Quel Kremlino più prudente..

L’emergenza legata agli esodi dall’Africa e la crisi ellenica hanno messo in ombra la nuova Guerra Fredda tra Russia e Occidente, tema fino a poche settimane fa protagonista del dibattito internazionale.

Questo spostamento del focus dell’attenzione ha fatto passare sotto silenzio anche il “turning point” attuato dal Kremlino, oggi molto più disponibile di ieri verso Washington ed alleati.

A tale “svolta” ( ancora in divenire) hanno senza dubbio contribuito e stanno contribuendo le sanzioni, che vanno a colpire un’economia già in sofferenza e in ritardo come quella russa, ma, anche e soprattutto, la scelta di un approccio più muscolare nei confronti di Mosca, da parte del più forte blocco atlantico.

L’aumento della forza militare a difesa dei Paesi baltici, da sempre minacciati dal potente vicino, ed “avvertimenti” come quello contenuto nell’ultimo Libro Bianco del Pentagono (che riferiva di un aumento dei rischi di uno scontro con Russia e Cina) rimarcano infatti quel “limes” che Mosca non deve superare ma che ha creduto, in alcune circostanze, di poter violare, forse sottovalutando le potenzialità degli avversari.

Oltre ad un assertivismo più deciso, gli USA stanno forse riesumando anche quella “Greater Fool Theory” (Teoria del Pazzo) già utilizzata con profitto in passato.

La destra italiana e quello strano innamoramento per Vladimir Putin, l’uomo che rivaluta l’URSS e Stalin. Anatomia di un paradosso.

putin_salviniSaldamente filo-americana ed atlantista per 70 anni, la destra italiana sembra , da qualche tempo, aver abbandonato questa scelta di campo storica per guardare ad Est, in particolare alla Russia di Valdimir Putin. La motivazione di un simile “turning point”, che sembra mettere fine ad una dottrina per decenni tra i punti di forza del conservatorismo nazionale, va individuata nell’appeal suscitato dal Presidente russo in ragione del suo muscolarismo (fattore che da sempre tocca le corde più profonde delle platee di destra), nel suo tradizionalismo, nella sua partnership con Silvio Berlsuconi ma, anche e soprattutto, nell’antiobamismo.

L’elezione alla Casa Bianca di un afroamericano, democratico e con un nome arabo, ha infatti causato nella destra italiana un rigetto verso l’antico alleato ed amico d’oltreoceano, oggi percepito come estraneo. Ecco così che un ex membro del PCUS e del KGB diventa improvvisamente la stella polare di chi ha sempre guardato alla Russia-URSS come ad un nemico mortale, ad un “impero del male” da combattere ed abbattere.

Si tratta ad ogni modo di paradosso nel paradosso, per i trascorsi di Putin (e del suo Paese) ma anche alla luce della sua condotta presente; se, infatti, l’ex ufficiale del KGB ha mantenuto la linea di indirizzo yeltsiniana sul recupero del patrimonio storico-culturale cristiano ed imperiale, rispetto a “Corvo Bianco” ha avviato una riscoperta in senso agiografico del passato comunista, nelle parole (nel 2005 definì il crollo dell’URSS “la più grande catastrofe del XX secolo”) come nei fatti.

Non solo ha ventilato la possibilità di restituire a Volgograd e San Pietroburgo i loro nomi sovietici ma ha imposto la rimozione dei libri di storia scolastici scritti e diffusi durante gli anni ’90, critici verso l’esperienza sovietica, e la contestuale sostituzione con saggi molto più indulgenti riguardo il vecchio Stato*. Sui vecchi testi, Putin ha detto in particolare che: “molti libri di testo sono scritti da persone che lavorano per ottenere finanziamenti stranieri. Queste persone ballano una polka farfalla* con i soldi ricevuti. Questi libri, spiacevolmente, entrano nelle nostre scuole, e nelle nostre università” (2007).

La nuova storiografia imposta nelle aule rivaluta al contrario non soltanto l’URSS ma anche Stalin, ridimensionando la gravità dei crimini del dittatore. Sulle purghe si legge ad esempio che furono necessarie perché : “crearono una nuova classe dirigente in grado di risolvere il compito della modernizzazione in condizioni di carenza di risorse, che fosse leale verso il potere supremo e immacolata dal punto di vista della disciplina esecutiva” , mentre su Koba** le nuove dispense raccontano che: “egli è considerato uno dei leader di maggior successo dell’URSS. Il territorio raggiunse l’estensione dell’impero russo (e in alcune aree lo superò persino) Ottenne la vittoria in una delle guerre più grandi della storia: l’industrializzazione dell’economia e la rivoluzione culturale ebbero luogo con successo , avendo come esito non solo l’istruzione di massa ma anche il sistema educativo migliore del mondo . L’URSS divenne uno dei paesi guida delle scienze; la disoccupazione fu praticamente sconfitta”.

