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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Elezioni in Israele: una lettura diversa

Molto è stato scritto e molto è stato detto, sulle recenti elezioni israeliane. Dal testa a testa tra Netanyahu ed Herzog, con il rischio di una paralisi per la Knesset, alla vittoria al fotofinish del Likud, alla reazione (senza dubbio fuori luogo) di Barack Obama che non telefona a “Bibi” per congratularsi con lui, alle paure per una convergenza tra il premier e la destra di Naftali Bennet, Avigdor Lieberman e Moshe kahlon.

Tuttavia, poco, troppo poco, è stato detto, e troppo poco è stato scritto, sulla presenza e sul successo della Lista Araba Unita di Ayman Odeh, il partito degli arabi d’Israele che si pone come terza forza con ben quattordici seggi.

Proviamo infatti per un istante a giocare con la fantasia ed immaginiamo una lista di ebrei in Palestina, oggi governata da un soggetto (Hamas) che ha come obiettivo statutario la cancellazione di Israele, od in qualsiasi altro Paese della Lega Araba, organizzazione che vede soltanto due membri (Egitto e Giordania) riconoscere Tel Aviv; possiamo immaginarlo, ma dopo pochi secondi la ratio ci direbbe che, no, non è proprio possibile. In Israele, invece, un arabo-musulmano, Ayman Odeh, può candidarsi alla guida del Paese, ed un altro arabo-musulmano, Raleb Majadleh, può rivestire la carica di ministro per le Scienze e le tecnologie (2007, Governo Olmert).

Al di là di ogni speculazione mediatica, Israele dimostra dunque con i fatti di essere la sola democrazia completa ed inclusiva dell’aera, l’unica comunità in cui ognuno può sentirsi a casa, nel rispetto ed entro il rispetto dell’Altro.

ll “peccato originale” di Silvio Berlusconi

L’Italia che vide l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi (1993-1994) era un Paese che stava sperimentando una della fasi di maggior cambiamento della sua storia unitaria. Per l’effetto, sinergico, di elementi quali l’inchiesta “Mani Pulite” e la fine della Guerra Fredda (1945-1991/1992), dinamiche compresse per mezzo secolo si liberavano, i partiti che avevano retto e garantito gli ormai obsoleti imperativi yaltiani scomparivano o si aggiornavano, una nuova generazione aveva accesso alla guida dello Stato e la “società civile” tornava ad esprimersi, mediante piattaforme propositive quali comitati, liste referendarie, ecc.

Resuscitando un avversario/nemico ormai morto (il Comunismo) per catalizzare le forze conservatrici e dotarsi di una riconoscibilità ideologica, Berlusconi riportò la dialettica politica e il pendolo della storia nazionale indietro di 50 anni, rispolverando quel corredo di odi, esasperazioni, paure e rancori che sembravano ormai appartenere al passato ed infliggendo un colpo mortale all’ondata di rinnovamento che stava mutando la fisionomia del Paese.

Tra le sue colpe storiche (bilanciate da meriti che l’analista razionale non potrà negare o ridimensionare) questa è, a parere di chi scrive, la più grave ed eclatante.

Il delitto di Terni – Due incognite a confronto.

raggiLa vicenda del giovane David Raggi non dovrà trasformarsi in un ariete di sfondamento per il razzismo di matrice xenofoba (fattore già eccessivamente perturbante la convivenza nel nostro Paese) ma nemmeno dovrà essere risucchiata nei termini, semplificatori, dell’inclusione e dell’accoglienza “senza se e senza ma”.

Due elementi di rischio, il pregiudizio e la mancanza di un pragmatismo razionale sul fenomeno immigrazione dal Mediterraneo, differenti nella loro impostazione e sistemazione ideologica ma dagli effetti ugualmente devastanti.

Il Donbass ucraino e i tanti Donbass russi. Una via d’uscita

cARRI ARMATI RUSSILa fine della “koinè” sovietica ha rilanciato uno scenario del tutto simile a quello nato con Versailles, ovvero ampie porzioni etniche ritrovatesi al di fuori dei loro nuovi e particolari spazi nazionali.

