La forza del Paese “reale” nel referendum scozzese.Silent majority e Vocal minority.

La netta affermazione del NO nel quesito referendario scozzese (55% contro 45% con un 84% di affluenza) ha dimostrato, ancora una volta, la differenza netta, sostanziale e decisiva, tra il Paese “reale” ed il Paese “politico”.

Il primo è identificabile nella “silent majority” (“maggioranza silenziosa “) di memoria nixoniana, ovvero il segmento più consistente della popolazione, che fa politica attiva soltanto nell’urna. Generalmente tradizionalisti e conservatori (anche se non necessariamente moderati) gli appartenenti alla “silent majority” manifestano uno scetticismo abituale verso le novità e gli estremismi, indipendentemente dalla loro collocazione “cromatica”.

Il secondo è identificabile nella “vocal minoity” (“minoranza rumorosa”), attiva e partecipe anche al di fuori degli appuntamenti elettorali e per questo più visibile e qundi, soltanto in apparenza, più forte.

In Italia, abbiamo avuto la dimostrazione di questa differenza, del suo peso e del suo ruolo, in occasione delle recenti consultazioni per il parlamento europeo, con un M5S, mattatore nelle piazze ed in rete (e per questo dato da molti observers come favorito), che ha perduto 3 milioni di voti, ed un PD, dato intorno al 25%, che ha addirittura sfondato la soglia del 40%, avvicinandosi al record che fu della DC a guida Fanfani, nel 1958.

Sul fronte indipendentista, i vari candidati appartenenti a formazioni che propugnano il ritorno delle Delle Due Sicilie non raccolgono che percentuali infinitesimali, nelle poche occasioni nelle quali riescono a presentare le loro liste (Michele Ladisa del Movimento DuoSiciliano si è fermato 0,20%). Anche in questo caso, potremo osservare una profonda differenza tra la forza “reale” e quella “sostanziale” di questi movimenti, attivissimi in rete (dove confezionano rielaborazioni stroiche al limite del grottesco) ma de facto inesistenti nelle urne.

In Veneto, regione considerata roccaforte leghista e laboratorio degli esperimenti separatisti del Carroccio, il partito di Salvini può invece contare su un 15,87% (politiche 2013), cifra assolutamente insufficiente per dare corpo e forma qualsiasi velleità rivoluzionaria.

A penalizzare l’indipendentismo, in Italia come altrove, anche una strategia comunicativa spesso aggressiva e un modus operandi borderline che spoglia le varie fazioni secessioniste di credibilità agli occhi dell’elettore moderato.

“For almost 200 years, the policy of this Nation has been made under our Constitution by those leaders in the Congress and the White House elected by all of the people. If a vocal minority, however fervent its cause, prevails over reason and the will of the majority, this Nation has no future as a free society”. Nixon’s ‘Silent Majority’ speech. 1969

Perché dire “Italietta” equivale a dire “sporco negro”.L’equivoco del razzismo “endogeno”

Non è infrequente imbattersi, sulle piattaforme virtuali come nei consessi “reali”, in commenti ad episodi di razzismo a loro volta ad elevato dosaggio di pregiudizio biologico. Protagonisti, individui che, nell’intento di manifestare il loro sdegno all’ìntolleranza, finiscono con il palesarne, nella stessa misura di coloro i quali vengo censurati, insieme ai loro atteggiamenti.

Se, ad esempio, l’episodio razzista accade in Italia, costoro si lanceranno in “tackle” sulla comunità e la cultura italiane, in modo generico e generalizzante, attraverso schemi comportamentali e registri comunicativi che respingerebbero con sdegno e vigore, se adottati nei confronti e ai danni di realtà altre e differenti.

Si tratta di una forma di razzismo “endogeno”, la cui pericolosità sociale non viene percepita in tutta la sua dimensione (sfuggendo anche alla classificazioni delle scienze storiche e sociali) in quanto chi la pone in essere lo fa, appunto, contro sé stesso, contro il proprio humus etnico ed ambientale.

Il razzista “endogeno”, inoltre, sarà persuaso di aver compiuto un gesto di elevata qualità civica e civile, screditando il proprio elemento comunitario in quel momento visto come contrapposto ad una categoria solitamente colpita dalla discriminazione.

Questo, renderà la sua correzione ancora più complessa e disagevole.

