Allarme nucleare? Cosa ha detto veramente Dmitrij Peskov

Interpellato a riguardo dalla CNN, il portavoce del Kremlino Dmitrij Peskov ha detto che la Russia potrebbe far ricorso al nucleare solo se la sua esistenza fosse minacciata in maniera diretta. Una posizione razionale ed ovvia (la dottrina nucleare statunitense è ad esempio più disinvolta), tuttavia strumentalizzata dai media occidentali che hanno voluto presentarla come un avvertimento o peggio come l’inizio di un’escalation, dell’apocalisse termonucleare (Peskov sembra invece ridimensionare certi azzardi di Putin).

Certe manipolazioni (“mal-informazione”*) non sono riconducibili solo ad esigenze di “marketing” (fare “cassetta”) di questa o quella testata, di questo o quel vettore, ma anche ad una strategia comunicativa e propagandistica precisa dell’Occidente e dei sui canali di appoggio per screditare Mosca e/o tenere alta la soglia dell’attenzione/ tensione.

*la distorsione, la manipolazione e la strumentalizzazione dei fatti, anche reali, ad opera delle istituzioni

Cosa dimentica il revanscismo russo: il caso DDR

Il 26 aprile 1989 si svolse un incontro sulla situazione dell DDR tra il diplomatico tedesco-orientale Bruno Mahlow e il capo settore del Dipartimento IV (Relazioni internazionali) del Comito centrale del PCUS Koptelcev. Pur raccomandando cautela, Koptelcev fece notare a Mahlow come la questione nazionale nella Germania Est non fosse mai stata risolta, a dispetto di quanto sostenuto dai suoi dirigenti, anche per il potere di attrazione che la superiorità economica della RFT esercitava sulla gente al di là del Muro. Koptelcev rincarò la dose: “Che la questione nazionale nella DDR sia ancora irrisolta è dimostrato dalla dichiarazione del compagno Honecker, secondo cui la questione dell’unità tedesca sarebbe completamente diversa, se si considera una possible vittoria del socialismo nella Repubblica federale. Al momento, tuttavia, un tale sviluppo non sembrerebbe all’orizzonte”.

A dispetto delle teorie di un certo revanscismo russo, secondo cui la riunificazione tedesca sarebbe stata un sopruso, addirittura illegale (si pensi alle recenti dichiarazioni a riguardo del ministro Lavrov), come possiamo vedere il destino della “Prussia rossa” era già stato deciso, e da Mosca, ben prima del 9 novembre/22 dicembre 1989 e del 3 ottobre 1990.

Fu la Russia, è bene ricordarlo, a volere l’autodeterminazione dei paesi satellite (Dottrina Sinatra) e delle repubbliche sovietiche (cosa che evitò uno scenario di tipo jugoslavo , ma ben più grave), innanzitutto perché ormai incapace di sostenere gli enormi costi di gestione di un apparato giunto ad una crisi ritenuta irreversibile.

Nota: Paradossalmente furono proprio le leadership dei paesi satellite e parte della loro opinione pubblica ad opporsi alla Dottrina Sinatra ed alle sue conseguenze. Già negli anni ’50, subito dopo la morte di Stalin, alcuni settori della dirigenza sovietica avevano ipotizzato l’abbandono dell’impero cosiddetto “esterno” e di riformare radicalmente il socialismo (si pensi a Malenkov e Berija).

L’oggi e il domani: perché dobbiamo dialogare con la Russia

Anche quando lo stallo russo si trasformasse in una sconfitta militare (ipotesi forse improbabile ma non irrazionale) e/o nella fine del putinismo (ipotesi forse improbabile ma non irrazionale), la mancata ricomposizione degli elementi di attrito e la rabbia per lo smacco subìto potrebbero dare luogo, in futuro, a reazioni imprevedibili da parte della Russia, dove l’elemento nazonalista-revanscista è assai potente e consolidato. La storia, a noi vicinissima, delle guerre jugoslave (1992 circa -2000 circa), dimostra come sentimenti ostili e di rivalsa possano rimanere sopiti o quasi per decenni, anche per secoli, per poi deflagrare all’immprovviso e in modo devastante, soprattutto quando la situazione economico-sociale è sfavorevole*.

Per questo occorre trovare immediatamente un punto di equlibrio tra Mosca e Kiev, tra noi e Mosca, un “win win scenario” che soddisfi, nei limiti del possibile, le aspettative di tutti. La posta in ballo è troppo alta, per noi e per le generazioni future, per tentare prove di forza e giochi d’azzardo.

*si pensi al discorso di Gazimestan pronunciato da Slobodan Milošević (era il 1989) sulla sconfitta patita dal regno serbo medioevale ad opera degli ottomani nel XIV secol

A chi parla Vladimir Putin quando minaccia

Putin sapeva molto bene quali sarebbero state le reazioni alla sua operazione in Ucraina (e lo dimostrano le mosse fatte in precedenza, ad esempio con la Cina), ovvero sanzioni economiche, isolamento internazionale e fornitura di armi a Kiev. Nel momento in cui minaccia ritorsioni, anche parlando di “atti di guerra” da parte nostra, non si rivolge quindi alle nostre classi dirigenti , ma a noi. Lo scopo è spaventare l’opinione pubblica dei paesi avversari, per destabilizzarli e metterli in difficoltà. Una forma di propaganda “indiretta”.

