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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Kosygin, quell’occasione perduta 20 anni prima di Gorbačëv

Figura oggi quasi dimenticata, Aleksej Nikolaevič Kosygin (1904-1980) ebbe tuttavia un ruolo di primissimo piano nella storia russo-sovietica.

Sindaco di Leningrado, membro del Politburo, ministro delle Finanze, ministro dell’Industria leggera e poi Presidente del Consiglio dei ministri dopo il siluramento di Chruščёv (di cui era stato il responsabile insieme a Leonid Brežnev e Anastas Mikojan), tentò di avviare un dinamico e innovativo programma di riforme economiche per rilanciare il Paese dando priorità ai beni di consumo rispetto all’industria pesante ed alle spese militari, ridimensionando il ruolo e l’ingerenza del partito e dei sui apparati, sviluppando il commercio con l’Occidente, decentralizzando e assegnando maggior potere alle imprese agricole e industriali.

Un programma ambizioso, in parte ispirato agli indirizzi dello stesso Chruščёv e che avrebbero tentato di recuperare Jurij Andropv e Michail Gorbačëv ma messo da parte da Brežnev con il prevalere della sua influenza e della sua linea ( si arriverà così alla nota e nefasta “stagnazione”*).

Un’occasione perduta per l’URSS, grazie alla quale avrebbe forse potuto sopravvivere.

*altrimenti detta “immobilismo brezneviano”

La lezione del “cadavere” di Brežnev: nulla è eterno…neanche in Russia

L’11 giugno 1985, durante una conferenza dal titolo “Accelerazione del progresso tecnico-scientifico” tenuta presso il Comitato Centrale del PCUS, Michail Gorbačëv espresse una dura condanna del sistema di gestione brezneviano. Da qui ebbe inizio la progressiva demolizione della figura di Brežnev, culminata nel 1988 con la cancellazione del nome del quinto leader sovietico dalle città, dalle strade e dalle fabbriche a lui precedentemente intitolate. Alcuni tra i suoi familiari e più stretti collaboratori vennero inoltre indagati per corruzione e peculato (si pensi all’ex poliziotto Yuri Mikhailovich Churbanov*, divenuto vice-ministro degli Interni grazie all’illustre parentela).

Tutto questo accadeva meno di tre anni dopo la morte di Brežnev e pochi mesi dopo la morte dell’ultimo esponente della sua era politica, ovvero Konstantin Černenko.

Per quanto sia stata potente, una volta tramontata o venuta meno (per qualsiasi ragione) una leadership può essere messa in discussione e rinnegata, anche in modo radicale e traumatico, insieme al suo sistema ed alle sue azioni. E’ successo con Brežnev e in molte altre circostanze, in Russia come altrove. Nessun regime è eterno o invulnerabile.

*gli fu persino tolto l’orologio donatogli dal suocero

L’llusione della “guerra lampo” e il primo errore di Putin

Anche il primo obiettivo di Putin (fallito clamorosamente), ovvero deporre Zelens’kyj per inserire al suo posto un leader vicino a Mosca come fece l’URSS a Kābul, denota l’incredibile miopia del presidente russo.

Pure se il blitz fosse andato a buon fine, un popolo europeo reduce da 30 anni di democrazia (benché imperfetta) come quello ucraino non avrebbe infatti mai accettato un regime-fantoccio imposto da una potenza straniera con un colpo di mano militare ed anche provare a gestire la ribellione di una comunità di quasi 50 milioni di individui sarebbe stata un’impresa impossibile.

Un errore tipicamente novecentesco, che denota la cristallizzazione di Putin, ex kappagibbista nato nel 1952, alle dinamiche del secolo scorso. La stessa lezione afghana (1979-1989) sembra tuttavia ignorata e inascoltata.

URSS, 1985: le utopie di un gigante all’ultima chiamata della Storia

Riassunte nelle “Direttrici di sviluppo per il 1986-1990 e sino al 2000” delineate nel corso del Plenum del Comitato Centrale dell’ottobre 1985 e approvate nel febbraio successivo dal XXVII Congresso del PCUS, le pur ambiziose linee programmatiche di Michail Gorbačëv per l’economia lo erano molto meno di quelle presentate dal Consiglio dei Ministri nel XII Piano Quinquennale.

