La classe vestiva la giubba rossa

Nel 1864, fu organizzata da Garibaldi e Mazzini una spedizione per conquistare il Veneto, il Trentino ed il Friuli Venezia Giulia, regioni all’epoca piegate sotto il gioco austro-ungarico. Nella notte del 16 ottobre, un gruppo di volontari capitanati dagli ufficiali garibaldini Francesco Tolazzi e Marziano Ciotti si impossessò della gendarmeria e dell’esattoria di Spilimbergo e Maniago, paesi nei quali le giubbe rosse cercarono di incitare, a dire il vero con scarso successo, gli abitanti alla rivolta. Presso l’esattoria di Spilimbergo, i patrioti unitari sequestrano 400 fiorini rilasciando regolare fattura, mentre in quella di Maniago trovarono le casse praticamente vuote vuote. Il funzionario di servizio si giustificò dicendo di aver versato pochi giorni prima quasi tutti i denari alla Cassa Provinciale e si offrì di dare loro, oltre ai 283 fiorini rimasti, anche 20 mila svanziche, da pagare di tasca propria. I garibaldini rifiutarono, sdegnati. Loro obiettivo, dissero, non era il lucro fine a se stesso ma privare il nemico occupante ed invasore delle sue sostanze economiche, in modo da danneggiarlo e manometterne l’azione. Presero i 283 fiorini e, anche in questo caso, rilasciarono una regolare fattura.

La storia e la storiografia sono fatte anche da piccole narrazioni e da piccoli episodi, come questo. Imparino, coloro i quali si fanno prendere la mano dalle seduzioni della pubblicistica più truffaldina, ammaliante proprio in quanto elementare ed approssimativa ma capziosa e menzognera perché alimentata e sostenuta dal pregiudizio revanscista.

Quanta differenza, con la “Banda Cannone” e la marmaglia brigantesca sudista e nordista.

A lezione di modernità da Giovanni Giolitti

« …le leggi devono tener conto anche dei difetti e delle manchevolezze di un paese… Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche all’abito » – (Giovanni Giolitti, “Memorie della mia vita”).

Se ai tempi del “Biennio Rosso” (1919 – 1920) l’Italia non scivolò nel baratro di una guerra civile, il merito fu da ascrivere anche ed in special modo alla lungimiranza di un campione del pensiero liberale quale fu Giovanni Giolitti (il vero padre fondatore, tra l’altro e ricordiamolo, dello stato sociale italiano). Respingendo le pressioni provenienti dell’ala più reazionaria della grande borghesia industriale, Giolitti rifiutò infatti l’opzione della forza contro gli operai che avevano occupato le fabbriche e seppe andare incontro alle esigenze di maestranze e sindacati con un accordo su larga scala (18 – 20 settembre 1920) con il quale il Governo riuscì a porre fine alla complessa e pericolosa vertenza, ristabilendo in questo modo la calma e l’ordine nel Paese.

La sinistra francese guarda con preoccupazione alla recente vittoria del Fronte Nazionale nelle elezioni locali di Brignoles (in realtà si tratta di un test dalle limitatissime proporzioni) ma non si interroga sul perché di quella che considera una pericolosa deriva. O meglio, lo fa e lo continua a fare con una sorta di aristocratico quanto superficiale distacco, leggendola come il primitivo rigurgito di un ventralismo sguaiato. Ma si sbaglia. E’ proprio attraverso una politica violentemente buonista che ha messo in secondo piano le istanze di una consistente fetta di Francia, accantonandole come obsolete ed immature velleità nazionaliste, che la Sinistra d’oltralpe ha mortificato l’identità ultramillenaria del suo popolo, costringendolo ad accettare le bizzarrie di un politicamente corretto tanto aggressivo quanto insensato (mi riferisco, ad esempio, allo stravolgimento dell’identità formale genitoriale). Condivisione, dialogo ed accettazione non devono essere prassi, valori e compiti univoci, soprattutto in quello che è un enorme mosaico di popoli e civiltà; al contrario, la legittima tutela del proprio bagaglio culturale e storico è il primo passo (anche) per sottrarre carburante ed argomentazioni all’inganno populista ed alla facile demagogia.

Impari a dialogare, la sinistra chic e benpensante del “Genitore 1” e “Genitore 2”. Esattamente come fece il nostro Giolitti, tanto tempo fa.

