Sul IV Novembre

Sono nato e cresciuto “accompagnato” dagli sguardi dei caduti della prima Guerra Mondiale, impressi nelle lapidi a ricordo poste sulle facciate delle case del mio paese, nell’Abruzzo aquilano. Ho fatto in tempo a conoscere molti di quei reduci e le vedove, vestite di nero, ancora e dopo decenni e decenni. Per questo, per me, il IV Novembre non sarà mai una data come le altre. La memoria non è uno sterile esercizio retorico, una passi castrante od inutile. Al contrario, è, si pone e si staglia come imperativo etico, soprattutto in momenti storici come quello attuale, in cui maldestri revisionismi alimentati dal revanscismo più gretto mettono in discussione l’atomo primo del nostro edificio nazionale e comunitario. Un tributo ai 650mila caduti che hanno consegnato all’Italia le terre irredente, ultimando i nostri processi risorgimentali e liberali. P.S: la nazione può e deve essere criticata, anche in modo aspro (io lo faccio molto spesso) ma non possiamo permettere che il dettato storico e documentale venga insozzato da una canea di dilettanti della storiografia e del giornalismo.

“Se l’Austria, come avevamo ragione di temere, cadeva, la guerra era perduta. Per la prima volta avemmo la sensazione della nostra sconfitta. Ci sentimmo soli. Vedemmo allontanarsi fra le brume del Piave quella vittoria, che eravamo già certi di cogliere sulla fronte di Francia”. Questo scriveva Erich Ludendorff, capo di Stato Maggiore dell’esercito tedesco. Il ruolo italiano viene non di rado minimizzato da una certa storiografia internazionale, ma si tratta di un’ evidente e partigiana alterazione del portato storico. L’azione del Regio Esercito, lasciato quasi da solo a lottare contro le forze austro-tedesche, fu determinante per l’esito finale del conflitto.

Cancellieri: Grande Terrore o Termidoro ?

Il caso Ligresti-Cancellieri implica e suggerisce, per la sua particolare delicatezza e per la complessità del segmento congiunturale che stiamo vivendo e sperimentando, la massima serenità e ponderazione nel giudizio e nell’analisi d’insieme. Animosità, giacobinismi, considerazioni affrettate sull’onda dell’emotività più sanguigna, pulsioni centrifugo-ideologiche e istanze egualitario-legalitarie, seppur comprensibili e condivisibili, non devono viziare ed alterare quella che è l’architettura dei nostri sistemi percettivi e cognitivi, occludendo la valvola del ragionamento sereno. Se è vero, infatti, che una figura istituzionale non dovrebbe mai venir meno al principio della terzietà e della linearità etica, è altrettanto vero che il carcere, nell’ordinamento italiano, non prevede una funzione afflittiva e mortificatrice, nemmeno nei riguardi di un detenuto di “alto rango” (che, ricordiamo, non deve godere di favoritismi come non deve subire un atteggiamento di tipo discriminatorio). Pertanto, se nella sua veste istituzionale Cancellieri, come suggerito da alcune fonti e letture, si è occupata ed interessata anche di altri casi collocati ai margini della sostenibilità civile (come Aldrovandi e Cucchi ), l’attenzione per Ligresti, pur essendo mal digeribile la figura della figlia del faccendiere, rientra nei compiti e nei doveri del Ministro e nella più totale imparzialità.

Lo stravolgimento dei baricentri etici, tradotto in una sorta di discriminazione “al contrario”, non può che spaventare. Personalmente, attendo. La formulazione di un giudizio definitivo non è semplice.

Elitarismo intellettuale: breve analisi di un pregiudizio (e di un errore).

A corredo del suo studio sul “Cinepanettone”, il sociologo irlandese Alan O’Leary decise di proporre una serie di interviste nelle quali chiedeva agli interpellati se ci fosse una tipologia particolare del fruitore del genere cinematografico natalizio e, in caso affermativo, di descriverla. Questi i risultati:

-un italiano medio poco intelligente e ironico

-i truzzi, gli arricchiti, i berlusconiani

-una persona senza cultura, che non legge e non si informa, non va al cinema abitualmente e non conosce la storia del cinema, probabilmente di centro-destra, con pregiudizi e priva di gusto e con la soglia e dell’attenzione e la capacità di concentrazione bassissime.

