Perché il Re di Giordania vestito da soldato piace alla gente. Le folle ed il maschio alpha, da Benito Mussolini a Vladimir Putin

giordania_re_abdallahPer meglio comprendere e leggere l’ondata di popolarità che ha investito il Re di Giordania dopo la diffusione di una sua foto in divisa militare, dovremmo, ancora una volta, rifarci alle teorie sulla psicologia delle folle e sui meccanismi del consenso di Gustave Le Bon (1841-1931) e Jürgen Habermas (1929-).

Grossolane ed immature nelle loro sensibilità percettive (indipendentemente dalla qualità culturale ed intellettuale dei singoli componenti), le folle sono dunque particolarmente sensibili al “capo” ed ai richiami a quel muscolarismo ancestrale ed essenziale di cui una divisa, nel caso di specie, potrà essere rappresentazione.

In un processo basato sulla semplificazione e da esso scaturito (un capo di Stato non va mai in prima linea né decide in modo esclusivamente autonomo la politica estera), la folla ha quindi identificato in ʿAbd Allāh II vestito da soldato, da “guerriero”, dopo la barbara uccisione di un suo militare, l’uomo forte, il “maschio alpha” che proteggerà il “branco” da chi ne minaccia la sopravvivenza.

Lo stesso meccanismo scatterà ed è scattato dinanzi alle fotografie di quasi tutti i leader dittatoriali (non a caso quasi sempre in tenuta militare, a sottolinearne la “potenza” e l’autorità) e dinanzi a quelle di Vladimir Vladimirovič Putin con in mano un fucile da caccia ed a petto nudo; qui, l’immagine del capo-combattente si salda e si coniuga alla memoria del virilismo termonucleare e kappagibbista sovietico.

Ascesa e declino della Chiesa nei primi anni del nuovo millennio. Tra errori strategici ed ingenuità

L’11 settembre e la morte di Karol Wojtyła consegnarono alla Chiesa cattolica ed alle sue gerarchie un fase di popolarità, vasta e trasversale, del tutto nuova, almeno dall’era pre-risorgimentale fino a quel momento.

La percezione, scaturita dagli attentati contro il WTC ed il Pentagono, di una minaccia islamica su larga scala, indusse infatti la pubblica opinione ad individuare nella Croce il baluardo bimillenario a difesa della sua “way of life”, mentre l’ondata emozionale suscitata dalla morte di un personaggio popolare come Wojtyła (in ragione della lunghezza del pontificato, delle sue doti comunicative e della ““misperception” che lo vuole artefice del crollo del Comunismo) ebbe un effetto dirompente che convolse e travolse la società nel suo insieme, compromettendone la capacità di analisi razionale.

La Chiesa, tuttavia, non seppe sfruttare questo capitale inaspettato, ma, anzi, lo depauperò nel giro di pochi anni con scelte a volte semplicemente sbagliate, altre volte del tutto rovinose.

All’eccessiva sicurezza dovuta all’inatteso ritorno d’immagine, si sommò, molto probabilmente, anche quella di poter contare su governi “amici” nella quasi totalità del mondo democratico (Berlusconi, G.WBush, Sharon, Aznar, ecc), elementi che spinsero e convinsero il Vaticano ad una politica interventista, censoria ed invasiva, lontana dal basso profilo mantenuto fino a quel momento (questo soprattutto i Italia) ed alla scelta di un Papa eccessivamente conservatore ed a-mediatico del tutto diverso da quel Wojtyla ancora legato ai cuori che di molti, fedeli come non fedeli.

L’emersione degli scandali pedofilia e Claps, in cui il Vaticano dette prova di una pessima capacità di “Crisis Managemet” e “Crisis Comunication” e il rapido e brusco peggioramento della congiuntura economica mondiale, con le prevedibili accuse a chi era visto come ipocritamente privilegiato rispetto a quel popolo che avrebbe dovuto aiutare (anche in questo caso, al di la del Tevere non si volle scegliere un più basso profilo), fecero il resto, disperdendo dal sentire collettivo quell’ “effetto simpatia” che irruppe come un fulmine nella prima decade del secondo millennio, facendo pensare, per un istante, ad una nuova Restaurazione.

