..e se poi mi assolvono..? Il caso dei pediatri indagati a Livorno e le colpe di una certa informazione.

Qualche mesa fa mi capitò di occuparmi di un caso di omicidio, e riferendomi al killer scelsi di utilizzare la formula “presunto assassino”, nonostante fosse un reo confesso. Questo perché le indagini erano ancora nelle loro fasi embrionali e, per il nostro ordinamento, si trattava di un presunto innocente.

La Carta dei Doveri del Giornalista non vieta la divulgazione delle generalità dell’indagato (se acquisite in modo lecito e legale), ma obbliga chi fa informazione a presentare la vicenda ricordando la presunzione d’innocenza, senza contaminazioni e manomissioni di alcun genere. In particolare:

“In tutti i casi di indagini o processi, il giornalista deve sempre ricordare che ogni persona accusata di un reato è innocente fino alla condanna definitiva e non deve costruire le notizie in modo da presentare come colpevoli le persone che non siano state giudicate tali in un processo.

Il giornalista non deve pubblicare immagini che presentino intenzionalmente o artificiosamente come colpevoli persone che non siano state giudicate tali in un processo”

Nel caso dei pediatri indagati a Livorno, questo principio è stato disatteso da buona parte del circuito mediatico. Per quanto raccapriccianti siano e possano essere le accuse, la cultura civile non dovrà mai retrocedere dinanzi all’emotività. La democrazia, è bene non scordarlo, rivela la sua forza quando viene messa dura prova

Il berlusconismo non esiste. Ecco perché Matteo Renzi non è Silvio Berlusconi.

La comunicazione dai Romani a JFK.

La corsa alla Casa Bianca del 1960 tra John Kennedy e Richard Nixon rappresentò un evento importante e fondamentale non soltanto per il suo significato politico ma anche perché vide, per la prima, volta un confronto televisivo tra i candidati (il primo dibattito “presidenziale” in assoluto fu nel 1858 tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas).

Kennedy, più fresco, più giovane e più intraprendente, giocò le sue carte migliori assicurandosi la vittoria davanti alle telecamere, sbaragliando un Nixon apparso al contrario impacciato, stanco e con una cattiva cera (si mormora gli avessero consigliato un dopobarba dozzinale che lo fece sudare).

La tv diventava quindi non solo un “medium” ma un attore principale nella comunicazione politica, sfruttata in modo magistrale negli anni a venire da Bob Kennedy, Ronald Reagan, Bill Clinton ed altri, che ne utilizzarono il potenziale adattandolo alle loro differenti opzioni, strategie ed esigenze.

Non è con l’irruzione della tv, ad ogni modo, che il “contenitore” diventa importante e fa il suo ingresso nelle dinamiche del consenso; è già in epoca romana, infatti, che si hanno le prime forme di propaganda organizzata con gli “Acta Diurna” , e il ricorso agli artifici della promozione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa.

Il francese Gustave Le Bon (1841 – 1931), tra i padri della sociologia, faceva inoltre notare come fosse la forma, ancor prima della sostanza, la vera forza dell’ “animale politico”, forma che doveva essere semplice, astuta, tesa a toccare l’istintualità delle “folle” e non la loro intelligenza razionale. Per Le Bon, ad essere decisivo era il “prestigio” di un leader”, laddove “prestigio” indicava la sua capacità di fascinazione, immediata e diretta, al di là delle argomentazioni. Con l’avvento della fotografia, prima, della radio e della cinematografia, poi, ecco che la “parola” del capo diviene la “voce” del capo e poi il “corpo” del capo, in un crescendo ed in un evolversi di seduzioni istintuali che ha trovato e trova il suo acme con la televisione, dalla seconda metà del ‘900 in poi.

Berlusconi, dunque, ha soltanto introdotto ed importanto un modo di far politica, aggiornato ai tempi, che era già consolidato in altri paesi, quello stesso modo che oggi Renzi sta facendo proprio. Tuttavia, la scarsa offerta televisiva che per anni ha caratterizzato, penalizzandolo, il panorama mediatico italiano, la stagnazione generazionale della nostra classe dirigente (la cosiddetta Prima Repubblica ha visto il dominio cinquantennale di figure pre-televisive, nate nei primi anni-decenni del secolo XXesimo) e la paura , retaggio del periodo fascista, che una certa fetta dell’opinione pubblica italiana ha della figura “forte” , ha contribuito e contribuisce a creare e sedimentare un clima di sospetto intorno all’ex sindaco di Firenze, bollato, appunto, come un semplice megafono, un ambasciatore del nulla, un prodotto del berlusconismo.

