Accanto alla fetta, pittoresca e sparuta, dei nostalgici di un mito nazista mai conosciuto (e mai nato) che si sono profusi in lodi incorniciate dal revisionismo più improbabile ed astorico nei confronti del massacratore di italiani Erich Priebke (che ricordo non essere stato mai un militare), se ne affianca un’altra, più nutrita, di estimatori ripiegati su un afflato meno rutilante, più discreto ma nondimeno potente ed esecrabile, sebbene diverso da quello dei primi. Si tratta di personaggi legati alla destra, non estrema e non nazista o fascista, ma che comunque hanno sentito il bisogno di collocarsi al di là del giubilo collettivo per la morte del boia vegliardo. Non lo hanno fatto, ripeto, per un sentire ideologico, ma per un riflesso automatico dell’istintualità partigiana, che li ha condotti a schierarsi, in qualche modo, dalla parte di una contro-icona della sinistra, proprio perché tale. Non è facile l’elaborazione e la comunione di simili tesi, un po’ per la paura della pubblica riprovazione, un po’ per il condizionamento posto in essere da una sovrastruttura culturale che ci permea ed impregna fin dalla nascita, e allora ecco l’escamotage, l’ “exit strategy”; “va bene, Priebke era un delinquente, ma”. Questo “ma”, incipit ed aperitivo del disastro etico e della sconcezza intellettuale, è stato incapsulato in una tragicomica ridda di esempi da schierare davanti alla riprovazione verso l’ex SS tedesco. Le atomiche sul Giappone, il dramma delle Foibe, per arrivare, ebbene si, al caso della concessione della semilibertà ad Anna Maria Franzoni. Episodi come questo rivelano e palesano la fondatezza e la credibilità delle tesi di sociologi quali Gustave Le Bon o Moisei Ostrogorski, che individuano un rapporto fideistico tra l’uomo ed il credo politico simile a quello nei confronti del divino e della religione. Si è consci della barbarie di Priebke, ma si guarda oltre, cercando di attutire il proprio senso di colpa e la rozzezza di certe posizioni mediante strategie di marketing spicciole e balbuzienti, perché la tenzone con l’odiato “avversario” viene prima di ogni alto valore o principio.
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“Vittoria mutilata”
Quello che resta dello Stato Maggiore austro-ungarico entra a Villa Giusti per la firma dell’ Armistizio con l’ Italia (3 novembre 1918).
Il mito della “Vittoria mutilata” è, in realtà, una mistificazione politica e storica del Fascismo e della reazione nazionalista; con il 1918, il nostro paese ultimò infatti il disegno di riunificazione all’interno dei suoi confini naturali, mentre il “sacco” dei possedimenti coloniali germanici ed ottomani e l’estensione del dominio regio al di là del Mar Adriatico, seppur previsti dal Trattato di Londra, rappresentavano uno sconfinamento rispetto ai progetti liberali risorgimentali.
P.S. l’Italia democratica di Vittorio Emanuele Orlando e di Francesco Saverio Nitti seppe comunque dar prova di dignità e fermezza davanti alle altre potenze straniere, ma il Fascismo riusci a sabotare ed inquinare la percezione collettiva degli eventi, confezionando e consegnando il ritratto di una democrazia debole e rinunciataria.
“Io non conosco tutti i temi del mondo”
A proposito della legge Bossi – Fini sulla disciplina dell’immigrazione, così si è espresso il deputato e capogruppo Cinque Stelle alla Camera Alessio Villarosa:
“Il Parlamento è diviso per commissioni. Ognuno ha le sue competenze. Visto che non è un argomento in discussione in questo momento in Aula, non è di mia competenza. Io non conosco tutti i temi del mondo. C’è una commissione giustizia che si sta occupando probabilmente anche di questo tema. Io li chiamo e vi faccio spiegare qual è la posizione del Movimento Cinque Stelle”.