Perchè le cooperanti non sono come Moro e come le vittime dell’anonima sequestri. Anatomia di una semplificazione.

Tra le polemiche che, puntualmente, accompagnano la liberazione di cittadini italiani presi in ostaggio nelle zone di guerra, il pagamento di un riscatto come contropartita e l’accostamento con l’ “affaire” Moro, nel quale lo Stato scelse, al contrario, la linea della fermezza.

Si tratta ad ogni modo di una semplificazione, di un paragone concettualmente approssimativo e scollato dall’analisi storica, destinato al ridimensionamento quando messo al vaglio di un lavoro di scavo sufficientemente approfondito.

Se, infatti, in casi come quello Marzullo-Ramelli ad agire è ed è stato un fenomeno criminale-terroristico “esterno” e lontano, pericoloso per un numero assolutamente ristretto di connazionali, nel caso Moro l’Italia si trovava invece ad affrontare un terrorismo di tipo “endogeno”, nato nel Paese, diffuso nel Paese, in tutto il Paese, su larga scala e con potenti ancoraggi nel tessuto sociale.

Cedere alle pressioni delle BR non soltanto avrebbe dato l’idea di una debolezza delle istituzioni, incoraggiando così i terroristi (la fermezza dimostrata fu, al contrario, uno degli elementi decisivi per la sconfitta dell’eversione politica) ma avrebbe potenzialmente esposto ogni cittadino italiano al rischio di un sequestro; le BR avrebbero potuto infatti prendere in ostaggio chiunque ed in ogni momento, chiedendo la liberazione di questo o quel compagno, e lo Stato si sarebbe trovato nell’obbligo di trattare, non valendo certamente la vita del “signor Rossi” meno di quella del signor Moro.

Uno scenario dunque apocalittico, una strategia adottabile in linea teorica e pratica da qualsiasi altra organizzazione a delinquere, che avrebbe reso vani gli sforzi e l’impegno delle procure come delle forze dell’ordine, installando virtualmente i tornelli nella carceri italiane.

A rendere differenti e non sovrapponibili i due scenari, anche il ruolo di attori esterni al brigatismo nella fasi del blitz e ad esso successive, e le loro pressioni contro la liberazione dello statista democristiano, percepito (erroneamente) dal blocco atlantico-atlantista come un pericoloso ariete di sfondamento degli equilibri yaltiani.

La stessa traiettoria logica andrà applicata alla misura del congelamento dei beni in caso di rapimento, disposta dalla Legge 82 del 1991. Anche qui, si era e si è in presenza di un fenomeno criminale “endogeno”, antico, esistente e comune fin dall’epoca del brigantaggio, e consentire il pagamento di riscatti avrebbe significato esporre ogni famiglia italiana benestante o mediamente benestante al rischio di subire un’estorsione.

Ucronia Il massacro di Parigi e i fantasmi della Dottrina Mitterand: il “paradosso francese”

Immaginiamo per un attimo che i 4 terroristi di Parigi fossero riusciti a fuggire (Hayat Boumedienne non è stata ancora catturata).

Immaginiamo che, approfittando dell’assenza di controlli alla frontiera (dovuta agli Accordi di Schengen), fossero riusciti ad arrivare nella vicina Italia.

Immaginiamo che la cosa fosse diventata di dominio pubblico.

Immaginiamo che il nostro Governo avesse deciso di proteggerli, non consegnandoli alle autorità francesi, in nome di una pretesa superiorità del diritto italiano e su una sua presunta maggiore aderenza ai principi in materia di tutela dei diritti umani.

E adesso, immaginiamo la reazione della nostra opinione pubblica, dell’opinione pubblica mondiale e, sopratutto, di quella dei nostri vicini d’oltralpe.

Questo sbizzarrimento ucronico, questa trama insensata, corrisponde invece a quella che fu, per 21 anni (1982-2003), la cosiddetta Dottrina Mitterrand, ovvero un dispositivo che garantiva ai terroristi di tutto il mondo la possibilità di trovare asilo e riparo in Francia. In un intreccio perverso di umanitarismo socialista ed anacronistica “grandeur”, François Maurice Adrien Marie Mitterrand pensava e coltivava infatti il mito della superiorità della coscienza civile e giuridica del suo Paese, motivo per cui il terrorista straniero venne da un certo momento ritenuto un perseguitato e non più un criminale.