Ps. Poi arrivarono Mussolini e gli spaventati plutocrati che lo sponsorizzavano. E quella meravigliosa fase di democrazia risorgimentale fu consegnata alla Storia.

La difesa di Erich Priebke: fenomenologia di una contraddizione

Qualche giorno fa ho dedicato una breve riflessione ai difensori “criptici” di Erich Priebke (che ricordo ancora non essere mai stato un militare), ovvero coloro i quali, pur non abbracciando l’ideale nazionalsocialista o fascista, sentono, perché di destra o semplicemente perché ostili alle sinistre, il bisogno di assumere in qualche modo le parti di quella che è e fu una contro-icona degli “avversari”. La loro retorica, come già evidenziato, sarà contraddistinta dal ripiegamento sull’alibi del “ma”, quando il “ma” è incapsulato in una serie di proposte da schierare contro la riprovazione per il boia vegliardo (le Foibe, le atomiche statunitensi, ecc). Oggi, è invece mio proposito soffermarmi sulla pattuglia, sparuta ma inquietante nel suo giurassico folklore, dei sostenitori “aperti”, ovverosia quella schiatta di nostalgici di esperienze ideologiche e di un periodo mai sperimentati e conosciuti. Anche costoro si segnalano per un cortocircuito cognitivo, grottesco in quella che è l’ampiezza delle sue linee perimetrali: cosa induce, infatti, persone che si proclamano nazionaliste, che macinano chilometri ogni anno per questa o quella celebrazione in onore dei martiri delle Foibe, a prendere le parti di un massacratore di loro connazionali (inermi civili come lo furono gli istriano-dalmati caduti sotto il piombo titino) e fedele ad un’ideologia che relegava l’italica genia ai margini di un’improbabile classifica etnico-biologica? Di nuovo in questo caso, come nel primo, la risposta va cercata nel fideismo ideologico, quel legame castrante che unisce in un abbraccio irrazionale l’uomo al credo politico e la cui potenza il sociologo russo Moisei Ostrogorski ha paragonato all’afflato mistico-religioso. Si assisterà e si assiste pertanto ad una tragicomica torsione della ratio che consegna il nostalgico priebkiano all’incoerenza più palese ed alla sciatteria intellettuale, oltre ad esporlo agli strali argomentativi di qualsiasi intelletto collocabile al di sopra dell’asticella dell’insufficienza.

Concludo con un piccolo inciso di carattere storico e storiografico: a corredo e sostegno delle loro posizioni, gli avvocati d’ufficio del nazi-gangster sono soliti affermare che la responsabilità di quanto accaduto alle Ardeatine sia da ricercare nei partigiani* “rei” dell’uccisione dei 33 polizotti altoatesini del Polizeiregiment “Bozen” e, soprattutto, di non essersi consegnati ai tedeschi che avevano minacciato di applicare la pena della rappresaglia sui civili nella misura di 10 ad 1 (metodo, ricordiamolo, contrario alla Convenzione dell’Aia del 1907,). Gli uccisi facevano parte di un corpo armato occupante, di conseguenza i fatti del 23 marzo sono da considerarsi un’azione di guerra in piena regola. Consegnarsi ai nazisti, pena la rappresaglia, sarebbe stato un cedimento verso quello che era e rappresentava a tutti gli effetti un invasore occupante. Inoltre, i tedeschi non diramarono mai questo genere di ultimatum, come ebbe ad ammettere lo stesso Herbert Kapler, capo di Priebke nonché ladro e razziatore, durante il processo per la strage celebrato nel 1947. Siamo quindi davanti ad una mitologia della menzogna, frutto e portato di una pubblicistica del tutto capziosa perché manomessa dalla partigianeria politica.

Rammentino, i difensori del boia, che egli ed i suoi compari non avrebbero esitato a sparare un colpo alla nuca a bruciapelo anche ai loro nonni. Se adesso vi trovate, mi sia permesso e perdonato il pathos dell’intervento diretto, nella privilegiata ed inviabile condizione di pontificare in tutta libertà dietro uno schermo o al caldo tepore di una salotto (e magari contro le istituzioni che definite illiberali ed usurpatrici), lo dovete anche a persone come Bentivegna, Calamandrei e Salinari, e soprattutto ai tanto vituperati (a corrente alternata e a seconda del loro Presidente) Stati Uniti d’America.

Viva la libertà. Anche la vostra..

