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Berlusconi e la Shoah : potenza e squallore di un colpo di genio
La nuova boutade berlusconiana confezionata nel paragone tra le (presunte) ambasce patite dalla sua famiglia e le persecuzioni ai danni degli ebrei sotto il regime nazista (“i miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso”) è e rappresenta un altro saggio di finezza propagandistica da parte dell’ex Presidente del Consiglio. Essa, infatti, è funzionale a due esigenze e strategie differenti ma complementari e sinergiche: spostare l’attenzione da sé (decadenza, crisi interna al PdL, ecc) attirandola su di sé , scatenando, cioè, un turbinio di indignazioni, insulti ed animosità sulla sua persona. Così facendo catalizza, ancora una volta, la solidarietà dei popolo di centro-destra e del circuito conservatore, tradizionalmente ostili all’elemento ebraico e sensibili, invece, a quello familiare (nel caso di specie proposto e presentato vittimisticamente come sotto attacco) perché considerato e percepito come forziere e custode dell’idea e del concetto di tradizione. E ci sta riuscendo. Come da prassi, i suoi sciocchi avversari si sono fatti prendere al laccio, quando la più rozza ed elementare conoscenza delle dinamiche storiche e sociologiche alla base della comunicazione politica ne suggerirebbe il disinnesco attraverso la noncuranza.
P.s: di grande interesse anche la posizione assunta dal Presidente della comunità ebraica di Roma , Riccardo Pacifici, il quale all’inizio non assume un orientamento chiaro e definito (“frase molto infelice, ho bisogno di tempo per riflettere”) e, di seguito, evita la contrapposizione tra il mondo ebraico italiano e il Cavaliere (“non deve delle scuse agli ebrei, ma a se stesso” ). Il legame di contingenza tra il centro-destra berlusconiano, gli Stati Uniti e Israele è ed è stato infatti troppo solido ed importante perché le comunità ebraiche rischino di comprometterlo attraverso incursioni dettate dall’impulso e dalla rivalsa.
Quei panni di Nando Mericoni mai abbandonati dalla sinistra nazionale. Breve appendice.
Il nuovo sindaco della Grande Mela non ha fatto in tempo a stappare lo champagne (anche se le suo origini imporrebbero un più gradevole Asti Cinzano) che ecco fiore la mitologia della memorialistica, incorniciata e confezionata in aforismi da Baci Perugina. Questa, la frase attribuita a De Blasio, che sta già spopolando da una coordinata all’altra delle lande internetiche:
“Mi chiedono come penso di finanziare un progetto così dispendioso di scuola materna e doposcuola per tutti. La risposta è semplice: togliere ai ricchi per dare ai poveri”
Il messaggio, implicito, che il rozzo propagandista-linkatore vorrebbe esportare mediante un frame a così elevato impatto emozionale è, in buona sostanza, il seguente: “Vedi? Mica come da noi, che i ricchi non li tassano e la scuola cade a pezzi”. Come accennato in precedenza, l’Italia era, già ai tempi di Lanza, Giolitti e Zanardelli, provvista di un impianto sociale ed assistenziale che negli USA appare ancora, alle soglie del 2014, agognato miraggio e fragile prospettiva. Pertanto, i baricentri e i cardini valutazionali di un politico liberale “stars&strieps” non possono che apparire altri, diversi ed antitetici rispetto a quelli inseriti ed inseribili nell’agenda di un amministratore italiano. Ciò che per noi è un dato acquisito già in epoca umbertina, per loro è un obiettivo ambizioso da raggiungere e guadagnare in una tortuosa gimcana di pericoli, insidie e tensioni (vedi lo strappo dello Shutdown sull’ Obamacare)
Altra cosa: tra i parametri di riconoscibilità democratica che vedo applicati a De Blasio c’è il multietnismo della sua comunità familiare, letto e percepito come prova e sinonimo di apertura mentale del nuovo borgomastro; siamo quindi in presenza dell’irruzione, da parte dell’elemento biologico, sotto il cono di luce dell’attenzione e della valutazione personale e politica. Non sono più il merito e l’azione a fungere da paradigma per il giudizio sull’amministratore, bensi un criterio riconducibile al portato genetico (!). In questo modo e muovendosi secondo questa traiettoria, la sinistra rischia un pericoloso scivolone, fornendo un punto d’entrata a concezioni del tutto disancorate dall’esperienza democratica.
Quei panni di Nando Mericoni mai abbandonati dalla sinistra nazionale.