Ecco che decine e decine di assassini che avevano colpito al cuore lo Stato italiano, massacrando tutori dell’ordine, giornalisti come quelli di “Charlie Hebdo” e semplici cittadini, padri e madri di famiglia, poterono continuare a tirare le fila delle loro organizzazioni (specialmente di estrema sinistra) alla luce del sole, ed ecco emergere un altro “paradosso francese”, ben più inquietante di quello medico -gastronomico, che vedeva un Paese occidentale, capitalista ed atlantista, coprire le spalle a chi voleva distruggerlo, volendo distruggere un modello sociale, economico e politico gemello.

Una macchia, la Dottrina Mitterand, nel novecento francese, una macchia che va ad unirsi al mantenimento della ghigliottina e della lobotomia transorbitale fino agli anni ’80, al disastro di Mururoa degli anni ’90, ai massacri di civili in Indocina e Nord Africa negli anni ’50 e ’60, all’appoggio alla rivoluzione islamica nella Persia democratica ed inclusiva di S.M Mohammad Reza Pahlavi

“In Italia Charlie Hebdo ce lo sogniamo”. Davvero? Un messaggio per chi non conosce la storia, per chi non conosce sé stesso.

La tragedia parigina, con il suo corredo di errori, sviste e dilettantismi delle autorità francesi, ha messo in crisi quegli esterofili di casa nostra in servizio attivo e permanente, i quali, tuttavia, hanno cercato di rimediare denunciando quella che a loro modo di vedere sarebbe l’assenza, in Italia, di voci libere e indipendenti come “Charlie Hebdo”; “In Italia gente così ce la sogniamo”. Questo, in buona sostanza, il messaggio.

A costoro propongo e segnalo questa lista: sono gli italiani uccisi, feriti o perseguitati mentre facevano informazione, perché facevano informazione.

Sono tanti, sono 26, e forse ne mancherà qualcuno.

Sperando vi sia utile, con l’augurio possiate conoscerli, così da rispettarli, così da rispettare ciò che siete, ciò che siamo.

Buona lettura.

Cosimo Cristina

Mauro De Mauro

Giovanni Spampinato

Giuseppe Fava

Mauro Rostagno

Ilaria Alpi

Giuseppe Alfano

Giancarlo Siani

Carlo Casalegno

Walter Tobagi

Italo Toni

Graziella De Palo

Almerigo Grilz

Guido Puletti

Marco Luchetta

Gabriel Gruener

Antonio Russo

Maria Grazia Cutuli

Raffaele Ciriello

Vittorio Arrigoni

Enzo Baldoni (blogger)

Enzo Tortora

Giuseppe “Peppino” Impastato

Indro Montanelli (gambizzato dalle BR)

Simone Camilli

Miran Hrovatin

Le due cooperanti e i due Marò: l’incudine e il martello del Governo Renzi.

Il video delle due cooperanti rapite in Siria con la richiesta, implicita, di una trattativa al Governo italiano, è senza dubbio il regalo più sgradito che il nuovo anno potesse fare a Matteo Renzi.

Fedele alla sua dottrina in materia ed alla sua cultura e tradizione in difesa della vita e dei diritti umani, l’Italia si adopererà infatti per riportare a casa Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, riuscendovi qualora la contropartita dovesse essere di natura economica (un riscatto) e non politica (una variazione della nostra linea strategica nell’aera).

Questo, tuttavia, aumenterà il pressing del movimento d’opinione favorevole al rilascio dei Marò detenuti in India, che individuerà nella liberazione delle giovani un trattamento di favore da parte di un esecutivo di centro-sinistra verso due militanti filo-arabe. Un esercizio semplificatorio che, in aggiunta, farà tabula rasa di ogni differenza tra l’interagire con un gruppo terroristico ed il governo legittimo di una “great power”, membro del G-20.

Lo Stato dovrebbe fare di più..ma come dico e voglio io NIMBY e LULU

A partire dagli anni ’70 del secolo scorso, videro la luce i primi gruppi di “cittadinanza attiva”, organizzazioni di persone comuni che contestavano le scelte dei decisori in materia ambientale.

