L’ “addomesticamento” di Tsipras: un destino inevitabile anche per “Podemos”.

Finance ministers meeting“Rispetteremo i nostri obblighi sul prestito verso la BCE e il FMI”, queste le parole del primo Ministro greco Alexīs Tsipras, due giorni fa.

Una turning point prevedibile per il giovane leader di Syriza, consapevole di non avere le coperture e il peso contrattuale per un braccio di ferro con l’attuale governance europea né per la realizzazione del suo programma ispirato al newdelismo rooseveltiano.

Un destino che attenderebbe anche lo spagnolo “Podemeos” (movimento di sinistra nato sul modello del M5S italiano) qualora dovesse accedere a Palazzo della Moncloa, data la precarietà dei conti del Paese e la debolezza di Madrid nei consessi internazionali.

La crescita e l’affermazione di soggetti apertamente ostili all’attuale, miope, politica di rigore, sarà senza dubbio destinata ad imprimere un cambiamento nelle linee di indirizzo di Bruxelles/Strasburgo e Francoforte, ma senza “shift” decisivi, sostanziali e traumatici a vantaggio di progettualità di segno socialista.

Tsipras e la Russia: prove tecniche di avvicinamento.

In una delle sue prime dichiarazioni in qualità di primo ministro greco, Alexīs Tsipras si è detto preoccupato per quelle che ha definito “nuove misure restrittive” contro la Russia, in merito alla questione ucraina.

Già critico verso l’establishment democratico nato da Maidan, Tsipras chiarisce dunque in modo inequivocabile la sua linea di appoggio a Mosca e Pechino ( preconizzata da alcuni analisti, tra i quali il sottoscritto), unici appigli di cui Atene può oggi disporre per avere un potere negoziale con Francoforte, Berlino e Bruxelles e per smaltire il suo debito, offrendo come contropartita la sua funzione strategica nel Mediterraneo (“win win scenario”).

Quando l’erba greca è sempre la più rossa.

Da un assist: per una certa sinistra, dal Patto Molotov-Ribbentrop in avanti sono esecrabili soltanto le alleanze degli altri.

Giusto, responsabile e legittimo che Tsipras cerchi con ogni mezzo la governabilità in una fase tanto delicata per il suo Paese, ma è del tutto fuori luogo e puerile tentare di nascondere la componente xenofobo-populistica di ANEL dietro a bizantinismi retorico-concettuali ed attribuire alle grandi intese greche una dignità maggiore rispetto a quelle italiane

Adesso sono tutti greci. Ieri erano francesi (i miracoli di Hollande), l’altro ieri americani (Yes, we can), una settimana fa spagnoli (Viva Zapatero). Passano sopra in scioltezza anche all’assenza di donne, nell’esecutivo greco. Loro, i “paladini” delle quote rosa. Sono un fenomeno di costume, più che politico, folkloristico e divertente, se presi senza impegno.

Tsipras e la Grecia tra rischi ed opportunità.

Quello che arriva dalle urne greche è un segnale, preciso e senza dubbio importante, rivolto sia all’attuale governace europea che ai movimenti d’opinione ostili a Francoforte e Bruxelles.

Nel primo caso, perché per la prima volta dallo scoppio della crisi (2008-2009) un Paese dell’Eurozona vede il trionfo di una forza dichiaratamente refrattaria all’attuale indirizzo rigorista, nel secondo perché la comunità maggiormente colpita dalla recessione ha scelto di affidarsi ad un partito che è, si, di rottura, ma europeista, lasciando ai margini le proposte di segno più estremistico (Alba Dorata e KKE).

Nel futuro prossimo di Alexīs Tsipras c’è tuttavia una sfida che si presenta come difficile, difficilissima, non soltanto per lo stato dei conti pubblici greci (che non consente l’attuazione delle promesse elettorali newdiliste di SYRIZA ) ma anche per la scarso peso di Atene nei consessi internazionali, fattore che impedisce al Paese di avere una forza contrattuale reale e vincolante (a differenza di Italia, Francia e Spagna).

Sembrano dunque esserci tutte le condizioni per fare del giovane ingegnere ateniese una “lame duck”, salvo il ricorso a coup de théâtre inattesi; uno di questi, potrebbe essere una sterzata strategica verso Oriente, con la vendita di quote del debito greco a Pechino (come fece il Portogallo nel 2010), una strada vantaggiosa anche per la Cina che ha la necessità vitale di uno sbocco sul Mediterraneo e che già dispone di una presenza massiccia sul Pireo.

Lo sciatto quotidiano

Da “Il fatto quotidiano” on line, venerdì 17 ottobre 2013.