Simili impostazioni revisionistiche si affacciano anche per quanto riguarda l’annessione delle repubbliche baltiche negli anni ’30-40.

Sebbene Putin non sia, e forse non sia mai stato, un marxista né miri alla rifondazione del comunismo, gli elementi proposti indicano oltre ogni ragionevole dubbio anche la sua distanza dalla cultura e dal solco storico ed esperienziale delle destra italiane ed europee. Un feeling insensato, grottesco ed innaturale, quindi, destinato a venir meno con il ritorno di un repubblicano al numero 1600 di Pennsylvania Avenue.

*Uno di questi libri più famosi è “A Modern History of Russia. 1945-2006. A Teacher’s Manual”

** Espressione risalente all’epoca staliniana usata per indicare, appunto, qualcosa di estraneo.

*** “Acciaio”. Uno dei soprannomi di Stalin.

Vladimir Putin, l’Ucraina, i paesi baltici e gli errori sovietici del 1962. Come e perché l’uomo forte del Kremlino sta rischiando e che cosa sta rischiando.

nato-contro-le-bandiere-della-russia-44228586Una domanda che ancora oggi pungola gli storiografi in merito alla crisi di Cuba del 1962 è come sia stato possibile che i sovietici, solitamente prudenti ed accorti come giocatori di scacchi, possano essersi comportati come giocatori di poker (Claude Delmas), lanciandosi, cioè, in un’avventura tanto azzardata e rischiosa, dalle conseguenze imprevedibili e potenzialmente catastrofiche in primis per l’allora militarmente più debole URSS.

Le motivazioni di un simile passo falso vanno ricercate, a parere di chi scrive, in una sottovalutazione di fondo coltivata dall’establishment sovietico, e soprattutto da Nikita Sergeevič Chruščëv, nei confronti degli USA e di John Kennedy; la mancanza (scontata, per evitare una III Guerra Mondiale) di una risposta militare della NATO alla repressione dei moti ungheresi del 1956, il vantaggio sovietico nella corsa spaziale, la giovane età di JFK e le sue posizioni liberali, avevano infatti persuaso l’URSS, ma anche un certo segmento della pubblica opinione occidentale, del definitivo sorpasso comunista ai danni delle democrazie atlantiche e di una contestuale ed irreversibile debolezza di Washington.

In particolare, Chruščëv aveva avuto modo di corroborare le proprie convinzioni al vertice di Vienna del 1961, quando aggredì verbalmente il suo omologo americano sulla questione della corsa agli armamenti e riguardo il rischio di un escalation termonucleare, senza che JFK fosse in grado di opporre una risposta adeguata efficace (Kennedy si mostrò in quel frangente stupito ed imbarazzato dalla foga del suo interlocutore).

Lo sviluppo della CMC e la risolutezza del presidente statunitense smentirono tuttavia Chruščëv e il Kremlino, che spaventatati dall’ipotesi di un confronto con l’Occidente si affrettarono a ritirare (in cambio di alcune contropartite rimaste all’epoca segrete) i loro vettori dall’isola caraibica.

Allo stesso modo, Vladimir Putin sembra avere sottovalutato Barack Obama e l’Occidente, ma le sanzioni ai danni di Mosca e il brusco rafforzamento della presenza militare a difesa dei paesi baltici stanno smentendo questa “wishful thinking” dell’ex ufficiale del KGB, che adesso dovrà, nell’interesse del suo Paese, cercare di evitare di spingersi troppo oltre, così da non cadere nell’errore che fu di Chruščëv e che tanto costò al prestigio del gigante sovietico, rafforzando quello dell’avversario.

Perché la CMC?
La questione è ancora oggetto di dibattito. Secondo alcuni analisti, l’URSS non puntava alla ricerca di un vantaggio di tipo militare, collocando i suoi missili a Cuba (avrebbe potuto colpire gli USA anche dal suo territorio) ma a dotarsi di una contropartita così da chiedere, in luogo della rimozione dei missili, un trattato di pace con la DDR che portasse allo sgombero di Berlino Ovest da parte degli occidentali.