Tali soggetti vennero indicati sotto gli acronimi di NIMBY (“Not in my backyard”, “non nel mio cortile”) e LULU (“Locally unwanted land use”, “utilizzazione del territorio localmente non voluta”) per evidenziare quella che era la loro caratteristica più distintiva e peculiare, ovvero l’opposizione a qualsiasi lavoro di impatto-modifica ambientale vicino ai luoghi di residenza degli appartenenti ai vari comitati.

Sebbene presi singolarmente i cittadini di questo o quel comitato fossero d’accordo con la realizzazione di un’opera di pubblica utilità, il loro atteggiamento cambiava, quando tale opera veniva progettata vicino alle loro abitazioni.

Si tratta di un fenomeno riscontrabile anche nel nostro Paese, ed anche per quel che riguarda gli interventi di contenimento del rischio idrogeologico; nonostante chieda ed invochi in tal senso una maggiore attenzione da parte delle istituzioni, l’italiano tende a modificare il suo orientamento, se e quando l’opera di manutenzione interferisce con le sue abitudini o riguarda, in qualche modo, la sua proprietà

Muti al Quirinale? E perché non Dino Zoff? Quel disperato bisogno di “eroi”.

dino-zoff-1Non esiste forma istituzionale perfetta, tuttavia la proposta di eleggere alla massima carica dello Stato il Maestro Riccardo Muti scopre e dimostra una delle lacune più vistose del sistema repubblicano.

Nella ricerca, affannosa in un segmento congiunturale tanto difficile come quello che stiamo vivendo, di una figura che unisca al prestigio personale la garanzia di una condotta super partes, ecco che si pensa ad un uomo del tutto …a digiuno di politica, diritto e cultura diplomatica.

Un eccellente direttore d’orchestra, senza dubbio, ma privo di quell’architettura di conoscenze ed acquisizioni richieste da e per un ruolo tanto importante e delicato.

Le bombe di Gerusalemme. Le colpe, antiche e moderne, del mondo musulmano nei confronti di israeliani e palestinesi.

Catalogato dagli storici come il secolo dei risvegli nazionali, l’800 vide la riaffermazione delle istanze indipendentiste e unitarie non solo in Germania, Italia e Grecia ma anche nel mondo ebraico. Sono di quel periodo, infatti, la nascita del Sionismo e il ritorno dell’emigrazione ebraica di massa in Palestina dopo le diaspore, drammatiche, delle epoche precedenti, ed è da questo momento che nasce l’idea dei “due popoli e due stati”.

La comunità arabo-musulmana, preponderante in Terra Santa dopo la conquista del VI sec d.c, si oppone tuttavia da allora al progetto, rifiutando l’esistenza di una nazione ebraica, autonomia e indipendente (a tal fine ed in funzione antisemita, il Gran Muftì di Gerusalemme si alleò con la Germania nazista e l’Italia fascista, prendendo attivamente parte alla Shoah). Una situazione che, a tutt’oggi, si presenta quasi immutata; dei 22 Paesi della Lega Araba (Jāmiʿat al-Duwal al-ʿArabiyya), infatti, soltanto due (Egitto e Giordania) riconoscono Israele e il suo diritto all’esistenza (Muḥammad Anwar al-Sādāt pagò con la vita la decisione di allacciare relazioni diplomatiche con Tel Aviv), mentre nel mondo musulmano più in generale, Iran, Ciad, Niger, Mali, Mauritania, Guinea, Indonesia, Malesia non hanno nessun tipo di legame politico e diplomatico con lo Stato ebraico, evocandone, in alcuni casi, la distruzione.

La stessa cosa per quanto riguarda Hamas, la principale organizzazione politico-militare palestinese, che ha come obiettivo statutario l’annientamento e la dispersione del rivale. A tutto questo, si dovranno aggiungere i tentativi di invasione di Israele perpetrati negli anni dai suoi vicini arabo-musulmani, come ad esempio la Guerra arabo-israeliana del 1948, scatenata da Egitto, Siria, Transgiordania, Libano, Iraq, Arabia Saudita, Yemen, Esercito del Sacro Jihad ed Esercito Arabo di Liberazione il giorno successivo la dichiarazione di indipendenza israeliana.