 

* I partigiani (che, è bene ricordare, non erano soltanto comunisti) non avrebbero potuto organizzarsi all’interno di un esercito regolare semplicemente perché un esercito regolare nel 1944 non esisteva più, dal momento in cui S.A.R Vittorio Emanuele III aveva abbandonato Paese e forze armate nel caos e nell’anarchia, senza impartire né ordini né direttive. Infatti e non a caso, le prime formazioni resistenziali furono create proprio da ex appartenenti al Regio Esercito (cosa che una certa pubblicistica di sinistra vuole dimenticare).

Astuzie e banalità della comunicazione III. Fazio, Brunetta, Grillo e l’eterno ritorno gianniniano.

Nel 1980, la finanza statunitense scoprì il grande potenziale che le piattaforme mediatiche potevano offrire in termini commerciali e pubblicitari. Fu così che colossi come la General Elettric, la Disney, la Twentieth Century Fox o, ancora, la Viacom, fagocitarono le maggiori testate cartacee e i maggiori canali audiovisivi. Effetto collaterale di questa operazione fu la nascita dell’ “infotainment” (“intrattenimento-spettacolo”), un genere di informazione variegato e popolare nato con lo scopo di cooptare il maggior numero possibile di spettatori (e quindi di acquirenti). E’, di conseguenza e in senso stretto, il privato a fare e a finanziare l’informazione. Lo sa anche Brunetta, che nella sua incursione contro Fabio Fazio ha però deciso astutamente di virare verso una tematica smaccatamente ventrale, nonché “must” e punta di lancia dell’arsenale retorico di una certa destra qualunquista: il “e io pago”. Sono gli inserzionisti a pagare Fazio, proprio perché Fazio (come Benigni, Littizzetto ed altri) fa alzare l’audience dei programmi nei quali sono collocati gli spot, ma Brunetta è riuscito ad operare un abile sabotaggio della verità attraverso alcune tattiche della comunicazione politica che si possono riassumere nei seguenti punti:

; propaganda di tipo “nero”. Informazione falsa, perché il conduttore non è pagato dalla televisione di Stato ma, appunto, dai privati

; propaganda “grassroots” (diretta agli strati più bassi della popolazione, il “grass”, “prato”).

; propaganda “‘treetops’” (diretta agli strati più alti, il “tree”, “albero”). Le elites non sono tanto evolute ed attrezzate come credono.

; “ripetizione”. La ridondanza del messaggio e la sua continua reiterazione portano alla sua sedimentazione nelle strutture cognitive dell’ascoltatore.

; “attacca il messaggero”. Fazio è benestante (categoria non di rado malvista) perché pagato dal popolo, lavoratore e spremuto dalle tasse. Screditandolo, si scredita anche e di conseguenza il messaggio che lancia.

Stessa cosa ha cercato di fare il leader pentastellato, nel suo “tackle” su “Che tempo che fa”. Grillo, in questo caso prontamente smentito da Endemol, ha voluto associare il conduttore genovese a Berlusconi, in modo da suggerire, implicitamente, una contiguità tra sistemi di potere apparentemente diversi ed opposti (“vedete? Sono tutti uguali, vi prendono in giro”).

Modesto consiglio di chi scrive è quello di tutelarsi attraverso una breve operazione di “Fact checking” (“verifica della notizia”), prima di incamerare e brandire come vessillo qualsiasi dichiarazione e concetto lanciato da questo o da quel politico.

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero” – Oscar Wilde.

Ai tempi della seconda guerra in Iraq nel 2003, un sondaggio dimostrò come l’86% degli statunitensi che credevano alle informazioni (poi rivelatesi distorte e manipolate) sul regime di Saddam Hussein fosse collocato tra coloro i quali erano comunque favorevoli al conflitto e all’amministrazione Bush. C’era quindi un legame tra queste “misperceptions” (nel gergo della comunicazione “false percezioni”) e l’ideologia-convincimento di base dei cittadini che le accoglievano come veritiere. In poche parole, la propaganda mediatica attecchisce più facilmente se i suoi argomenti sono, in qualche modo, collocati e collocabili sulla stessa traiettoria d’intendimento del bersaglio del messaggio.

