Sul “colpo di stato” italiano del 2011

Memorandum per chi, tra i supporters del Cavaliere, continua a bollare come “colpo di Stato” l’insediamento del Prof. Mario Monti a Palazzo Chigi, nel novembre 2011.

1: In Italia (come nella quasi totalità dei Paesi occidentali) il premier non viene eletto e confermato dal popolo bensì dal Parlamento, a maggioranza.

2: L’esecutivo guidato da Mario Monti ebbe, durante tutto il tempo della sua esperienza storica, la fiducia ed il sostegno del centro-destra, all’epoca maggioranza in entrambe le Camere.

Un piccolo “cadeau ” alla provocazione: o non c’è stato nessun golpe oppure, in caso contrario, Berlusconi ne è l’autore ed il protagonista. Delle due, l’una.

P.s: la nomina di Mario Monti fu caldeggiata anche dal leader del M5S, Giuseppe Piero Grillo.

Ecco perché Paola Taverna e il M5S vorrebbero mandare Matteo Renzi “a lavurar”

Scrive la senatrice pentastellata Paola Taverna sul suo spazio FB:

“Ma vergognati, non hai mai fatto un c…o nella vita e vieni qui a parlarci di scuola pubblica, di cittadini, di attrarre investimenti e che il paese è al tracollo. Ma te che c…o hai fatto fino ad oggi ed ancora non hai detto che farai. Renzi #mavafffffffffff

Il post, apparentemente uno sfogo “naïf” libero da qualsiasi pretesa politica, è in realtà un piccolo saggio di comunicazione populista e, di conseguenza, uno strumento per la lettura dei codici e dei ritualismi propagandistici di forze quali il M5S.

Taverna pone l’accento sul fatto che Renzi (come del resto Grillo) non provenga dal mondo del lavoro, e lo fa in modo forte, diretto, usando il linguaggio dell’ “everyman” (uomo della strada) mediante il ricorso alla parolaccia e ad uno stile informale e scomposto. Popolare, per l’appunto. Il risultato cui mira (consapevolmente) Taverna è e sarà pertanto duplice: da un lato, confezionare un’immagine respingente del nuovo Premier, cercando di farlo apparire come un parassita della politica, un privilegiato che impone ad altri scelte e sacrifici che lui non ha mai dovuto subire, dall’altro, la senatrice a cinque stelle cerca la connessione e l’aggancio con il ventre dell’elettorato, seguendo le stesse liturgie comportamentali dell’uomo qualunque.

Strategia utilizzata nella storia più recente da Berlusconi e dalla Lega Nord e, prima ancora, da qualsiasi forza a carattere populistico-demagogico (PNF, UQ, Partito dei Contadini d’Italia , IDV, ecc), si conferma come un “evergreen” dell’ autopromozione.

Perché Grillo ha rovesciato il tavolo con Renzi.Forza e fragilità della politica del “niet”.

Accusare Grillo di disfattismo, protagonismo, irresponsabilità, scarso costruttivismo o, ancora, di tradimento della volontà della sua base dopo la performance con il Premier incaricato e leader democratico Matteo Renzi, significa non padroneggiare gli strumenti basilari per la comprensione e la codificazione di soggetti politici come il Movimento Cinque Stelle. Forza a trazione populistico-demagogica (nell’accezione storica e non popolare-dispregiativa dei termini), il M5S trova infatti nell’ ”alterità” (reale o presunta) e nella sua ostensione la sua punta di lancia e il catalizzatore primo del suo consenso popolare. Qualsiasi apparentamento o “appeasement” si tradurrebbe di conseguenza nella perdita di tale imprescindibile strumento di seduzione ed autopromozione (per questo l’ex comico ha voluto prendere parte al dibattito, nonostante fosse prevista soltanto la presenza dei due capigruppo pentastellati).