L’Ucraina oltre la realpolitik

Al netto di ogni riflessione su Zelens’kyj e la sua amministrazione e sull’esigenza di trovare un equilibrio con Mosca (oggi e domani) in base alle logiche della realpolitik, non si dovrà dimenticare un punto di principio, fondamentale: l’Ucraina è uno Stato indipendente e sovrano e come tale ha il diritto di scegliere da chi farsi governare e come e di scegliere i partner e le alleanze che vuole e considera necessari.

Uno Stato estero, un Attore esterno, non ha invece alcun diritto di imporle l’agenda o di interferirvi, a meno che non si verifichino condizioni eccezionali e particolari, meno che mai sulla scorta di un semplice sospetto o di pulsioni proiettive.

L’altra insidia per Kiev

Il prosieguo della crisi ucraino-russa porterà con sé ripercussioni non trascurabili sul nostro tenore di vita, sulla nostra capacità di approvvigionamento energetico, di materie prime e beni alimentari (in parte sta già accadendo). Insieme ad un inevitabile e fisiologico allentamento della tensione emotiva e dell’attenzione, questo potrebbe erodere pesantemente il consenso di cui Zelens’kyj e Kiev godono presso l’opinione pubblica occidentale.

L’Italia, la Russia e quelle risate di troppo

L’Italia è parte del G7/G8, una delle prime tre economie dell’UE, un membro del NATO QUINT e del Big Four, il Paese più influente al mondo dal punto di vista culturale, tra i primi 10 (circa) come spese militari (rientra nel nuclear sharing) ed ha fortissimi legami, anche di natura economica e commerciale, con la Russia (dal XIX secolo).

“Least of the Great Powers”, non è la Cina, gli USA e nemmeno il Regno Unito, ma ne consegue abbia comunque un ruolo fondamentale, pure nello scacchiere ucraino, com’è ovvio che Luigi Di Maio non porterà avanti nessuna proposta che non sia stata prima concordata con tecnici e consulenti (e noi abbiamo una tradizione diplomatica di primo livello).

Ora, certe ironie (autolesionistiche) vanno bene per una chiacchierata da bar, meno se si ha l’ambizione di intavolare una discussione seria in termini seri. Parlare di geopolitica non è obbligatorio, come non era obbligatorio parlare di virus.

Quirinale – Dai peones alla “colpa” di Mattarella

L’indebolimento progressivo dei meccanismi di selezione ha fatto sì che avessero accesso alla Camera ed al Senato personaggi letteralmente “senza arte né parte”, privi cioè di un orizzonte al di là del Parlamento. Questo porta (obbliga) costoro, i cosiddetti “peones”, a guardare innanzitutto al loro interesse diretto e contingente e, forse ma in un secondo tempo, a quello del Paese. Dall’estremo di una politica consentita di fatto ai soli benestanti siamo passati al problema opposto, ovvero ad una politica come salvagente e sbocco per persone altrimenti senza prospettive. Un vulnus pericolosissimo, da correggere il prima possibile.

Quanto a Mattarella, un giudizio del tutto personale: come cittadino che ha preso le distanze dalla narrazione dominante sull ‘ “emergenza sanitaria” e dalle misure governative (del Conte II e del Draghi), pagandone il prezzo, non mi sono sentito difeso e tutelato da lui, massima carica dello Stato. E come me molti altri, che in modo democratico, pacato e civile hanno dissentito, esercitando un diritto costituzionale. Né gli ho visto prendere posizione contro l’infodemia tossica di questi due anni. Questo peserà, sulla sua storia.

Salvate il postatore Donald

Al di là del giudizio politico su Donald Trump, bannarlo dai social e cancellarne i post (come l’ultimo dall’account presidenziale, in cui si limitava soltanto a criticare la decisione dei vertici di Twitter nei suoi confronti), appare alquanto discutibile, rischiando di creare un precedente insidioso.
Se per anni è stato infatti consentito ai diffusori di fake news di agire pressoché indisturbati ritenendo illiberale una loro censura, e questo sulla base di una speculazione quasi filosofica sul limes tra “realtà” e “verità”, stabilire e definire, tramite un’interpretazione soggettiva (dei vertici di un social network) cosa sia potenzialmente pericoloso per la democrazia, è ancor più temerario e velleitario.


“The Donald” può non piacere, ma la libertà si difende in molti modi. Non solo cacciando i “bufali” dal Campidoglio.

Corna e Covid: quei “segnali” di cui dobbiamo far tesoro

Benché i movimenti protagonisti dei fatti di Washington siano in parte riconducibli a peculiarità del tutto americane e statunitensi e benché la loro azione non abbia avuto conseguene politiche destabilizzanti, la violazione del Campidoglio è e resta un evento di enorme portata simbolica e immaginifica, impensabile fino a quando non si è verificato. A posteriori andrà quindi letto anche come un “monito”, ai governi occidentali (e non solo), in epoca di Covid (e non solo); proseguire in una condotta, sotto il profilo gestionale, politico e comunicativo, che esaspera una situazione già di per sé tesissima e complessa, può portare a risultati imprevisti e potenzialmente deflagranti e ingestibili, persino in contesti moderni ed evoluti. Tra i “bufali” di Trump non c’erano infatti solo suprematisti bianchi o nostalgici della Mason-Dixon Line ma pure gruppi critici verso l’approccio alla crisi sanitaria, forti di una base di consenso significativa.

Ritrovarsi con i proverbiali forconi in parlamento non è, insomma, solo un’iperbole. Oggi è andata “bene”, ma domani?