Da diversi anni circola in rete e su alcune piattaforme mediatiche una presunta “Relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani” datata 1919, nella quale i nostri connazionali sbarcati ad Ellis Island venivano bollati e descritti, tra le altre cose, come di piccola statura e di pelle scura, puzzolenti, dediti all’accattonaggio ed al crimine. Si tratta, però, di un rapporto la cui veridicità non solo non è stata mai provata e dimostrata, sebbene riportata anche da organi come RAINEWS24, ma che viene messa a dura prova da alcuni indizi quali, ad esempio, il linguaggio utilizzato nel rapporto (più simile a quello di un comunicato politico che non ad una relazione governativa) e da alcune discrepanze storiche, come l’utilizzo da parte dei migranti italiani dell’alluminio per costruire le loro abitazioni, materiale in realtà a quel tempo molto costoso e pregiato. E’ e resta comunque innegabile la durezza del trattamento riservato ai nostri connazionali (come alle altre comunità immigrate), per cui nel caso di specie non si potrà parlare di propaganda “nera” (ossia totalmente falsa) ma di propaganda “grigia”, ovvero parzialmente falsa. Scopo di coloro i quali hanno imbastito la (presunta) mistificazione è quello, senza dubbio benefico, di sensibilizzare l’opinione pubblica su una tematica molto delicata attraverso il canale, emotivamente forte, dell’immedesimazione, data la storia recente di disagio economico e sociale che spingeva molti italiani a lasciare la loro terra in cerca di fortuna, e infatti la nota trova larga diffusione ogni volta in cui, purtroppo, si ripetono tragedie come quella lampedusana. E però significativo notare come le strategie della persuasione riescano sempre e comunque a giungere a bersaglio, indipendentemente dal segmento che si desideri cooptare. Non c’è o non sembra dunque esserci differenza tra la vecchina eterodiretta dagli apparati mediatici berlusconiani (e per questo sovente oggetto di scherno ed aristocratico biasimo) e l’intellettuale, apparentemente meglio attrezzato, magari “liberal” e munito di un titolo accademico, che condivide certe informazioni disancorate dal reale senza la tutela del vaglio e della verifica.

Concludo con una piccola digressione storica: è opinione comune sia stato l’affondamento del transatlantico “Lusitania” la molla dell’entrata in guerra degli USA a fianco delle potenze dell’Intesa nel 1917, ma è un dato soltanto parzialmente corrispondente al vero. L’Amministrazione Wilson, infatti, era già riuscita a convincere la recalcitrante opinione pubblica nazionale attraverso l’opera massiva e massiccia del “Committee on Public Information”, un organismo antesignano delle moderne PR guidato dal giornalista George Creel. Creel puntò molto sulla collaborazione con la stampa e sull’azione dei cosiddetti “Four Minute Man” (termine che traeva ispirazione dai famosi “Minuteman”, la milizia che ai tempi della guerra d’indipendenza dagli Inglesi era in grado di intervenire entro 1 minuto). Scopo dei “Four Minute Man”, un corpo di ben 75 mila uomini, era quello di intrattenere i cittadini in luoghi ad alta concentrazione di pubblico come i cinema, i teatri e gli stadi con orazioni patriottiche incisive ma brevi, appunto di 4 minuti. Inoltre, vennero coinvolte le star all’epoca più popolari come Douglas Fairbank e Mary Pickford e i circoli e l’associazionismo, dai clubs femminili ai boy scout, con l’incarico di estendere e diffondere il messaggio interventista e patriottico di casa in casa, di villaggio in villaggio, di città in città. In breve, sugli USA iniziò a soffiare un vento antitedesco che rese possibile non solo l’entrata in guerra ma anche l’accettazione di provvedimenti pesantemente e platealmente illiberali ed anticostituzionali come il “Sedition Act” del 1918, che vietava qualsiasi forma di opposizione al conflitto. Sconvolto da questa torsione collettiva che dimostrava, de facto, l’asservimento dell’opinione pubblica di una democrazia alle opzioni della propaganda, uno dei padri del moderno giornalismo statunitense, Walter Lippman, nel suo “Liberty and News” gettò si semi del cosiddetto “giornalismo scientifico”, elaborando un vademecum che il cronista doveva seguire per sfrondare il suo lavoro dalle seduzioni e dagli inganni della propaganda, in modo da consegnare al lettore una narrazione il più obiettiva e deontologicamente corretta possibile.

Erich Priebke ed Anna Maria Franzoni. La banalità dell’idiozia ideologica.

