I “degenerati” di Medvedev

“Mi viene spesso chiesto perché i miei post su Telegram sono così duri. La risposta è che li odio. Sono dei bastardi e degenerati. Vogliono la nostra morte, quella della Russia. Finché sono vivo, farò di tutto per farli sparire”.

Così Dmitrij Medvedev, ex presidente russo e adesso vice capo del Consiglio di sicurezza nazionale, sugli occidentali.

Medvedev sa bene che ogni tentativo di colpire l’Occidente avrebbe come conseguenza diretta e immediata la distruzione totale della Russia e dei suoi alleati, quindi la sua sortita è, di nuovo, un’ operazione psicologica* per destabilizzare l’opinione pubblica dei paesi avversari (non a caso La Stampa ha parlato di “dichiarazioni choc che fanno tremare l’Occidente”.)

Cionondimeno, parole come queste (degne di un gangster e non di un uomo di Stato) dovrebbero far riflettere quegli occidentali che accusano l’Occidente e solo l’Occidente di non volere un dialogo con Mosca e il raggiungimento della pace e quelle destre che vogliono presentarsi come patriottiche e baluardi dell’interesse nazionale e della nostra civiltà.

*PsyOps, (Psychological Operations)

L’URSS, la Russia e quell’Occidente sempre in decadenza ma mai decaduto

Il mito della “decadenza occidentale” non è un’invenzione di Putin, Medvedev, Dugin e Cirillo, ma è diffuso e utilizzato in Russia fin dai tempi degli zar (Загнивающий запад, “decadente Ovest”).

Un refrain che vuole l’Occidente non solo corrotto sul piano morale e valoriale ma anche in irreversibile declino e che periodicamente riesce a prendere piede da noi (pure grazie ai numerosi canali di appoggio esterni del Kremlino).

La Storia lo ha tuttavia sempre smentito, in ragione dell’enorme divario in termini di solidità strutturale tra l’Occidente e la Russia.

Prima di Lavrov e Putin: il cinismo “gentile” di Gorbačëv

Un anno dopo la sua elezione, Michail Gorbačëv avviò una politica estera meno rigida e più flessibile, più distensiva ed aperta al confronto. Un approccio che conteneva una certa dose di “cinico” pragmatismo, poiché mirava anche ad “isolare” gli Stati Uniti attraverso un rinnovato dialogo con i Paesi non-allineati ed emergenti e Pechino.

Se con i primi (i Paesi non-allineati ed emergenti) la strategia diede buoni risultati, con la Cina le cose andarono però diversamente.

Ancora tesi in ragione delle antiche dispute di confine e per le questioni afghana e nello scacchiere indocinese, i rapporti con la RPC avrebbero infatti conosciuto una svolta solo nel 1989 (incontro di maggio tra lui e Dèng Xiǎopíng) per poi tornare ad un certo livello di tensione a causa dei fatti di Piazza Tienanmen.

L’URSS, l’autodeterminazione dei popoli e l’ inviolabilità territoriale degli Stati: una “lezione” di 40 anni fa

-rispettare in maniera assoluta il diritto di ogni popolo a scegliere in modo sovrano la propria via e le proprie forme di sviluppo

-ricercare una soluzione politica giusta alle crisi internazionali ed ai conflitti regionali

-elaborare misure per rafforzare la fiducia tra Stati e creare garanzie efficaci contro le aggressioni esterne e per il mantenimento dell’inviolabilità delle frontiere

-adottare metodi efficaci per impedire il terrorismo internazionale e per promuovere la sicurezza delle comunicazioni internazionali terrestri, aeree e maritime

Così il punto 2 del piano per un “Sistema internazionale di sicurezza collettivo” elaborato da Michail Gorbačëv poco dopo la sua elezione e presentato all’Assemblea Generale dell’ONU. Gli altri punti, in tutto quattro, riguardavano la sfera militare, la sfera economica e la sfera umanitaria e dei diritti.

Come osservò Bastrocchi, “partendo da queste considerazioni di carattere teorico-ideologico molto generali, Gorbačëv ha iniziato la costruzione di quell’edificio che di lì a poco congloberà l’intero sistema delle relazioni internazionali per grandi aree regionali, come i rapporti con le singole nazioni e con gruppi di esse”.

Un approccio di cui faceva parte il progetto per lo smantellamento totale delle armi nucleari, da ultimarsi entro il 2000, e che sebbene rispondesse anche alla necessità di abbandonare una competizione con gli USA e l’Occidente ormai insostenibile per Mosca, sorprende per la siderale distanza rispetto alle linee di indirizzo della nuova Russia, quasi quarant’anni prima.

Guerra: cosa nascondono le nuove minacce di Puffo Arrabbiato (Medvedev)

”Solo una domanda: chi ha detto che l’Ucraina tra due anni esisterà ancora sulla mappa del mondo?”; questo un post su Telegram di Dmitrij Medvedev, ex presidente russo e adesso vice-capo del Consiglio di sicurezza nazionale (sempre più macchiettistico, ha poi definito “mangiatori di rane, würstel e spaghetti” i francesi, i tedeschi e gli italiani alludendo alla visita di Macron, Draghi e Scholz a Kiev).

Medved è ricorso ancora una volta ad una serie PsyOps (Psychological Operations) per impaurire l’opinione pubblica occidentale ed ucraina (propaganda “esterna”) e per galvanizzare quella russa (propaganda “interna”), in quest’ultimo caso volendo forse anche accreditarsi quale “uomo forte” in vista di una successione al Kremlino.