“Siamo invasi!”-Miti e leggende sugli immigrati e l’immigrazione

Contestualmente alla nascita ed alla progressiva affermazione, in Italia, di un saldo migratorio positivo, ha visto la luce e si è sviluppato un sentimento di sospetto e rabbia verso gli immigrati, irrobustito da una narrazione mediatica non sempre fedele al fatto ma più attenta all’ “infiotainment” (informazione spettacolo) ed agli interessi, politici, dell’editore.

I cardini di questo sentimento di avversione e ostilità, aumentato con e dopo l’esplosione della crisi economico-sociale, sono l’idea che i migranti rappresentino un numero eccessivo, siano dediti alla violenza o a condotte di tipo parassitario, vogliano sottomettere la nostra cultura e, ancora, “rubino” il lavoro agli italiani.

Si tratta, ad ogni modo, di elementi privi di un riscontro statistico e documentale, frutto , essenzialmente, della disabitudine italiana all’immigrazione (il nostro è sempre stato un Paese di emigrazione) e, come accennato, del malessere sociale dovuto alla severità della congiuntura economica e che trova, nell’altro”, una valvola di sfogo ideale.

Ma andiamo ad esaminarli, punto per punto.

Gli immigrati sono troppi. E’ in atto un’invasione
FALSO

Se con 4,8 milioni di stranieri ( 5.011.000 , secondo le utlime stime), l’Italia si colloca al terzo posto in Europa, dopo Germania (7,4 milioni) e Spagna (5,6 milioni) , è pur vero che, su una popolazione di 60,8 milioni di abitanti, essi non rappresentano che il 7,4% del totale, Una cifra tropo esigua, per poter parlare di “invasione”.

Gli immigrati sono parassiti. Li dobbiamo mantenere noi.
FALSO

Secondo Confindutria, il 12% del Pil italiano (1,7 miliardi di euro) arriva dal lavoro degli immigrati. Da notare, inoltre, come gli italiani in possesso di laurea siano il 12,5% contro il quasi identico 10,2% degli stranieri .

Gli immigrati sono musulmani che voglio distruggere la nostra cultura
FALSO

Su circa 5 milioni di stranieri, i musulmani sono 1.505.000 , mentre ben 2.465.000 i cristiani. Il segmento restante è frazionato in Atei (196.000) , Induisti (120.000), Buddisti (89.000) , Animisti (46.000), Ebrei (7.000), altre fedi (144.000).

Gli immigrati sono tutti dediti al crimine
PARZIALMENTE FALSO

Se i reati commessi dai clandestini (persone spesso fuggite da situazioni di miseria e disagio causate, anche, dalle politiche occidentali) costituiscono una cifra senza dubbio rilevante, i reati commessi da immigrati regolari rappresentano soltanto il 6% del totale ( ISTAT).

Gli immigrati ci rubano il lavoro
FALSO

Gli immigrati sono addetti alle mansioni meno qualificate, meno retribuite e più usuranti, nei campi, nei cantieri , molto spesso in nero e senza coperture previdenziali. il lavoro manuale non qualificato costituisce la forma principale di inquadramento professionale della forza lavoro straniera, assorbendo il 36,2% dei lavoratori.

L’Italia ha una capacità ricettiva limitata e limitante (non può accogliere tutti e sempre), ad ogni modo, il pregiudizio razzista è una zavorra per il pensiero critico e razionale che dovrà essere abbandonata, nel nostro interesse come in quello degli stranieri.

Oggi ricorre l’anniversario del disastro di Marcinelle. Ricordiamoci delle nostre radici cristiane, e ricordiamoci di quando ad avere fame, e fame sul serio, eravamo noi.

“Patria o muerte”.Quando la differenza tra la sinistra sudamericana (patriottica) e quella italiana (antinazionale) sta tutta in un morso. Le ragioni della storia.

All’indomani della vittoria azzurra ai mondiali tedeschi, su “Liberazione” (organo ufficiale di Rifondazione Comunista) apparve un articolo molto critico verso i festeggiamenti, presentati come una manifestazione di nazionalismo esaltato, ultrastico e pericoloso. Secondo l’estensore del pezzo, erano i tricolori stessi ad essere sul banco degli imputati, visti non già come semplici simboli nazionali ed istituzionali bensì come vessilli di un’ isteria protofascista collettiva (!).