E’ interessante notare come il giudizio travalichi l’argomento di pertinenza (il cinema ed il gusto cinematografico) per fare irruzione nell’ambito politico; l’amante del “Cinepanettone” sarebbe, come vediamo, un berlusconiano o “probabilmente di centro-destra”, segmenti ai quali viene associata anche un’ignoranza ed una pesante mancanza di gusto di fondo, se non proprio una debolezza intellettiva. O’Leary rilancia, evidenziando come per il critico Francesco Piccolo, i “cinepanettoniani” siano addirittura “grassi”: (“la caratteristica dei miei vicini è che tre su quattro sono molto grassi”). Piccolo si riferiva alla sua visione della prima di “Natale a Miami”. Abbiamo quindi un ritorno all’antico concetto omerico del “καλὸς καὶ ἀγαθός” , dove ad una (presunta) rozzezza d’animo e d’intelletto corrisponderebbe, anche e addirittura, una sgradevolezza fisica ed estetica di base e viceversa (!)

Comune denominatore di un certo settore della critica nazionale è quello di vedere nella crescita dei generi cinematografico-televisivi cosiddetti “leggeri” uno scadimento del settore, scadimento identificato, a sua volta, come sintomo di una regressione della cultura generale e dell’elettorato. Tutto questo avrebbe come sbocco finale e ideale la simpatia per il centro e/o il centro-destra, categorie evidentemente localizzate ai margini della scelta intellettuale. E’ un postulato che ha interessato personaggi come Bongiorno, Sordi (ricordiamo il “ve lo meritate Alberto Sordi” di morettiana memoria), Franchi e Ingrassia, ecc, messi sul banco degli imputati, condannati e poi assolti da una tardiva quanto modaiola rivalutazione, e interi generi, dal “poliziottesco” alla “commedia sexy” e via dicendo. Si tratta, però, di un cavallo zoppo, menomato, essenzialmente, da due errori di fondo:

; la commistione, forzata ed onnipresente, tra arte e politica

; le arti non sono blocchi monolitici ma universi composti e multiformi in cui varie variopinte sono le proposte, le clausole e le opzioni di offerta, a seconda dell’artista e del suo pubblico di riferimento. Il “Cinepanettone” piace perchè rappresenta e descrive, nel bene o nel male, una fetta di Paese.

Secondo i sociologi Bathkin, Bordieu e King, era convinzione delle “élites” che che i generi culturali, di svago e di intrattenimento a loro rivolti e da loro concepiti fossero “migliori” rispetto a quelli studiati per le masse, e questo perché più elaborati. Si trattava, però, di epoche (il XIX secolo) nelle quali le “élites” intellettuali appartenevano anche ad una ristretta cerchia di benestanti (per questo avevano potuto accedere agli strumenti ed alle possibilità dell’istruzione) ed era quindi comprensibile che ad una maggiore libertà economica potesse corrispondere una maggiore sofisticatezza della scelta e della proposta. La moderna critica di sinistra, sempre attenta a bacchettare su tematiche socialmente sensibili, sembra però essere rimasta a quella vecchia ossificazione pregiudiziale, a quella sindrome da “primo stato” (e da primi della classe) tanto anacronistica quanto goffa e grottesca.

“I figli sono delle madri” (anche quando li lasciano uccidere?)

Baby P’s mother Tracey Connelly released

La donna in questione consentì all’amante di torturare a morte suo figlio. Non solo è stata rilasciata “sulla parola” dopo 4 anni di carcere ma le sarà permesso il cambio di identità che le consentirà di “rifarsi una vita”.

Notizia che, anche in questo caso, irrita ma non stupisce. Tra i nefasti protagonisti della triste vicenda figura infatti anche un uomo, ovvero il “transfert” ideale offerto al “poltically correct (in questo caso nella sua declinazione femminista-misandrica) per alleggerire la posizione della donna-madre, dislocando ogni colpa e responsabilità, di nuovo, sull’uomo-maschio. Di più e non solo: la nostra società non è ancora pronta all’acquisizione dell’idea della madre-matrigna; la cultura mariano-mammista di cui i nostri tessuti cognitivi sono intrisi non lo consente, almeno per adesso, cristallizzandoci su un’immagine ideale ma irreale in cui la madre è forziere di ogni dote e virtù, nonché “padrona” e “responsabile” prima ed assoluta della vita della prole (“i figli sono delle madri”, recita un pessimo detto). L’auspicio è quello di arrivare, un giorno, ad una catarsi edipica di massa che consenta una maggiore serenità per l’interazione di genere.

Staccate la spina allo spin doctor

Intervistato nelle scorse sere dalle telecamere di “Otto e mezzo”, il deputato ed economista israeliano (naturalizzato italiano) Yoram Gutgeld spiegava, attraverso la pedanteria didascalica di Paolo Pagliaro, le sue “exit strategies” per risanare i conti pubblici e venire a capo della crisi economico-finanziaria.

