Beppe Grillo e la “peste rossa”. Le ragioni di una svolta strategica.

Il nuovo “tackle” grilliano sulla sinistra (definita “peste rossa”, secondo una formula propria della borghesia industriale ed agricola 800esco-primonovecentesca e delle SS), si inserisce nell’ottica di una strategia di avvicinamento, ben precisa e delineata, che il leader pentastellato sta mettendo in atto nei confronti dell’elettorato berlusconiano.

Con FI e l’ex Cavaliere in piena (e, forse, irreversibile) emorragia di consensi, infatti, Grillo ha capito di poterne inglobare i voti e le preferenze, e per questo cerca di accostare la sua retorica a quella del vecchio capo di Arcore; se dovesse riuscire nell’ intento, allora si prospetterà una nuova era per l’Italia, contrassegnata da un ininterrotto dominio pentastellato.

Come Berlusconi 21 anni fa, ed il quadri-pentapartito agli albori della Repubblica, infatti, Grillo impugnerà nelle sue mani il testimone dell’elettorato conservatore (non moderato), maggioranza nel Paese.

L’eterna (rin)corsa della “valanga nera”. Perché lo “sfondamento” di Marine Le Pen non deve preoccupare .

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-2 giugno 1946, elezioni per l’Assemblea Costituente : il Fronte dell’ Uomo Qualunque gianniniano ottiene alle il 5,3% delle preferenze diventando il quarto partito su scala nazionale. Alle amministrative del 9 novembre dello stesso anno, il partito del torchietto replica il successo, conquistando città come Bari, Palermo, Lecce, Catania, Messina, Foggia. A Roma prenderà 108.000 voti, superando la DC.

-L’ Unione e Fraternità Francese di Pierre Poujade (considerato oltralpe il “padre” politico di Led Pen) porta a casa l’11,6% dei voti alle lezioni per l’Assemblea Nazionale del 1956 , corrispondente a 52 deputati.

-Elezioni politiche del 1972: il MSI raccoglie l’8,7% dei voti alla Camera ed il 9,2% al Senato. Sarà del più grande risultato della fiammella prima dell’arrivo dell’era berlusconiana

-1974: il Il British National Front arriva al 44% dei voti a Deptford, Londra

-Elezioni legislative austriache del 1999: il Partito Popolare Austriaco di Jörg Haider diventa la seconda forza del Paese con il 26,9% dei consensi

-2001: L’ One Nation australiano di Pauline Hanson arriva al 9% nel voto amministrativo del Queensland

-Elezioni presidenziali francesi del 2002: il candidato del Front National, Jean Marie Le Pen, approda al ballottaggio con il 17,79 % delle preferenze.

-2002:Il British National Party ottiene tre consiglieri a Burnley, nel nord dell’Inghilterra

-2002: il Lijst Pim Fortuyn incassa il 36% dei seggi a Rotterdam. Alle successive politiche, il partito di Fortuyn, forse anche a causa dell’emozione suscitata dal barbaro assassinio del suo leader, diventa il secondo nel Paese.

-2001: L’ One Nation di Pauline Hanson arriva al 9% nel voto amministrativo del Queensland