In particolare:

-aumento del reddito nazionale pari al 22,1% (19-22% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento della produzione industriale pari al 25,0% (21-24% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento dei beni strumentali pari al 24% (20-23% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento dei beni di consumo pari al 27% (22-25% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento della produzione agricola pari al 14,4% (14-16% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento della produttività del lavoro pari al 23,0% (20-23% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento degli investimenti pari al 23,6 (18-22 la forchetta prevista dalle Direttrici)

Se si trattava di obiettivi forse poco realistici*, il padre della Perestrojka aveva comunque dato prova di grande realismo quando negli stessi giorni aveva dichiarato che il sistema sovietico si trovava ormai all’ultima chiamata. L’impossibilità di giungere ad una sua ristrutturazione radicale (anche per le resistenze delle fazioni conservatrici) lo avrebbe infatti portato al collasso nel giro di appena sette anni, nonostante le potenzialità uniche e illimitate del Paese.

*obiettivi sul lungo medio-periodo (15 anni) erano creare un potenziale economico pari quello dei 70 anni precedenti, duplicare il reddito nazionale e la produzione industriale e aumentare del 130-150% la produttività del lavoro

SOS dal Kremlino (?)

“Mosca non rifiuta di tenere i colloqui di pace, ma più passa il tempo e più saranno complicate le negoziazioni”; così Vladimir Putin, qualche giorno fa davanti alla Duma.

Il presidente russo introduce (dopo le consuete minacce militari) un elemento di novità, poiché accanto ad un’apertura alla diplomazia, anch’essa da intendersi come una semplice “prassi”, avverte circa la difficoltà di giungere alla pace se non si lavorerà presto in tal senso. Potrebbe essere una “minaccia”, di nuovo, ma anche un invito a sedersi quanto pima al tavolo delle trattative fatto da un leader ormai consapevole delle difficoltà del proprio esercito e del proprio Paese e dell’impossibilià di raggiungere gli obiettivi prefissati.

Sanna al concerto: l’altro “corpo del capo”

“La moltitudine è sempre pronta ad ascoltare l’uomo forte, che sa imporsi a lei. Gli uomini riuniti in una folla perdono tutta la forza di volontà e si rimettono alla persona che possiede la qualità che ad essi manca” (Gustave Le Bon , “Psicologia delle folle”)

C’è sempre stata, da parte di sociologi, giornalisti, politologi e comunicatori, una particolare attenzione verso il “corpo del capo” ed il suo utilizzo. Il politico carismatico, che fosse un dittatore o che operasse all’interno di una società “aperta”, ha, giustappunto, sempre fatto abbondante ricorso all’ostensione dei feticci, dei tic e dei comportamenti riconducibili al “vir”, ovvero a quell’immagine ancestrale di potenza e dominio vitale e indispensabile per chiunque voglia intercettare, ma soprattutto dominare ed eterodirigere, le pulsioni più profonde ed emotive delle “folle”, suggerendo all’ “uomo della strada” un’ idea di prontezza e risolutezza.

Ecco, allora, la virilità mussoliniana, l’intensità sciamanica della voce di Hitler, ecco il petto nudo di Putin, la canottiera di un ancora tonico Umberto Bossi, la traversata a nuoto di Beppe Grillo nelle acque dello stretto di Messina, la foto di ʿAbd Allāh II di Giordania in tenuta da Top Gun per punire i terroristi e così via.

Anche le leader non sfuggono e non rinunciano però a questa strategia*, sebbene modulata e orientata diversamente. La bella 38enne Sanna Marin vestita da metallara ad un concerto vuole ad esempio rafforzare la propria immagine giovanile e dinamica, e per questo anti-convenzionale nell’accezione positiva della formula, in contrapposizione alle “gerontocrazie” maschili dell’Ovest e dell’Est. Il corpo “bello” della “capa” riveste quindi la stessa funzione persuasiva del corpo “forte” del “capo”, del “vir”, creando contenuto e mascherandolo, forse, allo stesso tempo.

