Perché Enrico Rossi ha sbagliato con quella foto insieme ai ROM.

Farsi fotografare insieme ad una famiglia ROM* è, da parte di un’alta carica istituzionale, un gesto di grande responsabilità civile e sociale in sé (compito delle istituzioni democratiche, anche quello di combattere e disinnescare il pregiudizio etnico e culturale).

Rischia di trasformarsi tuttavia in un boomerang dal punto di vista comunicativo e politico non tanto perché “alza la palla” ai movimenti a propulsione demagogica e ventrale, ma se e quando il personaggio che rappresenta l’istituzione in questione non ha alle spalle un iter nelle politiche per l’accoglienza e, soprattutto, non è del tutto cristallino, come nel caso del Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi (si veda, ad esempio, il buco di 400 milioni nella Asl apuana).

La sua mossa apparirà dunque del tutto demagogica ed ipocrita, uno spot che non può né potrebbe convincere. In buona sostanza, il pubblico potrebbe accettarla e comprenderla da un’Emma Bonino, ma non dal “signor Rossi”. *Inoltre, non dimentichiamo che i Rom sono una popolazione molto particolare, con una cultura del tutto singolare e complessa. Elitari, rifiutano l’integrazione con le altre comunità e si segnalano per una diffusa attitudine all’illegalità. Questo è il quadro reale dal quale è necessario partire, ben diverso dall’immagine creata da una certa sinistra condizionata da un socialismo di tipo umanitario ed utopistico

L’ ansia da informazione: un rischio per e nel nostro Paese.

Secondo lo studioso americano Saul Wurman, l’eccesso quantitativo di informazioni mediatiche può dare origine ad un fenomeno, potenzialmente molto insidioso, detto “information anxiety” (ansia da informazione).

Bombardato da imput di ogni genere, il cittadino rischierà, secondo Wurman, di perdere il suo senso dell’orientamento cognitivo, ancor più se questi imput saranno di carattere sensazionalistico-allarmistico. Tra le nazioni maggiormente esposte all’ “information anxiety”, per il massmediologo Mauro De Vincentiis, l’Italia, Paese in stato perenne di emergenza emotiva ( a confermarlo, la capacità di sedimentazione di “fattoidi”* quali il “brain drain”, l’ “emergenza” suicidi, l’ “emergenza” criminalità, l’ “emergenza” immigrazione, ecc).

*nel gergo della comunicazione, il “fattoide” è un non-fatto, una “bufala” o ud una bufala parziale creata e manipolata ad arte da chi fa informazione.

Lo Stato dovrebbe fare di più..ma come dico e voglio io NIMBY e LULU

A partire dagli anni ’70 del secolo scorso, videro la luce i primi gruppi di “cittadinanza attiva”, organizzazioni di persone comuni che contestavano le scelte dei decisori in materia ambientale.

Tali soggetti vennero indicati sotto gli acronimi di NIMBY (“Not in my backyard”, “non nel mio cortile”) e LULU (“Locally unwanted land use”, “utilizzazione del territorio localmente non voluta”) per evidenziare quella che era la loro caratteristica più distintiva e peculiare, ovvero l’opposizione a qualsiasi lavoro di impatto-modifica ambientale vicino ai luoghi di residenza degli appartenenti ai vari comitati.

Sebbene presi singolarmente i cittadini di questo o quel comitato fossero d’accordo con la realizzazione di un’opera di pubblica utilità, il loro atteggiamento cambiava, quando tale opera veniva progettata vicino alle loro abitazioni.

Si tratta di un fenomeno riscontrabile anche nel nostro Paese, ed anche per quel che riguarda gli interventi di contenimento del rischio idrogeologico; nonostante chieda ed invochi in tal senso una maggiore attenzione da parte delle istituzioni, l’italiano tende a modificare il suo orientamento, se e quando l’opera di manutenzione interferisce con le sue abitudini o riguarda, in qualche modo, la sua proprietà

Chiaro ed essenziale: il KISS. Sugli errori di Gianni Cuperlo.

La comunicazione, parlata come scritta, deve rispondere a due criteri base, brevità e chiarezza, riassunti nell’acronimo KISS (keep it short and simple). Se nel caso di un’audizione sarà utile tenere a mente la cosiddetta “curva dell’attenzione” (15 minuti dopo i quali l’ascoltatore tende a distrarsi), per quel che riguarda un intervento scritto il discorso dovrà essere ancora più conciso, fluido ed agile, soprattutto se il medium utilizzato sarà internet.

Nel suo ultimo post su Facebook, Gianni Cuperlo ha battuto 137 righe per un totale di 23 capoversi (!); benché la tematica fosse particolarmente delicata e complessa (il Jobs Act), una scelta di questo genere eccede ogni regola e consuetudine del moderno comunicare, apparendo in tutta la sua “pesantezza” ed obsolescenza rispetto al più giovanilistico stile renziano.

Nota storica: persino i bolscevichi avevano imposto un limite rigido agli interventi. La “brevitas” voluta da Lenin stabiliva infatti un tetto massino di due minuti per ogni audizione.

