La strage di Capaci, le bombe del ’92, Yalta e l’ “effetto farfalla”. La scienza storiografica

falconeSecondo una parte della “Teoria del caos”, il battito d’ali di una farfalla in una zona della Terra può causare un tornado dall’altra parte del pianeta. Si tratta, appunto, del cosiddetto “effetto farfalla”. Potremmo, con una piccola concessione all’estro, applicare la tesi anche ai fatti di Capaci, di cui oggi cade il 23esimo anniversario.

Spostiamoci dal 2015 al 1945, per la precisione a Yalta, dove i cosiddetti “Tre Grandi” decidono, secondo una teoria convenzionalmente accettata dalla storiografia (seppur con una certa dose di approssimazione), la divisione del mondo in sfere di influenza.

Adesso facciamo qualche passo avanti, nel tempo e nello spazio, e andiamo a Mosca, il 1 gennaio del 1992, data dello scioglimento ufficiale dell’URSS e, quindi, della fine della Guerra Fredda.

Ora indirizziamoci verso Palermo, sempre nel 1992, in una tiepida giornata di gennaio, quando fu ucciso da Cosa Nostra l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima.

Che cosa hanno in comune, questi eventi?

E che cosa posso avere a che fare con l’assassinio di Giovanni Falcone e della sua scorta?

Per capirlo andiamo ancora a Yalta, dai “tre grandi”; il posizionamento di Roma nella parte atlantica dello scacchiere internazionale, obbligò al mantenimento ed alla conservazione, ad ogni costo, dei partiti moderati (in testa la DC), quali garanti di quegli equilibri, mancando, dall’altra parte, un’alternativa liberale (il PCI e sinistra e l’MSI a destra). Con il crollo dell’URSS , dinamiche compresse per mezzo secolo si liberavano, i partiti che avevano retto gli ormai obsoleti imperativi yaltiani scomparivano o si aggiornavano perché non più indispensabili; ecco, dunque, il fiorire delle grandi inchieste sulla corruzione (ad esempio Mani Pulite), ecco che, non potendo più contare sulla sua impunità, la vecchia classe dirigente non era più in grado di garantirla nemmeno ai suoi “partner”, nel caso di specie la Mafia, ed ecco che la Mafia decide di utilizzare l’opzione stragista e l’omicidio per richiamare all’ “ordine” gli antichi “alleati” e per far sentire la propria forza, ormai declinante.

Da qui, l’ “avvertimento” ad Andreotti (l’uccisione di Lima) , poi le bombe siciliane e quelle milanesi e fiorentine.

La Südtiroler Volkspartei e il Tricolore. Ma l’Alto Adige non è il Donbas.

piaveLa polemica della SVP in merito all’esposizione del tricolore per le celebrazioni dell’entrata in guerra del nostro Paese nel 1915, dimostra tutta l’arroganza colonialistica di una fazione che occupa, proditoriamente, un territorio rientrante nella regione geografica italiana ed abitato, fin dal I sec D.C, dall’elemento etnico italico.

La SVP dimentica, inoltre, gli enormi vantaggi, in termini fiscali ed economici, di cui l’Alto Adige gode, grazie all’apparentamento con Roma. E’ a questo punto legittimo domandarsi che cosa gli austriaci avrebbero fatto agli italiani altoatesini, se avessero vinto nel 1918.

Una (parziale ed agevole) bibliografia consigliata, sulle atrocità austro-tedesche nei confronti dei nostri connazionali:

“Relazioni della Reale Commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti commesse dal nemico” (1920 – 1921)

“German atrocities 1914: a history of denial”, (New Haven – 2001)
“La violenza contro la popolazione civile nella Grande Guerra”, (Milano 2006, Bruna Bianchi).

“Italiani maledetti, maledetti Austriaci.” L’inimicizia ereditaria, (Bolzano 1986)

“Alla mercé dei barbari. Diario dell’invasione autroungarica del Friuli (1917-1918) (Trombetta G. Battista)

9 Maggio. Occidente-Russia: quello che Silvio Berlusconi non ricorda.

bush berlusconiIn una lettera aperta al Corriere della Sera, pubblicata anche sul suo spazio Facebook, Silvio Berlusconi critica l’Occidente per la mancata partecipazione dei suoi massimi rappresentanti alla parata del 9 Maggio, in Piazza Rossa a Mosca. Tra le accuse mosse dall’ex Cavaliere ai leader occidentali, quella di un’assenza di prospettiva geopolitica nelle relazioni tra Ovest ed Est.