Non conta più la pena di morte (abolita dall’Italia sabauda due secoli fa) mediante camera a gas, fucilazione, iniezione letale od impiccagione. Non conta più la sanità privatizzata, che non concede le cure antitumorali a coloro i quali non siano in grado di permetterselo economicamente. Non conta più la spaccatura tra un sistema scolastico privato, degno di ogni eccellenza, ed uno pubblico lasciato preda dell’abbandono e del degrado, con i metal detector e i cani antidroga a tenere a bada la disperazione di ragazzi con le scarpe sfondate. Non conta più l’orrido abominio giuridico del “third strike”, che rinchiude un cittadino a vita in una gabbia e senza possibilità di uscire sulla parola, magari per aver rubato una penna, una gomma e poi una matita. Non contano più le stragi in scuole ed uffici e la vendita libera di fucili mitragliatori a minorenni e psicolabili. Non contano più le esecuzioni di minorenni e portatori di handicap. Non contano più i casi di bambini tratti in arresto e ammanettati all’interno dei loro asili per aver fatto un capriccio di troppo. Non contano più il maggior indice mondiale di obesità e la mancanza assoluta di una giurisprudenza che tuteli la salute alimentare dagli interessi delle multinazionali. Non conta più lo scempio degli ecosistemi pepretrato impunemente delle grandi corporations. Non contano più i ghetti, con le minoranze rinchiuse e spogliate di ogni prerogativa civile, il razzismo, il KKK e le migliaia di condannati, senza prove, sulla base di una sola colpa: avere la pelle scura. Non contano più le menzogne per aggredire popoli e paesi, Guantanamo, i reticolati e le muraglie per respingere i migranti, Abu Ghraib e la boccetta delle lenti a contatto portata in sede ONU per provare che qualcuno aveva ciò che non aveva. Non contano più il Napalm, la Cambogia, Granada, il Cile o Lumumba. Non conta più la privacy violata e la stampa asservita. Non conta più il Cermis. Non conta più Chico Foti. Un democratico del quale si sa soltanto che è italo-americano e che ha una moglie afro-americana diventa sindaco di New York e tanto basta, alla sinistra italiana, per edificare un templio di lodi ed agiografie internetico-mediatiche in onore di un nuovo “eroe” e del suo sistema. “Ah! Se solo avessimo uno così in Italia!”; ecco il nuovo-vecchio refrain che torna a violentare il buonsenso, il biglietto da visita di un segmento politico imprigionato in un inguaribile e caciocavallesco provincialismo esterofilo e nei postumi della sciagurata sbornia del protointernazionalismo marxiano. Cronometriamo la durata di questa nuova infatuazione, presto destinata a scontrarsi con la severa realtà, come avvenne con quel Zapatero che cannoneggiava i migranti o con quell’Hollande che voleva brutalizzare la Siria e il Mali.
La notiziabilità dello schock e le colpe del giornalismo italiano.
Uno dei decani del giornalismo statunitense, nonché celebre e celebrato “muckracker”, Lincoln Steffens, faceva notare come avrebbe potuto creare un’emergenza sociale, una psicosi collettiva, partendo dai normali fatti di cronaca che avvenivano nel quotidiano, amplificandoli attraverso il mezzo mediatico e la sua retorica. Questo perché il cronista è il “medium” tra le masse e ciò che succede e per questo le masse sviluppano nei suoi confronti un rapporto di tipo fideistico. Da tale assunto di base si comprende la delicatezza del ruolo di chi fa informazione; una notizia manomessa, alterata o , peggio ancora, falsa, sporca la percezione che il cittadino ha di se stesso, del collettivo e di chi lo governa, orientandolo di conseguenza. Il crisismo demolitivo che sta delineando il lavoro della stampa nazionale si muove secondo questa nefasta traiettoria. I motivi sono, essenzialmente, due: il dettato politico (quasi tutte le testate hanno una proprietà partitica) ed il bisogno di fare “cassetta”, bisogno che soltanto le notizie ad altissimo impatto emotivo possono garantire, secondo il principio breueriano-freudianio della catarsi (il lettore scarica ed appaga i propri impulsi più violenti nell’acquisizione di una notizia di importante urto adrenalinico ). Si viene meno, però, ai dettami dell’etica deontologica (mirabilmente illustrati e condensati nello “Statement of Principles” del 1975 ) nuocendo alla società, corrodendone le basi e, quel che è peggio, la fiducia, ammanettandola ad una cultura del disfattismo che mostra i contorni del vicolo cieco.