L’intervento è assolutamente significativo, in particolare, sotto due profili, uno politico-sociologico e l’altro semantico-propagandistico; se, infatti, da un lato il Villarosa palesa e dimostra tutta la drammatica impreparazione e la mancanza di collegialità ed autonomia individuale all’interno del monolite politico di Grillo, sempre più simile ad un circuito chiuso orwelliano (“li chiamo e vi faccio spiegare qual è la posizione del Movimento Cinque Stelle”), dall’altro il tentativo è quello di suggerire, ancora una volta, l’idea di alterità del M5S rispetto alle piattaforme politiche “tradizionali” . Non posso conoscere tutto perché non ho tempo da perdere come gli intellettuali poltroni, perché devo lavorare. In questo caso, essendo deputato, per il Paese e per il collettivo. Questo è, stricto sensu, lo stilema di Villarosa, lo stesso di qualsiasi partito/fenomeno catalizzatore il voto di protesta e a propulsione demagogico-populistica, dal primo Fascismo, ai fratelli Scotti, a Giannini, alla Lega. E’ l’ “everyman” che si vuol intercettare, perché è l’ “everyman” la porzione più sostanziosa del segmento elettorale. Pertanto, lo scopo è quello di bisbigliargli vicinanza, similarità, contiguità, attraverso codici informali ed anticonvenzionali che spaziano dal linguaggio all’estetica (la canottiera di Bossi, il petto nudo del Duce trebbiatore, ecc). Finché il popolo non farà campo libero da questo equivoco, sarà difficile una maturazione culturale ed un’evoluzione politica per il Paese; quella che è l’ottava economia mondiale e la terza continentale, infatti, non ha bisogno di uomini della strada, ma di tecnici sofisticati ed evoluti, di elitarismo qualificato e non di rutilanti e improduttive oclocrazie
P.s: sulle ultime (e studiate) gaffes di Vito Crimi, Felice Marra ha per l’appunto avuto modo di affermare che “Vito Crimi mi piace perché ogni tanto si dimentica di essere parlamentare e si comporta come se fosse un cittadino qualunque”. Ma chi governa non deve essere un “cittadino qualunque”, come ai tempi delle gabelle sulla frutta e sulla farina. “Viva ‘o Rre ‘e Spagna, mora ‘o malgoverno” non porta lontano.
Facendo un po’ di chiarezza…Chi era Giuseppe Zanardelli
Costui è Giuseppe Zanardelli, fotografato in un momento di relax. L’italiano medio esalta il devastatore dello stato di diritto (Mussolini) e figuri della risma di Grillo e Santanchè, per poi ignorare la memoria e l’opera di questo straordinario liberale. Fu lui a dotare l’Italia del più avanzato Codice Penale d’Europa, fu lui ad abolire la pena capitale (altre grandi democrazie vi arrivarono soltanto pochi anni fa o ancora mantengono la massima condanna), fu ancora lui a gettare le basi dello stato sociale poi perfezionato da Giovanni Giolitti (e non dal Fascismo) e fu, in ultimo, lui a varare le prime autentiche politiche di assistenza al Mezzogiorno, recandosi di persona tra le fasce più povere della popolazione.
Virtute siderum tenus -Ricordi del 20 Settembre
Il 20 Settembre si è ricordata l’audacia di Giovanni Lanza, patriota e uomo politico illuminato, e l’epoca aurea che andò dal 20 settembre 1870 all’ 11 febbraio 1929. Il Fascismo non mise il cappio soltanto a quel sistema democratico e liberale che, seppur fragile ed immaturo, aveva retto l’Italia fin dal suo principio quale stato unitario, ma anche agli ideali di laicità ed autonomia dall’abbraccio clericale affermatisi con il nostro Risorgimento e con l’opera, impareggiabile nella sua ardimentosità civile, dei Cattaneo, dei Cavallotti, dei Bertani, dei Mazzini e dei D’Azeglio.
Mutamenti
Con la sostituzione a sinistra delle vecchie declinazioni borghesi con l’anarchismo, il socialismo massimalista ed il comunismo, furono le destre (prima in parte rilevante contrarie ai processi risorgimentali) ad appaltare il ruolo di vessillifere del sentimento patrio. In anni, e in special modo dopo il 1945, nei quali dirsi nazionalista era considerata un’onta ed una patente di fascismo (le sinistre radicali rigettavano e rigettano l’identitarismo in nome dei principi dell’internazionalismo marxiano-marxista), soltanto il MSI, i monarchici, il PLI e la porzione più conservatrice della Democrazia Cristiana avevano il coraggio di manifestare la loro aderenza ai valori unitari e sciovinisti, non di rado a costo dell’incolumità individuale e della stessa vita. Il ventennale apparentamento con le (micro) leghe ha però determinato il risultato di snaturare ed in inquinare l’assetto ideologico di quella che fu la destra italiana, che ha trasferito il proprio afflato identitario dalla piattaforma nazionale a quelle locali, anche per effetto di un neo-revisionismo antiunitario vivo quasi esclusivamente nella pubblicistica astorica ma sempre più diffuso e vincolante. Alle icone risorgimentali e quindicidiciottiste, vengono quindi via via sostituiti feticci riconducibili ai “nemici”(Ad esempio gli austroungarici) combattuti dai patrioti di una volta (i nostri, i loro nonni e bisnonni), in un’ affannosa quanto grottesca ricerca di contiguità culturali e genetiche con circuiti non solo distanti ma tradizionalmente ed irriducibilmente antitetici alle genti italiche ed italiane.