Sarà utile e necessario a questo proposito ricordare come le sanzioni nei confronti di Mosca traggano origine dall’appoggio politico, diplomatico, militare ed economico del Kremlino a movimenti armati che mirano allo smembramento di stati sovrani quali l’Ucraina (Donbass e Crimea), la Georgia (Ossezia del Sud e Abcasia) e la Moldavia (Transnistria ). Ancora, i rapporti tra Occidente e Russia assunsero l’attuale fisionomia durante l’era di George W.Bush (2001-2009), di cui proprio Berlusconi fu, insieme a Tony Blair ed Ariel Sharon, il più fedele alleato nel consesso democratico.

L’aggressione all’Iraq senza il consenso dell’ONU, la definitiva luce verde da parte della Casa Bianca al dislocamento del sistema ABM nell’Est Europa e l’ingresso nella NATO di Paesi ex sovietici od ex socialisti come la Bulgaria, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Romania, la Slovacchia e la Slovenia (2004) e l’Albania e la Croazia (2009), ebbero infatti il risultato di allarmare la governance russa, inducendola ad una politica di riarmo e ad un ritorno della sua dottrina muscolare.

Quando la guerra nei Balcani sembrava dovere finire dopo il primo colpo di fucile. L’incontro tra Serbia e Croazia a Mosca e i problemi nati con la fine dell’URSS

the_socialist_federal_republic_of_yugoslavia_flag_by_ltangemon-d5etxcoIl 15 ottobre 1991, all’indomani della dichiarazione di indipendenza della Slovenia, e dello scoppio delle ostilità tra le forze armate federali e quelle di Zagabria, i presidenti di Serbia e Croazia, Slobodan Milošević e Franjo Tuđman, accettarono di incontrarsi al Kremlino con il presidente sovietico Michail Gorbačëv e il Ministro degli Esteri Boris Pankin per cercare di porre un argine all’escalation armata tra le repubbliche ed al processo disgregativo che stava sconvolgendo lo Stato yugolsavo.

Se Gorbacev e Pankin ambivano ad un ruolo di mediatori non era soltanto per mettere fine alla guerra civile nell’area ma anche per ottenere un successo in termini di immagine da spendere in politica interna in un momento difficile sia per l’URSS che per il padre della perestroika, impegnato in una lotta con Boris El’cin per il mantenimento dell’Unione. Si trattava ad ogni modo di un compito non facile, non soltanto per l’estrema complessità della situazione in esame ma anche per il carattere dei due leader, Milošević e Tuđman , ciascuno arroccato sulle esigenze, le richieste e le rivendicazioni dei rispettivi popoli.

Tuttavia, dopo pochi giorni di negoziato, le due parti sembrarono aver superato le loro diffidenze e differenze, giungendo ad un accordo che prevedeva l’immediata cessazione del fuoco e l’avvio, entro un mese dalla firma, dei negoziati sulle questioni in in campo. Addirittura, al momento di congedarsi, i tre capi di stato invece della tradizionale stretta di mano le posero una sopra quella dell’altro, in segno di affetto e fratellanza.

Il giorno successivo l’accordo, il Parlamento della Bosnia-Erzegovina votò a favore della propria indipendenza, rimettendo così in discussione quanto pattuito a Mosca. La deflagrazione dell’URSS, pochi mesi dopo (gennaio 1992) avrebbe fatto il resto, consegnando la Yugoslavia al caos e ad una guerra intestina che si sarebbe protratta fino alla fine degli anni ’90, lasciando sul campo migliaia di morti ed aprendo ferite destinate, forse, a non trovare mai rimarginazione.

Invocata per anni dall’Occidente per poi venire da esso combattuta ed avversata nel timore dell’instabilità su larga scala, la fine dello Stato sovietico ebbe tra le sue conseguenze anche il naufragio delle molte e proficue iniziative per la pace messe in campo da Mosca in quegli anni, non soltanto nella ex Yugoslavia ma anche in MO (si veda la Conferenza di Madrid).