Il IV Novembre e le tante amnesie della destra “nazionale”
Le esperienze ideologiche 900esche ci hanno consegnato la spaccatura immaginifica, sedimentatasi ed ossificatasi nelle nostre strutture culturali più profonde, tra una destra patriottica ed una sinistra antinazionale. Si tratta, però e a ben vedere, di un falso storico, facilmente smentibile dall’osservazione e dallo studio dei processi materiali e filosofici più recenti. Se, infatti, è vero che la sinistra di ispirazione massimalista era ed è portata, in virtù del principio basico dell’internazionalismo marxiano, ad un rifiuto dell’idea di comunità identitariamente organizzata, è altrettanto vero che la restante porzione dell’emisfero “progressista”, nella sua accezione democratica e liberale, non solo ha sempre abbracciato gli ideali della condivisione unitaria ma prende le mosse proprio da quegli uomini e da quei segmenti concettuali che furono anima e linfa dei processi risorgimentali per sfociare, di lì a poco, nella Sinistra Storica e nell’estrema Sinistra Storica. Al contrario, la comunità conservatrice offre e presenta, accanto ad una nutrita pattuglia di ispirazione smaccatamente patriottica, anche un ricchissimo sottobosco antiunitario; da segnalare e da non sottovalutare, altresì, la profonda e preoccupante mutazione culturale che la prima fazione sta avendo per effetto dell’apparentamento politico con la seconda, tradottosi e concretizzatosi nel fiorire di tutta una bibliografia revisionista in senso antirisorgimentale proveniente dagli ambienti ex aenniani ed ex missini un tempo “appaltatori” unici (ed abusivi) degli ideali sciovinisti. Ma non solo: eventi come la prima Guerra Mondiale o le guerre di indipendenza o, ancora, importanti conquiste coloniali come quella di Libia (che segnò l’ingresso del nostro Paese nel club delle grandi potenze), vengono spesso ignorati oppure accolti tiepdiamente proprio dalle destre a vocazione nazionalista-fascista in quanto slegate dalla paternità mussoliniana e, anzi, merito di quell’Italia liberale che l’ex marxista predappiese bollava come “Italietta” e che combatté fino a distruggere, disperdendone le ceneri nell’oblio del trascorso.
P.s: la realizzazione della Repubblica Sociale, entità secessionista e giuridicamente inammissibile perché altra e contraria rispetto alla Stato legittimo delineato nella Brindisi libera da Pietro Badoglio e da Vittorio Emanuele III, è la prova provante dell’aderenza, da parte fascista e vetero-fascista, non agli ideali di “patria” e nazione bensì a quelli mussoliniani e partitici.
Cancellieri: Grande Terrore o Termidoro ?
Il caso Ligresti-Cancellieri implica e suggerisce, per la sua particolare delicatezza e per la complessità del segmento congiunturale che stiamo vivendo e sperimentando, la massima serenità e ponderazione nel giudizio e nell’analisi d’insieme. Animosità, giacobinismi, considerazioni affrettate sull’onda dell’emotività più sanguigna, pulsioni centrifugo-ideologiche e istanze egualitario-legalitarie, seppur comprensibili e condivisibili, non devono viziare ed alterare quella che è l’architettura dei nostri sistemi percettivi e cognitivi, occludendo la valvola del ragionamento sereno. Se è vero, infatti, che una figura istituzionale non dovrebbe mai venir meno al principio della terzietà e della linearità etica, è altrettanto vero che il carcere, nell’ordinamento italiano, non prevede una funzione afflittiva e mortificatrice, nemmeno nei riguardi di un detenuto di “alto rango” (che, ricordiamo, non deve godere di favoritismi come non deve subire un atteggiamento di tipo discriminatorio). Pertanto, se nella sua veste istituzionale Cancellieri, come suggerito da alcune fonti e letture, si è occupata ed interessata anche di altri casi collocati ai margini della sostenibilità civile (come Aldrovandi e Cucchi ), l’attenzione per Ligresti, pur essendo mal digeribile la figura della figlia del faccendiere, rientra nei compiti e nei doveri del Ministro e nella più totale imparzialità.
Lo stravolgimento dei baricentri etici, tradotto in una sorta di discriminazione “al contrario”, non può che spaventare. Personalmente, attendo. La formulazione di un giudizio definitivo non è semplice.
“I figli sono delle madri” (anche quando li lasciano uccidere?)
Baby P’s mother Tracey Connelly released
La donna in questione consentì all’amante di torturare a morte suo figlio. Non solo è stata rilasciata “sulla parola” dopo 4 anni di carcere ma le sarà permesso il cambio di identità che le consentirà di “rifarsi una vita”.
Notizia che, anche in questo caso, irrita ma non stupisce. Tra i nefasti protagonisti della triste vicenda figura infatti anche un uomo, ovvero il “transfert” ideale offerto al “poltically correct (in questo caso nella sua declinazione femminista-misandrica) per alleggerire la posizione della donna-madre, dislocando ogni colpa e responsabilità, di nuovo, sull’uomo-maschio. Di più e non solo: la nostra società non è ancora pronta all’acquisizione dell’idea della madre-matrigna; la cultura mariano-mammista di cui i nostri tessuti cognitivi sono intrisi non lo consente, almeno per adesso, cristallizzandoci su un’immagine ideale ma irreale in cui la madre è forziere di ogni dote e virtù, nonché “padrona” e “responsabile” prima ed assoluta della vita della prole (“i figli sono delle madri”, recita un pessimo detto). L’auspicio è quello di arrivare, un giorno, ad una catarsi edipica di massa che consenta una maggiore serenità per l’interazione di genere.
