Trump, Maduro e quella Dottrina Monroe citata un po’ a sproposito



Il ricorso che  in questi giorni stanno facendo in molti (soprattutto commentatori “comuni”) alla Dottrina Monroe, per inquadrare il blitz di Caracas, risulta  improprio e fuorviante.

Va infatti ricordato come anche dopo il 1917-1918, gli USA non abbiano mai smesso di esercitare un’influenza marcata, invasiva e pervasiva, sul continente americano,  ricorrendo ad azioni “indirette” (guerra ibrida, “Sharp Power”, “Covert Power”, “Soft Power”, PsyOps, MISO, ecc), semi-dirette (forme di Proxy War, si pensi alla Baia dei Porci) e dirette (Repubblica Dominicana nel 1963, Grenada nel 1983 e Panama nel 1989, quando venne prelevato ed arrestato un capo di Stato, Noriega, proprio come oggi).

Washington ha, insomma, sempre considerato l’America un “cortile di casa” (da qui deriva la quasi settantennale spaccatura con Cuba, ritenuta colpevole di un affronto inaccettabile), come del resto ogni potenza ritiene di poter rivendicare diritti e influenze nel proprio spazio geografico vicino (l’Italia lo fa da sempre con il Mediterraneo).

Approfondimento

Grenada e la nascita del giornalismo “embedded”

Forte ai suoi inizi di un consenso diffuso e trasversale, la guerra in Vietnam si trasformò ben presto nella spina nel fianco per gli Stati Uniti, sempre più incalzati dalle proteste e dalle critiche e costretti infine alla ritirata ed alla sconfitta nel 1975.

Complice della progressiva ostilità da parte della pubblica opinione al conflitto, il ruolo dei media, che per la prima volta nella storia portarono “a casa” la guerra, tramite la televisione. Le immagini dei giovani americani uccisi e mutilati, convinsero l’americano medio a dire basta alla campagna militare nata con l’incidente del Tonchino.

Ancora “scottati” da quell’esperienza, le autorità decisero di coprire con la censura l’informazione sullo sbarco di Grenada (1983), ma la scelta si rivelò un errore clamoroso, dal punto di vista politico e comunicativo. Nel tentativo di evitare le polemiche, infatti, l’amministrazione Reagan le attirò, insieme all’accusa di voler ostacolare la libera circolazione delle informazioni e, con essa, la democrazia.

Lo scivolone indusse allora Washington ad un cambio di rotta, che si concretizzò nell’adozione di una “terza via” nel rapporto con i media; né la libertà concessa in Vietnam ma nemmeno la censura adottata per Grenada. Il piano, elaborato dalla “Sidle Commission” (1984), una commissione composta dai vertici militari di allora, era quello, come ebbe a dire il senatore William Fullbright, di una “militarizzazione” della stampa. In buona sostanza, si decise di “ospitare” i giornalisti tra la truppa, consentendo loro di riprendere, fotografare e raccontare, ma, di fatto, sottoponendoli ad un controllo, continuo e costante.

Nasceva così la figura del cronista “embedded” “(dall’inglese “incastonare”). Incastonato, in questo caso, tra l’esercito e le autorità.

Il giornalismo “embedded” è spesso avversato da chi ritiene costituisca una forma di asservimento all’establishment, perché privo di una capacità di movimento autonoma e dipendente dalle fonti politico-militari e dalla loro protezione; se da un lato l’osservazione può trovare accoglimento, è pur vero che l’alto numero di giornalisti uccisi, feriti o rapiti nelle zone “calde” dimostra tutta la difficoltà di svolgere la professione in modo sicuro e consapevole in quelle situazioni.

9 Maggio. Occidente-Russia: quello che Silvio Berlusconi non ricorda.

bush berlusconiIn una lettera aperta al Corriere della Sera, pubblicata anche sul suo spazio Facebook, Silvio Berlusconi critica l’Occidente per la mancata partecipazione dei suoi massimi rappresentanti alla parata del 9 Maggio, in Piazza Rossa a Mosca. Tra le accuse mosse dall’ex Cavaliere ai leader occidentali, quella di un’assenza di prospettiva geopolitica nelle relazioni tra Ovest ed Est.