-2007: il Vlaams Belang ottiene 21% delle preferenze nelle Fiandre

Da quando, con la fine della II Guerra Mondiale e la conseguente necessità di creare un argine di contenimento al Socialismo, la destra radicale e populistica (concetti parzialmente difformi ma contingenti) ha trovato riorganizzazione e “sdoganamento” , numerosi sono stati i momenti nei quali, ad ogni latitudine dell’universo democratico, i suoi rappresentati si sono manifestati con effetti di rilevante consistenza (la carrellata proposta contiene solo una piccola parte delle tappe di questo fenomeno). Si tratta, ad ogni modo, di exploit episodici, limitati quasi esclusivamente alle consultazioni di carattere locale (dove il voto si fa più emotivo) ed incapsulati nelle fasi di maggior contrazione e sofferenza del sistema politico ed economico, quando, cioè, diventa più facile per le compagini a carattere demagogico confinate all’opposizione intercettare il voto “di protesta” , mostrandosi come alternativa verginale, altra ed antitetica rispetto ai partiti dell’ establishment. Mai, tuttavia, questi soggetti hanno espresso un capo di stato o di governo (con la sola e parziale eccezione di Enoch Powell) ed anche quando sono riusciti a posizionarsi all’interno di un esecutivo nazionale (l’ FPÖ austriaco nel 2000) , questo è stato possibile solo in ragione del traino di elementi moderati di maggior peso. Inoltre, ai grandi acuti di questa o di quella formazione, sono sempre seguiti rovesci che, non di rado, ne hanno irrimediabilmente compromesso o menomato l’esistenza . Nonostante questo evidente ed innegabile segnale della storiografia documentale, ogni prestazione di rilievo di un raggruppamento populistico è, puntualmente e cocciutamente, letto e percepito (a sinistra) come una crisi irreversibile della democrazia e, a destra, come l’archè della conquista e della rivoluzione del sistema. L’Europa (e la rimanente porzione del mondo occidentale) ha dimostrato di essere in possesso di anticorpi democratici sufficientemente validi per arginare qualsiasi pulsione liberticida, e nessun pericolo può e potrà eroderne l’anima civile e sussidiarista più profonda; in ogni caso, una ripensamento delle e sulle miopi strategie di rigore in atto si pone quale esigenza imprescindibile non soltanto per togliere benzina agli araldi dell’euroscetticismo ma, anche ed in special modo, per giungere alla definzione di un’ Europa che sia unione di uomini e culture prima che di valute e macrointeressi.

La farsa del referendum veneto e l’eredità risorgimentale del Leone

 

ImmagineIl “referendum” per l’autodeterminazione della Regione Veneto è, in realtà, una consultazione sondaggistica on line gestita da un blog privato (plebiscito.eu) i cui responsabili sono posizionati all’interno di un’ area politico-ideologica ben definita e definibile (quella leghista). Chiunque (non solo i veneti) può essere ammesso alla consultazione, chiunque può votare più di una volta, chiunque può modificare le proprie generalità (per mostrare la debolezza dell’iniziativa, un utente si è registrato come “Pippo Calippo” nato a Sinferopoli ) e non v’è controllo di alcun tipo sui risultati.

Nessuna legittimità, quindi, non soltanto dal diritto ma anche ed in special modo dalla logica e dal buonsenso. Del tutto apodittico, inoltre, pensare che il malessere caratterizzante alcuni segmenti della comunità veneta debba, “dictum factum”, tradursi in una progettualità di tipo separatistico.

Una nota storica: il Veneto dette un contributo decisivo ai processi risorgimentali (1848, 1849, 1859) ed una fetta rilevante dei garibaldini (specialmente a Bezzecca) proveniva da quella regione.

Aborto ed eutanasia.Perché chi non rispetta la vita vorrebbe imporne la tutela

Esiste da sempre, negli Stati Uniti, una polemica tra progressisti e conservatori in materia di aborto ed eutanasia che vede i primi accusare i secondi di incoerenza allorquando si schierano a difesa della vita, visto il loro manifesto ed inossidabile appoggio alla pena capitale, alle varie campagne militari organizzate dal Paese, alla libera concessione delle armi ai privati cittadini, alle politiche razziali, ecc. A ben vedere la contestazione appare tutt’altro che infondata, dal momento in cui le armi, la guerra, la pena di morte e la discriminazione costituiscono “ipso facto” la negazione più paradigmatica della vita, della sua tutela e protezione.

Si tratta di un’antinomia, di un corto circuito logico che definisce anche la restante porzione del conservatorismo occidentale (anche italiano), pur con le debite e dovute differenze del caso, e che può trovare risposta e spiegazione nella mancanza di una cultura liberale basica nel segmento antiabortista ed antieutanasico riconducibile ai settori del tradizionalismo politico; obiettivo non è, infatti, la tutela della vita bensì l’attacco al libero arbitrio, in special modo quello femminile. Non una battaglia “per”, ma una battaglia “contro”.

Aborto ed eutanasia sono e rappresentano la massima attestazione della libertà individuale, e questo non può essere accettato ed accolto da uno spirito non democratico, tantomeno se a reclamare e a testimoniare la propria emancipazione ed autonomia è un appartenente al genere femminile, da sempre sottomesso e regolato dalle norme del maschilismo più consueto (sposa e fattrice). L’uomo, ma soprattutto la donna, liberi di decidere di sé e per sé, lacerano ogni acquisizione sociale e culturale di tipo reazionario, ed è qui l’archè e lo snodo della “difesa” della vita da parte dei proibizionisti, passaggio esclusivamente funzionale ad un disegno coercitivo e liberticida.

