Come è perché “Playboy” ha cambiato il giornalismo e la società. La rivoluzione di Hugh Hefner

A dispetto di quanto suggeritoci da una certa memorialistica “liberal”, il giornalismo statunitense e, in certa misura, occidentale, deve a “Playboy” le sue più moderne acquisizioni.

In particolare, fu il magazine fondato nel 1953 dal magnate Hugh Hefner ad inaugurare l’epoca delle interviste ai grandi personaggi (la rivista incontrò, tra gli altri Bob Dylan, Robert De Niro, Malcom X, Gabriel García Márquez, Jean Paul Sartre, Yāsser ʿArafāt, ecc) ed a lanciare un modello di intervista a “tutto campo”, in cui la celebrità veniva e viene seguita per una settimana intera, registrandone e riprendendone ogni parola ed ogni gesto.

“Playboy”, inoltre, contribuì in maniera decisiva alla grande rivoluzione sessuale e dei costumi che avrebbe trasformato il mondo occidentale negli anni ’60 e ’70.

Il tifo pericoloso e il mito irrazionale del “modello inglese”

Ogni volta in cui la delinquenza ultras torna a far parlare di sé, la terapia consigliata, sovrapponibile ad ogni circostanza, è la “ricetta” Thatcher , ovvero una serie di dispositivi ammantati di aura mitologica che l’ex premier britannico avrebbe varato per “spezzare le reni” alla terribile piaga hooliganistica.

Si tratta, ad ogni modo, di una posizione qualunquistica e concettualmente fragile, sostanzialmente per due motivi: i maggiori provvedimenti contro il tifo violento inglese furono attuati dopo il ritiro della “Lady di Ferro” dalla vita politica. 2: la differenza, enorme, tra i problemi determinati dalle curve d’oltremanica rispetto a quelle di casa nostra. Nato nella prima metà degli anni ’70, il fenomeno hooligan causò infatti migliaia tra morti e feriti (anche bambini), arrivando alla devastazione di impianti sportivi ed infrastrutture, in patria come fuori, e questo per quasi 30 anni (fino agli anni 2000).

Se ne deduce, di conseguenza, l’irragionevolezza di un accostamento di qualsiasi tipo tra le due realtà, anche per quel che riguarda diagnosi e rimedi.

Beppe Grillo: dalle grida a difesa di Aldrovandi al tatticisimo del silenzio (a difesa dei poliziotti).

Panoramica di una metamorfosi

Nel silenzio, assordante, di Beppe Grillo sull’increscioso episodio degli applausi agli aguzzini del giovane Federico Aldrovandi, c’è tutta la metamorfosi di un leader e della sua creatura, politica e culturale. L’ex comico fu infatti tra i primi e più attivi protagonisti nella battaglia di civiltà a difesa della memoria del 18enne ferrarese e contro la violenza delle forze dell’ordine, ospitando sul suo blog il documentario “E’ stato morto un ragazzo”, scrivendo numerosi articoli di denuncia sulla vicenda e chiedendo, a più riprese, l’allontanamento e l’arresto degli agenti.

Questo avveniva qualche anno fa, quando il M5S era ancora un “movimento” nell’accezione politica della formula, quando ancora era un soggetto di forte orientamento progressista, dimora delle energie civili più genuine, cantiere delle loro progettualità per il collettivo. L’ingresso nell’agone elettorale e gli imperativi della competizione, hanno tuttavia modificato il dna della creatura pentastellata, orientandola ed orientando il suo leader verso il tornacontismo tattico più classico e consueto, quello che porta a pesare gli utili e le perdite, in termini di voti e consensi, sul bilancino del farmacista.

Grillo è ben consapevole di non potersi schierare apertamente contro gli uomini in divisa, vista la provenienza da destra di oltre metà dei suoi simpatizzanti e perché qualsiasi forza miri all’intercettazione del ventre dell’uomo comune non potrà e non potrebbe mostrare un atteggiamento critico verso i tutori della legge, dato l’indefesso ed inossidabile appoggio del “travet” nei loro confronti; ma sa anche di non potersi lanciare in una loro difesa aperta, perché rischierebbe di allontanare dal M5S i consensi che, ancor numerosi, giungono da sinistra e dai movimenti.