Accanto alla fetta, pittoresca e sparuta, dei nostalgici di un mito nazista mai conosciuto (e mai nato) che si sono profusi in lodi incorniciate dal revisionismo più improbabile ed astorico nei confronti del massacratore di italiani Erich Priebke (che ricordo non essere stato mai un militare), se ne affianca un’altra, più nutrita, di estimatori ripiegati su un afflato meno rutilante, più discreto ma nondimeno potente ed esecrabile, sebbene diverso da quello dei primi. Si tratta di personaggi legati alla destra, non estrema e non nazista o fascista, ma che comunque hanno sentito il bisogno di collocarsi al di là del giubilo collettivo per la morte del boia vegliardo. Non lo hanno fatto, ripeto, per un sentire ideologico, ma per un riflesso automatico dell’istintualità partigiana, che li ha condotti a schierarsi, in qualche modo, dalla parte di una contro-icona della sinistra, proprio perché tale. Non è facile l’elaborazione e la comunione di simili tesi, un po’ per la paura della pubblica riprovazione, un po’ per il condizionamento posto in essere da una sovrastruttura culturale che ci permea ed impregna fin dalla nascita, e allora ecco l’escamotage, l’ “exit strategy”; “va bene, Priebke era un delinquente, ma”. Questo “ma”, incipit ed aperitivo del disastro etico e della sconcezza intellettuale, è stato incapsulato in una tragicomica ridda di esempi da schierare davanti alla riprovazione verso l’ex SS tedesco. Le atomiche sul Giappone, il dramma delle Foibe, per arrivare, ebbene si, al caso della concessione della semilibertà ad Anna Maria Franzoni. Episodi come questo rivelano e palesano la fondatezza e la credibilità delle tesi di sociologi quali Gustave Le Bon o Moisei Ostrogorski, che individuano un rapporto fideistico tra l’uomo ed il credo politico simile a quello nei confronti del divino e della religione. Si è consci della barbarie di Priebke, ma si guarda oltre, cercando di attutire il proprio senso di colpa e la rozzezza di certe posizioni mediante strategie di marketing spicciole e balbuzienti, perché la tenzone con l’odiato “avversario” viene prima di ogni alto valore o principio.

“Vittoria mutilata”

Stato Maggiore austro-ungarico

Quello che resta dello Stato Maggiore austro-ungarico entra a Villa Giusti per la firma dell’ Armistizio con l’ Italia (3 novembre 1918).

Il mito della “Vittoria mutilata” è, in realtà, una mistificazione politica e storica del Fascismo e della reazione nazionalista; con il 1918, il nostro paese ultimò infatti il disegno di riunificazione all’interno dei suoi confini naturali, mentre il “sacco” dei possedimenti coloniali germanici ed ottomani e l’estensione del dominio regio al di là del Mar Adriatico, seppur previsti dal Trattato di Londra, rappresentavano uno sconfinamento rispetto ai progetti liberali risorgimentali.

P.S. l’Italia democratica di Vittorio Emanuele Orlando e di Francesco Saverio Nitti  seppe comunque dar prova di dignità e fermezza davanti alle altre potenze straniere, ma il Fascismo riusci a sabotare ed inquinare la percezione collettiva degli eventi, confezionando e consegnando il ritratto di una democrazia debole e rinunciataria.

Astuzie e banalità della comunicazione II. Ma con qualcosa in più..

Nel pittoresco (detto senza denigratoria ironia) blog in condominio con Beppe Grillo, l’ex forzista Gianroberto Casaleggio ha inserito una rubrica nella quale raccoglie gli “insulti” finora ricevuti, cosa che ha fatto anche in un libro di recente pubblicazione dal titolo “Insultatemi!”. Anche questo aspetto della comunicazione costituisce una chiave di lettura di primaria importanza del duo pentastellato; Casaleggio, infatti, dimostra di far proprio e di padroneggiare alla perfezione un “must” peculiarità esclusiva dell’ultradestra politica, ovvero il mito, di retaggio nietzscheano-evoliano, dell’eroe solo contro tutti, del superuomo tanto probo, nobile e cristallino da venire escluso, per questo, dalla massa informe, volgare e plebea. Anche la scelta del titolo del libro e la sua identità grafica ne sono la prova: il creativo di Ivrea invita ad insultarlo (con tanto di punto esclamativo) , a colpirlo, a bersagliarlo mostrando il petto impavido, e difatti nel disegno sulla copertina lo si vede “bombardato” da armi d’ogni sorta, dal siluro al mattarello della nonna. “Molti nemici, molto onore”, è il refrain che torna ad essere proposto, con l’ex berlusconiano nella veste di novello Leonida circondato da una cloaca di Persiani-troll dai quali si fende a colpi non più di spada ma di tastiera. Da non sottovalutare, anche se di secondaria importanza, l’opzione vittimistica, anch’essa caratteristica di una certa destra e di facilissima presa sull’elettorato italiano, soprattutto su quello cosiddetto di “faglia”