Tra i capisaldi del suo impianto teorico trovava e trova spazio il ridimensionamento delle Forze Armate, da lui ritenute pachidermiche e dispendiose. Fin quei non c’è e non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che il Nostro ha utilizzato, come termine di paragone, proprio l’esercito del suo Paese natio: Israele. Gutgeld ci spiegava infatti la differenza tra il rapporto militari attivi-amministrativi di 1 a 1 delle complesso bellico di Tel Aviv con quello di 1 a 4 dell’E.I.

Si tratta di un accostamento non solo improprio ma che denota una preoccupante superficialità da parte dello “spin doctor” economico di quello che, molto verosimilmente, sarà il prossimo Presidente del Consiglio dei Ministri, ovvero Matteo Renzi. Israele ha infatti bisogno, per la sua particolare e delicata situazione storica e politica, di una forza di intervento militare veloce, agile e dinamica che la metta al riparo da eventuali aggressioni o incursioni terroristiche e che le consenta di rafforzare la sua pressione imperiale sui e nei territori occupati. L’Italia, per fortuna, no. Più idoneo, appropriato, giusto e calzante, sarebbe stato il paragone con un esercito come quello tedesco, assimilabile al nostro per dimensioni e per capacità (limitata) di manovra sugli scenari internazionali. L’illustre stratega economico si è in questo frangente dimostrato più testa d’uovo che testa di ponte, con un messaggio di pronta beva degno del più sciatto propagandismo da bistrot.

La(presunta)superiorità delle élites

“La presunzione è la miglior corazza che un uomo possa portare” – Jerome K. Jerome

Secondo i sociologi King, Bordieu e Bakhtin, le “élites” sono persuase della superiorità, in senso qualitativo, delle loro scelte culturali in virtù di un migliore equipaggiamento formativo di cui sarebbero in possesso e del fatto che, sovente, i generi a loro rivolti siano più elaborati (perché più costosi) rispetto a quelli concepiti per le “masse”. Questa convinzione consegna loro la sicurezza (in realtà del tutto priva di fondamento, oltreché intollerabilmente vanagloriosa) di poter contare su un sistema di filtraggio che li renda immuni dalle incursioni di una certa faciloneria culturale, mediatica e propagandistica. Ma, ripeto, nulla è e può essere più distante dalla verità e dal riscontro fattuale.

Sugli spazi facebookiani ed internetici di molti personaggi, apparentemente ben attrezzati sul piano intellettivo ed accademico, vedo rimbalzare la notizia, riportata con un bizzarro trionfalismo autolesionismo, secondo cui l’Italia sarebbe “fuori dal G8” per un sorpasso, in termini di PIL, da parte di Mosca. In realtà, ben altri sono i parametri che il club degli “8 Grandi” utilizza per accogliere e mantenere i suoi membri: la ricchezza finanziaria, l’aspettativa di vita, l’istruzione, il reddito nazionale lordo pro-capite, gli investimenti per la sanità, ecc. Dati che vedono la Russia, come la superpotenza cinese, al palo. Drammaticamente al palo. Ma le “élites” hanno abboccato, esattamente come la vituperata “casalinga di Voghera”, al primo titolo civetta passato sotto i loro augusti nasi. Un altro esempio, ci è offerto dal recente “scoop” dell’economista (in realtà dottore in Giurisprudenza) inglese (in realtà italiano) della “London School of Economic” (in realtà insegna in Giappone) che dal sito dell’ateneo (in realtà si trattava di un blog privato) lasciava 10 anni di vita all’Italia (in realtà la sua analisi, pur rozza ed approssimativa, confeziona un risultato differente). Anche questo pezzo è stato incapsulato nel sensazionalismo più pecoreccio, condiviso e stracondiviso, quando con un titolo e quando con un altro, da chi si sente ben diverso, ben al di là di una certa “plebe”, quella che, magari e ohibò, guarda Rete 4 o segue il calcio.

Come abbiamo visto, è e sarà sufficiente ricorrere ad un sistema di sfondamento appena elaborato per violare le difese anche del segmento più intellettuale, soggiogandolo ed eterodirigendolo secondo una traiettoria orwelliana, proprio come avviene con e per chiunque altro.

Umiltà.

Il mito del consenso fascista. Breve analisi di un falso storico.