Al contrario e come abbiamo avuto modo di vedere, Renzi è, come lo era il tycoon di Arcore, soltanto il prodotto di una politica nuova, non necessariamente vacua e dannosa, che è anche una cultura nuova, che è anche un mondo nuovo. Piaccia o meno.

La menzogna mediatica come calamità sociale. Il caso Schettino

I pericoli/danni della disinformazione e della controinformazione, sono:

1) L’induzione od il rafforzamento di un sentimento di sfiducia e sospetto verso le istituzioni, i loro apparati, le loro ramificazioni, i loro rappresentanti

2) L’induzione od il rafforzamento di un sentimento pessimistico/nichilistico vero il futuro

3) L’induzione od il rafforzamento di un sentimento di malessere sociale

4) L’assuefazione alla menzogna e il conseguente intorpidimento dei dispositivi di filtraggio critico e razionale

5) L’induzione od il rafforzamento della diffidenza verso le leggi dello Stato (obbligo di vaccini, ad esempio).

Osservando gli effetti della bufala sulla “lezione” di Francesco Schettino alla Sapienza, potremo rilevare il concretizzarsi di alcuni di questi punti cardine della manomissione del fatto; la reazione più frequente (anche da parte degli intelletti più equipaggiati), infatti, è ed è stata l’indignazione verso l’Italia (la Sapienza è un ateneo statale), le sue leggi e la sua magistratura, che consentirebbero ad un “assassino” di tenere conferenze all’università.

“Questa è l’Italia”, “siamo senza speranza”, “solo da noi”, ecc, i “frame” che incapsulavano ed incapsulano l’emotività collerica della “massa”, pungolata, punta e sollecitata nel suo ventre più profondo.

Altro elemento che dovrà preoccupare, il fatto che la bufala sia stata ripresa e rilanciata da alcune delle più autorevoli testate nazionali, da telegiornali e radiogiornali, venuti meno, quindi, ai principi guida della buona informazione ed ai loro obblighi deontologici elementari.

Alla luce della complessità e delicatezza dell’attuale fase storica, potremmo facilmente dedurre tutta la pericolosità sociale di simili strategie e comportamenti.

Quando l’ingenuo diventa “debunker”.Chi crede alle “bufale”, chi non ci crede e perché

Ai tempi della Seconda guerra del Golfo (2003), un sondaggio dimostrò come l’86% degli statunitensi che credevano alle informazioni (poi rivelatesi distorte e manipolate) sul regime di Saddam Hussein fosse collocato tra coloro i quali erano comunque favorevoli al conflitto e all’amministrazione Bush. C’era quindi un legame tra queste “misperceptions” (nel gergo della comunicazione “false percezioni”) e l’ideologia-convincimento di base dei cittadini che le accoglievano come veritiere.

Facendo una piccola ricognizione tra i contatti presenti sulle varie piattaforme di “social networking” che gestisco o co-gestisco, ho avuto modo di notare una certa instabilità nel criterio di valutazione delle informazioni che arrivano all’utenza; chi apparentemente si dimostra vulnerabile all’inquinamento del fatto e dell’elemento documentale, palesa ed attiva invece, in altre circostanze, dispositivi di filtraggio e di “debunking ” estremamente perfezionati ed efficaci. Utilizzando come esempio le “bufale” più recenti, come l’ “abolizione” della Storia dell’Arte dalle scuole italiane o , ancora, il presunto regalo di 7,5 miliardi di euro alle banche, esse hanno trovato libero ed immediato accesso ed accoglimento sugli spazi di chi, in modo trasversale (con una certa preponderanza di pentastellati ed elelettori di destra), è ostile all’esecutivo Letta, ma gli stessi condivisori si sono rivelati poi sorprendentemente razionali nell’analisi di altri “midcult“, come quello che vedeva il leader dei Forconi Danilo Calvani nell’occhio del ciclone perché “accusato” di possedere una Jaguar. In tale circostanza, i “calvaniani” (nella mia personale indagine posizionati tra l’estrema destra e il Movimento Cinque Stelle), hanno sottoposto la notizia ad un vero e proprio sezionamento, andando alla ricerca della proprietà dell’automobile, della sua data di immatricolazione, ecc.