Astuzie e banalità della comunicazione

A proposito dell’incriminato post di abiura nei confronti dei senatori Cioffi e Buccarella, c’è un frammento della comunicazione utilizzata da Grillo, in quel passaggio, che a molti è sfuggito: il tipo di foto scelta a cornice del pezzo. Si vede una vecchietta, vestita con abiti laceri e sciatti, china nel raccogliere pomodori da una cassetta al mercato. Non è e non ha voluto essere una scelta casuale; quella dell’anziano, infatti, è un’immagine utilizzata in larga misura dalle forze a trazione populistico-demagogica, molto spesso collocate a destra (prediletta, ad esempio, dal Fascismo, dall’ FPÖ heideriano e dalla Lega), per evocare la tradizione, il passato e l’identità di cui il vecchio è, per l’appunto, simbolo, sinonimo ed inviolabile custode, nella sua fragilità. Calata in quel contesto, la foto di una donna anziana e povera voleva suggerire la “minaccia” rappresentata dai migranti alla nostra identità, “minaccia” forse già concretizzatasi e palesatasi perché la poveretta si trova proiettata in una condizione di grave indigenza. Ma non solo. C’è un altro messaggio, anch’esso peculiarità delle piattaforme populiste: il “benaltrismo”. Scopo di Grillo ed i suoi “agit prop” è stato infatti anche quello di segnalare (ben) altre urgenze, appunto lo stato di disagio economico e sociale dei “nostri veci” (per usare un’espressione cara alla Lega,) rispetto ai problemi umanitari legati all’immigrazione.

Anna Lindh e la lezione svedese che arriva fino a Lampedusa

La socialdemocratica svedese Anna Lindh fu non soltanto una delle figure di maggior prestigio nel panorama politico del suo Paese ma anche in quello continentale. Nel 2001, infatti, Lindh, già deputata, già ministra e già eurodeputata, venne eletta alla presidenza del Consiglio d’Europa, posizione nella quale si distinse per essere riuscita ad evitare un conflitto armato durante la crisi tra Kosovo e Macedonia. Qualche anno più tardi, nel 2003, uno squilibrato di origine serba, tal Mijailo Mijailović, la pugnalò a morte, mentre faceva shopping in un supermercato senza la protezione dello Stato. Pochi giorni dopo si svolsero in Svezia le elezioni sull’ingresso del Paese nell’Euro, e la fazione della Lindh, favorevole alla moneta unica, perse. In molti altri paesi, l’ondata di shock ed il conseguente pathos emotivo scatenato da un evento di simile gravità e portata avrebbero condizionato gli elettori, orientandoli, in una sorta di comunione umana prima ancora che politica e ideologica, verso le posizioni che furono della Lindh. In Svezia, no. Non accadde. Peculiarità di una democrazia che voglia definirsi evoluta e matura è anche il saper resistere alle pressioni dell’istintualità, alle pulsioni emozionali del momento, al ventralismo più cangiante e multiforme. Il trauma collettivo per quanto accaduto a largo di Lampedusa non deve trascinarci verso decisioni d’impulso, dettate da un’incoscienza momentanea, da una siesta della consapevolezza razionale; se, infatti, è vera e innegabile l’irricevibilità di alcuni aspetti della Legge Bossi-Fini, altrettanto vero ed innegabile appare il limite di assorbimento del nostro Paese ai flussi migratori, soprattutto in un segmento congiunturale tanto sfavorevole come quello che stiamo vivendo. L’Italia non è le Americhe del XIX secolo e sarebbe un errore ed un dramma aprire le porte quando non si può o illudere il disperato che questo sia fattibile. Ragione, contingenza e non ultima la nostra posizione geografica tanto delicata per il caso di specie non possono che indurci a più ponderate riflessioni. P.s: ci si batta, piuttosto, per una maggiore inclusione della UE nei processi decisionali riguardo il problema, ma non si ceda il passo al populismo ed alla demagogia. Sono armi a doppio taglio ed assist ai razzismi.