Confidando nell’assenza di una risposta americana, Chruščëv dette quindi prova di una grave ed imperdonabile mancanza di capacità di lettura geopolitica.

G7: Barack Obama e la “tigre di carta” russa. L’inconsistenza della propaganda muscolare: perché Vladimir Putin sta distruggendo il suo Paese.

obama-putin-better-1024x689“Putin scelga tra Urss e bene della Russia”. Così Barack Obama al G7 di Krun, sulla condotta internazionale del Kremlino.

Un accostamento lucido e puntuale, quello tracciato da Obama tra la Russia odierna e l’URSS. Pur senza avere nemmeno lontanamente la potenza di cui disponeva prima del 1992, Mosca condivide infatti con il passato sovietico la fisionomia di “colosso d’argilla”, forte in apparenza grazie al suo “hard power” ma intrinsecamente debole e, dunque, destinato all’implosione proprio come avvenne dopo gli anni del congelamento brezneviano.

Nonostante la popolarità acquisita sia sul fronte interno che su quello esterno in ragione della scelta muscolare del suo presidente ( e qui sarebbe utile tornare alle teorie leboniane), la Russia sta soffrendo in modo decisivo per le sanzioni imposte dall’Occidente; per un’economia ancora in via di sviluppo, poco diversificata (il 67 % delle esportazioni russe sono in idrocarburi), scarsamente liberalizzata ed arretrata da un punto di vista tecnologico, i rapporti di buon vicinato sono infatti fondamentali per attirare investimenti stranieri, creare fiducia sui mercati e , nel caso russo, ricevere quella tecnologia occidentale che tanto serve agli apparati produttivi del Paese.

Il crollo del rublo (ai minimi storici sul dollaro dal crack del 1998), l’aumento dell’inflazione, il calo del PIL (per la prima volta dal 2000 dietro quello dell’Eurozona), la fuga di capitali stranieri (70-80 miliardi di dollari ) e la massiccia emigrazione giovanile sono solo alcune delle conseguenze che la Federazione sta pagando per la miopia strategico-politica del suo capo (aumentare il consenso interno) e per la sua anacronistica velleità proiettiva in chiave sciovinistica e contenitiva.

Proseguendo su questa strada, l’ex ufficiale del KGB dissiperà presto i risultati ottenuti negli anni 2000, condannando l’ Orso ad uno scenario, umiliante e catastrofico, speculare a quello dell’era yeltsiniana.

Russia-Occidente: perché Putin sembra più forte e perché non lo è

obama-putin-better-1024x689La mancata risposta americana e occidentale alle azioni sovietiche in Ungheria (1956), Cecoslovacchia (1968) e Afghanistan (1979) ebbe tra le sue conseguenze più evidenti la percezione, a livello mondiale, di una debolezza di fondo delle democrazie e di una superiorità del blocco socialista.

Si trattava, ad ogni modo, di un grossolano errore di valutazione (commesso anche da numerosi ed autorevoli analisi), che non teneva conto di come, per l’Occidente, quelle aree non rappresentassero un elemento chiave e vitale tanto da rischiare un confronto armato con la superpotenza sovietica (Ungheria e Cecoslovacchia si trovavano inoltre nella porzione “assegnata” da Yalta all’URSS).

Al contrario, quando gli USA si sentirono minacciati in modo diretto in occasione della crisi dei missili di Cuba del 1962, il loro intervento si mostrò rapido, risoluto ed inesorabile, e fu Mosca a dover retrocedere, intimorita. Nella sfida nello scacchiere caraibico, tanto lontano dalla zona d’influenza del Kremlino, furono infatti i sovietici a non considerare vitale la posta in gioco, rispetto al rischio di una guerra termonucleare con Washington e la NATO.

Allo stesso modo, l’idea di una maggior risolutezza russo-putiniana nel braccio di ferro estero riposa oggi sull’identica “misperception” ; l’assenza di una replica all’interventismo russo in Ucraina e nel Caucaso che non vada oltre le (pur efficacissime) sanzioni non va ricondotta ad una scarsa risolutezza occidentale ma alla marginalità, per l’Occidente, degli interessi in campo. A questo si dovrà aggiungere il fatto non vi sia mai stato un impegno militare diretto (se non, in parte, in Georgia) delle truppe russe, ma soltanto un appoggio di tipo esterno e indiretto.