Ciò detto, parole del genere (degne di un guappo e non di un uomo di Stato) dovrebbero di nuovo far riflettere quegli occidentali che accusano l’Occidente e solo l’Occidente di non cercare un dialogo con Mosca e il raggiungimento della pace e quelle destre filo-russe che vogliono presentarsi come patriottiche e baluardi dell’interesse nazionale e della nostra civiltà.

Inganno Medvedev (?)

Non è da escludere che la “metamorfosi” di Medvedev sia in realtà un’operazione di “deception” (inganno strategico) studiata dal Kremlino per far credere agli occidentali che Putin sia, nonostante tutto, l’uomo più razionale e affidabile nell’establishment russo, quindi un interlocutore irrinunciabile. Non sarebbe la prima volta che una tattica di questo tipo viene impiegata.

La pagliuzza e il sistema anti-missile

“Tutti questi anni abbiamo lottato per la conservazione del trattato ABM come fondamento della stabilità strategica […] Eppure allo stesso tempo la costruzione di questa stazione, eguale in dimensione alle piramidi d’Egitto, rappresentava un’aperta violazione al trattato ABM […] C’è voluto del tempo, quattro anni, per venire a conoscenza dell’intera verità, perché venissimo a conoscenza di tutta la storia della stazione […].

Così il Ministro degli Esteri dell’URSS Eduard Shevardnadze, nel corso di un intervento davanti al Soviet Supremo il 23 ottobre 1989. Shevardnadze si riferiva al radar di Krasnoyarsk, un sistema anti-missile realizzato, almeno così voleva suggerire il capo della diplomazia sovietica, dai vertici militari senza consultare il governo.

Mentre il dialogo sul disarmo tra le due superpotenze registrava preoccupanti battute di arresto anche per l’intransigenza di Mosca verso lo “scudo stellare” reaganiano (lo SDI, di cui il Kremlino accettava solo lo studio in laboratorio e non la sua realizzazione ), l’ Armata Rossa* violava apertamente quegli stessi accordi che secondo la leadership sovietica erano invece gli statunitensi a cercare di aggirare mettendo a rischio la pace.

*espressione con cui veniva solitamente indicato, in maniera comunque impropria e generica, l’esercito sovietico

La Russia e quell’ azzardo catalano

Tra i sostenitori occulti del secessionismo catalano nel 2017 c’era anche la Russia, che in questo modo cercava di destabilizzare l’Europa e l’Occidente, magari anche innescando un effetto domino, destabilizzando uno dei loro principali tasselli. Un’operazione molto rischiosa, se si pensa che la Russia è uno Stato non-nazionale (molto meno della Spagna) attraversato e minato da secessionismi e separatismi fortissimi e radicati.

La “patata bollente” afghana e quella ucraina

“Con l’intervento (in Afghanistan, ndr) abbiamo commesso una delle più pesanti violazioni alla nostra legge, al nostro partito ed alle norme del diritto […] la decisione è stata presa alle spalle del popolo […]”

Queste le parole del Ministro degli Esteri dell’URSS Eduard Shevardnadze, nel corso di un intervento davanti al Soviet Supremo il 23 ottobre 1989.

Shevardnadze aggiunse poi che né lui né Gorbačëv, a quei tempi (1979) membri candidati del Politburo, erano stati avvisati della cosa.

Il giorno seguente gli fece eco il portavoce del governo sovietico Gennadi Gerasimov, il quale davanti ai microfoni della ABC “scaricò” la responsabilità di quel conflitto su Leonid Brežnev, sull’allora Ministro della Difesa Dmitrij Fëdorovič Ustinov e sull’allora Ministro degli Esteri Andrej Gromyko (nel frattempo tutti deceduti): “[…] a decidere furono in tre o forse, al massimo, in quattro […] stiamo ancora indagando su chi siano stati i veri responsabili […]”

Se è possibile che Shevardnadze e Gorbačëv non fossero stati avvisati del “blitz”, poi trasformatosi in una disastrosa guerra di logoramento per Mosca, è invece da escludere vi si fossero opposti pubblicamente. Al contrario, Gorbačëv rilanciò l’impegno militare, almeno nei primi mesi della sua leadership. Adesso, tuttavia, rinnegavano la linea dei loro predecessori (e i loro predecessori stessi), grazie al fatto di non essere stati coinvolti nelle decisioni del 1979, di non esserne sostanzialmente responsabili. Una “lezione” della Storia, che potrebbe risultare utile anche nell’analisi della questione ucraina; se infatti è vero che Putin “non può perdere”, ossia che non accetterà mai uno smacco plateale, è altrettanto vero che per i suoi successori la questione avrà un significato diverso, consentendo loro di gestirla con maggior pragmatismo e maggior equilibrio proprio come fece Gorbačëv con l’Afghanistan rispetto a chi era venuto prima di lui.

Non solo Carrara: quei “miracoli” non più possibili

Fino a poco tempo fa il M5S, allora al suo apice, e il centro-destra, si coalizzavano ai ballottaggi, cosa che determinò clamorosi cambi di potere nei comuni tradizionalmente “rossi”. Oggi questo non avviene più, perché il Movimento Cinque Stelle è quasi scomparso e ciò che ne resta non vota o vota per il candidato di centro-sinistra, in virtù delle alleanze su base nazionale. Anche quei lembi di sinistra che tre, quattro o cinque anni fa si erano sganciati o avevano fatto il gioco degli altri, magari contro il PD, tornano adesso nei ranghi, scottati per vari motivi dalle esperienze di governo grilline, o “peggio”, di centro-destra. Certe sorprese non sono quindi più possibili, a Carrara come negli altri centri dalla storia simile.