Sul versante opposto, la sinistra marxista uruguaiana (il Frente Ampilo) ed il suo leader (l’ingiustamente mitizzato José Alberto “Pepe” Mujica ) sono scesi e stanno scendendo in campo a ranghi serrati e con (farseschi) toni di guerra in difesa di Luis Alberto Suárez dopo la (giusta ) squalifica per il grave atto di violenza commesso ai danni di Giorgio Chiellini.
Esiste una profonda differenza tra la sinistra marxista italiana e quelle sudamericane, evidenziata anche da questo aneddoto “sportivo”; se, infatti, i socialisti e comunisti di casa nostra hanno sviluppato un tenace spirito antinazionale, frutto di un’alterazione del portato internazionalista marxiano e dell’ anti-italianismo gramsciano (cristallizzato ne “La questione meridionale”, maldestro ed emotivo pamphlet storiografico di critica antirisorgimentale), la sinistra sudamericana ha, invece, coltivato una forte vocazione patriottica. Questo perchè le dittature, militari e civili, di stampo reazionario e fascista che per decenni hanno oppresso i paesi dell’America Latina ebbero il vitale sostegno dalle potenze europee e, in particolare, degli USA. Essere antifascisti era, quindi, intrinsecamente legato all’essere nazionalisti e identitari. Si tratta di una filosofia che ha sempre penalizzato le sinistre radicali, nel nostro Paese. L’ anti-identitarismo è e rappresenta infatti una scelta antropologicamente innaturale.

Dal falso rapporto dell’ Ispettorato per l’immigrazione USA alla “bufala” del referendum svizzero per escludere gli italiani.Quando la propaganda migrazionista e quella razzista si danno la mano.

“Isola felice” nel cuore del Vecchio Continente in ragione della sua plurisecolare tradizione di neutralità, stabilità politica, continuità democratica e rispetto delle diversità etniche e culturali (pur tra numerose ombre e contraddizioni), la Confederazione Elvetica ha attirato ed attira tuttora un poderoso flusso migratorio da ogni angolo d’Europa, sia che si tratti di lavoratori “stanziali” che di “frontalieri”. Trattandosi di un Paese dalle limitatissime dimensioni territoriali, le sue capacità ricettive risultano ad ogni modo limitate, di qui l’esigenza di elaborare una soglia all’ingresso di manodopera estera, innanzitutto per quel che concerne i frontalieri, vera e propria spina nel fianco dell’economia di Berna e fonte di tensione politica e sociale nel paese. Analizzando nel dettaglio la mappatura dei lavoratori immigrati in terra svizzera, potremo notare come la maggior parte dei frontalieri provengano dalla Francia (74.000), la quale esporta a sua volta un totale di ben 179.000 pendolari, seguita dall’Italia con 40.000 unità, (circa 1/4 dei frontalieri totali dei “cugini” francesi ) e dalla “ricca” Germania, con 31.000 frontalieri (poco meno dell’Italia).

Il rigorismo imparziale del dato statistico ridimensiona quindi il “masscult” del referendum concepito per “colpire” la manodopera italiana, e il “refrain” dell’Italia “sud del nord”, benché innescante un certo impatto emotivo, risulterà svuotato di qualsiasi credibilità concettuale perché privo dell’aggancio all’elemento fattuale e documentale. La propaganda “migrazionista” ricorre in questo caso allo stratagemma della “semplificazione” per veicolare un messaggio inclusivo mirante alla demolizione dei contenuti più rozzamente identitari e razzisti attraverso il metodo della “somiglianza” e della “sovrapposizione” (gli italiani sarebbero visti come gli albanesi o i romeni della Svizzera).

Non è la prima volta che i supporters dell’accoglienza fanno uso della manomissione della notizia per puntellare le loro ragioni ; celebre, a questo proposito, il caso del rapporto (fasullo) dell’ Ispettorato per l’immigrazione USA , che voleva i nostri connazionali presentati come piccoli, puzzolenti ladri, violenti, ecc. In questo e per questo, non vi è differenza con i portabandiera del razzismo più truculento, con le loro “bufale” sul Ministro Cécile Kyenge.

I “Forconi” e la miopia rumorosa delle piazze

“If a vocal minority, however fervent in its cause, prevails over reason and the will of the majority, this nation has no future as a free society. So tonight, to you, the great silent majority of my fellow Americans, I ask for your support. Because, let us understand: North Vietnam cannot defeat or humiliate the US, only americans can do that.”

