, di soggetti privi di documenti, fanno si che esse siano, troppo spesso, delle sacche silenziose di anarchismo sociale.

L’urto emotivo e l’astuzia dolciastra delle piattaforme mediatiche per quanto e su quanto successo a Parto, non devono intaccare i nostri meccanismi di filtraggio critico e cognitivo, ammanettandoci alla tentazione di voler individuare un colpevole, ad ogni costo; “Fact checking”, “gatekeeping” e “discovery” non sono, infatti e per fortuna, strumenti accessibili al solo comunicatore, ma anche al fruitore della notizia. A tutt’oggi non abbiamo la certezza vi sia stata un’omissione dei controlli (tantomeno sotto tangente), riguardo le condizioni di vita e di lavoro in quel capannone, ma la valvola del ragionamento critico corale si è subito occlusa, lasciando campo libero alle tautologie qualunquistiche, demagogiche e manichee di ogni genere.

Ancora una volta, l’accusa, indiscriminata e radicale, al sistema Paese, emerge come la “condicio sine qua non” per l’affrancamento da un supposto provincialismo identitario.

Ancora una volta, la colpa non può essere altra e di altri, ma va ricercata, imperativamente, al proprio interno, nel proprio tessuto nazionale, perché non sono, non possono e, soprattutto, non devono essere gli altri a sbagliare, dobbiamo essere noi, imprescindibilmente e sempre, quasi vi fosse, nel nostro bagaglio genetico, un “vulnus” o come se si avvertisse il bisogno di uno snodo catartico che offra l’espiazione per chissà quale colpa

Ancora una volta, il trauma-tabù dell’esperienza fascista (ecco la “colpa”) , allacciato al portato internazionalista marxiano (PCI) e all ‘universalismo cristiano (DC), fanno sentire tutto il loro peso , alterando i nostri schemi valutazionali, esiliando la “ratio” e la maturità della “medietas” del nostro impianto normativo, tramutando la panoramica pensante e pensata nell’approssimazione, ovviamente per difetto.

Centro trattino sinistra.Unicità di un equivoco


Ibrido sprovvisto dell’umanitarismo utopistico del Socialismo classico come del pragmatismo delle socialdemocrazie europee, il PD ha molte “Bad Godesberg” sul suo cammino, prima a di affrancarsi dal timoroso provincialismo che individua il suo arché in quel fascio di vincoli e suggestioni storico-culturali connaturato alla realtà italiana.

Si continua a cercare il modello di riferimento nei democratici americani, in un esercizio demagogico che azzera le dissomiglianze , gigantesche, tra i due paesi. In ogni caso, l’esempio da seguire sarebbe quello dell’ ala NDC clintoniana e non di quella “liberal” obamiana.

Perché Fo deve rimanere su quel palco

Nonostante la mia identità etica e politica si collochi agli antipodi del progetto pentastellato (soprattutto per quel che concerne il suo snodo leaderistico), ho trovato il messaggio di Vauro a Dario Fo insopportabilmente retorico, inopportuno ed intrinsecamente belluino. In sostanza, il vignettista rimprovera al Nobel quella che è una libera e legittima scelta di campo, maturata nel pieno esercizio delle prerogative assegnateci dalla nostra democrazia, e lo fa mediante gli stilemi del didascalismo normativo e pedagogico tipico della sua cultura politica di provenienza. La democrazia, secondo il postulato vauriano, va bene, ma solo quando e finché si posiziona all’interno di schemi e perimetri determinati e predeterminati. Ancora una volta, la rivendicazione liberale si fonde e confonde con il manicheismo e l’assolutismo evangelizzante, disperdendo ed alterando così il suo patrimonio o quello che dovrebbe essere tale. Non si dimentichi, inoltre (e non lo dimentichi Vauro) il legame che probabilmente lega Fo a Grillo sul piano extrapolitico, dopo che il capo del M5S ha ospitato nella sua piattaforma internetica l’omaggio di un uomo alla compagna di una vita appena scomparsa.

Diffidiamo di chi dispensa patenti di agibilità democratica.