Eutanasia.Il Ministro Roccella e la mannaia torquemadista sul libero arbitrio

Eugenia Roccella: “Sul tema dell’eutanasia ascoltare tutte le parti in gioco, non solo chi è a favore. La visione del Presidente Napolitano sulle problematiche del fine vita rischia di essere parziale e unilaterale se il confronto avviene solamente con le associazioni favorevoli all’eutanasia”.

Non esistono né potrebbero esistere, in tema di eutanasia, “parti in gioco” all’infuori del paziente e del personale medico-sanitario chiamato ad eseguirne le disposizioni. Conscia dell’inesportabilità di un orientamento intrinsecamente autoritario perché in antitesi con il principio del libero arbitrio, Roccella gioca quindi d’astuzia, gettando sul tavolo la carta dell’ecumenismo democratico, invocando la partecipazione di figure che, tuttavia e come premesso, nulla hanno a che vedere con il caso in oggetto. Scelte quali eutanasia ed aborto attengono invero alla sfera più categoricamente intima e personale del singolo, ed è al singolo che spetta la sola ed unica decisione a riguardo; qulsiasi tentativo di intrusione o forzatura dovrà quindi essere letto come una prevaricazione ed un’incursione liberticida e respinto con tutta l’energia di cui si è capaci.

¡No pasarán!

Appunti di storia.I Briganti e il cannibalismo

Criminali già al tempo del Regno delle Due Sicilie, i due fratelli campani Cipriano e Giona la Gala riuscirono nel 1860 a fuggire dal carcere di Castellammare, nel quale si trovavano rinchiusi per i gravi reati commessi, approfittando del clima di generale confusione che regnava a quel tempo nell’ Italia meridionale.

Si trovava in cella con loro un tal Francesco de Cesare, il quale commise durante una lite con i due fratelli l’errore, poi rivelatosi fatale, di schiaffeggiare Giona. L’episodio sembrava ormai consegnato all’oblio, quando diversi mesi dopo il fatto (settembre 1861) , i la Gala inviarono all’ex compagno (nel frattempo tornato sulla strada della legalità) un contadino, tal Cosimo Matera, per chiedergli di raggiungerli per un incontro amichevole. Nonostante fosse stato messo in guardia sulle intenzioni dei due masnadieri, decise comunque di accettare; arrivato nella la località convenuta, il borgo di Pizzillo, de Cesare fu inizialmente accolto con entusiasmo e cameratismo dai la Gala, che gli si gettarono al collo, baciandolo ed abbracciandolo. Ma le cose avrebbero preso molto presto una piega ben diversa. Arrivati alla masseria occupata dai briganti, Cipriano urlo: “Giona, scannalo!”. Un sodale dei due fuorilegge, Antonio Saracino, balzò allora con una corda, legando lo sfortunato che venne trafitto da decine e decine di pugnalate per poi essere finito con un colpo di fucile nel petto. Una volta ucciso, il de Cesare venne decapitato, gli fu messa una pipa in bocca e la testa collocata sul davanzale della masseria. Il corpo venne invece tagliato, gli fu tolto il grasso ed il resto venne abbrustolito e mangiato dalla banda.

Un altro brigante, l’ex mugnaio Gaetano Mammone, era invece famoso per l’ abitudine di bere il sangue delle sue vittime da un cranio usato come caraffa (in mancanza di sangue altrui, Mammone si salassava, bevendo il proprio). A costui, Ferdinando I delle Due Sicilie scriveva chiamandolo: “mio generale ed amico”.