Muti al Quirinale? E perché non Dino Zoff? Quel disperato bisogno di “eroi”.

dino-zoff-1Non esiste forma istituzionale perfetta, tuttavia la proposta di eleggere alla massima carica dello Stato il Maestro Riccardo Muti scopre e dimostra una delle lacune più vistose del sistema repubblicano.

Nella ricerca, affannosa in un segmento congiunturale tanto difficile come quello che stiamo vivendo, di una figura che unisca al prestigio personale la garanzia di una condotta super partes, ecco che si pensa ad un uomo del tutto …a digiuno di politica, diritto e cultura diplomatica.

Un eccellente direttore d’orchestra, senza dubbio, ma privo di quell’architettura di conoscenze ed acquisizioni richieste da e per un ruolo tanto importante e delicato.

L’ astensionismo: un dato che punisce il M5S. La protesta che protesta.

grillo-smorfia-1l test in Emilia Romagna e Calabria rappresenta una punizione sonoramente doppia, per il M5S. Nel primo caso, perché si conferma e rafforza il trend negativo dalle scorse Europee ad oggi (in Calabria, il Movimento ha perso i tre quarti dei suoi voti, in Emilia Romagna i due terzi), mentre nel secondo perché il grande astensionismo dimostra la sfiducia del cittadino anche e soprattutto verso quei soggetti nati per catalizzare il voto di protesta, ovvero l’elemento che portò le cinque stelle al 25,56 % nel 2013.

A danneggiare Grillo, il suo inattivismo, urlato e confuso, e il suo brusco cambiamento in corso d’opera; nato a sinistra con istanze di sinistra, il M5S è stato infatti traghettato verso i settori più reazionari della desta italiana e continentale, disorientando quell’elettorato che era l’ossatura e l’atomo primo del disegno pentastellato fin dai tempi dei Meetup.

Cercando di intercettare la pancia profonda della “silent majorty”, l’ex showman si è incagliato nelle secche di un ibridismo che non convince nessuno ma rischia di scontentare tutti.

..e se poi mi assolvono..? Il caso dei pediatri indagati a Livorno e le colpe di una certa informazione.

Qualche mesa fa mi capitò di occuparmi di un caso di omicidio, e riferendomi al killer scelsi di utilizzare la formula “presunto assassino”, nonostante fosse un reo confesso. Questo perché le indagini erano ancora nelle loro fasi embrionali e, per il nostro ordinamento, si trattava di un presunto innocente.

La Carta dei Doveri del Giornalista non vieta la divulgazione delle generalità dell’indagato (se acquisite in modo lecito e legale), ma obbliga chi fa informazione a presentare la vicenda ricordando la presunzione d’innocenza, senza contaminazioni e manomissioni di alcun genere. In particolare:

“In tutti i casi di indagini o processi, il giornalista deve sempre ricordare che ogni persona accusata di un reato è innocente fino alla condanna definitiva e non deve costruire le notizie in modo da presentare come colpevoli le persone che non siano state giudicate tali in un processo.

Il giornalista non deve pubblicare immagini che presentino intenzionalmente o artificiosamente come colpevoli persone che non siano state giudicate tali in un processo”

Nel caso dei pediatri indagati a Livorno, questo principio è stato disatteso da buona parte del circuito mediatico. Per quanto raccapriccianti siano e possano essere le accuse, la cultura civile non dovrà mai retrocedere dinanzi all’emotività. La democrazia, è bene non scordarlo, rivela la sua forza quando viene messa dura prova

Da Landini ai “Dem”. Tra archeologia della comunicazione e archeologia ideologica.

Dal dopo Giolitti, la sinistra italiana è riuscita ad imporsi in modo netto e su scala nazionale soltanto con Matteo Renzi, capace di traghettare, contro ogni pronostico, il blocco progressista al suo massimo assoluto (40, 8 %).

La motivazione di questa svolta storica va ricercata (in maggior misura) nell’abilità comunicativa del leader fiorentino, in grado di parlare all’uomo “qualunque” dei problemi dell’uomo “qualunque” con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo dinamico, rompendo così con una tradizione, tipica della sinistra nazionale, improntata ad un eccessivo dottrinarismo che era ed è statico, rigido, grigio, didascalico, elitario (si pensi alle recenti, insensate, affermazioni di Landini) lontano dal comune sentire, dal Paese “reale” e dall’immagine che esso ha di sé.

Per l’ “altra” sinistra, ovvero il segmento che si contrappone al Capo del Governo, è ora il momento di una scelta che si staglia come decisiva: rompere con il proprio impianto teoretico, modificando il proprio sistema normativo ed il proprio registro linguistico per avvicinarsi maggiormente alle istanze dell’ “everyman” (come in USA hanno fatto i Democratici da Clinton in avanti), oppure trincerarsi nella propria fisionomia classica e consueta, consegnandosi alla storia.

Un “turning point” si rende ad ogni modo necessario anche per Renzi; nella sua opera di seduzione del ventre popolare, il rischio sarà ed è infatti quello di smarrire l’altra metà del suo cielo elettorale, che è anche lo scheletro organizzativo del centro-sinistra.