Al contrario, Tel Aviv ha tradizionalmente mostrato una maggiore flessibilità ed apertura, ritirando le colonie (kibbutz) da Gaza nel 2004-2005 (Piano di disimpegno unilaterale israeliano ) e restituendo il Sinai all’Egitto nel quadro degli accordi di Camp David del 1979.

L’opposizione storica all’esistenza di una nazione sotto la Stella di Davide, è dunque lo scoglio, per adesso insuperabile, che ostacola la nascita di uno Stato palestinese. Il giustificazionismo in merito ad attacchi brutali come quello alla sinagoga di qualche giorno fa, in nome della resistenza ad un ‘ “invasione” da parte israeliana, dovrà quindi essere respinto come inaccettabile, irricevibile ed irrazionale, non soltanto sotto il profilo morale ma anche alla luce dell’elemento storico e documentale.

“Gli stranieri prendono 40 euro al giorno mentre gli italiani non hanno lavoro”. Tecniche della propaganda nella costruzione delle “misperceptions” (false percezioni) e nel loro utilizzo.

La quota destinata dallo Stato ad ogni rifugiato è pari a circa 35-40 euro, ma soltanto 2,5 di essi (due euro e cinquanta), il cosiddetto “pocket money”, sono concessi allo straniero per le spese quotidiane, mentre il restante va alle cooperative che si occupano di gestire l’accoglienza. Ciononostante, la convinzione che il contribuente “regali” 40 euro al giorno ai migranti si staglia come sempre più radicata e diffusa, anche e soprattutto per effetto dell’azione, distorsiva, di alcuni soggetti politici ed organi di informazione.

Il fenomeno ci permetterà di catalogare ed osservare alcuni aspetti tipici della della propaganda “politica” e i loro effetti sulle masse.

1) Siamo in presenza di un caso di propaganda “grigia”, ovvero parzialmente falsa. Lo Stato dà, si, 40 euro per il migrante-rifugiato, ma non AL migrante-rifugiato

2) Siamo in presenza di un caso di propaganda “grassroots “, ovvero diretta agli strati più condizionabili, perché meno evoluti sul piano intellettivo e culturale, della popolazione, il “grass”, il prato. (la propaganda “treetops” è invece diretta al segmento più avanzato della popolazione”, il “tree”, i rami più alti dell’albero).

3) Siamo in presenza di un caso di propaganda “agitativa”, mirante a suscitare nelle masse un sentimento di odio e risentimento verso qualcuno o qualcosa (l’immigrato)

4) Lo slogan:
“Gli italiani non hanno lavoro e ai rifugiati diamo 40 euro al giorno”; questo, uno dei frame usati più assiduamente dai partiti e dai movimenti d’opinione ostili all’ingresso degli stranieri extracomunitari nel nostro Paese.

5) La ricerca del nemico e la sua demonizzazione:
Si cerca di individuare un nemico, in questo caso lo straniero, facendo leva sulle paure dei cittadini. Lo scopo, quello di guadagnare consenso, ponendosi come vicini al comune sentire. Si lega ed allaccia alla propaganda “agitativa”.

6) La ripetizione:
Ripetere, in modo continuo, il messaggio che si vuole lanciare e far affermare (gli immigrati che prendono 40 euro al giorno). Si lega ed allaccia allo “slogan”.

7) La semplificazione:
“Dinanzi a problemi complessi e di difficile enucleazione, il propagandista offre una semplificazione della realtà sociale, utilizzando generalizzazioni a lui favorevoli. Tortuosi problemi di natura economica , politica e militare, vengono spesso liquidati con con semplici risposte” (M.Ragnedda).

8) L’enfatizzazione della paura:
Attraverso questa tecnica, il propagandista cerca di instillare paura nella gente, così da convincerla della necessità di eliminare il presunto problema (l’immigrazione) e di affidarsi a lui per farlo. Si lega ed allaccia alla “semplificazione” ed alla “ricerca del nemico”.

La scaletta sarà applicabile anche allo studio della mitologia dell’ “invasione”, in realtà disancorata dall’elemento statistico.