25 Aprile, la libertà di essere asserviti
Con il 25 Aprile 1945, l l’Italia transitò da una dominazione feroce ed umiliante, quella nazi-fascista, ad un tipo diverso di dominazione, non feroce, “soltanto” umiliante: quella americana, statunitense. E’ vero, la nostra condizione mutò, mutò radicalmente: ottenemmo la democrazia, pur con i limiti e le storture che tutti conosciamo, il sistema repubblicano a suffragio universale ed una Costituzione tra le più avanzate del mondo occidentale, ma lo status di potenza perdente, “liberata”, per giunta, dall’ex avversario di Washington, ed il bisogno del loro ombrello difensivo, con il profilarsi del confronto con l’URSS post blocco di Berlino, sottrasse al nostro Paese la sovranità sostanziale, facendo dell’Italia una sorta di protettorato, non “de iure” ma “de facto”, senza potere decisionale se non previa ratifica del potente “alleato” d’oltreoceano. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, esattamente come la vittoria del 4 Novembre, quando una potenza straniera mantiene le proprie basi sul suolo di un altro stato, quando, sul suolo di quello stato, detiene centinaia di testate nucleari e quando, di quello stato, limita, azzoppa e condiziona la politica, interna come esterna, subordinandola ai propri interessi (in questo caso anche a quelli di Israele, vero “ghost director” dello Studio Ovale). Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando i soldati e i cittadini di uno stato possono permettersi di fare quello che vogliono in un altro stato, oltrepassando il perimetro della legalità, uscendone impuniti, arrogantemente certi dell’impunità. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando uno stato piazza sofisticati sistemi radio sul suolo di un altro stato, avvelenandone ed uccidendone i cittadini, nel silenzio vile e complice dei rappresentanti degli ammazzati. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando le istituzioni di uno stato non pagano i servizi che un altro stato garantisce loro, sul suo territorio. Certo, il CERMIS, le risse nei bar di Tirrenia con i locali sfasciati, il caso Knox, magari Chico Forti, forse il MUOS; a questo, chi avrà la cortesia di leggermi, penserà e potrà pensare. Si, anche, ma non solo. Troppo “facile”. Chi ricorda, ad esempio, il caso Stockholm-Andrea Doria? O meglio, chi ne rammenta i retroscena? Provò, il governo italiano, ad ottenere giustizia nelle sedi della giurisprudenza internazionale, ma il suo potente “liberatore” intervenne ad insabbiare la cosa, tappandoci la bocca (come sulle le Foibe 10 anni prima), tappandola alle 46 vittime perite nel naufragio della turbonave italiana, speronata colpevolmente dal battello svedese. Eravamo in Piena Guerra Fredda, la prima, e gli USA non si potevano permettere tensioni tra due membri dell’asse occidentale. Fu così che con l’Andrea Doria colò a picco anche la nostra dignità di popolo. Ancora una volta. Nessuna “Dottrina Sinatra”, per l’Italia. Nessuna “Rivoluzione cantata”, come per le repubbliche baltiche. La nostra cortina di ferro è ancora lì, senza un grammo di ruggine, splendente di anacronismo e ben sorvegliata da Vopos che masticano chewing-gum, a ricordarci chi fummo e che cosa siamo adesso. No, mi dispiace. Non me la sento di festeggiare. So fare a meno di fanfare e retorica roboante di polvere ed ipocrisia. Festeggiate voi, festeggino altri. Oltreconfine, quella sarà vera liberazione. Io non festeggio.
“La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta” – Theodor Adorno