Un pericolo concerto, tuttavia, è che Mosca finisca con il credere, come fece ai tempi dell’empasse cubana*, in una mancanza di polso degli USA e dei suoi alleati, spingendosi fino ad un “point break” dalle conseguenze impreviste ed imprevedibili, innanzitutto per la Russia.

9 Maggio. Occidente-Russia: quello che Silvio Berlusconi non ricorda.

bush berlusconiIn una lettera aperta al Corriere della Sera, pubblicata anche sul suo spazio Facebook, Silvio Berlusconi critica l’Occidente per la mancata partecipazione dei suoi massimi rappresentanti alla parata del 9 Maggio, in Piazza Rossa a Mosca. Tra le accuse mosse dall’ex Cavaliere ai leader occidentali, quella di un’assenza di prospettiva geopolitica nelle relazioni tra Ovest ed Est.

Sarà utile e necessario a questo proposito ricordare come le sanzioni nei confronti di Mosca traggano origine dall’appoggio politico, diplomatico, militare ed economico del Kremlino a movimenti armati che mirano allo smembramento di stati sovrani quali l’Ucraina (Donbass e Crimea), la Georgia (Ossezia del Sud e Abcasia) e la Moldavia (Transnistria ). Ancora, i rapporti tra Occidente e Russia assunsero l’attuale fisionomia durante l’era di George W.Bush (2001-2009), di cui proprio Berlusconi fu, insieme a Tony Blair ed Ariel Sharon, il più fedele alleato nel consesso democratico.

L’aggressione all’Iraq senza il consenso dell’ONU, la definitiva luce verde da parte della Casa Bianca al dislocamento del sistema ABM nell’Est Europa e l’ingresso nella NATO di Paesi ex sovietici od ex socialisti come la Bulgaria, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Romania, la Slovacchia e la Slovenia (2004) e l’Albania e la Croazia (2009), ebbero infatti il risultato di allarmare la governance russa, inducendola ad una politica di riarmo e ad un ritorno della sua dottrina muscolare.

Il ko di Nigel Farage: una lezione della storia per il populismo di casa nostra (e non solo). L’elettore medio tra capriccio e senso di responsabilità

farage grilloAll’indomani del successo lepenista nelle ultime amministrative francesi, scrissi un pezzo in cui ridimensionavo, sulla base di alcuni e ben precisi elementi di ordine storico, sociale e culturale, il significato della vittoria del Front National.

Forti nelle competizioni locali, i soggetti a trazione demagogico-populistica tendono infatti a perdere terreno negli appuntamenti più importanti (politiche e presidenziali), laddove, cioè, il voto si fa più vincolante e dunque la riflessione più ragionata e meno istintuale. Questo, almeno, nelle società di più lunga e consolidata tradizione democratica. La debacle dell’UKIP dimostra e conferma, ancora una volta, questa regola della sociologia politica e questo indirizzo della storia.

L’illusione della potenza britannica nelle parole di un diplomatico sovietico

cat reporter inghilterra

« A Mosca, la Gran Bretagna è ancora considerata una grande potenza, nonostante il palese declino delle sue fortune nell’ultimo secolo. I russi condividono con gli inglesi una sorta di nostalgia del XIX secolo e sono perfettamente consapevoli che in quell’epoca i russi e gli inglesi contribuirono a dar forma a molte delle strutture del mondo moderno. I risultati non furono sempre per forza eccellenti ma la rivalità tra i due imperi, anche se accanita, creò una sorta di legame che ha reso i russi molto rispettosi degli inglesi, con il risultato che gli uomini politici sovietici e ora russi continuano a riconoscere alla Gran Bretagna un ruolo che va ben al di là della sua potenza effettiva e del suo ruolo nel mondo. Ma se l’importanza di Londra come destinazione diplomatica* risiede ampiamente su un potere britannico che non esiste più, devo dire che gli inglesi sono bravi a sfruttare quest’illusione a buon fine. »

Queste, le parole di Boris Dmitrievič Pankin, ex ministro degli esteri sovietico (1991) e ambasciatore a Praga, Stoccolma e Londra. Le considerazioni di Pankin, diplomatico di lungo corso, giornalista ( fu caporedattore della “Komsomolskaya Pravda”) e grande esperto di politica internazionale, sono senza dubbio utili per la lettura e la comprensione degli enormi mutamenti prodotti nel coso del ‘900 da fenomeni come le due guerre mondiali e la decolonizzazione, che stravolsero, forse in modo definitivo ed irreversibile, gli equilibri nello scacchiere mondiale e la fisionomia geopolitica.