Si tratta tuttavia di un’arma a doppio taglio, perché se da un lato è vero che l’isolazionismo garantisce a forze di questo genere la conservazione del loro status verginale, dall’altro le confina nell’immobilismo e nell’inutilità “de facto”, condannandole sul lungo periodo all’estinzione politica. Caso unico di partito antisistema-integrato nel sistema con un’elevata longevità, la Lega Nord riuscì a rimanere agganciata al potere per quasi un 20ennio solo ed esclusivamente in virtù del traino da parte del mercato mediatico berlusconiano e di un generale gradimento da parte dell’informazione (anche di sinistra), sedotta dalla capacità di penetrazione del partito verde nelle realtà locali e dalla sua dimestichezza nel dialogo con la “società civile”.

P.S: da non dimenticare inoltre come il M5S raccolga i suoi voti quasi ugualmente da destra e da sinistra. Legarsi ad uno dei due emisferi della politica significherebbe pertanto andare incontro ad un’emorragia di voti potenzialmente distruttiva.

Uso e abuso della Costituzione ai tempi di renziani e berlusconiani (e grillini).

Quando i padri costituenti (una comunità che spaziava dai marxisti ai monarchici con una netta prevalenza dei centristi moderati) decisero di dotare il nostro Paese di un sistema di tipo inossidabilmente parlamentare, il loro intento era quello di blindare la democrazia con una serie di dispositivi che bilanciassero gli equilibri tra i vari poter dello Stato e della politica. Ancora traumatizzata dall’ esperienza fascista e dal suo strascico bellico, l’Italia voleva intatti scongiurare il pericolo di rimanere imprigionata in un “cul de sac” come quello che aveva prodotto la dittatura tra il 1919 e il 1922.

Chi riferisce di supposte violazioni della democrazia, della libertà e della dignità dei cittadini a proposito della nomina del futuro premier senza il passaggio elettorale, dimostrerà pertanto una scarsa conoscenza della Costituzione “formale” e della storia del nostro percorso repubblicano; in Italia (come nella quasi totalità delle democrazie occidentali) il capo del governo è nominato infatti dal Presidente della Repubblica e il suo esecutivo sottoposto al voto delle Camere. Non esiste elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri o della massima carica da parte del popolo. Non esiste presidenzialismo come non esiste “premierato forte”, in nessuna delle loro declinazioni, variabili ed opzioni. (Giovanni Spadolini giunse nel 1981 a Palazzo Chigi sulla scia dell’improbabile 3% raccolto dal suo partito, il PRI, alle consultazioni del 1979, mentre il grande trionfatore dei referendum del 1993, Mario Segni, si vide poi scalzato da Carlo Azeglio Ciampi ). Improprio anche il riferimento all’attuale legge elettorale come ariete per scardinare la legittimità della nomina di Monti, Letta e Renzi, giacché il “Porcellum” “prevede l’obbligo per ciascuna forza politica di indicare il proprio capo. Egli tecnicamente non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché spetta al Presidente della Repubblica la nomina a quell’incarico.”

Detto questo, non si potrà che evidenziare la capziosa contraddizione di un segmento della sinistra (in questo caso il comparto renziano) tradizionalmente accanita sostenitrice della centralità del cittadino-elettore e del “liquidismo” democratico e impegnata adesso in un duello con la logica e con il portato storico recente , dimenticando e volendo dimenticare come dal 1994 il premier abbia comunque goduto di un’investitura popolare “de facto” e con il placet di tutti, in qualità di leader della colazione uscita vincitrice dalle urne.

Per molto meno, altri sono stati messi all’indice ed alla pubblica ordalia come tiranni e sabotatori della libertà e delle garanzie costituzionali.

Beppe Grillo, Laura Boldrini e il ruolo della provocazione.


Quando il più grande imprenditore televisivo non dispone di una televisione

Strumento orizzontale, libero ed interattivo, il web non ha tuttavia ancora spodestato la televisione dal suo ruolo di “opinion maker” egemone e preferenziale, e quasi certamente non ci riuscirà mai, data l’irruzione di nuovi soggetti come le “i-Tv”, già diffusissime e popolari oltreoceano. Il gap tra web e tv si rende ancora più forte, percepito e percepibile in un Paese come il nostro, terzo in Europa a dotarsi di una connessione (grazie all’Università di Pisa) ma ancora ancora indietro rispetto alla media europea nelle statistiche sull’utilizzo e la diffusione degli strumenti dell’interazione virtuale. Scrive il blogger , giornalista e politologo Filippo Sensi a proposito del ruolo dei media durante l’ultima campagna elettorale: “Ci aspettavamo una campagna virale, creativa, come era stato per le amministrative di Milano, con la vittoria di Pisapia. Non è che non ci siano stati spunti e che la Rete non abbia giocato un ruolo crescente. Ma l’impressione complessiva, anche alla luce dei risultati del voto, è che non si sia giocata online la partita elettorale”.