Simili studi ed esperienze sembrano avvalorare una tesi comune, nella sociologia della comunicazione e nel giornalismo, che vede i media e la propaganda non come costruttori del consenso ma come semplici emanazioni, megafoni e puntellatori dello stesso. La propaganda mediatica attecchisce quindi più facilmente se i suoi argomenti sono, in qualche modo, sulla stessa traiettoria d’intendimento del bersaglio del messaggio.

Beppe Grillo, Laura Boldrini e il ruolo della provocazione.


Quando il più grande imprenditore televisivo non dispone di una televisione

Strumento orizzontale, libero ed interattivo, il web non ha tuttavia ancora spodestato la televisione dal suo ruolo di “opinion maker” egemone e preferenziale, e quasi certamente non ci riuscirà mai, data l’irruzione di nuovi soggetti come le “i-Tv”, già diffusissime e popolari oltreoceano. Il gap tra web e tv si rende ancora più forte, percepito e percepibile in un Paese come il nostro, terzo in Europa a dotarsi di una connessione (grazie all’Università di Pisa) ma ancora ancora indietro rispetto alla media europea nelle statistiche sull’utilizzo e la diffusione degli strumenti dell’interazione virtuale. Scrive il blogger , giornalista e politologo Filippo Sensi a proposito del ruolo dei media durante l’ultima campagna elettorale: “Ci aspettavamo una campagna virale, creativa, come era stato per le amministrative di Milano, con la vittoria di Pisapia. Non è che non ci siano stati spunti e che la Rete non abbia giocato un ruolo crescente. Ma l’impressione complessiva, anche alla luce dei risultati del voto, è che non si sia giocata online la partita elettorale”.

Abilissimo comunicatore e profondo conoscitore delle dinamiche alla base del consenso, Beppe Grillo si rende conto che la sua sopravvivenza pubblica e politica non sarebbe possibile, senza un’esposizione televisiva adeguata; per questo, la provocazione, la forzatura e il pirotecnicismo dialettico sono gli strumenti mediante i quali il leader pentastellato ottiene non soltanto la visibilità sul grande schermo, ma un ruolo assolutamente dominante nell’universo catodico. L’avvitamento del dibattito televisivo sulla recente polemica con la Presidente della Camera dei Deputati, è la prova e l’esempio paradigmatico dell’efficacia di questo indirizzo tattico e politico.

Padri separati. Vittime invisibili.

Aporie

Il rispetto e la salvaguardia della famiglia “tradizionale” passa (anche) per il raggiungimento e il rafforzamento di una cultura dell’inclusione nei confronti dei padri separati, vittime invisibili (insieme ai loro bambini) di una mitologia che ha le sue mefitiche radici ha nell’arcaismo sociale e in una perversa logica compensatorio-risarcitoria a vantaggio esclusivo della donna-madre. Si sposti la bussola delle intenzioni e dell’ inquietudine; non sono le aspirazioni civili delle coppie omosessuali o “di fatto”, il vulnus della comunità familiare.

Mirabile, a tal proposito, l’esempio svedese (NB: la Svezia non è una “repubblica nata dalla Resistenza” bensì una monarchia con un simbolo religioso sul vessillo nazionale).

Web e propaganda: invisibilità del caos

Anarchica (nell’accezione popolare e non storico-filosofica dell’ espressione), in buon parte incontrollata e, “de facto”, incontrollabile, la rete presenta, propone e nasconde numerose insidie per l’informazione, la sua elaborazione e la sua trasmissione; sabotaggi, alterazioni, manomissioni, falsificazioni, ecc. Atomo primo di ogni manovra di tipo distorsivo è sempre la componente ideologica, politica come extra-politica.

Argomento ancora poco trattato, data la limitatezza dell’esperienza storica del web, un suo elemento attoriale di importanza primaria è stato stato, fino ad oggi, del tutto ignorato: la figura dell’ “opinion maker amatoriale”.