Ecco allora che un ecumenico e discreto silenzio-assenso si rivelerà l’ “exit strategy” e l’opzione migliore, posizionandosi sul piattino degli utili in quel bilancino, quello del farmacista che si fa politico.

P.S: Non dimentichiamo, inoltre, gli appelli rivolti dall’ex comico alle forze dell’ordine perché queste si unissero ai Forconi. Impensabile possa schierarsi, oggi, contro gli uomini del SAP.

Beppe Grillo e la “peste rossa”. Le ragioni di una svolta strategica.

Il nuovo “tackle” grilliano sulla sinistra (definita “peste rossa”, secondo una formula propria della borghesia industriale ed agricola 800esco-primonovecentesca e delle SS), si inserisce nell’ottica di una strategia di avvicinamento, ben precisa e delineata, che il leader pentastellato sta mettendo in atto nei confronti dell’elettorato berlusconiano.

Con FI e l’ex Cavaliere in piena (e, forse, irreversibile) emorragia di consensi, infatti, Grillo ha capito di poterne inglobare i voti e le preferenze, e per questo cerca di accostare la sua retorica a quella del vecchio capo di Arcore; se dovesse riuscire nell’ intento, allora si prospetterà una nuova era per l’Italia, contrassegnata da un ininterrotto dominio pentastellato.

Come Berlusconi 21 anni fa, ed il quadri-pentapartito agli albori della Repubblica, infatti, Grillo impugnerà nelle sue mani il testimone dell’elettorato conservatore (non moderato), maggioranza nel Paese.

Magdi Allam e l’ipocrisia degli atei devoti

Le ultime incursioni razziste di Magdi Cristiano Allam sul pericolo (infondato) Ebola potranno irritare, ma certamente non stupire. Non esiste, infatti, incoerenza tra la fede cristiana del giornalista egiziano ed il suo sentire xenofobo, semplicemente perché Allam non è un cristiano; la sua conversione, infatti, non fu e non è di tipo spirituale bensì ideologico (e, forse, tornacontista).

Al pari di tanti altri conservatori e reazionari, anche Allam ha individuato nell’Islam un pericolo dopo l’11 settembre e, di conseguenza, ha percepito il Cristianesimo quale contraltare naturale e baluardo da opporre ai fedeli di Maometto (ricordiamo, tra gli altri, anche il caso di Roberto Calderoli, sposatosi con rito celtico in mezzo ad un bosco per poi tramutarsi in tradizionalista cattolico convinto dopo il 2001) .

Ateo devoto e non cristiano, Allam è quindi sprovvisto di quel carico valoriale e di quell’allergia sensoriale naturale conseguenza della genuina condivisione del dettato del Nazareno

“Se solo il buon Magdi, si ricordasse di essere lui stesso un immigrato, e che se le frontiere fossero realmente chiuse, oggi lui stesso sarebbe tra coloro che scappano da guerre, carestie, morte e miseria per cercare un minimo di dignità in un altro paese”

Quegli ebrei giovani, belli e poco abbronzati.L’ “umorismo” strategico da Berlusconi a Grillo e gli errori della sinistra

Eccezionale comunicatore e straordinario interprete e conoscitore della fisionomia sociale e culturale del Paese, Beppe Grillo è perfettamente conscio dell’esistenza, in Italia, di un sentimento antisemita profondamente radicato. Le cause del fenomeno, sono, in linea di massima, due: il ruolo, da parte dell’Italia, di centro e snodo della tradizione cristiano-cattolica ed il portato dell’ultraventennale esperienza fascista, fase mai superata ed anzi oggetto di un rivalutazione sempre più vasta e penetrante.