Sarà utile e necessario a questo proposito ricordare come le sanzioni nei confronti di Mosca traggano origine dall’appoggio politico, diplomatico, militare ed economico del Kremlino a movimenti armati che mirano allo smembramento di stati sovrani quali l’Ucraina (Donbass e Crimea), la Georgia (Ossezia del Sud e Abcasia) e la Moldavia (Transnistria ). Ancora, i rapporti tra Occidente e Russia assunsero l’attuale fisionomia durante l’era di George W.Bush (2001-2009), di cui proprio Berlusconi fu, insieme a Tony Blair ed Ariel Sharon, il più fedele alleato nel consesso democratico.

L’aggressione all’Iraq senza il consenso dell’ONU, la definitiva luce verde da parte della Casa Bianca al dislocamento del sistema ABM nell’Est Europa e l’ingresso nella NATO di Paesi ex sovietici od ex socialisti come la Bulgaria, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Romania, la Slovacchia e la Slovenia (2004) e l’Albania e la Croazia (2009), ebbero infatti il risultato di allarmare la governance russa, inducendola ad una politica di riarmo e ad un ritorno della sua dottrina muscolare.

Il ko di Nigel Farage: una lezione della storia per il populismo di casa nostra (e non solo). L’elettore medio tra capriccio e senso di responsabilità

farage grilloAll’indomani del successo lepenista nelle ultime amministrative francesi, scrissi un pezzo in cui ridimensionavo, sulla base di alcuni e ben precisi elementi di ordine storico, sociale e culturale, il significato della vittoria del Front National.

Forti nelle competizioni locali, i soggetti a trazione demagogico-populistica tendono infatti a perdere terreno negli appuntamenti più importanti (politiche e presidenziali), laddove, cioè, il voto si fa più vincolante e dunque la riflessione più ragionata e meno istintuale. Questo, almeno, nelle società di più lunga e consolidata tradizione democratica. La debacle dell’UKIP dimostra e conferma, ancora una volta, questa regola della sociologia politica e questo indirizzo della storia.

I Simpson e il Parlamento italiano: quando menzogna e pregiudzio si tingono di giallo.

Il caso Jimmy Carter e le elezioni del 1963.

Da qualche giorno a questa parte sta rimbalzando da un capo all’altro del web la notizia secondo cui in una puntata dei “Simpson”, il celeberrimo ed osannato cartoon “stras&stripes”, una scuola indisciplinata sarebbe stata definita dal suo preside “più corrotta del Parlamento italiano”. La vicenda ha trovato immediatamente il riscontro di quel segmento nazionale incline all’autolesionismo esterofilo più compiaciuto (“guarda cosa dicono di noi all’estero!”) e il pregiudizio, sebbene confezionato in un cartoon ed affidato alla sua ambasceria, è tornato ad essere, ancora una volta e per l’ ennesima volta, elemento didascalico e normativo, quando buonsenso e buongusto imporrebbero la sua espulsione dai paradigmi e dai tessuti intellettuali e culturali di qualsiasi comunità abbia la pretesa di definirsi civile. E’ vero, il Parlamento italiano non è/o non è stato, nella sua storia unitaria, sinonimo di limpidezza e rettitudine adamantina, ma che cosa dire di quello statunitense? Davvero gli americani hanno le carte in regola per attribuire patenti ed imprimatur di agibilità democratica o morale a questo e a quel Paese? Forse no. Anzi, no. No di sicuro. Si, perché gli Stati Uniti hanno, fin dalla loro indipendenza (1779) malcostume morale e corruzione come scomodo corollario alla loro vita politica: dalle costosissime (per il contribuente) manie verrine del presidente William Henry Harrison, allo scandalo del “Whisky Ring” , che per poco non costò l’impeachment al Generale Grant, al dominio dei trust e degli affaristi della speculazione edilizia, della Borsa e delle ferrovie, sul quale si scagliò un’agguerrita pattuglia di cronisti senza macchia e senza paura (“i Muckrackers ”), alla lottizzazione parlamentare da parte di questa o quella setta evangelica o di questa o quella compagnia, lobby o multinazionale, al “Watergate”, al caso Iran-Contra per arrivare alla contestata elezione di G.W.Bush, quando ad una rilevante porzione dell’elettorato ispano-americano della Florida fu impedito l’accesso al voto e non vennero effettuati i riconteggi delle schede in 18 contee dello Stato (il Governatore era Jab Bush, fratello del futuro Presidente), il tutto nel silenzio assordante del tanto decantato giornalismo americano, che insisteva soltanto affinché fosse proclamato un eletto, indipendentemente dalla validità della consultazione.