Si tratta di personaggi che riescono, con il tempo e grazie alla loro costante e capillare opera di “informazione” e veicolazione di un determinato tipo di argomenti, tesi e materiale, a costruirsi un “consenso” ed una credibilità agli occhi della loro platea di “followers” ed “amici”. Si profilerà quindi il rischio di vedere accettato ed incamerato qualsiasi loro messaggio, dichiarazione o condivisione, anche i più disancorati dal portato documentale verificato e verificabile e dalla traiettoria logica dell’evidenza. La loro azione è particolarmente insidiosa proprio perché criptica e sottovalutabile, in quanto la “massa” dei contatti che possiamo avere su un “social network” non si presenta nella sua “fisicità” (quindi con un forte potere d’impatto visivo) ma incapsulata e nascosta in un nome e in una cifra. Invece, l’input inquinato giunge e può giungere ad un numero anche elevatissimo di destinatari, i quali saranno portati a disattivare i loro meccanismi di filtraggio cognitivo data la stima ed il rispetto nutrito nei confronti del propagandista (l’ “opinion maker amatoriale” sopracitato).

Sotto certi aspetti,il ruolo, la conformazione e la potenzialità di questi attori della persuasione possono essere accostati a quelli dei micidiali “Four Minute Men” della propaganda wilsoniana (1917)

Marketing e comunicazione.”Così giusto per ricordarlo”

Nella sue ultima campagna autopromozionale, Mediaset lancia ed evidenzia una serie di messaggi concettuali che non possono sfuggire ad una sosta analitica e valutazionale approfondita ed al vaglio delle risorse storiografiche. In alcuni si vedono “everyman”, uomini “qualunque” (muratori, truccatori, ecc) che proclamano alle telecamere, con orgoglio e fierezza, di lavorare per l’azienda; in altri viene ricordato come il gruppo non sia un colosso americano e non usufruisca di finanziamenti pubblici; in altri ancora il messaggio è confezionato nel mito dell’azienda che ha “iniziato da zero”. La chiosa, il “refrain” fisso ed immancabile, ci rammenta come la ricezione dei programmi di Cologno Monzese sia gratuita.

Si tratta di una strategia antica, formulata e concepita in modo da associare al totem berlusconiano l’immagine di una rete “per tutti”, “di tutti”, e fatta “da tutti” (il muratore e la truccatrice), umile, che ha iniziato dal basso, lottando contro potentati e trust (la RAI) e che, a differenza di altri competitors (sempre la RAI) non fa pagare un centesimo alla sua clientela, come ad indicare vi fosse tra i due segmenti, la “gente” e l’azienda, un rapporto affettivo, un legame collocato e collocabile oltre il perimetro delle logiche produttive e commerciali (in realtà, l’offerta migliore del gruppo è affidata a Mediaset Premium, che è a pagamento).

Ma davvero Mediaset non costa nulla?

Davvero Mediaset è il piccolo seme trasmutatosi nella grande quercia?

Non proprio.

E’ grazie a potenti ancoraggi al “palazzo” che Mediaset ha potuto svilupparsi e prosperare (celebre il decreto del 1984, varato in fretta e furia dall’allora Premier Bettino Craxi che mollò un incontro internazionale con la Thatcher a Londra per consentire le messa in onda delle reti del “Biscione”, oscurate da tre procure) ed ottenere il dominio monopolistico delle frequenze grazie al quale domina, tiranneggia ed atrofizza il mercato televisivo privato da oltre un trentennio.

Per quel che concerne i costi, invece, è utile segnalare alla memoria la multa di 130 milioni di euro che lo Stato italiano deve pagare, ogni anno, (la sentenza è della Corte di Giustizia Europea) finché Rete 4 non cederà ad Europa 7 le frequenze che avrebbe dovuto abbandonare dopo aver perso una regolare gara d’appalto nel 1999 nonché il risarcimento di 10 milioni di euro all’imprenditore Francesco Di Stefano, proprietario dell’emittente defraudata dei suoi spazi dal canale berlusconaino. A questo si aggiunga il carico, per l’erario (e quindi per il cittadino italiano) proveniente dal mancato versamento delle imposte che ha portato alla recente condanna del Cavaliere.

Dal 1980, Mediaset si affida a questa traiettoria della persuasione, sottile ed astuta, in virtù della quale è riuscita a sedimentare nelle percezioni di una fetta rilevante della comunità italiana l’idea di un soggetto mediatico “amico”, modificando, contestualmente, l’immagine del suo rivale storico (la RAI), incapsulato nei contorni del monolite stanco, ipocrita, grigio e, soprattutto, esoso (il pagamento del canone). In questo, hanno giocato un ruolo imprescindibile ed apicale alcuni dei personaggi “per famiglie” (Vianello-Mondaini, Corrado, Bongiorno, Bramieri, ecc) che, una volta trasmigrati alla corte dell’ arcoriano, si sono appiattiti sui suoi dettami comunicativi, lanciando e rilanciando l’archetipo di una RAI ingrata ed improba che voltava le spalle a chi aveva fatto la sua fortuna (fu il contrario), a differenza di quel Berlusconi, munifico e lungimirante, che aveva onorato la loro dignità di artisti.