Qui, trova la sua spiegazione e la sua motivazione anche la crisi del Donbass , con la minoranza russa “imprigionata” entro confini che non le appartengono più, non più sovietici e non e mai russi.

Ad un bivio la diplomazia mondiale e i decisori locali; concedere ampi margini di gestione all’elemento russo oppure sterzare verso il principio dell’autodeterminazione dei popoli (mutando così gli assetti sovrani di Kiev), attraverso una consultazione referendaria monitorata dai più alti organismi internazionali. Quest’ultima strada potrebbe sembrare, a tutta prima, la più razionale, democratica e proficua ma aprirebbe non poche incognite anche per Mosca, dilaniata all’interno da istanze separatiste a partire dal 1991-1992.

Tra chi domanda il distacco dalla Russia, infatti, le Repubbliche di Sacha (ex Jakutija), Carelia, Bashkortostan (ex Bashkiria ), Tatarstan (ex Tatarija), Inguscezia , Cecenia, Daghestan, Tuva, il territorio autonomo di Primor’e la regione autonoma di Sverdlovsk .

Un problema di non facile soluzione, dunque, che potrebbe avere nell’esempio altaoetesino (sebbene con le differenze del caso) una via d’uscita. Ogni ipotesi dovrà e dovrebbe, ad ogni modo, avere come stella polare il principio dell’ “equal footing” e il rispetto dell’interlocutore; ossessionata dalla sua sicurezza, Mosca cerca infatti da Pietro il Grande ad oggi la protezione di “stati cuscinetto” a ridosso delle sue frontiere, un timore che la politica di potenza adottata da Washington negli ultimi anni (Clinton-Bush jr) ha senza dubbio contribuito a dilatare.

L’attualità del “security dilemma”

Il linguaggio della geopolitica anglosassone, identifica con la formula “security dilemma” uno dei maggiori problemi nelle relazioni interstatuali*.

La dotazione di un apparato militare nettamente superiore a quello dei propri antagonisti, può infatti creare negli stessi un senso di inferiorità, preoccupazione ed una sindrome da accerchiamento capace di spingerli ad aumentare, a loro volta, il proprio potenziale bellico, offensivo come difensivo.

Una mano pericolosa sul tavolo degli equilibri internazionali, vincente (ma con rischi elevatissimi) in epoca reaganiana ma oggi gravida di incognite.

*Si parla, ovviamente, dei maggiori fattori di potenza.

Renzi a Mosca.

img1024-700_dettaglio2_Putin-e-Renzi-ReutersAl di là dell’accostamento, errato ed illogico, tra la situazione altoatesina e quella del Donbass, la linea d’indirizzo adottata dal premier nella sua visita a Mosca è, sostanzialmente, giusta e responsabile.

Escludere la Russia dalla gestione delle nuove emergenze mondiali significherebbe, infatti, ripetere gli errori commessi dal 1992 ad oggi, portando quello che, de facto, è un Pese occidentale, a pericolose “shifting alliances” con attori extra ed anti-occidentali e ad una atteggiamento sfavorevole dalle conseguenze difficilmente controllabili. Inoltre, l’entità dei rapporti economici tra Roma e Mosca obbligano il nostro Paese ad un atteggiamento equilibrato e prudente con il Kremlino, sfrondato da qualsiasi tentazione frontale e muscolare.

Renzi recupera dunque quella filosofia inclusiva ed amplipensante che fu tipica della governace democristiana, consapevole della dannosità della scelta unilateralista (o di blocco) e del ritorno a qualsiasi politica di potenza.

Questo, ovviamente, non dovrà né dovrebbe tradursi, in nessun caso, in un ripiegamento davanti al revanscismo post-sovietico.

La politica “di potenza” clintoniana e il tradimento del nuovo corso gorbacioviano-bushano Le origini della nuova Guerra Fredda

Durante le battute conclusive della Guerra Fredda, Michail Gorbačëv e George H. W. Bush dettero vita ad una fase del tutto inedita nei rapporti tra le due superpotenze, nonché di totale riordino ed aggiornamento degli assetti yaltiani. Questo “new thinking” prevedeva non soltanto la fine della contrapposizione bipolare (già preconizzata nel 1989 con la cosiddetta “Dottrina Sinatra”) ma escludeva qualsiasi velleità occidentale nell’Est Europa appena liberato dal gioco sovietico.