Queste le parole pronunciate da Richard Nixon, 37esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, nel discorso alla Nazione del 3 novembre 1969 in cui difese la sua politica nel Viet Nam.

Quel giorno, fece il suo ingresso il concetto di “maggioranza silenziosa” (“silent majority”), usato per definire e catalogare quella porzione, maggioritaria di elettorato, prevalentemente collocato e collocabile nella “middle class”, che non si riconosceva nelle agitazioni della piazza e nel linguaggio e nelle istanze provenienti dai cantieri ideologici delle ali più rivoluzionarie della politica.

“We need Nixon”, fu infatti lo slogan sui manifesti elettorali dell’avvocato di Yorba Linda nella campagna presidenziale del ’68, proprio per rimarcare, suggerire e assecondare quel bisogno di quiete e serenità sociale di cui la massa monolitica dei lavoratori americani, bianchi e protestanti, aveva bisogno. Vinse, convinse e stravinse, Nixon, nel 1968 come nel 1972, prendendosi la rivincita dopo le debacle del 1960 contro John Kennedy e del 1962 nella sfida per la carica di Governatore della California .”La più grande resurrezione dai tempi di Lazzaro”, titolarono i giornali. E avevano ragione. Vinse, stravinse e convinse grazie a questa traiettoria intenzionale, alla capacità di intercettare gli umori, i bisogni , le paure e le aspirazioni degli “everyman”, a padroneggiare, in poche parole, il cosiddetto “Fattore K” .

La storia recente dimostra come nelle democrazie occidentali le forze più attive sulle piazze siano quelle che poi non riescono a replicare il successo nelle urne, proprio perché incorreggibilmente diverse e distanti dalla comunità di “uomini qualunque”, gli uomini “della strada” che rigettano e respingono l’impegno costante frutto del normativismo didascalico-pedagogico e il principio di “stato etico”, preferendo ripiegare su un lasseferismo che non è e non va snobisticamente interpretato come mero individualismo (errore commesso da molti politici e “strategists” specialmente di sinistra) ma come legittima aspirazione ad un produttivismo pacato e rassicurante.

La protesta dei “Forconi” si dimostra quindi vulnerabile e destinata all’archiviazione perché ricalca e ripropone gli sbagli che furono dei movimenti che animarono e sconvolsero le piazze negli anni ’60 come nei ’70, sbagli di tipo essenzialmente politico e strategico. Concentrare l’esplicazione del dissenso su strade, binari oppure creare disagi alle attività commerciali, ad esempio, significa colpire e danneggiare le persone comuni, spostando il “focus” dalla classe dirigente al popolo (errore politico) e producendo, di conseguenza, una reazione negativa da parte di quella piattaforma che si vorrebbe orientare a proprio favore (errore strategico).

Buonanotte, notte. Bellocchio, Moro e la costruzione del pathos

Di notevole urto emotivo, adrenalinico, trascinante ed astuto. “Buongiorno Notte” di Marco Bellocchio presenta tuttavia una manomissione della ricostruzione storica che , seppur irrilevante dal punto di vista narrativo e cronistico, appare intollerabile sotto il profilo etico e morale.

Nel’esposizione bellocchiana, lo spettatore assiste alla vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro attraverso gli occhi di uno dei suoi carcerieri, la brigatista Anna Laura Braghetti; ebbene, il regista si sofferma in modo particolare sui (presunti) sensi di colpa e sulle (presunte) esitazioni che i (presunti) meccanismi frenanti dell’impianto morale della terrorista avrebbero messo in atto, portandola quasi sul punto di liberare il suo “prigioniero”. Ma Bellocchio si spinge oltre, arrivando a mostrarci la “scarcerazione” dell’ex Presidente del Consiglio e la sua uscita in strada, sotto la pioggia (in uno scaltro ammiccamento all’evasione di Andy Dufresne ed al suo “bagno purificatore” sotto il diluvio del Maine) in un crescendo di cromatismi emotivi e sotto lo sguardo commosso della terrorista. Si tratta di una soluzione capziosa perché collocata e collocabile, ancora una volta, nel “point of view” di quella che nella realtà dei fatti fu la sua carnefice, come a voler“confondere” il giudizio dello spettatore sulla vicenda, sovrapponendo alla durezza del vero un’ immagine ad elevatissima carica sentimentale nonché decisamente più accettabile e spendibile sotto il profilo etico.