C’è però un episodio che ci sembra utile portare all’attenzione del lettore, perché poco conosciuto e per questo paradigmatico di quello che avviene con consueta ed accetta regolarità nel sottobosco della politica degli USA2, in special modo al di sotto della “Mason-Dixon Line”: era il 1963, e un giovane e intraprendente ingegnere della Georgia correva per un seggio al Senato dello Stato. Si chiamava James Earl Carter, futuro Presidente degli Stati Uniti d’America. Il 39eseimo. Carter era in gamba, un giovane con già alle spalle una prestigiosissima carriera come ufficiale di marina, una laurea in ingegneria navale e adesso un’azienda che andava a gonfie vele. Era in gamba, si, ma ingenuo, perché credeva che in Georgia come nel resto dell’ Unione le lezioni si svolgessero nel rispetto e nell’osservanza della legge, ma dovette presto ricredersi. Giunto nel collegio di Georgetown, nella Contea di Quitman, assistette ad episodi che lo lasciarono a bocca aperta: il presidente di seggio, nonchè notabile locale, non soltanto invitava gli elettori a votare per il suo antagonista (“questo è un brav’uomo ed è amico mio”) ma addirittura metteva le mani nelle urne, tirando fuori le schede per esaminarle. Sconvolto e incredulo (come dargli torto!), Carter chiamò immediatamente il giornale più vicino, nella contea di Columbus, salvo trovare uno dei redattori in amichevole conversazione proprio con quel notabile che aveva manomesso le schede elettorali. Fu soltanto dopo giorni e giorni di spese legali, ricorsi ed estenuanti trattative con testimoni intimiditi, avvocati, cronisti e scrutatori, che Carter potè vedere riconosciuta la sua vittoria da una sentenza dell’allora giudice Crowe

Tempo dopo, l’ormai Presidente tornò sull’argomento, nella sua autobiografia: “Cominciai a capire quanto il nostro sistema politico era vulnerabile di fronte al potere illegale incontestato. Persone oneste e coraggiose si rassegnavano al silenzio rendendosi contro che un’aperta opposizione era infruttuosa. I pavidi e gli incerti venivano intimiditi. I disonesti si alleavano dividere il bottino ed eleggevano facilmente funzionari che, il più delle volte sembravano rispettabili , ma collaboravano per assicurarsi un titolo o una carica”

Meditiamo su queste parole e sui fatti di oggi e di allora, prima di consentire ad un cartone animato tinto di giallo di mortificare la nostra dignità e la nostra storia..

“Stati Uniti d’Europa”

Da una dichiarazione di Emma Bonino:

“Questa Europa, così com’è, è inadeguata, ma il problema è dei nostri Stati nazionali. Il nostro sogno sugli Stati Uniti d’Europa è sempre più in controtendenza, dobbiamo saperlo e anche noi ci stiamo avvicinando a derive populiste”.

Come evidenziato in un precedente intervento, l’elemento “euroscettico” (sostenuto anche da vari segmenti del mondo liberale di notevole autorevolezza sotto il profilo pubblico ed intellettuale) viene rivestito di una connotazione negativa ed associato all’estremismo di matrice demagogico-populistica. Ma non solo: l’architettura progettuale europeista va ben oltre oltre, arrivando ad espellere dal proprio sistema normativo e dalle sue concezioni democratiche anche e persino l’idea di stato nazionale identitario, presentato come elaborazione “inadeguata” ed obsoleta, incapsulata in un indumento ideologico che si vuole superato dalle moderne convenzioni dell’evoluzione partecipata e dalle prassi sociali.
La mia personalissima analisi non è e non deve essere interpretata come un “tackle” su Bonino (visto il suo “cursus honorum” in seno alla UE, certi orientamenti risultano comprensibili ed ovvi) e nemmeno sull’ideale inclusivo strasburghiano; è opportuno notare e rilevare, però, come la critica e/o la distanza da taluni allestimenti programmatici venga, de facto, ostracizzata e marginalizzata, assegnata al primitivismo intellettuale e all’azzardo.

Altra cosa, la democrazia.