La scuola in sciopero: perché l’unico vincitore sarà (ancora una volta) Matteo Renzi

renzi_italia_europa-640x400Ostile alle iniziative di piazza, l’ “everyman” nazionale tende a rispondere con un’insofferenza ancor più accentuata alle protese dei lavoratori della scuola e degli studenti. Alla base di questo atteggiamento, un ventaglio di fattori, diversi e di diversa natura ma sinergici:


-la fisionomia politico-ideologica dell’italiano “medio”, tendenzialmente conservatrice, contrapposta a quella, essenzialmente progressista, dei collettivi e delle associazioni di studenti e professori

– la convinzione che i docenti appartengano ad una classe privilegiata, in virtù del maggior numero di giorni di riposo e del minor numero di ore di lavoro rispetto ad altre categorie

– la percezione di un abuso dello strumento del dissenso da parte di studenti e professori

– la sottovalutazione delle esigenze e delle problematiche dello studente, spesso considerate come un capriccio giovanile o, peggio ancora, una scusa per saltare le lezioni

Qui riposano le motivazioni, politiche e sociali, che fanno impattare la protesta contro il biasimo collettivo, producendo come unico risultato, evidente e tangibile, l’irrobustimento della leadership di turno a danno delle rivendicazioni per l’istruzione e dell’istruzione.

Renzi e il siluro che affonda i “figli di papà”. Un saggio di abilità comunicativa.

Teppisti-No-Expo-devastano-Milano-Foto-Ansa-Reuters-Ap-Afp-20Nel bollare come “figli di papà” i teppisti di Milano, Matteo Renzi non è, come suggerito dagli avversari (interni ed esterni), scivolato in una boutade né si è lasciato andare ad in giudizio frettoloso, ma, anzi, ha scelto e seguito un preciso, collaudato ed efficace indirizzo strategico-comunicativo.

Associando i violenti ad un’immagine respingente ma grottesca, appunto quella dei “figli di papà”, mantenuti dai genitori, il Premier li ha infatti colpiti nella loro dignità “rivoluzionaria”, spogliandoli, agli occhi dei cittadini, di ogni credibilità antagonistica. Una presa di posizione più severa, avrebbe al contrario comportato l’elevazione dei facinorosi al rango di nemici del sistema e dello status quo, da Renzi rappresentati.

Di nuovo, abbiamo alcuni elementi chiave del registro comunicativo della propaganda politica: la “proiezione”-”analogia“, l’ “etichettamento” e la “semplificazione”.

L’insegnamento di Lenin e gli errori di chi sfascia le vetrine. Quando la sinistra massimalista non conosce sé stessa-

manifestazioni expoQuando nel 1914 l’Impero Russo venne coinvolto nelle ostilità con la Germania guglielmina e l’Austria-Ungheria, Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, definì l’evento come “il più grande regalo che Nicola II potesse farci”, sottintendendo che, in questo modo, la Russia sarebbe scivolata in una situazione di crisi irreversibile che avrebbe favorito il trionfo della rivoluzione comunista. Così fu.

Secondo Lenin, l’attacco allo “status quo” doveva infatti essere scientifico, sostenuto da condizioni favorevoli e seguire un percorso preciso ed obiettivi precisi.

Colpire vetrine, automobili ed esercizi commerciali, danneggiando persone comuni (lavoratori, pensionati, studenti, ecc) non è soltanto ributtante da un punto di vista etico ma è anche un catastrofico errore sotto il profilo strategico. Questo perché l’azione ”rivoluzionaria” si rivolgerà contro obiettivi (in realtà non-obiettivi) sbagliati e perché la comune indignazione suscitata da simili atti andrà ad avvantaggiare proprio gli Attori che si vogliono contestare e combattere.

Chi, all’interno della sinistra massimalista, si rende complice di tali scorrerie o le giustifica, dimostrerà così di non conoscere proprio le basi dell’ideologia in nome della quale dice di combattere.

Obama e l’affaire Lo Porto. Onestà intellettuale (per un volta) dalla Casa Bianca

Riconoscendo le responsabilità degli USA e le sue, personali, nella morte di Weinstein e Lo Porto, Barack Obama ha dato un segnale apprezzabile, evitando di trincerarsi dietro quella “raison d’État” tanto usata ed abusata da Washington negli ultimi anni.

