La difesa di Erich Priebke: fenomenologia di una contraddizione

Qualche giorno fa ho dedicato una breve riflessione ai difensori “criptici” di Erich Priebke (che ricordo ancora non essere mai stato un militare), ovvero coloro i quali, pur non abbracciando l’ideale nazionalsocialista o fascista, sentono, perché di destra o semplicemente perché ostili alle sinistre, il bisogno di assumere in qualche modo le parti di quella che è e fu una contro-icona degli “avversari”. La loro retorica, come già evidenziato, sarà contraddistinta dal ripiegamento sull’alibi del “ma”, quando il “ma” è incapsulato in una serie di proposte da schierare contro la riprovazione per il boia vegliardo (le Foibe, le atomiche statunitensi, ecc). Oggi, è invece mio proposito soffermarmi sulla pattuglia, sparuta ma inquietante nel suo giurassico folklore, dei sostenitori “aperti”, ovverosia quella schiatta di nostalgici di esperienze ideologiche e di un periodo mai sperimentati e conosciuti. Anche costoro si segnalano per un cortocircuito cognitivo, grottesco in quella che è l’ampiezza delle sue linee perimetrali: cosa induce, infatti, persone che si proclamano nazionaliste, che macinano chilometri ogni anno per questa o quella celebrazione in onore dei martiri delle Foibe, a prendere le parti di un massacratore di loro connazionali (inermi civili come lo furono gli istriano-dalmati caduti sotto il piombo titino) e fedele ad un’ideologia che relegava l’italica genia ai margini di un’improbabile classifica etnico-biologica? Di nuovo in questo caso, come nel primo, la risposta va cercata nel fideismo ideologico, quel legame castrante che unisce in un abbraccio irrazionale l’uomo al credo politico e la cui potenza il sociologo russo Moisei Ostrogorski ha paragonato all’afflato mistico-religioso. Si assisterà e si assiste pertanto ad una tragicomica torsione della ratio che consegna il nostalgico priebkiano all’incoerenza più palese ed alla sciatteria intellettuale, oltre ad esporlo agli strali argomentativi di qualsiasi intelletto collocabile al di sopra dell’asticella dell’insufficienza.

Concludo con un piccolo inciso di carattere storico e storiografico: a corredo e sostegno delle loro posizioni, gli avvocati d’ufficio del nazi-gangster sono soliti affermare che la responsabilità di quanto accaduto alle Ardeatine sia da ricercare nei partigiani* “rei” dell’uccisione dei 33 polizotti altoatesini del Polizeiregiment “Bozen” e, soprattutto, di non essersi consegnati ai tedeschi che avevano minacciato di applicare la pena della rappresaglia sui civili nella misura di 10 ad 1 (metodo, ricordiamolo, contrario alla Convenzione dell’Aia del 1907,). Gli uccisi facevano parte di un corpo armato occupante, di conseguenza i fatti del 23 marzo sono da considerarsi un’azione di guerra in piena regola. Consegnarsi ai nazisti, pena la rappresaglia, sarebbe stato un cedimento verso quello che era e rappresentava a tutti gli effetti un invasore occupante. Inoltre, i tedeschi non diramarono mai questo genere di ultimatum, come ebbe ad ammettere lo stesso Herbert Kapler, capo di Priebke nonché ladro e razziatore, durante il processo per la strage celebrato nel 1947. Siamo quindi davanti ad una mitologia della menzogna, frutto e portato di una pubblicistica del tutto capziosa perché manomessa dalla partigianeria politica.

Rammentino, i difensori del boia, che egli ed i suoi compari non avrebbero esitato a sparare un colpo alla nuca a bruciapelo anche ai loro nonni. Se adesso vi trovate, mi sia permesso e perdonato il pathos dell’intervento diretto, nella privilegiata ed inviabile condizione di pontificare in tutta libertà dietro uno schermo o al caldo tepore di una salotto (e magari contro le istituzioni che definite illiberali ed usurpatrici), lo dovete anche a persone come Bentivegna, Calamandrei e Salinari, e soprattutto ai tanto vituperati (a corrente alternata e a seconda del loro Presidente) Stati Uniti d’America.

Viva la libertà. Anche la vostra..

 

* I partigiani (che, è bene ricordare, non erano soltanto comunisti) non avrebbero potuto organizzarsi all’interno di un esercito regolare semplicemente perché un esercito regolare nel 1944 non esisteva più, dal momento in cui S.A.R Vittorio Emanuele III aveva abbandonato Paese e forze armate nel caos e nell’anarchia, senza impartire né ordini né direttive. Infatti e non a caso, le prime formazioni resistenziali furono create proprio da ex appartenenti al Regio Esercito (cosa che una certa pubblicistica di sinistra vuole dimenticare).

Erich Priebke ed Anna Maria Franzoni. La banalità dell’idiozia ideologica.

Accanto alla fetta, pittoresca e sparuta, dei nostalgici di un mito nazista mai conosciuto (e mai nato) che si sono profusi in lodi incorniciate dal revisionismo più improbabile ed astorico nei confronti del massacratore di italiani Erich Priebke (che ricordo non essere stato mai un militare), se ne affianca un’altra, più nutrita, di estimatori ripiegati su un afflato meno rutilante, più discreto ma nondimeno potente ed esecrabile, sebbene diverso da quello dei primi. Si tratta di personaggi legati alla destra, non estrema e non nazista o fascista, ma che comunque hanno sentito il bisogno di collocarsi al di là del giubilo collettivo per la morte del boia vegliardo. Non lo hanno fatto, ripeto, per un sentire ideologico, ma per un riflesso automatico dell’istintualità partigiana, che li ha condotti a schierarsi, in qualche modo, dalla parte di una contro-icona della sinistra, proprio perché tale. Non è facile l’elaborazione e la comunione di simili tesi, un po’ per la paura della pubblica riprovazione, un po’ per il condizionamento posto in essere da una sovrastruttura culturale che ci permea ed impregna fin dalla nascita, e allora ecco l’escamotage, l’ “exit strategy”; “va bene, Priebke era un delinquente, ma”. Questo “ma”, incipit ed aperitivo del disastro etico e della sconcezza intellettuale, è stato incapsulato in una tragicomica ridda di esempi da schierare davanti alla riprovazione verso l’ex SS tedesco. Le atomiche sul Giappone, il dramma delle Foibe, per arrivare, ebbene si, al caso della concessione della semilibertà ad Anna Maria Franzoni. Episodi come questo rivelano e palesano la fondatezza e la credibilità delle tesi di sociologi quali Gustave Le Bon o Moisei Ostrogorski, che individuano un rapporto fideistico tra l’uomo ed il credo politico simile a quello nei confronti del divino e della religione. Si è consci della barbarie di Priebke, ma si guarda oltre, cercando di attutire il proprio senso di colpa e la rozzezza di certe posizioni mediante strategie di marketing spicciole e balbuzienti, perché la tenzone con l’odiato “avversario” viene prima di ogni alto valore o principio.