P.s: una mutazione strategica e comunicativa non anderebbe interpretata come una “salvinzizzazione”, come un imbarbarimento, ma come la scelta di un modus operandi più duttile ed aggiornato. L’introduzione di Giolitti è una forzatura voluta.

Alessandra Moretti: una bella donna ma soprattutto una donna aggiornata. L’ “altra” sinistra e il limite storico della comunicazione.

L’invenzione del mezzo televisivo e la sua diffusione su larga scala nella società, ha avuto tra le sue conseguenze più significative e marcate la sovrapposizione e la commistione dell’essere con l’apparire, laddove, è bene ricordarlo, il concetto di “apparenza” non andrà inteso necessariamente come un’erosione della specificità del singolo ma anche come un suo arricchimento e completamento.

In special modo nel dibattito politico e nel mondo del marketing commerciale, l’immagine diventava un elemento fondamentale di promozione ed autopromozione, con il quale era necessario e imprescindibile negoziare e rapportarsi. Spin doctor e consulenti affiancano ormai da decenni ai consigli di natura dialettico-strategica anche quelli sul “look”, e nel 1960 uno dei valori aggiunti di Kennedy su Nixon fu proprio rappresentato dal maggiore appeal fisico-estetico di JFK.

Per questo, le dichiarazioni di Alessandra Moretti non dovranno sorprendere ma andranno inquadrate nell’ottica di un mondo nuovo che è nuovo ormai da tanto tempo. La porzione della sinistra che ha risposto in modo critico al format indicato dall’eurodeputata piddina, si dimostra al contrario non aggiornata, ossificata allo stereotipo del “byt” leniniano che faceva dell’austerità e del grigiore un punto di forza, confinando al di fuori del proprio sistema normativo ogni attenzione all’estetica, “marchiata” come superficiale ed inutile. A questo, si va a saldare il pregiudizio antirenziano, non di rado eccessivamente caotico e impulsivo.

“Gli stranieri prendono 40 euro al giorno mentre gli italiani non hanno lavoro”. Tecniche della propaganda nella costruzione delle “misperceptions” (false percezioni) e nel loro utilizzo.

La quota destinata dallo Stato ad ogni rifugiato è pari a circa 35-40 euro, ma soltanto 2,5 di essi (due euro e cinquanta), il cosiddetto “pocket money”, sono concessi allo straniero per le spese quotidiane, mentre il restante va alle cooperative che si occupano di gestire l’accoglienza. Ciononostante, la convinzione che il contribuente “regali” 40 euro al giorno ai migranti si staglia come sempre più radicata e diffusa, anche e soprattutto per effetto dell’azione, distorsiva, di alcuni soggetti politici ed organi di informazione.

Il fenomeno ci permetterà di catalogare ed osservare alcuni aspetti tipici della della propaganda “politica” e i loro effetti sulle masse.

1) Siamo in presenza di un caso di propaganda “grigia”, ovvero parzialmente falsa. Lo Stato dà, si, 40 euro per il migrante-rifugiato, ma non AL migrante-rifugiato

2) Siamo in presenza di un caso di propaganda “grassroots “, ovvero diretta agli strati più condizionabili, perché meno evoluti sul piano intellettivo e culturale, della popolazione, il “grass”, il prato. (la propaganda “treetops” è invece diretta al segmento più avanzato della popolazione”, il “tree”, i rami più alti dell’albero).

3) Siamo in presenza di un caso di propaganda “agitativa”, mirante a suscitare nelle masse un sentimento di odio e risentimento verso qualcuno o qualcosa (l’immigrato)

4) Lo slogan:
“Gli italiani non hanno lavoro e ai rifugiati diamo 40 euro al giorno”; questo, uno dei frame usati più assiduamente dai partiti e dai movimenti d’opinione ostili all’ingresso degli stranieri extracomunitari nel nostro Paese.

5) La ricerca del nemico e la sua demonizzazione:
Si cerca di individuare un nemico, in questo caso lo straniero, facendo leva sulle paure dei cittadini. Lo scopo, quello di guadagnare consenso, ponendosi come vicini al comune sentire. Si lega ed allaccia alla propaganda “agitativa”.

6) La ripetizione:
Ripetere, in modo continuo, il messaggio che si vuole lanciare e far affermare (gli immigrati che prendono 40 euro al giorno). Si lega ed allaccia allo “slogan”.

7) La semplificazione:
“Dinanzi a problemi complessi e di difficile enucleazione, il propagandista offre una semplificazione della realtà sociale, utilizzando generalizzazioni a lui favorevoli. Tortuosi problemi di natura economica , politica e militare, vengono spesso liquidati con con semplici risposte” (M.Ragnedda).

8) L’enfatizzazione della paura:
Attraverso questa tecnica, il propagandista cerca di instillare paura nella gente, così da convincerla della necessità di eliminare il presunto problema (l’immigrazione) e di affidarsi a lui per farlo. Si lega ed allaccia alla “semplificazione” ed alla “ricerca del nemico”.

La scaletta sarà applicabile anche allo studio della mitologia dell’ “invasione”, in realtà disancorata dall’elemento statistico.