Nemmeno l’osservatore più scrupoloso ed attento può sapere o potrà verificare che cosa, di fatto, albergasse nei tessuti emotivi più intimi e profondi della Braghetti, ma il portato documentale (quindi il dato più affidabile perché accertabile) ci consegna una storia ben diversa, una storia fatta di 55 giorni di detenzione forzata in un covo grande come un ripostiglio, ci racconta dello sterminio di una scorta di giovani agenti di polizia (figli, mariti e padri), ci racconta le umiliazioni, gli sputi e gli insulti ad un anziano ferito, e, soprattutto, ci racconta di quei sette proiettili calibro 32 Winchester che Anna Laura Braghetti, propostaci da Bellocchio come gravida di torsioni emozionali di ogni ordine e grado, esplose sul volto di un timido professore universitario, Vittorio Bachelet, mentre questi chiedeva di venire risparmiato “proteggendosi” con le buste della spesa. Questo nuovo fatto di sangue sconvolse l’Italia nemmeno due anni dopo il delitto Moro; si ricava quindi il ritratto di un sicario a sangue freddo più che di una giovane timida e sprovveduta in balia delle paure e dei rimorsi.

Perchè questa alterazione? Le motivazioni possono essere varie e variegate: chi scrive ne ha individuate due, in particolare.

1. il tentativo di “alleggerire” dal peso di una colpa terribile ed eticamente non negoziabile quello che, de facto, era un segmento (sebbene minoritario ed imbizzarrito) della sinistra, la comunità ideologico-politica di cui fa parte il cineasta di Bobbio

2: l’impostazione culturale di riferimento, che espelle dalla propria architettura normativo-pedagogica l’idea della violenza femminile, confinandola nell’immagine stilizzata di un’anomalia sociale di derivazione altra ed antitetica. La nostra società non è ancora pronta a fare i conti con l’idea di una parità piena ed amplipensante, anche nei segmenti più bui dell’azione femminile, ma si presenta ancora ripiegata su un politically correct risarcitorio e compensatorio nei confronti della donna.

E’ questo il liquido amniotico nel quale trova vita e sviluppo la manomissione bellocchiana.

Non avrebbe mai immaginato, l’Onorevole Moro, quando rischiava la vita contro il nazi-fascismo, quando scriveva una delle carte costituzionali più avanzate di ogni tempo (con il contributo dei monarchici come dei marxisti-leninisti), quando difendeva la democrazia, ancora ed ancora, quando lavorava per l’inclusione delle proposte della socialdemocrazia nelle progettualità governative, che chi non era ancora nato, quelle future generazioni per le quali si batteva, quei ragazzi che lui aveva fatto nascere nel benessere e nell diritto, si sarebbero spinti fino a schiacciare la sua libertà, la sua dignità, la sua vita.

Aldo Moro, classe 1916.

Oreste Leonardi, Raffaele Jozzino, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Domenico Ricci.

Buongiorno, Storia.

Il nazionalismo italiano: soggettività ed oggettività di un tabù

In un mio precedente contributo, evidenziavo come la fragilità della coscienza nazionale italiana non fosse soltanto o principalmente riconducibile alla brevità del nostro percorso unitario e/o alle differenze di tipo culturale e storico tra i vari segmenti locali, quanto al trauma sociale ed antropologico scaturito dall’esperienza fascista, che aveva portato al confinamento del sentimento patrio e identitario ai margini della nuova architettura liberale e civile, etichettandolo come rigurgito e sinonimo di provincialismo, grettezza intellettuale e claustrofobia sociale. Fattori sinergici e solventi a/di questo fenomeno, erano e sono il portato internazionalista di stampo marxiano-marxista, peculiarità della sinistra comunista italiana (estremamente forte e condizionante la vita politica nazionale per oltre mezzo secolo) e l’universalismo cristiano di partiti come la DC, tutti elementi che avevano agito ad impoverire ulteriormente una percezione corale già di per sé incerta e frastagliata.