Abilissimo comunicatore e profondo conoscitore delle dinamiche alla base del consenso, Beppe Grillo si rende conto che la sua sopravvivenza pubblica e politica non sarebbe possibile, senza un’esposizione televisiva adeguata; per questo, la provocazione, la forzatura e il pirotecnicismo dialettico sono gli strumenti mediante i quali il leader pentastellato ottiene non soltanto la visibilità sul grande schermo, ma un ruolo assolutamente dominante nell’universo catodico. L’avvitamento del dibattito televisivo sulla recente polemica con la Presidente della Camera dei Deputati, è la prova e l’esempio paradigmatico dell’efficacia di questo indirizzo tattico e politico.

Ecco perché Beppe Grillo “odia” Laura Boldrini

Da Spengler ad Evola, oltre la misoginia, oltre la tattica

Corrente politica interconfessionale sviluppatasi dal Fascismo e in via minoritaria dal Socialismo e dall’anarchismo classico, il Nazional-Anarchismo (o Anarco-Nazionalismo o Anarco-Fascismo), ha nella sua istologia dottrinale e nel suo indirizzo programmatico la lotta al mondialismo, al liberalcapitalismo, all’ inclusivismo-fusionismo etnico e culturale, alle organizzazioni internazionali (quali ONU o UE) per sostenere il mutualismo, il distributismo, il mutualismo , l’ etnonazionalismo il ruralismo, il luddismo e la permacultura. Precursori del Nazional-Anarchismo sono e possono essere individuati in Celine, Evola, Mishima, D’Annunzio, Topfer, Jünger, Spengler, Yockey, ecc. E’ attraverso una ricognizione sull’ideologia nazional-anarchista che si potrà trovare la chiave di lettura del pensiero politico grilliano, della sua grande capacità di attrazione presso segmenti del tutto diversi ed antitetici tra di loro e delle sue direttrici comunicative, come, ad esempio, il martellamento nei confronti della Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini. Se la componente misogina o strategica (la ricerca dell’attenzione mediatica in vista delle consultazioni europee) possono essere alcune delle cause di questo indirizzo politico, proporle come uniche e sole spiegazioni non è infatti che un atteggiamento limitato e limitante. L’aver fatto parte di un organismo internazionale, nato come espressione degli assetti sviluppatisi dopo la II Guerra Mondiale come l’ONU, per di più in veste di “missionaria” in aiuto alle popolazioni africane e, ancora, il suo “politically correct” ecumenizzante, liquido e trasversale, fanno di Laura Boldrini l’esemplificazione di quello che, per un anarco-nazionalista (o anarco-fascista) qual è il leader pentastellato, è l’ atomo primo di ogni deriva etica e di ogni pericolo sociale. Beppe Grillo non odia Laura Boldrini perché donna, ma perché donna in carriera, di sinistra, ed espressione di quel sistema liberal-democratico sorto dopo il 1945 che forza e valica i confini della sua etica politica e della sua formazione culturale ed antropologica improntata al tradizionalismo rivoluzionario.

Il M5S, la fellatio e la “pancia” degli italiani.