“Noi siamo diversi”: le destre radicali, il mito dell’ “omologazione” e la sua vulnerabilità

Caposaldo dell’impianto promozionale delle destre radicali, politiche come ideologiche, è l’utilizzo, sotto forma di accusa, del concetto di “omologazione”. Anche in questo caso, scopo ed obiettivo dell’itinerario tattico è l’acquisizione e l’ostensione dell’ “alterità” rispetto alle formazioni più consuete (“tradizionali”), percepite e consegnate come sinonimo di appiattimento culturale, antropologico e sociale; “omologate” ed “omologanti”, per l’appunto. Ma non solo: a ben vedere, l’impiego della nozione è spesso pleonastico, vuoto ed inappropriato, ma consente allo “stategist” che ne fa ricorso di ammantare sé stesso e la sua comunità di un valore esclusivista ed elitario, rafforzando in lui la convinzione di essere minoranza nel giusto. Ecco allora l’aggancio alle teorie eroistico-superomistiche di stampo evoliano-nietzschano, perno e snodo dell’intelaiatura ideologica della dottrina fascista e di alcuni dei settori più estremi e rivoluzionari del conservatorismo.

Una pennellata dialettica di forte impatto immaginifico (a seconda del bersaglio), ma tendenzialmente debole e vulnerabile al primo lavoro di scavo e penetrazione.

Berlusconi e la “via giudiziaria” della persuasione. Dalle Crociate a Sallusti: anatomia della-di una “menzogna”

Individuo esecrabile sotto il profilo morale e criminale seriale, Joseph Goebbels era e si dimostrò tuttavia un abilissimo comunicatore, tra i primi ad intuire l’importanza della reiterazione e della sloganizzazione della menzogna nell’impianto propagandistico moderno (le prime forme di propaganda organizzata si hanno già in epoca romana, con gli “Acta Diurna” , e il ricorso alla falsificazione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa). Se ripetuta, la menzogna tende infatti a sedimentarsi nei tessuti cognitivi, culturali ed emotivi più profondi del bersaglio, fino ad impregnarli ed orientarli.

Dalla condanna in Cassazione di Silvio Berlusconi, stiamo assistendo alla riproposizione di un refrain, martellante ed uniformante, che vorrebbe l’ex Premier eliminato per “via giudiziaria” e non per via politica, in modo quindi anticonvenzionale e illiberale. Molti esponenti della stessa sinistra si dolgono e rammaricano di quella che , anche ai loro occhi, appare quasi come una sorta di scorciatoia, come se la magistratura italiana fosse in realtà un “gavroche” che ha scippato la democrazia di uno dei suoi fondamenti e non un organismo autonomo che agisce in base ai principi del diritto e dell’equità.

Ecco l’ingresso della “menzogna” nei meccanismi della persuasione, di una menzogna sloganizzata e reiterata, appunto, fino a farsi “verità”. La decisione da parte delle camere di far decadere il Cavaliere, rientra infatti in quella che è la nostra intelaiatura giuridica e normativa; nessun abuso, nessun scorciatoia, nessuna soluzione punitiva “ad personam”, come in tanti altri casi, come per tanti altri casi.

Berlusconi, i brogli e la costruzione del dissenso

L’osservatore meno attento oppure meno equipaggiato sul piano della conoscenza delle macro-dinamiche propagandistiche, tende a liquidare con un’alzata di spalle (se non proprio ad ignorare) le accuse di brogli che, puntualmente, Berlusconi agita e brandisce al termine di ogni competizione elettorale che lo vede sconfitto, nello scenario locale come in quello nazionale, e indipendentemente dalle dimensioni del rovescio.

Si tratta però di un errore, l’ennesimo, di valutazione e sottovalutazione di quell’impianto della persuasione che da 20 anni consegna all’ex Premier il consenso della porzione maggioritaria dell’elettorato.

Il Cavaliere fa in questo caso ricorso ad un esempio di “propaganda nera” ( ovvero totalmente falsa e per questo difficilmente destrutturabile o smentibile), generalmente “grassroots” (diretta al segmento meno evoluto e quindi più suggestionabile della comunità elettorale, il “grass”) alla quale si allacciano altre varianti tattiche come l’associazione all’accusa di vecchi argomenti ed avvenimenti (ad esempio il caso dei brogli, certi a livello fattuale ed incerti a livello dimensionale, del 1946). Scopo di questa coordinata strategica è la sedimentazione nell’elettore di centro-destra, o comunque non di sinistra, di un’insofferenza, ulteriore e martellante, verso l’operato degli amministratori di sinistra usciti vittoriosi dalle sfida delle urne. Ecco allora che farà il suo ingresso un’altra punta di lancia della retorica promozionale, ovvero lo “slogan” (incapsulato nella protesta di aver occupato tutte le più alte cariche pubbliche ) e la sua “ripetizione” (la ridondanza del messaggio che conferisce allo stesso un maggiore credibilità).