Figura meritevole di rivalutazione e ben diversa dall’immagine tratteggiata da una certa pubblicistica “liberal”, il primo dei Bush alla Casa Bianca rigettava dunque qualsiasi ambizione egemonica, per approdare ad una “nuova architettura di sicurezza europea , non pensando alla possibilità che, invece, il vuoto creato dal ritiro dei sovietici dall’Europa centro-orientale potesse essere colmato dall’allargamento dell’Alleanza Atlantica agli ex membri del Pato di Varsavia” (de’ Robertis).

L’elezione di William Jefferson “Bill” Clinton , produsse tuttavia un cambio di indirizzo radicale nella politica estera statunitense; con la Direttiva presidenziale n25, infatti, Washington rilanciava in modo aperto il suo “interesse nazionale”, tornando de facto ad una politica “di potenza” ed unilateralista in aperto contrasto con le scelte precedenti concordate con il Kremlino. La scomparsa dell’interlocutore sovietico sulla scena mondiale ed europea, fece il resto, persuadendo gli occidentali di poter relegare in soffitta il principio di “equal footing” nell’interazione con Mosca.

L’allargamento della NATO ad Est (percepito dai russi come una grave minaccia alla loro sicurezza nazionale) e l’intervento, forse frettoloso e privo del placet ONU, in Serbia, sono il risultato di questo nuovo “concept” atlantico, diverso da quel “new democratic order” di impronta rooseveltiana e dal “new thinking” liberale ed inclusivo gorbacioviano-bushiano.

Da qui, hanno origine buona parte delle nuove fratture tra Occidente e Russia, in un vero e proprio corto circuito politico e diplomatico in cui la diffidenza genera diffidenza; timorosi dell’ex oppressore, infatti, i Paesi dell’Europa centro-orientale ed ex sovietici chiedono la protezione occidentale, rendendo ancor più ostile la governance russa.

Nda: il nostro Paese giocò un ruolo di primo piano negli sforzi per la ricomposizione della frattura con la Russia dopo la guerra alla Serbia. Con il vertice di Pratica di Mare voluto dall’Italia, infatti, veniva ripreso il dialogo NATO-Russia attraverso il nuovo NATO-Russia Council

Il New Deal internazionale e l’importanza di ONU, NATO e UE Perché la “politica di potenza” è una seducente catastrofe

Nelle fasi conclusive della Guerra Fredda, molti analisti* si domandarono se la fine dell’equilibrio bipolare che aveva contraddistinto la politica mondiale per cinquant’anni non avrebbe riprodotto uno scenario simile se non identico a quello precedente il 1945, ovvero con il ritorno all’unilateralismo ed alla “raison d’etat” come bussola delle cancellerie più importanti.

La preoccupazione degli osservatori era quella di una reintroduzione delle “shifting alliances”, instabili e pericolose, in sostituzione di quella “ragion di blocco” basata sul solidarismo d’emergenza che aveva assicurato la pace su larga scala a partire dalla sconfitta dell’Asse. Il rischio non si concretizzò, perché l’ONU seppe dimostrare tutta la sua tenuta, sebbene tra non poche storture ed ambiguità, realizzando il sogno, prima wilsoniano e poi rooseveltiano (“international new deal”), di una concertazione paritetica che fosse in grado di allontanare lo spettro di una deflagrazione tra le grandi nazioni (complice, anche la deterrenza nucleare e il principio della “mutua distruzione assicurata”).

Allo stesso modo, l’UE rappresentò e rappresenta il primo esperimento nella storia di partnership organizzata su base stabile, paritetica e collegiale tra attori una volta e per secoli in contrapposizione violenta, sul piano militare come su quelli strategico ed economico. Stesso discorso, sebbene con alcune differenze di fondo, per la NATO, che nel suo “strategic concept” come nel suo “fonding act” illustra la sua fisionomia di garante del diritto internazionale, braccio ed espressione di quell’ “international policy power” voluto da F.D Roosevelt ma mai realizzato pienamente dalle Nazioni Unite (all’ONU mancano, in buona sostanza, quei “denti” di cui parlava Hull**).