Titolo: “Legge di Stabilità, Letta regala alle banche oltre un miliardo”

Sottotitolo: “Nuovi aiuti in arrivo per gli istituti di credito, che potranno godere di un’anticipazione delle detrazioni fiscali, proprio mentre l’Ue sta per fare partire i controlli in vista del passaggio alla vigilanza bancaria europea”

Tra le punte di lancia della retorica persuasiva propagandistica figura e si segnala la “ripetizione”: la ridondanza e la ripetitività del messaggio conducono, come insegnava il nefasto Joseph Goebbels, alla sua sedimentazione nei tessuti cognitivi del bersaglio che si vuole raggiungere. Spesso, interconnessa alla “ripetizione”, c’è la “semplificazione”: quando il concetto è o appare di difficile enucleazione, il propagandista sterza verso un impoverimento del medesimo attraverso coordinate e schematismi a lui favorevoli.

Il pezzo in questione offre una summa ideale e paradigmatica di entrambe le strategie. “Salvare” le banche significa salvare il credito ed il microcredito salvando, di conseguenza, l’economia, imprenditoriale come familiare. Viceversa, il collasso del sistema bancario privato impedirebbe, come sta avvenendo in Grecia, al cittadino di ricevere un prestito per mandare i figli all’università, cambiare l’auto, comprare casa o curarsi e all’imprenditore/esercente (categoria che muove e fa l’economia nei circuiti capitalistici) di pagare i fornitori quando è in perdita o, ancora, di ampliare la propria attività generando, in questo modo, nuovi posti di lavoro e migliorando anche la qualità della propria offerta. L’estensore del pezzo, però, decide di muoversi entro le coordinate conosciute e sicure del populismo e della facile demagogia, associando, per screditarli, Letta ed il suo Governo a quello che è un potere storicamente odiato e malvisto (e qui la storiografia ci porta a Filippo il Bello, Clemente V e la loro guerra all’Ordine dei Templari). In questo modo, si accede ad un nuovo e differente livello della propaganda, ovvero, la “proiezione o analogia”.

Benedetto Croce, liberale e uomo di cultura, credeva che a guidare le masse dovesse essere una cerchia ristretta di intellettuali, ed avversava la democrazia della folla, oclocratica, plebiscitaria o liquida che fosse (chissà come sarebbe inorridito, dinanzi al concetto grillino di democrazia della rete). Il galantuomo di Pescasseroli, però, proveniva da un’epoca nella quale le élites non avevano subito ancora la contaminazione degli umori della piazza, diventandone schiave, com’è avvenuto a più riprese, con l’estensione del suffragio universale in ognuna delle sue varianti di genere. In questo caso una élite , appunto i cronisti de “Il fatto quotidiano”, si mette orgogliosamente al timone del ventralismo più sciatto e roboante (oltreché al soldo di un movimento), dimentica di quel ruolo di “guida” assegnato, un tempo, all’informazione. Almeno a quella di qualità.

Fu vera (contro)informazione?

Tra i tanti miti sull’informazione, spopola e prospera quello che vorrebbe la (contro)informazione e le sue varianti come oasi di onestà deontologica, libero scambio di idee e proposte e volano per l’estro speculativo più genuino. Nulla di più falso e ingannevole. Sarà infatti sufficiente assumere a paradigma alcune delle bufale cui i social network stanno facendo da cassa di risonanza negli ultimi anni, per rendersene conto. Prendiamo la panzana della Grecia in balìa di scontri e violenze e con i supermercati assaltati; in questo caso, la controinformazione fa ricorso ad alcuni degli strumenti tipici dell’informazione “ufficiale”, generalmente bollata e snobbata come asservita. Eccone alcuni: propaganda di tipo “grigio”. Si parte da una verità di fondo (la crisi economica greca e gli scontri del 2010) per ricamare una facile trama ad uso e consumo delle menti più pigre e suggestionabili. Il motivo? Creare un grimaldello per scardinare la credibilità dell’UE e di Paesi come la Germania, la Francia, l’Inghilterra e l’Italia. Ecco allora che si passa alla fruizione del “capro espiatorio” (le grandi potenze e l’eurozona), del “senso comune” (linguaggio familiare per esprimere concetti familiari, in modo da far credere allo spettatore-lettore che le posizioni del propagandista siano le stesse dell’uomo comune e del comune sentire), e dell’enfatizzazione della paura (precipitare nell’anarchia e nella violenza a causa dei sopracitati capri espiatori). Come si può facilmente osservare, i virtuosi dell’informazione “libera” non sono differenti, nella sostanza e nella morale, dalle agenzie di comunicazione assunte dalla NATO durante le operazioni di guerra o dagli “embedded”, i cronisti “incastonati”, inquadrati nei conflitti per dire quello che l’occidente e le multinazionali petrolifere di turno desiderano.