Briganti e cannibalismo

Pier Carlo Padoan , il nuovo Kyenge sull’altare della “disinformatia” populista

Dopo il “siluramento “ dell’ormai ex Ministro Cécile Kyenge, la semplificazione populista doveva trovare un altro bersaglio da utilizzare come punto d’entrata, leva ed ariete per la manomissione della credibilità del nuovo esecutivo. L’occasione si è presentata con Pier Carlo Padoan, titolare del dicastero dell’Economia e delle Finanze del neonato Governo Renzi. Messo sul banco degli imputati per la crisi argentina dei primi anni del nuovo millennio (come nel caso greco, anche il crack argentino parte invece da molto lontano, in primo luogo dalle privatizzazioni selvagge dell’era menemiana, alle quali non seguì nessuna politica di reinvestimento degli utili, e dalla parificazione Peso-Dollaro) e accusato di voler tagliare i salari dei lavoratori italiani, quando in realtà ha soltanto riferito di abbassamento del cuneo fiscale (quindi delle tasse) e del costo del lavoro (inteso come imposte a carico dell’impresa).

Data la delicatezza del ruolo ricoperto da Padoan, specialmente in una fase difficile e complessa come quella attuale, attendiamoci una nuova, vigorosa, offensiva degli apparati della persuasione, ancora una volta impegnati nella sollecitazione dell’emotività più ventrale.

Sulla crisi ucraina

Ancestrale problema dei popoli dell’Est Europa (come di quelli baltici e della Finlandia), l’imperialismo russo, prima zarista, poi sovietico e adesso “putiniano”, è l’arché, lo snodo e la chiave di lettura della crisi che sta sconvolgendo l’Ucraina in questi ultimi giorni e mesi.

Terreno di caccia straniero, divisa e strattonata da e tra turchi, lituani, mongoli e polacchi fino al Trattato di Andrusovo che assegnava alla Russia zarista l’influenza sul Paese, l’Ucraina è stata da allora quasi ininterrottamente ammanettata a Mosca ed ai suoi disegni egemonici e strategici, siano essi di tipo economico come di tipo politico e militare. Insofferente al giogo russo e desideroso di spezzare le catene della sua ultramillenaria oppressione, il popolo ucraino cerca pertanto nell’ ombrello della UE e della NATO il mezzo per affrancarsi dall’invadenza del potente e scomodo confinante; benché sovente illogiche, pervasive ed invasive, le due grandi associazioni occidentali sono e rappresentano infatti l’unico sistema per consentire agli ucraini (ma non solo) di raggiungere la piena autogestione, creando tra Kiev e Mosca una barriera diplomatica e militare invalicabile per i russi e costringendoli a ripensare la loro intera politica nel versante Est del Vecchio Continente.

L’abbattimento della statua di Lenin a Fastiv non è, non deve e non dovrà essere letto quindi come un rigetto dell’ormai tramontato periodo comunista, bensì come il rifiuto di un simbolo russo (Vladimir Il’ič Ul’janov) e dell’ annessione sovietica del Paese (pace di Riga, 1921).

Insidie e debolezze della rete

La lezione dell’esperto: Gianroberto Casaleggio

E’ opinione di Gianroberto Casaleggio che il 90% dei contenuti on line sia prodotto da soltanto il 10% dell’utenza, i cosiddetti “influencers”, figure che ispirano, plasmano ed orientano le discussioni e già conosciute dal marketing ben prima dell’irruzione di internet (negli USA, le grandi griffe pagano gli studenti più “popolari” delle scuole superiori per pubblicizzare ed indossare i loro capi, così da indurre all’emulazione i propri compagni). Sempre secondo il “guru” pentastellato, il M5S disporrebbe di 10 di questi strateghi, tutti con un indice Klout superiore a 75 e in grado quindi di condizionare oltre 100 mila utenti ciascuno. L’indice Klout è un “servizio di social network che realizza statistiche sui social media e valuta l’influenza degli utenti attraverso il Klout Score; un punteggio da 0 a 100 viene ottenuto dal grado di interazione dei profili utente di siti popolari di social networking, tra cui Twitter, Facebook, Google+, Linkedin, Foursquare. In altre parole, Klout è l’indice con cui si può valutare quanto si è influenti sui social network grazie all’attribuzione di un indice numerico che è legato ai like che ricevono i propri post su Facebook o ai retweet dei propri tweet” (Benvenuti-Guglielmino).

Il dato non va limitato al solo perimetro del marketing politico ma esteso e sovrapposto a tutti i settori della comunicazione e del mercato. Dalla disamina si evince pertanto l’estrema manipolabilità dell’internauta, acquisizione che cozza con l’idea, ampiamente diffusa, della rete come piattaforma di libero scambio sfrondata da quei vincoli e legacci di tipo orwelliano che caratterizzerebbero, invece, altri strumenti di diffusione e comunicazione, in primis la televisione.