Se ne deduce dunque come la fine di questi importanti e consolidati nuclei di ordine democratico avrebbe conseguenze devastanti ed imprevedibili, come l’esposizione dei paesi minori alle mire egemoniche di quelli maggiori e il ritorno alla politica di potenza per le “middle” e le “regional power”, trovatesi senza copertura e quindi costrette ad un aumento delle spese militari e ad una corsa all’opzione atomica, con una pericolosa e diffusa escalation verso la proliferazione nucleare. Alla linea d’indirizzo collegiale interstatuale si sostituirebbe un nuovo ordine basato sull’unilateralismo e la divisione, dove i paesi maggiori vedrebbero una crescita irrazionale del loro potere e del loro margine di manovra consegnando gli altri alla vulnerabilità, all’instabilità e al declino economico (tra le vittime di questo stato di cose, i paesi europei, non più in grado di rivaleggiare con i nuovi protagonisti della globalizzazione).

*Di notevole interesse i contributi di John Mearsheimer (“Back to the Future”) e Gregory Treverton (“Finding an analogy for tomorrow”)

**Cordell Hull (Olympus, 2 ottobre 1871 – Bethesda, 23 luglio 1955), 47° Segretario di Stato americano, Premio Nobel per la pace nel 1945. Tra i padri delle Nazioni Unite.

Riconoscere la Palestina? Tutti i pericoli di una scommessa

israele_e_palestina_600x450La schiacciante superiorità militare , diplomatica ed economica israeliana, favorisce la sedimentazione di un fraintendimento sulle cause dell’impasse che, da due secoli, inchioda il Medio Oriente ad uno scontro tra l’elemento ebraico e quello arabo-musulmano (palestinese e non palestinese). In buona sostanza, Tel Aviv viene percepita come l’unico ed il reale ostacolo alla pacificazione della zona, opponendosi, con la forza delle sue prerogative, all’ammissione del principio dei “due popoli e due Stati”.

Gioverà ricordare come sia stato, fin dal XIX secolo, il mondo arabo-musulmano a rigettare in ogni sede negoziale l’accettazione di uno Stato ebraico (si pensi al no alle proposte della Commissione Peel nel 1937 ed a quelle della Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale nel 1947 ), linea di indirizzo che prosegue tuttóra, sia da parte di Ḥamās (che non soltanto rifiuta il riconoscimento di Israele ma ne invoca la distruzione nel proprio statuto), sia da parte della quasi totalità della Lega Araba (soltanto Egitto e Giordania intrattengono relazioni ufficiali con Tel Aviv).

La scelta di riconoscere Gerusalemme Est rischia quindi di non risolvere il vero problema alla base del conflitto, ma, anzi, di ampliarne la portata e le conseguenze, suggerendo all’oltranzismo arabo-islamico l’idea di una copertura internazionale capace di garantirne le azioni.

Di contro, una volta legittimati dalla maggior parte delle cancellerie straniere, i decisori palestinesi si troverebbero nella situazione di dover accettare “obtorto collo” il vicino, pena una marginalizzazione in sede internazionale ed un caduta delle loro quotazioni presso l’opinione pubblica mondiale.

Una mossa azzardata sul tavolo da gioco della diplomazia e della storia, dunque, e dalle conseguenze imprevedibili, potenzialmente infauste come potenzialmente risolutive.

Spazio vitale tedesco* e spazio vitale russo: analogie e differenze

putynLa fine della “koinè” sovietica ha rilanciato uno scenario del tutto simile a quello nato con Vesailles, ovvero ampie porzioni etniche ritrovatesi al di fuori dei loro nuovi e particolari spazi nazionali.

Qui, trova la sua spiegazione e la sua motivazione anche la crisi del Donbass, con la minoranza russa “imprigionata” entro confini che non le appartengono più.

A differenza di quanto accaduto in passato, tuttavia, la maggior solidità della coscienza democratica, degli organismi internazionali e la détente atomica (a vantaggio dell’Occidente), rendono del tutto impossibile una degenerazione violenta su ampia scala.

*Lebensraum.