Ma c’è di più: Pankin analizza e constata come la Gran Bretagna sia riuscita a sopravvivere indenne, almeno da un punto di vista politico e “mediatico”, a queste enormi magnitudo novecentesche. “Middle power” per le sue caratteristiche economiche, demografiche e territoriali (al pari dell’Italia) , Londra continua infatti a preservare uno status, quello di “great power,” che van ben al di là delle sue doti effettive.

Perché? Il motivo va forse rintracciato nel suo legame storico e culturale con gli il gigante d’oltreoceano e con la capacità di trovarsi (come la Francia) dalla parte vincente in entrambi i conflitti mondiali, insieme all’alleato vincente (gli USA). La cristallizzazione dell’ONU ad assetti ormai scomparsi, inoltre, rappresenta un indubbio vantaggio per i britannici.

*Pankin scrisse questa valutazioni nel settembre 1991, dopo la sue nomina ad ambasciatore a Londra.

Il Donbass ucraino e i tanti Donbass russi. Una via d’uscita

cARRI ARMATI RUSSILa fine della “koinè” sovietica ha rilanciato uno scenario del tutto simile a quello nato con Versailles, ovvero ampie porzioni etniche ritrovatesi al di fuori dei loro nuovi e particolari spazi nazionali.

Qui, trova la sua spiegazione e la sua motivazione anche la crisi del Donbass , con la minoranza russa “imprigionata” entro confini che non le appartengono più, non più sovietici e non e mai russi.

Ad un bivio la diplomazia mondiale e i decisori locali; concedere ampi margini di gestione all’elemento russo oppure sterzare verso il principio dell’autodeterminazione dei popoli (mutando così gli assetti sovrani di Kiev), attraverso una consultazione referendaria monitorata dai più alti organismi internazionali. Quest’ultima strada potrebbe sembrare, a tutta prima, la più razionale, democratica e proficua ma aprirebbe non poche incognite anche per Mosca, dilaniata all’interno da istanze separatiste a partire dal 1991-1992.

Tra chi domanda il distacco dalla Russia, infatti, le Repubbliche di Sacha (ex Jakutija), Carelia, Bashkortostan (ex Bashkiria ), Tatarstan (ex Tatarija), Inguscezia , Cecenia, Daghestan, Tuva, il territorio autonomo di Primor’e la regione autonoma di Sverdlovsk .

Un problema di non facile soluzione, dunque, che potrebbe avere nell’esempio altaoetesino (sebbene con le differenze del caso) una via d’uscita. Ogni ipotesi dovrà e dovrebbe, ad ogni modo, avere come stella polare il principio dell’ “equal footing” e il rispetto dell’interlocutore; ossessionata dalla sua sicurezza, Mosca cerca infatti da Pietro il Grande ad oggi la protezione di “stati cuscinetto” a ridosso delle sue frontiere, un timore che la politica di potenza adottata da Washington negli ultimi anni (Clinton-Bush jr) ha senza dubbio contribuito a dilatare.

Renzi a Mosca.

img1024-700_dettaglio2_Putin-e-Renzi-ReutersAl di là dell’accostamento, errato ed illogico, tra la situazione altoatesina e quella del Donbass, la linea d’indirizzo adottata dal premier nella sua visita a Mosca è, sostanzialmente, giusta e responsabile.

Escludere la Russia dalla gestione delle nuove emergenze mondiali significherebbe, infatti, ripetere gli errori commessi dal 1992 ad oggi, portando quello che, de facto, è un Pese occidentale, a pericolose “shifting alliances” con attori extra ed anti-occidentali e ad una atteggiamento sfavorevole dalle conseguenze difficilmente controllabili. Inoltre, l’entità dei rapporti economici tra Roma e Mosca obbligano il nostro Paese ad un atteggiamento equilibrato e prudente con il Kremlino, sfrondato da qualsiasi tentazione frontale e muscolare.

Renzi recupera dunque quella filosofia inclusiva ed amplipensante che fu tipica della governace democristiana, consapevole della dannosità della scelta unilateralista (o di blocco) e del ritorno a qualsiasi politica di potenza.

Questo, ovviamente, non dovrà né dovrebbe tradursi, in nessun caso, in un ripiegamento davanti al revanscismo post-sovietico.