Un passo che somiglia a quello compiuto da Jimmy Carter nel 1980, dopo il disastro della “Eagle Claw”; l’ex ingegnere di Plains ammise infatti davanti al mondo, senza alibi ed equivoci, il fallimento della sua amministrazione, pur consapevole che la scelta gli sarebbe costata la Casa Bianca.

P.s: Fu sfortunato, ad ogni modo, Carter. Una serie di incredibili coincidenze (?) negative portarono infatti la “Eagle Claw” al fallimento.

Perché il PD non si spacca, perché Landini non fonda un partito. Come e perché è cambiato il “signor Rossi”.

scissione pdLa mancata concretizzazione di un progetto scissorio nella minoranza PD, nonostante le tensioni e le incompatibilità con il segretario, rappresenta una cartina di tornasole per la lettura dei mutamenti, profondi e forse irreversibili, che stanno interessando il Paese, la sua sociologia politica e la fisionomia del suo elettorato.

A frenare la “dissidenza” anti-renziana, all’interno del partito come al suo esterno (Landini), è la consapevolezza dell’irrilevanza, in caso di uscita e-o fondazione di nuovi soggetti e sigle; l’elettore italiano, dopo anni di parcellizzazione delle proposte e di cronica instabilità governativa, si sta infatti sempre più avvicinando al modello bipolare, considerato più solido ed affidabile, rigettando di conseguenza suggerimenti ad esso alternativi o non complementari.

A fare il resto, le soglie sbarramento, penalizzanti in special modo le velleità di elementi quali il leader della FIOM.

Renzi, la maggioranza silenziosa e il TINA Factor. Il perché del feeling tra l’ “enfant prodige” e l’italiano medio

renzi_italia_europa-640x400Durante i suoi anni a Downing Street , Margareth Tatcher elaborò un concetto, destinato ad imporsi nel gergo della politica internazionale, per spiegare come non vi fossero alternative (ovviamente dal suo punto di vista) alla ricetta liberista di risanamento economico dopo i difficili momenti del “mal britannico”. Si trattava del “Fattore TINA” (Tina è l’acronio di “there is no alternative”) oggi trasferito anche in altri ambiti e contesti del dibattito politico, diversi da quello strettamente economico*.

Il Fattore TINA potrebbe contribuire a spiegare la nascita e il radicamento del consenso di cui Mattero Renzi gode tra le masse italiane, confermato dal boom alle scorse europee (risultato che è secondo soltanto all’acuto fanfaniano del 1958) come dalle indagini demoscopiche più autorevoli. Ma quali sono le motivazioni che inducono l’ ”everyman” italiano a pensare non vi siano alternative all’ex sindaco di Firenze?

Eccone alcune:

-L’effettiva debolezza degli avversari. Berlusconi è oggi un personaggio usurato e minato nel suo prestigio internazionale, Salvini non riesce né mai riuscirà ad intercettare i segmenti moderati ed è imprigionato in un localismo da cui la sua offensiva a Sud non è riuscita a liberarlo, Grillo, anch’egli incapace di convincere i moderati, appare in declino, mentre la sinistra “dem” e le sue ricette sono reduci da bocciature plurime che la rendono non competitiva.

-il suo decisionismo (reale come propagandistico)

-la sua giovane età, che suggerisce freschezza, dinamismo e novità, in aperto contrasto con l’immagine, “dinosaurica”, della classe politica nazionale

-il suo moderatismo, fattore tranquillizzante e stabilizzante

-l’assenza di elementi di ricatto nel suo passato (trascorsi estremisti, ecc)

-la sua capacità comunicativa, incentrata su un efficace populismo

-alcuni risultati, indubbi e significativi, ottenuti dopo anni di stagnazione

-il progressivo ridimensionamento della crisi e dei suoi effetti più negativi e perturbanti

E’ dunque in virtù di questo ventaglio di fattori, spesso agenti e reagenti in funzione concomitante e sinergica, che la “silent majority” guarda con fiducia (o almeno con minore sospetto) a Renzi rispetto agli altri protagonisti della politica italiana. Un dato sul quale gli avversari, troppo spesso più attivi nell’opporre che non nel proporre, dovranno riflettere e meditare, se non vorranno condannarsi alla marginalità od alla sudditanza.

* Il fattore TINA è stato utilizzato anche da Beppe Severgnini per spiegare l’appeal berlusconiano, negli anni d’oro dell’ex Cavaliere.