Giustificando il suo attacco alle deputate democratiche dichiarando di aver detto soltanto “ quel che pensano gli italiani” , l’On. pentastellato De Rosa ha fornito una chiave di lettura straordinaria per la codificazione e la comprensione della fisionomia ideologica e dei dispositivi propagandistici del suo movimento. Ancora una volta, il tentativo è quello di suggerire un’affinità con le “masse”, mediante il ricorso ad un corredo dialettico anticonvenzionale e spiazzante, quello delle “masse”, appunto, sfrondato di qualsiasi riferimento al linguaggio “classico” della politica “classica”, particolarmente malvista nel momento storico che stiamo sperimentando. Da Catilina, a Gracco, a Clifford Hugh Douglas , a William Aberhart, a Mussolini, a Giannini, ai fratelli Scotti, a Bossi, a Le Pen, a Poujade, a Peron, a Menem, a Reagan, a Di Pietro, per finire ai “teaparters”, il populismo (inteso nell’accezione storica del termine) ha sempre avuto la sua punta di lancia nell’ostensione, esasperata e a volte esasperante, dell’ “alterità” rispetto alla politica tradizionale, confezionata in un’immagine sempre e comunque elitaria e respingente. “Ho detto quel che pensano gli italiani” è il grimaldello con cui si cerca di scardinare l’ altrui modo di intendere e di vivere la politica, ammantandosi di in una veste di genuinità popolare da contrapporre al “sistema” ed ai suoi codici.

Molto più di uno “scivolone”. Comunicazione politica e sociologia politica si muovono attraverso direttrici molto più complesse di quanto una certa narrazione voglia suggerire.

Eversione e politici: una “partnership” pericolosa

L’ “endorsement” di Berlusconi, Meloni e Grillo nei confronti dei “Forconi” e delle loro iniziative ai margini della legalità, non deve stupire, disorientare né cogliere impreparati.

Al di là del duropurismo etico, politico e ideologico del loro rivestimento promozionale, infatti, micro-gruppi come quelli che stanno animando i sommovimenti forconiani (in questo caso collocabili e collocati nelle porzioni più estreme e radicali della destra nazionale) usufruiscono, da sempre, di sponsor istituzionali, partiti maggiori ai quali delegano la loro rappresentanza nelle assise locali e nazionali convogliando e trasferendo, “sottobanco”, voti e consensi al loro indirizzo. Non è del resto un caso che i “Forconi”, così come gli autotrasportatori, abbiano sempre agito quando a Palazzo Chigi non c’era il centro-destra berlsuconiano (2007, 2012, 2013).

La situazione si presenta tuttavia assolutamente eccezionale e inedita per le turbolente sacche di anarchismo che si stanno venendo a creare in tutto il Paese, e qualora dovesse sfuggire di mano, il pur micidiale arsenale di Cologno Monzese o l’istrionica abilità persausiva da palcoscenico portrebbero non essere più sufficienti

Attenti, i “Forconi”, all’ira dei mansueti.

Beppe Grillo invita….

Gli inviti di Beppe Grillo alle forze dell’ordine affinché abbandonino il loro ruolo di custodi dell’integrità fisica delle istituzioni liberali e democratiche per schierarsi con una minoranza priva di qualsiasi legittimazione politica, è e rappresenta un salto di qualità nella strategia e nella dialettica del leader genovese che non può lasciare indifferenti.

In buona sostanza, Grillo chiede un punto di entrata per scardinare le fondamenta dello Stato liberale come lo conosciamo dal 1945, mediante un disegno che si presenta, “de iure” e “de facto”, eversivo. L’Italia può andare incontro ad un pericolo che non conosceva dall’estate del 1964.

Grillo e la stampa: una colpa per due

Irricevibile, perché collocata e collocabile al di fuori di qualsiasi ottica democratica e liberale, la proposta grilliana di dar vita a liste di proscrizione per segnalare i giornalisti “ostili” (o supposti tali) al Movimento. E’ una logica che trova un ancoraggio temporale e concettuale inquietante nella famosa “Lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli”, la raccolta firme contro il commissario Calabresi (personaggio sul quale non deve comunque mancare una sosta analitica rigorosa ed imparziale).

D’altra parte, il giornalismo non dovrebbe mai venir meno alle sue traiettorie deontologiche, magistralmente condensate nello “Statement of Principles ” del 1975 e nel saggio “Liberty and the News” (1929) di Walter Lippman, padre del “Precision Journalism” (il giornalismo scientifico). Le accuse, continue e costanti, quando di fascismo o quando di comunismo, rivolte al leader pentastellato e quelle, ancor più scomposte, di indottrinamento lanciate contro la sua piattaforma elettorale, non soltanto si allontanano dal sentiero della buona narrazione ma contribuiscono ad iniettare tossine nelle vene della dialettica pubblica e politica.