Personaggi come Flavio Briatore, Alessandro Borghese e Tiziana Fausti fanno certe dichiarazioni perché credono di ottenere il plauso del pubblico (a meno che non abbiano dietro qualche grande “suggeritore”). C’è infatti stato un periodo abbastanza lungo in cui i cittadini “comuni” accoglievano con inconcepibile entusiasmo tutti quei provvedimenti e quelle formazioni che toglievano loro diritti e stabilità, facendo gli interessi delle elitès. L’arrivo della crisi li ha riportati alla “ragione”, ma forse qualcuno non se ne sta accorgendo.
L’ipotesi, invero realistica e razionale, che la Russia abbia usato la missione in nostro aiuto durante la prima ondata pandemica come copertura per un’operazione di spionaggio, non scuoterà magari una certa sinistra storicamente indifferente od ostile all’interesse nazionale perché inteso come frutto maligno di una cultura nazionalista e fascista (!). La destra (putiniana), che ama porsi da sempre come vessillifera del patriottismo, dovrebbe invece riflettere sulla reale natura delle intenzioni russe nei confronti dell’Italia.
Non è poi da escludere che certe minacce di rivelazioni scottanti servano a “richiamare all’ordine” qualcuno tra quei politici, partiti, funzionari, giornalisti, accademici e intellettuali al soldo del Kremlino, pratica peraltro nota e diffusa fin dai tempi degli zar.
Mentre sta finendo di inchiodare Amber Heard sulle foto ritoccate per simulare un’aggressione da parte dell’ex marito, l’avvocatessa Camille Vasquez chiude la penna con un gesto brusco, secco, che fa rumore. Una sottile e micidiale tecnica comunicativa-persuavia con cui ha voluto simulare un fendente, una cesura. Un “trucco” efficacissimo, come peraltro è un trucco l’ormai celebre sopracciglio alzato di Carlo Ancelotti (benché le finalità siano diverse).
Le armi nucleari tattiche e a basso rendimento nascono durante la Guerra Fredda e ne sono una conseguenza peculiare. Il loro scopo principale era ed è infatti bloccare l’avanzata delle forze nemiche, in caso di sfondamento. Dal momento in cui l’Ucraina non ha le capacità per minacciare l’integrità territoriale russa, e nemmeno la volontà di farlo, il ricorso a quel tipo di soluzione da parte di Mosca è quindi, anche per questo motivo, illogico e dunque impossibile. Chiunque sostenga il contrario è poco informato oppure sta cercando di mettere in atto delle operazioni di pressione psicologica (PsyOps).
Missili capaci di colpire in profondità la Russia non servono all’Ucraina, semplicemente perché l’obiettivo dell’Ucraina è solo quello di difendersi dall’aggressione putiniana e riconquistare i territori occupati dalla Zeta. Questo è il motivo per cui Washington non ha fornito a Kiev gli Mlrs e gli M142. E Medvedev lo sa bene.
Allora, dov’è il senso delle parole di qualche giorno fa dell’ex presidente russo?
Di nuovo, cercare di spaventare l’opinione pubblica “avversaria” ricorrendo allo spettro nucleare* (Medvedev sa altrettanto bene che il suo Paese e gli alleati verrebbero distrutti qualora gli USA e la NATO dovessero considerarli una minaccia concreta e imminente) e accreditare la Russia come una potenza capace di allarmare e far retrocedere il presidente degli Stati Uniti d’America.
*PsyOps, operazioni di pressione psicologica. Qui sotto forma di “grassroots propaganda” (propaganda diretta all’uomo “comune”, ovvero al “grass”, il prato, la base)
Se fossimo certi che l’intenzione di Putin sia fermarsi all’Ucraina, in nome del cinico pragmatismo della realpolitik potremmo anche pensare di lasciargli campo libero, non andando oltre una condanna formale. Lo abbiamo già fatto.