Ps. Soprattutto in un Paese come l’Italia, traiettorie di questo genere possono trovare e trovano facile accoglimento. La debolezza della nostra coscienza nazionale, il trauma collettivo (antropologico e sociale) dell’esperienza fascista (elemento ideologico a trazione ultranazionalista), il portato culturale internazionalista della sinistra comunista (fortissima e determinante nella e dalla nostra fase repubblicana) e l’universalismo cristiano di partiti come la DC, hanno sfilacciato ulteriormente il nostro patrimonio collettivo, facendo della sua difesa un tabù culturale. Di qui, l’ipertrofismo esterofilo, utilizzato e concepito quale terapia e naturale soluzione

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero” – Oscar Wilde.

Ai tempi della seconda guerra in Iraq nel 2003, un sondaggio dimostrò come l’86% degli statunitensi che credevano alle informazioni (poi rivelatesi distorte e manipolate) sul regime di Saddam Hussein fosse collocato tra coloro i quali erano comunque favorevoli al conflitto e all’amministrazione Bush. C’era quindi un legame tra queste “misperceptions” (nel gergo della comunicazione “false percezioni”) e l’ideologia-convincimento di base dei cittadini che le accoglievano come veritiere. In poche parole, la propaganda mediatica attecchisce più facilmente se i suoi argomenti sono, in qualche modo, collocati e collocabili sulla stessa traiettoria d’intendimento del bersaglio del messaggio.

Da diversi anni circola in rete e su alcune piattaforme mediatiche una presunta “Relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani” datata 1919, nella quale i nostri connazionali sbarcati ad Ellis Island venivano bollati e descritti, tra le altre cose, come di piccola statura e di pelle scura, puzzolenti, dediti all’accattonaggio ed al crimine. Si tratta, però, di un rapporto la cui veridicità non solo non è stata mai provata e dimostrata, sebbene riportata anche da organi come RAINEWS24, ma che viene messa a dura prova da alcuni indizi quali, ad esempio, il linguaggio utilizzato nel rapporto (più simile a quello di un comunicato politico che non ad una relazione governativa) e da alcune discrepanze storiche, come l’utilizzo da parte dei migranti italiani dell’alluminio per costruire le loro abitazioni, materiale in realtà a quel tempo molto costoso e pregiato. E’ e resta comunque innegabile la durezza del trattamento riservato ai nostri connazionali (come alle altre comunità immigrate), per cui nel caso di specie non si potrà parlare di propaganda “nera” (ossia totalmente falsa) ma di propaganda “grigia”, ovvero parzialmente falsa. Scopo di coloro i quali hanno imbastito la (presunta) mistificazione è quello, senza dubbio benefico, di sensibilizzare l’opinione pubblica su una tematica molto delicata attraverso il canale, emotivamente forte, dell’immedesimazione, data la storia recente di disagio economico e sociale che spingeva molti italiani a lasciare la loro terra in cerca di fortuna, e infatti la nota trova larga diffusione ogni volta in cui, purtroppo, si ripetono tragedie come quella lampedusana. E però significativo notare come le strategie della persuasione riescano sempre e comunque a giungere a bersaglio, indipendentemente dal segmento che si desideri cooptare. Non c’è o non sembra dunque esserci differenza tra la vecchina eterodiretta dagli apparati mediatici berlusconiani (e per questo sovente oggetto di scherno ed aristocratico biasimo) e l’intellettuale, apparentemente meglio attrezzato, magari “liberal” e munito di un titolo accademico, che condivide certe informazioni disancorate dal reale senza la tutela del vaglio e della verifica.