Staccate la spina allo spin doctor
Intervistato nelle scorse sere dalle telecamere di “Otto e mezzo”, il deputato ed economista israeliano (naturalizzato italiano) Yoram Gutgeld spiegava, attraverso la pedanteria didascalica di Paolo Pagliaro, le sue “exit strategies” per risanare i conti pubblici e venire a capo della crisi economico-finanziaria.
Tra i capisaldi del suo impianto teorico trovava e trova spazio il ridimensionamento delle Forze Armate, da lui ritenute pachidermiche e dispendiose. Fin quei non c’è e non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che il Nostro ha utilizzato, come termine di paragone, proprio l’esercito del suo Paese natio: Israele. Gutgeld ci spiegava infatti la differenza tra il rapporto militari attivi-amministrativi di 1 a 1 delle complesso bellico di Tel Aviv con quello di 1 a 4 dell’E.I.
Si tratta di un accostamento non solo improprio ma che denota una preoccupante superficialità da parte dello “spin doctor” economico di quello che, molto verosimilmente, sarà il prossimo Presidente del Consiglio dei Ministri, ovvero Matteo Renzi. Israele ha infatti bisogno, per la sua particolare e delicata situazione storica e politica, di una forza di intervento militare veloce, agile e dinamica che la metta al riparo da eventuali aggressioni o incursioni terroristiche e che le consenta di rafforzare la sua pressione imperiale sui e nei territori occupati. L’Italia, per fortuna, no. Più idoneo, appropriato, giusto e calzante, sarebbe stato il paragone con un esercito come quello tedesco, assimilabile al nostro per dimensioni e per capacità (limitata) di manovra sugli scenari internazionali. L’illustre stratega economico si è in questo frangente dimostrato più testa d’uovo che testa di ponte, con un messaggio di pronta beva degno del più sciatto propagandismo da bistrot.
La(presunta)superiorità delle élites
“La presunzione è la miglior corazza che un uomo possa portare” – Jerome K. Jerome
Secondo i sociologi King, Bordieu e Bakhtin, le “élites” sono persuase della superiorità, in senso qualitativo, delle loro scelte culturali in virtù di un migliore equipaggiamento formativo di cui sarebbero in possesso e del fatto che, sovente, i generi a loro rivolti siano più elaborati (perché più costosi) rispetto a quelli concepiti per le “masse”. Questa convinzione consegna loro la sicurezza (in realtà del tutto priva di fondamento, oltreché intollerabilmente vanagloriosa) di poter contare su un sistema di filtraggio che li renda immuni dalle incursioni di una certa faciloneria culturale, mediatica e propagandistica. Ma, ripeto, nulla è e può essere più distante dalla verità e dal riscontro fattuale.
Sugli spazi facebookiani ed internetici di molti personaggi, apparentemente ben attrezzati sul piano intellettivo ed accademico, vedo rimbalzare la notizia, riportata con un bizzarro trionfalismo autolesionismo, secondo cui l’Italia sarebbe “fuori dal G8” per un sorpasso, in termini di PIL, da parte di Mosca. In realtà, ben altri sono i parametri che il club degli “8 Grandi” utilizza per accogliere e mantenere i suoi membri: la ricchezza finanziaria, l’aspettativa di vita, l’istruzione, il reddito nazionale lordo pro-capite, gli investimenti per la sanità, ecc. Dati che vedono la Russia, come la superpotenza cinese, al palo. Drammaticamente al palo. Ma le “élites” hanno abboccato, esattamente come la vituperata “casalinga di Voghera”, al primo titolo civetta passato sotto i loro augusti nasi. Un altro esempio, ci è offerto dal recente “scoop” dell’economista (in realtà dottore in Giurisprudenza) inglese (in realtà italiano) della “London School of Economic” (in realtà insegna in Giappone) che dal sito dell’ateneo (in realtà si trattava di un blog privato) lasciava 10 anni di vita all’Italia (in realtà la sua analisi, pur rozza ed approssimativa, confeziona un risultato differente). Anche questo pezzo è stato incapsulato nel sensazionalismo più pecoreccio, condiviso e stracondiviso, quando con un titolo e quando con un altro, da chi si sente ben diverso, ben al di là di una certa “plebe”, quella che, magari e ohibò, guarda Rete 4 o segue il calcio.
Come abbiamo visto, è e sarà sufficiente ricorrere ad un sistema di sfondamento appena elaborato per violare le difese anche del segmento più intellettuale, soggiogandolo ed eterodirigendolo secondo una traiettoria orwelliana, proprio come avviene con e per chiunque altro.
Umiltà.