La “patata bollente” afghana e quella ucraina

“Con l’intervento (in Afghanistan, ndr) abbiamo commesso una delle più pesanti violazioni alla nostra legge, al nostro partito ed alle norme del diritto […] la decisione è stata presa alle spalle del popolo […]”

Queste le parole del Ministro degli Esteri dell’URSS Eduard Shevardnadze, nel corso di un intervento davanti al Soviet Supremo il 23 ottobre 1989.

Shevardnadze aggiunse poi che né lui né Gorbačëv, a quei tempi (1979) membri candidati del Politburo, erano stati avvisati della cosa.

Il giorno seguente gli fece eco il portavoce del governo sovietico Gennadi Gerasimov, il quale davanti ai microfoni della ABC “scaricò” la responsabilità di quel conflitto su Leonid Brežnev, sull’allora Ministro della Difesa Dmitrij Fëdorovič Ustinov e sull’allora Ministro degli Esteri Andrej Gromyko (nel frattempo tutti deceduti): “[…] a decidere furono in tre o forse, al massimo, in quattro […] stiamo ancora indagando su chi siano stati i veri responsabili […]”

Se è possibile che Shevardnadze e Gorbačëv non fossero stati avvisati del “blitz”, poi trasformatosi in una disastrosa guerra di logoramento per Mosca, è invece da escludere vi si fossero opposti pubblicamente. Al contrario, Gorbačëv rilanciò l’impegno militare, almeno nei primi mesi della sua leadership. Adesso, tuttavia, rinnegavano la linea dei loro predecessori (e i loro predecessori stessi), grazie al fatto di non essere stati coinvolti nelle decisioni del 1979, di non esserne sostanzialmente responsabili. Una “lezione” della Storia, che potrebbe risultare utile anche nell’analisi della questione ucraina; se infatti è vero che Putin “non può perdere”, ossia che non accetterà mai uno smacco plateale, è altrettanto vero che per i suoi successori la questione avrà un significato diverso, consentendo loro di gestirla con maggior pragmatismo e maggior equilibrio proprio come fece Gorbačëv con l’Afghanistan rispetto a chi era venuto prima di lui.

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