Concludo con una piccola digressione storica: è opinione comune sia stato l’affondamento del transatlantico “Lusitania” la molla dell’entrata in guerra degli USA a fianco delle potenze dell’Intesa nel 1917, ma è un dato soltanto parzialmente corrispondente al vero. L’Amministrazione Wilson, infatti, era già riuscita a convincere la recalcitrante opinione pubblica nazionale attraverso l’opera massiva e massiccia del “Committee on Public Information”, un organismo antesignano delle moderne PR guidato dal giornalista George Creel. Creel puntò molto sulla collaborazione con la stampa e sull’azione dei cosiddetti “Four Minute Man” (termine che traeva ispirazione dai famosi “Minuteman”, la milizia che ai tempi della guerra d’indipendenza dagli Inglesi era in grado di intervenire entro 1 minuto). Scopo dei “Four Minute Man”, un corpo di ben 75 mila uomini, era quello di intrattenere i cittadini in luoghi ad alta concentrazione di pubblico come i cinema, i teatri e gli stadi con orazioni patriottiche incisive ma brevi, appunto di 4 minuti. Inoltre, vennero coinvolte le star all’epoca più popolari come Douglas Fairbank e Mary Pickford e i circoli e l’associazionismo, dai clubs femminili ai boy scout, con l’incarico di estendere e diffondere il messaggio interventista e patriottico di casa in casa, di villaggio in villaggio, di città in città. In breve, sugli USA iniziò a soffiare un vento antitedesco che rese possibile non solo l’entrata in guerra ma anche l’accettazione di provvedimenti pesantemente e platealmente illiberali ed anticostituzionali come il “Sedition Act” del 1918, che vietava qualsiasi forma di opposizione al conflitto. Sconvolto da questa torsione collettiva che dimostrava, de facto, l’asservimento dell’opinione pubblica di una democrazia alle opzioni della propaganda, uno dei padri del moderno giornalismo statunitense, Walter Lippman, nel suo “Liberty and News” gettò si semi del cosiddetto “giornalismo scientifico”, elaborando un vademecum che il cronista doveva seguire per sfrondare il suo lavoro dalle seduzioni e dagli inganni della propaganda, in modo da consegnare al lettore una narrazione il più obiettiva e deontologicamente corretta possibile.

“Shutdown”

Benchè fanaticamente ancorati al principio della “responsabilità personale”, retaggio del loro dispositivo culturale protestante, gli Stati Uniti hanno sempre salutato con favore le iniziative di appoggio allo stato sociale minimo (i “Medicare” e “Medicaid” johnsoniani ed il “Social Security Act” rooseveltiano). Portare il Paese allo “Shutdown” ed al conseguente rischio default per mettere la corda al collo alla riforma sanitaria solidarista obamiana (“Obamacare”) non costituisce soltanto un crimine contro il (nutrito) segmento dei più deboli e fragili ma si configura come un atto, inedito, di irresponsabilità che condannerà il Tea Party e l’ala più oltranzista del GOP davanti al tribunale della Storia. Ovunque vi sia pregiudizio ideologico, non può e non potrà mai esserci amore per la cosa pubblica.

I cittadini statunitensi stanno vivendo e conoscendo un imbarazzo che è nulla rispetto al nostro per il teatrino berlusconiano

Gutta cavat lapidem e Friedrich Nietzsche

I pericoli derivati, derivanti e derivabili dall’inasprimento dell’attivismo militare occidentale non risiedono soltanto nell’immediato ma, anche e soprattutto, nel lungo periodo. Il rischio, infatti, è quello di dare luogo a fratture e rancori insanabili destinati a far sentire il loro carico deflagrante se e quando gli equilibri economici, politici e militari dovessero volgere a sfavore dell’Occidente. A tal proposito, è utile ed opportuno ricordare la situazione nel Rimland orientale, con un Giappone costretto a subire l’iniziativa e le provocazioni degli antichi nemici (Cina e Corea del Nord) senza poter contare su un proprio complesso politico e decisionale per tutto ciò che esuli dai confini nazionali e dovendo consegnare, de facto, la propria rappresentanza agli Stati Uniti. Questo perché la memoria della violenza del plurisecolare imperialismo di Tokyo è ancora troppo forte nell’area, al punto di costituire una zavorra anche quando le posizioni giapponesi sono del tutto legittime e comprensibili (quando nel 2006 il Ministro degli esteri nipponico Taro Aso e i futuro premier Shinzo Abe ventilarono l’ipotesi di un attacco preventivo a P’yŏngyang dopo il test del missile balistico a lunga gittata Taepodong 2,la condanna non arrivò solo dal Nord e dalla Cina, ma persino Seul parlò di “natura espansionista e militarista mai sopita del Giappone”). Ps.Pechino sta per arrivare e la credibilità ( e di conseguenza la capacità di manovra) degli Stati Uniti è uscita tremendamente manomessa dall’era bushana..

Stati Canaglia e distorsioni mediatiche.