Molto più di una semplice boutade o di un “ballon d’essai” , quindi, il suo dissacrante “tackle” sul “tabù” di Auschwitz si inquadrerà all’interno di un disegno strategico ben definito e delineato; con esso, infatti, l’ex comunico stuzzicherà, da un lato, uno dei tessuti più sensibili del ventre profondo dell’italiano medio (il pregiudizio antiebraico, per l’appunto) mentre, dall’altro, la prevedibile reazione di sdegno e costernazione da parte della sinistra scatenerà l’afflato solidale dell’ “everyman” (“uomo della strada”) nei suoi confronti.

Non un elettore abbandonerà il M5S dopo questa vicenda, così come non un elettore abbandonava il PdL o FI dopo le (volute) gaffes berlusconiane sulla stessa Shoah oppure sul colore della pelle di Barack Obama. Al contrario, il leader pentastellato riuscirà a rafforzare a valle il suo ruolo di indocile e cristallino nemico del “sistema”, vicino alle esigenze ed al sentire del popolo.

La condanna di Dell’Utri, il MPS, la “caccia alle streghe” e il benaltrismo analgesico di una società immatura

Chi scrive ha spesso avuto modo di soffermarsi sulla figura del bielorusso Moisei Ostrogorski (Hrodna, 1854 – Pietrogrado, 1921) , considerato tra i padri fondatori della sociologia politica moderna. Profondo conoscitore dei meccanismi alla base del consenso, Ostrogorsky era convinto vi fosse un parallellismo tra il fideismo religioso e quello politico; per il sociologo di Hrodna, infatti, chi segue un’ideologia mostra molto spesso le stesse caratteristiche del devoto, consegando ad essa la sua capacità di analisi razionale.

Seguendo su Facebook una discussione riguardante la condanna e l ‘arresto dell’ex senatore Marcello Dell’Utri (FI), hanno attirato la mia attenzione due commenti, in particolare, provenienti da due persone distinte ma collocate nell’emisfero ideologico e partitico opposto a quello degli avversari dell’ex parlamentare (il cripticismo e l’interpretabilità della formula sono voluti). In un caso, si faceva ricorso alla parabola della trave e della pagliuzza, con l’immancabile vicenda MPS nella veste della trave idealmente posata sulle spalle del cittadino italiano (in realtà, i fondi destinati alla ricapitalizzazione dell’istituto sono soltanto a titolo di prestito ), mentre, nell’altro, l’estensore dell’intervento manifestava la sua stizzita preoccupazione per quello che considerava un ritorno alla “stagione di caccia alle streghe” con “avversari percepiti come nemici, come merda da distruggere”.

Sostando sulle due considerazioni, potremmo notare come non vi sia ne vi possa essere legame alcuno tra la vicenda giudiziaria che vede coinvolto Marcello Dell’Utri, il caso MPS od altre inchieste o scandali, così come non potremo che rilevare l’improbabilità che la magistratura di uno stato democratico attui una selezione mirata e strategica dei suoi interventi e tantomeno delle mistificazioni “ad hoc” (“stagione di caccia alle streghe”), riuscendo addirittura a portarle a compimento ed affermazione fino all’ultimo grado di giudizio. Inoltre, come già accennato, non saranno i cittadini a ripianare la voragine debitoria dell’istituto senese. Tuttavia, i due utenti hanno sospeso e ricusato la loro capacità di scavo razionale, sospinti dal fideismo ideologico più emotivo, tracciando legami improbabili ed illogici tra argomenti diversi ed antitetici tra loro, anestetizzando qualsiasi esigenza verificatoria. Ecco che un plurindagato e condannato in Cassazione diventerà, “stricto sensu”, una vittima dell’odio politico e sociale, ecco che una vicenda, pur grave, disinnescherà l’enormità di una seconda. Ecco che il sistema normativo espellerà da sé gli anticorpi a salvaguardia dell’indagine consapevole, affidandola al ventralismo più mortificante ed esiziale.