Esiste, però, nel nostro Paese, una forma di nazionalismo anticonvenzionale molto complessa, che si manifesta mediante una sua compartimentazione ed un suo frazionamento; non è, infatti, l’Italia nel suo insieme ad essere il fulcro della pulsione sciovinista ma le singole realtà territoriali, in special modo regionali. Questo perché , attraverso tale procedura cognitiva, il sentimento patrio si mostra fortemente diluito, camaleontizzato e frenato, non risultando, di conseguenza, più un tabù culturale. Si amo in presenza di in fenomeno che interessa in special modo la Sinistra e che ha come oggetto intenzionale il Meridione, in quanto più esposto, per la sua situazione di maggior disagio economico e sociale rispetto al Nord, al “poltically correct” e per questo meglio paradigmatico delle teorie marxiano-marxiste sulle iniquità del capitalismo. Ecco che i sardi diventano il “popolo sardo”, quasi a voler assegnare loro una dignità ed un’identità altre e antitetiche rispetto alla rimanente porzione del Paese e si attribuiscono loro doti e virtù in un esercizio agiografico che solitamente viene espulso dal nostro impianto normativo quando ci riferiamo all’ Italia nel suo insieme (il caso sardo sia estrapolato dall’eccezionalità emotiva della situazione post-alluvione). Ma non solo: il frazionamento e la compartimentazione dell’istologia culturale comunitario-unitaria diventano una risposta, essi stessi, al trauma-tabù del nazionalismo, mediante una prassi ideologico-politico-culturale che esilia dal centro per trasferirle nella periferia quelle esigenze e velleità di appartenenza intrinseche a chiunque rientri un sistema collettivo ristretto: proclamarsi abruzzesi, sardi, veneti o napoletani, sarà quindi un atto di orgoglio nonchè un’attestazione di apertura ed elasticità mentale, mentre proclamarsi, con la medesima intensità emozionale, “italiani”, sarà percepito come sinonimo e prova di offuscamento reazionario.

E’ interessante notare come nel XIX secolo, nel pieno svolgimento dei processi risorgimentali, questo assetto si presentasse del tutto invertito: le intellighenzie guardavano infatti, da Nord come a Sud, all’idea di stato unitario come ad un trionfo degli ideali di libertà e democrazia sviluppatisi fin dal centennio precedente e viceversa alle realtà regionali come a bozzoli di conservatorismo superato.

“Stati Uniti d’Europa”

Da una dichiarazione di Emma Bonino:

“Questa Europa, così com’è, è inadeguata, ma il problema è dei nostri Stati nazionali. Il nostro sogno sugli Stati Uniti d’Europa è sempre più in controtendenza, dobbiamo saperlo e anche noi ci stiamo avvicinando a derive populiste”.

Come evidenziato in un precedente intervento, l’elemento “euroscettico” (sostenuto anche da vari segmenti del mondo liberale di notevole autorevolezza sotto il profilo pubblico ed intellettuale) viene rivestito di una connotazione negativa ed associato all’estremismo di matrice demagogico-populistica. Ma non solo: l’architettura progettuale europeista va ben oltre oltre, arrivando ad espellere dal proprio sistema normativo e dalle sue concezioni democratiche anche e persino l’idea di stato nazionale identitario, presentato come elaborazione “inadeguata” ed obsoleta, incapsulata in un indumento ideologico che si vuole superato dalle moderne convenzioni dell’evoluzione partecipata e dalle prassi sociali.
La mia personalissima analisi non è e non deve essere interpretata come un “tackle” su Bonino (visto il suo “cursus honorum” in seno alla UE, certi orientamenti risultano comprensibili ed ovvi) e nemmeno sull’ideale inclusivo strasburghiano; è opportuno notare e rilevare, però, come la critica e/o la distanza da taluni allestimenti programmatici venga, de facto, ostracizzata e marginalizzata, assegnata al primitivismo intellettuale e all’azzardo.

Altra cosa, la democrazia.

Ps. Soprattutto in un Paese come l’Italia, traiettorie di questo genere possono trovare e trovano facile accoglimento. La debolezza della nostra coscienza nazionale, il trauma collettivo (antropologico e sociale) dell’esperienza fascista (elemento ideologico a trazione ultranazionalista), il portato culturale internazionalista della sinistra comunista (fortissima e determinante nella e dalla nostra fase repubblicana) e l’universalismo cristiano di partiti come la DC, hanno sfilacciato ulteriormente il nostro patrimonio collettivo, facendo della sua difesa un tabù culturale. Di qui, l’ipertrofismo esterofilo, utilizzato e concepito quale terapia e naturale soluzione

Il provincialismo dell’esterofilia. Breve analisi di un equivoco.