Reagan e la fine del comunismo. Storia ed ermeneutica di un malinteso

Se il ruolo di Karol Wojtyła come protagonista nella caduta del comunismo sovietico non trova diritto di cittadinanza nella narrazione storiografica internazionale, quello di Ronald Reagan viene, al contrario, spesso dilatato, dalla pubblicistica divulgativa come dalla saggistica accademica più scientifica e rigorosa. In sostanza, si vuole che il brusco programma di riarmo (“Strategic Defense Initiative”) attuato dall’amministrazione insediatasi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981, abbia condotto l’URSS ad una rincorsa esasperata ed esasperante che finì per prosciugarne le già insufficienti risorse economiche (aumento del 45% delle spese belliche) , portandola all’implosione. Si tratta di un’interpretazione scissa dall’elemento fattuale e documentale, risultato di un’elaborazione che trova il suo archè ed il suo snodo nel “quid” più smaccatamente ideologico e partigiano; negli anni ’80 del secolo XXesimo, il Blocco sovietico (sia l’impero “esterno”, ovvero i paesi satellite, che quello “interno”, ovvero l’URSS) aveva infatti assistito all’esaurirsi della fase di relativo benessere che aveva a contrassegnato il decennio precedente ed era piombato in una situazione di grave ed irreversibile crisi e ritardo sotto il punto di vista economico, tecnologico, e sociale, resa ancor più acuta e delicata dal progresso che, in quegli stessi anni, l’Occidente capitalista stava vivendo e sperimentando. Inoltre, i numerosi segmenti etnici che componevano la realtà sovietica stavano facendo sentire sempre di più la loro azione detonante, da est ad ovest, e nel cuore della stessa Russia, dove importanti riviste come “Molodaja guardija” e “Nas Sovremmenik” riscoprivano e rilanciavano il vecchio sciovinismo imperiale, anche come risposta ai disagi provocati dallo sforzo economico che Mosca doveva sostenere per il mantenimento dell’intero apparato. E’ in questo contesto turbolento che si insedia ed inserisce la figura di Michail Sergeevič Gorbačëv , il primo , l’unico ed il solo responsabile di quel processo riformatore che portò alla liquefazione del comunismo in Europa. “Così non si può più vivere, è tutto marcio”, ebbe infatti a dire Gorbačëv a Eduard Shevardnadze, futuro Ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica, poco prima della loro ascesa al potere. Eccessiva, intollerabile ed ingestibile la pressione della corruzione, del malessere sociale e del “gap” con il “mondo libero”che stava stritolando quel gigantesco sistema costretto ad una lotta impari, sostenuta e sostenibile soltanto attraverso il sacrificio dei beni diretti alla popolazione in favore di un impianto bellico incaricato di presidiare il regime in ciascuno dei 5 continenti. Ricorda Georgy Arbatov, consigliere per la politica estera di Gorbačëv: “I cambiamenti dell’Unione Sovietica non sono solo maturati ma sono anche nati al suo interno”. Ma la destrutturazione del mito di Reagan carnefice dell’URSS non arriva soltanto dagli ex avversari, ma anche dal”interno degli USA, e per la precisione da un Repubblicano, Gerald. R.Ford, ex inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, che considerava “sopravvalutato” il ruolo dell’ex attore nel crollo del nemico di sempre. A questo proposito, non deve e non dovrà sfuggire alla sosta analitica come i Paesi del Patto di Varsavia fossero rimasti nel più totale immobilismo, durante l’intero primo mandato reaganiano, ovvero prima dell’arrivo dell’uomo della “Perestrojka” e della “Glasnost” .

A “Ronnie” , il merito indubbio e indiscutibile di aver restituito fiducia agli USA e all’Occidente democratico dopo una decade non facile che aveva visto l’affermazione del refrain “il mondo sta andando a sinistra”, offrendo così agli occhi di chi viveva oltre cortina l’idea di un’alternativa allettante. Ma nulla più. Il tricolore russo sventolerebbe sul pennone più alto del Cremlino anche se nel 1984 avesse vinto “Fritz” Mondale o se il tenace Siri avesse scalzato l’ arcivescovo di Cracovia in quel rocambolesco e surreale 1978.