Nulla è gratuito per chi persuade. “Così giusto per ricordarlo”

La notiziabilità dello schock e le colpe del giornalismo italiano.

Uno dei decani del giornalismo statunitense, nonché celebre e celebrato “muckracker”, Lincoln Steffens, faceva notare come avrebbe potuto creare un’emergenza sociale, una psicosi collettiva, partendo dai normali fatti di cronaca che avvenivano nel quotidiano, amplificandoli attraverso il mezzo mediatico e la sua retorica. Questo perché il cronista è il “medium” tra le masse e ciò che succede e per questo le masse sviluppano nei suoi confronti un rapporto di tipo fideistico. Da tale assunto di base si comprende la delicatezza del ruolo di chi fa informazione; una notizia manomessa, alterata o , peggio ancora, falsa, sporca la percezione che il cittadino ha di se stesso, del collettivo e di chi lo governa, orientandolo di conseguenza. Il crisismo demolitivo che sta delineando il lavoro della stampa nazionale si muove secondo questa nefasta traiettoria. I motivi sono, essenzialmente, due: il dettato politico (quasi tutte le testate hanno una proprietà partitica) ed il bisogno di fare “cassetta”, bisogno che soltanto le notizie ad altissimo impatto emotivo possono garantire, secondo il principio breueriano-freudianio della catarsi (il lettore scarica ed appaga i propri impulsi più violenti nell’acquisizione di una notizia di importante urto adrenalinico ). Si viene meno, però, ai dettami dell’etica deontologica (mirabilmente illustrati e condensati nello “Statement of Principles” del 1975 ) nuocendo alla società, corrodendone le basi e, quel che è peggio, la fiducia, ammanettandola ad una cultura del disfattismo che mostra i contorni del vicolo cieco.

Quel gioco al massacro che potrebbe fregare Grillo

Era opinione di Mao Tse-tung che un conflitto nucleare tra la superpotenza sovietica e quella statunitense (con relativa, mutua distruzione) avrebbe consegnato il dominio del pianeta al suo Paese, a quel punto unico titano militare, economico e demografico sul campo, scampato alla catastrofe bellica. Rumors credibili e accreditati vogliono una parte dei leaders cinquestellati nelle vesti che furono del “Grande Timoniere” (mi si perdoni la forzatura), burattinai occulti di un’alleanza PD-PdL per un esecutivo tecnico di transizione che assicurerebbe, nei loro disegni, la fine di entrambi i monoliti della politica italiana. Ma andrebbe veramente così? Forse, ma forse qualcuno sta peccando di superficialità di analisi; una convergenza parallela (per usare una formula cara a Moro) tra il blocco bersaniano e quello berlusconiano, avrebbe infatti lo scopo, implicito od espilcito, di colpire Grillo, mostrandolo come un capo inaffidabile che non esita, pur potendo contare sulla forza dei numeri, a relegare il suo già provato Paese nell’immobilità­. Se ancora PD e PDL dovessero, per raggiungere il fine comune di affossare il M5S ed accreditarsi come forze della responsabilità e dell’avvedutezz­a, giungere ad un clima di “appeasement” come fu ai tempi della Bicamerale o durante la campagna 2008, le loro bocche di fuoco mediatiche unirebbero tutta la loro energia contro il comico genovese e la sua creatura, i quali, con la sola rete, non potrebbero oppore adeguata difesa ad una tale “force de frappe” (il canale televisivo rimane di gran lunga lo strumento di informazione più diffuso nel nostro Paese). Non dimentichiamo altresì che l’elettorato a cinque stelle è animato da grandi aspettative e speranze, e l’immobilismo radicale non gioverebbe a Grillo; vomitare il mantra “andate a casa-vaffanculo­, vaffanculo-anda­te a casa” dal cucuzzolo di una vetta telematica, adesso non è più sufficiente. Ps. Morale: mai sfidare a duello i media e chi li controlla. Alla fine si viene “toccati”. Sempre. Il quarto potere è e sarà sempre il più poderoso ed incisivo