La politica estera di Mosca dal 2008, le dichiarazioni di Putin, Medvedev, Lavrov, Peskov e di personaggi vicinissimi al Kremlino quali Dugin o Cirillo I, e quelle di Xi Jinping, mostrano invece come la Russia nutra l’ambizione di riconquistare la “grandeur” perduta, anche mediante la (ri)conquista di porzioni dell’ex URSS (non vanno altresì dimenticate le mire di Pechino su Taiwan), e di creare un nuovo ordine mondiale che veda l’Occidente ridimensionato, se non proprio marginalizzato, a vantaggio di un asse di paesi non-democratici.
Chi considera le misure di contenimento anti-russe lesive dei nostri interessi nazionali, compie quindi (in buona fede?) un ragionamento che non va oltre il breve periodo. Al contrario, è proprio lasciando fare alla Russia, alla Cina e ai loro sodali e satelliti, che i nostri interessi, particolari e “di blocco”, verrebbero compromessi.
Putin ha mostrato inoltre di saper interferire massicciamente e massivamente nella politica interna italiana, colpendo e minando la nostra sovranità a proprio vantaggio; abbandonare il fronte atlantico per diventare pedine di un regime autoritario del Secondo Mondo non sarebbe pertanto un grande affare, non sarebbe una mossa né morale né lucida.
È assai singolare scandalizzarsi per la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti (che non ha abolito l’aborto ma solo rimandato la decisione ai singoli stati, la maggior parte dei quali abortisti) e poi esaltare l’ultraconservatrice Russia di Putin e Cirillo I o, peggio ancora, fare del relativismo culturale per giustificare certe pratiche contro le donne nei paesi musulmani ed extra-occidentali (“è la loro cultura”; anche la Mafia, ricordiamolo, è una cultura, anche il Nazismo lo era).
Per quello che è il suo ruolo, per ciò che è e rappresenta, Papa Francesco non può che invocare la pace*, “senza se e senza ma”. Al laico, al politico, toccano invece, com’è ovvio, elaborazioni diverse, ben più pragmatiche ed articolate.
Sostenere che dovremmo prendere ad esempio il pontefice, che dovremmo usare lo stesso approccio del pontefice alla crisi russo-ucraina, è quindi particolarmente ingenuo o particolarmente scaltro.
Nel secondo caso si tratterebbe infatti di un escamotage persuasivo tipico della propaganda, più nel dettaglio delle tecniche della “semplificazione” e, soprattutto, della “garanzia” (usare la testimonianza di una figura di indubbio prestigio e/o ritenuta super partes per legittimare le proprie posizioni).
*lo stesso principio dovrebbe valere, in linea teorica, per Cirillo I
“Mi viene spesso chiesto perché i miei post su Telegram sono così duri. La risposta è che li odio. Sono dei bastardi e degenerati. Vogliono la nostra morte, quella della Russia. Finché sono vivo, farò di tutto per farli sparire”.
Così Dmitrij Medvedev, ex presidente russo e adesso vice capo del Consiglio di sicurezza nazionale, sugli occidentali.
Medvedev sa bene che ogni tentativo di colpire l’Occidente avrebbe come conseguenza diretta e immediata la distruzione totale della Russia e dei suoi alleati, quindi la sua sortita è, di nuovo, un’ operazione psicologica* per destabilizzare l’opinione pubblica dei paesi avversari (non a caso La Stampa ha parlato di “dichiarazioni choc che fanno tremare l’Occidente”.)
Cionondimeno, parole come queste (degne di un gangster e non di un uomo di Stato) dovrebbero far riflettere quegli occidentali che accusano l’Occidente e solo l’Occidente di non volere un dialogo con Mosca e il raggiungimento della pace e quelle destre che vogliono presentarsi come patriottiche e baluardi dell’interesse nazionale e della nostra civiltà.
Il mito della “decadenza occidentale” non è un’invenzione di Putin, Medvedev, Dugin e Cirillo, ma è diffuso e utilizzato in Russia fin dai tempi degli zar (Загнивающий запад, “decadente Ovest”).
Un refrain che vuole l’Occidente non solo corrotto sul piano morale e valoriale ma anche in irreversibile declino e che periodicamente riesce a prendere piede da noi (pure grazie ai numerosi canali di appoggio esterni del Kremlino).
La Storia lo ha tuttavia sempre smentito, in ragione dell’enorme divario in termini di solidità strutturale tra l’Occidente e la Russia.