*Avvenenza e giovanilismo sono usati anche dai leader nella loro trama propagandistica e persuasiva. Dipende dal soggetto in questione e dai suoi punti di forza

Dl aiuti: la finta del Conte

Abbandonando l’aula al momento delle votazioni sul Dl aiuti, sapendo sarebbe passato comunque, il M5S fa un piccolo colpo di teatro a beneficio di ciò che resta dei propri elettori e simpatizzanti, in modo da dare un segnale di (r)esistenza in vita. Il “dentro-ma-contro”, per quanto possibile e laddove possibile, evitando di arrivare a strappi che rischierebbero di diventargli fatali. In questo i grillini potrebbero essere facilitati dal ridimensionamento subìto dopo lo strappo di Di Maio, che ha dato loro margini di manovra più ampi per alzare i toni senza tuttavia mettere a repentaglio la tenuta del governo. Una strategia forse inutile e fallimentare, dato il carattere esigente e liquido di un elettorato di protesta come quello (ex) pentasellato, ma l’unica ormai pensabile per Conte.

Cosa si nasconde dietro le (ridicole) minacce russe all’Alaska

Le minacce dello speaker della Duma agli USA sull’Alaska sono molto probabilmente un’operazione propagandistica per galvanizzare l’opinione pubblica russa (propaganda “interna”) e per mettere in allerta quella occidentale, per dare l’ida di una Russia forte e risoluta (propaganda “esterna”-PsyOps*).

Il ricorso, frequente, a sortite grottesche e farsesche come questa, rischia tuttavia di “macchiettizzare” alla lunga Mosca e il suo leader e di assuefare la platea occidentale, togliendo ogni credibilità alla retorica muscolare russa.

*Psychological operations, operazioni di pressione psicologica

L’occidentale privilegiato e quell’amore per ciò che non conosce (per sua fortuna)

I Greci e i Romani dicevano che solo dopo aver soddisfatto i bisogni elementari l’uomo può permettersi di pensare alla Filosofia, alla speculazione (teoria per certi versi ripresa da Maslow ed altri).

Nato e cresciuto nella parte più sviluppata, ricca e democratica del mondo (pur con tutti i suoi limiti e le sue storture), un occidentale non sa cosa significhi vivere in un regime dittatoriale, totalitario o autoritario, non sa cosa significhi vivere in un Paese povero o in via di sviluppo. Può per questo, lui privilegiato in grado di soddisfare abbondantemente e immediatamente i propri bisogni elementari, cogliere solo gli aspetti più romantici e nobili (ve ne sono comunque) di quei modelli, coltivando, rigorosamente a distanza di sicurezza e dalla propria “comfort zone”, un’idea di essi che è disancorata dalla realtà e dall’oggettivo.

Il cavallo di Troia “internazionalista” dall’Estonia al Donbass

Nel 1989, il Soviet Supremo dell’Estonia bocciò all’unanimità, su richiesta del locale “Fronte Popolare”, il progetto di rifoma costituzionale gorbacioviano. Il pollice verso fu dunque anche dei rappresentanti delle minoranze russa, bielorussa e ucraina. Nella stessa seduta, il parlamento estone si espresse inoltre sulla dichiarazione di sovranità di Tallin-Eesti all’interno dell’URSS.

L’oggetto del contendere erano gli emendamenti alla costituzione brezneviana del 1977, con i quali lo Stato centrale aumentava il proprio potere in materia economica, fiscale, ambientale e per quel che riguardava le libertà civili e gli interventi di carattere repressivo.

Un altro problema era la nuova legge elettorale, che di fatto avrebbe escluso le formazioni identitarie dal Congresso dei Deputati del Popolo poiché i nuovi eletti sarebbero stati scelti dal PCUS e dalle organizzazioni di massa.

Per indebolire il “Fronte Popolare” estone e destabilizzare i movimenti patriottici locali (descritti come fascisti, nazisti e sciovinisti), il Kremlino decise allora di creare un “Fronte Internazionalista” composto tuttavia dai soli cittadini di etnia slava o non-baltica. Un escamotage che Mosca avrebbe usato anche in futuro e anche dopo il 1991, ad esempio nel Donbass.