I “tankisti” senza memoria.L’evoluzione e la crescita del Veneto postunitario e i mali della dominazione austriaca

E’ indubbio che l’Unità del Paese abbia comportato sostanziali vantaggi alla popolazione veneta, dal punto di vista economico come da quello sociale, politico e culturale. Sottoposto ad un rigido controllo da parte dello Stato centrale, concretizzatosi in un regime di polizia, nell’obbligatorietà del Tedesco negli istituti scolastici (i veneti facevano uso dell’ Italiano) e in una tassazione esasperante alla quale non corrispondeva un’equa redistribuzione, il Veneto austriaco non godeva, inoltre, della dovuta e necessaria rappresentanza (la congregazione centrale, cinghia di trasmissione con Vienna, aveva carattere puramente formale), relegato ai margini della sfera d’interesse dei conquistatori, animale da mungere per interessi altri e diversi rispetto a quelli del popolo della ex Serenissima, merce di scambio con Francesi e Piemontesi (Armistizio di Villafranca).

Sul versante e conomico, strategie ottuse avevano messo in ginocchio la già debole e scarsamente diversificata struttura produttiva del territorio, ad esempio tramite l’abolizione del pensionatico (il diritto di pascolo invernale negli appezzamenti di proprietà privata), dando vita ad una situazione recessionistica protrattasi fino agli anni ’50/60 del secolo successivo che avrebbe costretto i veneti ad una massiccia emigrazione, con una spoliazione demografica dalle conseguenze particolarmente severe e destabilizzanti per la struttura sociale della regione . Soltanto con i moti del 1848 (unitari) e la breve restaurazione della Repubblica di San Marco ad opera di Manin e Tommaseo, il Leone poté dotarsi di un’intelaiatura più evoluta, mediante soluzioni illuminate come l’alleggerimento fiscale e , soprattutto, il suffragio universale maschile (il sogno ebbe tuttavia breve vita, perché la rivoluzione venne presto soffocata dall’azione sinergica delle batterie asburgiche e del colera, diffusosi in modo pandemico tra i patrioti).

Da non dimenticare, in aggiunta, l’atrofizzazione della vita culturale, la quale riperse a ritmi serrati dopo l’ Unità e la riconquista della democrazia, con la creazione, a Venezia (città che l’Impero aveva punito per la rivolta del ’48 con il trasferimento della capitale a Verona), di istituti come la Scuola superiore del Commercio (1868), la Deputazione di storia patria per le Venezie (1874), l’Opera dei Congressi (1874) e con la nascita di importanti testate quali il “Gazzettino” (1887). Del ‘900 , invece, la Fondazione Cini, il Centro internazionale delle arte e del costume, l’Istituto Ellenico, il Centro tedesco di studi veneziani, la “Casa di Goldoni”.

Si è scelto di sostare sul periodo asburgico giacché , a differenza delle altre dominazioni straniere, esso è diventato il punto di riferimento della comunità indipendentista veneta e l’oggetto della sua azione revisionistica più astorica.

Memorandum.La sinistra a lezione da Ireneo Funes

Quella porzione della sinistra italiana che adesso si richiama a Cuperlo, Civati, Tsipras o , ancora, che è confluita nel M5S ed entra in “tackle” su Matteo Renzi accusandolo di essere un conservatore, un centrista o, parossisticamente, un uomo di destra, fu la stessa che votò le privatizzazioni, le liberalizzazioni, le circadiane riforme dello stato sociale (Pacchetto Treu e Protocollo sul Welfare) nonché i finanziamenti alle missioni in Iraq e Afghanistan e che fornì basi, mezzi e uomini per il bombardamento convenzionale e non convenzionale della popolazione belgradese (Prodi I, Prodi II, D’Alema I). La stessa, ricordiamolo, che in nome del rigido disciplinarismo di scuola “apparatchik” espulse ed espose alla pubblica ordalia chiunque si fosse opposto a certe scelte e soluzioni (caso Turigliatto).

Quella sinistra….

Quella sinistra imprigionata in soffitta insieme alle foto della Guerra Fredda, ai biglietti della lotteria delle Feste dell’Unità, ai vinili di Tenco e Guccini. Quella sinistra che odia Renzi “perché non è di sinistra”, quella sinistra un po’ confusa che, allo stesso tempo, batte le mani ai liberisti-imperialisti dell’Asinello stars&stripes. Quella sinistra endemicamente autolesionista, quella sinistra un po’ di destra perché un po’ (grottescamente) superomista..