Tra le più smaccate peculiarità intrinseche alla cultura italiana, trova spazio una forma molto rumorosa di esterofilia, spesso collocata e collocabile ai limiti di una vera e propria pulsione italofoba. Il motivo di questa inclinazione distorsiva viene spesso fatto ricondurre alla brevità del nostro percorso unitario, ma è una tesi, a mio modo di vedere, rispondente soltanto parzialmente al vero. I Paesi latinoamericani, infatti, benché quasi completamente sprovvisti di una storia particolare di rilevante consistenza (mi riferisco alle esperienze comunitarie post-coloniali), privi di una lingua comune ed enormemente e disordinatamente composti, sotto il profilo etnico e culturale, mostrano e vantano una fortissima consapevolezza collettiva, identitaria e di appartenenza. L’ἀρχή di questa vocazione xenofila italiana va cercata invece nel trauma sociale ed antropologico causato dall’esperienza fascista che, insieme al portato dottrinale internazionalista della sinistra di ispirazione marxista-marxiana ed a quello universalista del cristianesimo democristiano, ha confezionato e consegnato il clichè secondo cui l’esaltazione di tutto ciò che è patrio sia elemento ed attestazione di provincialismo, grettezza intellettuale ed obsolescenza sciovinistica, mentre la condivisione di tutto ciò che trova paternità altrove è o sarebbe sinonimo di elasticità mentale, lungimiranza e libertà di vedute. Di saper andare oltre, insomma. Accade, però, che proprio nel tentativo di mostrarsi privo di pregiudizi, colui il quale abbraccia questo genere di posizioni finisca con il rivelarne e coltivarne, in questo caso in senso italofobo e, in seconda battuta, provinciale.

Sotto un link dedicato alla memoria ed all’opera di Alcide De Gasperi ho letto, da parte di un giornalista (stiamo quindi parlando di una categoria intellettuale), affermazioni tese a negare l’italianità e la vocazione irredentista del Trentino (falso), l’appartenenza dell’Alto Adige alla storia ed alla cultura austriache (falso) e il postulato secondo cui a voler l’annessione all’ Italia fosse stata solo e soltanto “una sparuta minoranza di intellettuali. Che si erano fatti un’idea dell’Italia del tutto sbagliata. Pensavano chissà che e invece” (parzialmente vero. Il Nostro, però, ignorava che a quel tempo i livelli, bassissimi, di scolarizzazione e di diffusione mediatica facevano sì che soltanto le ristrette cerchie di élites intellettuali potessero avere una cognizione sufficientemente fondata in merito a ciò che le circondava). Ma si spingeva oltre, arrivando addirittura ad asserire che De Gasperi avrebbe imparato il significato di “democrazia” e onestà sotto Francesco Giuseppe!!!! Il che è tutto dire…… “. Accediamo così ad un livello superiore dell’indagine speculativa, in cui è l’elemento biologico a porsi come discriminante (gli italiani non sarebbero in grado di sviluppare ed elaborare una coscienza democratica, a differenza degli Austriaci). Ecco che la ricerca dell’affrancamento dal pregiudizio si fa essa stessa pregiudizio. Per un attimo sono stato pervaso dalla tentazione di replicare, illustrandogli la storia, antica, medievale, moderna e contemporanea, del Trentino come dell’Alto Adige, ma ho desistito; il suo Ego ne sarebbe stato ferito e si sarebbe chiuso a riccio, ripiegando sulla difensiva. Tempo perso.

Non era sua intenzione offendere e sminuire la comunità di cui fa parte; semplicemente voleva, in quanto condizionato dalle eredità culturali precedentemente illustrate ed analizzate, porsi e sentirsi come uomo libero dagli schemi convenzionalmente accettati, intellettualmente evoluto ed equipaggiato, e per farlo ha scelto come cuneo e punto d’entrata un elemento a fortissima carica identitaria e sciovinista.

Stessa cosa si può dire di una certa porzione dell’ opera revisionistica antirisorgimentale ( in questo caso non di ispirazione neoborbonica) o dei contributi storiografici, giornalistici e cinematografici sull’esercito italiano, dipinto secondo i contorni della macchietta in un esercizio che non ha soltanto dell’iniquo da un punto di vista morale ma che disvela un inaccettabile primitivismo di analisi ed elaborazione del portato documentale (la “Grande Guerra” del socialista Monicelli ne è un esempio paradigmatico ed efficace).