Tra le opzioni messe in campo da Washington per piegare la resistenza vietnamita, vi fu il ricorso all’atomica, caldeggiato dall’allora inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, Richard Nixon, ma osteggiato dal suo Segretario di Stato, Henry Kissinger (una soluzione d questo tipo avrebbe esasperato lo sdegno anti-americano per il conflitto asiatico e scatenato, probabilmente, la reazione nucleare sovietica). Ricordiamo che, in Indocina, gli USA facevano già abbondante ricorso ad armi chimiche, come le bombe al Napalm ed al fosforo (utilizzate in modo massivo e massiccio contro la Cambogia, stato non belligerante). Ricordiamo, ancora, che l’ipotesi nucleare venne presa in considerazione anche ai tempi della Guerra di Corea (Truman e MacArthur avevano individuato oltre 20 bersagli da colpire in Cina); anche in questo caso, l’attacco atomico venne accantonato per il rischio (soltanto per quello) di una reazione di risposta da parte di Mosca. Ricordiamo, infine, l'”Incidente del Tonchino”, “casus belli”, poi rivelatosi fasullo, con il quale l’amministrazione Johnson dette il via all’intervento militare contro Hanoi (“diavolo, quegli imbecilli, stupidi marinai sparavano soltanto a pesci volanti!”, ebbe ad ammettere lo stesso Johnson). Media, “think tank” ed agenzie di PR, riescono a creare una distorsiva lente caleidoscopica, capace di agitare sia la propaganda “grassroots” (diretta agli strati più bassi della popolazione, il “grass”), sia “‘treetops'” (diretta agli strati più alti, il “tree”), sia “grigia” (accreditando notizie parzialmente non vere), sia “nera” (accreditando notizie del tutto fasulle). Questo, però, non sarebbe possibile se il potere, ovvero la leva delle propaganda e dei suoi strumenti, non fosse in grado di contare sul carburante dell’ottusità ideologica, che crea una predisposizione al convincimento (ai tempi della Seconda Guerra del Golfo, la percentuale deglii utenti televisivi che credevano maggiormente al mito delle armi di distruzione di massa irachene, vedeva un aumento esponenziale tra gli abituali del canale “FOX, tradizionalmente vicino al GOP).

Miguel Angel Torres diventi la Sigonella degli anni 2000. No all’estradizione.

Mentre in Italia infuria la polemica sulla “restituzione” dei fucilieri alle autorità indiane e sull’annullamento della sentenza di assoluzione nei confronti della Knox e di Sollecito (uno sviluppo che avevo previsto dopo il giudizio di primo grado, date le pressioni esercitate da Washington, salvo sentirmi dare del matto da qualche buontempone ignorante), c’è un problema, ben più concreto, sul quale la nostra sovranità nazionale, residua dopo il 1945, gioca le sue ultime carte: il caso Miguel Angel Torres. Torres è accusato di omicidio di primo grado (quello della moglie) dalle autorità della Pennsylvania. Latitante dal 2005, è stato catturato una settimana fa a Bologna, dove viveva sotto il falso nome di Renè Rondon, lavorando come badante nella casa di due ricchi pensionati. Si dà il caso che in Pennsylvania viga ancora la pena capitale (Paese civile, gli Stati Uniti, vero?) e che il diritto italiano vieti l’estradizione nei paesi in cui tale, barbara, pratica sia ancora prevista dal codice penale. Gli USA hanno addirittura chiesto alle autorità italiane l’espulsione di Torres in quanto introdottosi illegalmente nel nostro territorio nazionale, e questo proprio per aggirare il “problema” etico-giuridico di cui sopra. Ricordiamo come nel 1996, il TAR della Puglia negò la consegna di Pietro Venezia, reo di omicidio negli Stati Uniti, proprio perché avrebbe rischiato di salire sulla sedia elettrica, e questo, molto più di Sigonella, seppe rappresentare un atto di coraggio nei confronti di Washington, la madre matrigna che non manca mai di far sentire a noi, ai tedeschi ed ai giapponesi, il calore soffocante del suo abbraccio. L’associazione “Nessuno tocchi Caino” si sta già muovendo per strappare Torres al boia, facendo così valere i principi della nostra carta costituzionale;questo  il link ( http://www.nessunotocchicaino.it/news/index.php?iddocumento=17302988) che rimanda all’iniziativa, in modo che chiunque lo desideri possa fornire il proprio contributo a questa battaglia di civiltà trecentosessantagradista. Coraggio, Miguel