Tra le numerose e più inossidabili mitologie venutesi a creare intorno all’esperienza del 20eenio mussoliniano-fascista, figura e spicca quella del grande consenso di massa di cui il regime ed il suo condottiero-ideatore avrebbero goduto. L’ipnotico refrain “erano tutti fascisti” (mi sia concessa una facile semplificazione) rimbalza tra i vari canali della pubblicistica (e di un fetta consistente della storiografia) nazionale, in modo trasversale, ma si tratta, a ben vedere, di un assioma privo di ancoraggi alla realtà riscontrabile. Compito dello storico e del cronista, è quello di ricostruire l’evento mediante prove documentali reali, verificate e verificabili, concedendo il minimo spazio all’interpretazione speculativa di tipo personale; nel caso di specie, l’acquisizione dalla quale l’analisi storiografica e cronistica deve partire identifica nel numero di 3 i passaggi per la determinazione/calcolo del consenso di una forza politica:

; il sondaggio

; il risultato elettorale

; il numero dei tesserati

Nel primo caso, si tratta di uno strumento ancora scarsamente diffuso, nel segmento temporale che ospitò il Fascismo italiano. Da aggiungere, inoltre, la scarsissima affidabilità di un’indagine demoscopica effettuata all’interno di una società chiusa e regolata da un regime di tipo liberticida. Nel secondo caso, l’unico dato elettorale utilizzabile è quello del 1922 (anteriore alla Marcia su Roma), e ci consegna l’immagine di una forza ben lontana da quel movimento oceanico comunemente tratteggiato (31.000 voti pari allo 0,5%). Per quel che concerne, infine, le tessere, la loro spendibilità come prova e fonte documentale termina il 3 giugno 1938, quando venne preclusa l’attività lavorativa al cittadino non iscritto al PNF. Ad ogni modo, i tesserati al partito ammontavano, nel 1943, a circa 2,5 milioni, su una popolazione che superava i 40.

La propaganda mussoliniano-fascista utilizza di fatto 2 argomentazioni, a sostegno della tesi del “grande consenso”: la mancanza di un’opposizione di massa e la forte presenza di popolo ai comizi del Duce. Nel primo caso, la scarsa presa del movimento antifascista sulle masse si può spiegare con la paura da parte di queste ultime del regime e della sua repressione (situazione presente in tutte le dittature). Nel secondo caso, su una popolazione di 45 milioni di abitanti, i presenti in questa o in quella piazza non possono certo fare statistica.


Non si dimentichi che la storiografia (in ciascuna delle sue branche e declinazioni) è una scienza ed è catalogata come tale, appunto perché trova, come detto in precedenza, la sua finalità nella ricostruzione di un percorso reale attraverso la ricerca e l’analisi di risultati reali. Lo storico non è un artista od un filosofo, e non può formulare il suo lavoro sulla supposizione o sull’interpretazione libera e soggettiva, ma sulla realtà. In questo caso, la realtà è quella di una forza sicuramente non trascurabile, ma indubbiamente, indiscutibilmente e nettamente minoritaria.

La strada maestra del qualunquismo

Questo il commento di un utente sulla pagina Facebook dedicata a Pietro Badoglio (personaggio che una pubblicistica ed una storiografia troppo faziose hanno consegnato ad un giudizio approssimativo ed ingeneroso):

“Cazzo e lo stato italiano spende soldi per un blog qui su facebook per ricordare questo cialtrone traditore pezzo di merda!!!!!!”

Secondo il nostro pittoresco amico, sarebbe lo Stato Italiano, quindi, a pagare per mantenere in vita la pagina dedicata all’ex Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia. Ma c’è di più: Facebook farebbe un’eccezione per i fan del Maresciallo, ospitando, nello spazio creato in suo omaggio, anche un blog. Ovviamente a spese del contribuente italiano. Non sbagliava, Sir Winston Leonard Spencer Churchill, quando sosteneva che il miglior argomento contro la democrazia è “una conversazione di cinque minuti con un elettore medio”

Diritti e limiti della libertà di stampa.

“Il bello della democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare” -E.Biagi.

“E’ assolutamente necessario per tutti i governi che il popolo abbia una buona opinione di loro. E nulla può essere più dannoso a qualsiasi governo che il tentare di creare animosità per quel che riguarda il suo lavoro. Ciò è sempre stato considerato un crimine e nessun governo può operare con sicurezza senza che ciò sia punto.” Queste le parole di un noto giurista inglese del XVIII secolo, John Holt.

Il passo rifletteva, in sostanza, quello che all’epoca si configurava come il pensiero della diritto inglese, successivamente riassunto ed illustrato nei ” Commentaries on the Laws of England “, ossatura e principio ispiratore della carta costituzionale statunitense. La stampa era libera di pubblicare senza censure, ma nel caso in cui il suo lavoro fosse stato ritenuto lesivo della dignità del governo o del buon nome del Paese, nemmeno l’essere dalla parte della verità sarebbe stato ritenuto sufficiente per evitare la condanna del cronista e della sua testata (si veda il caso Croswell-Jackson). Tale strategia fu ulteriormente rafforzata dal Presidente John Adams, mediante il “Sedition Act”, e rimase valida fino al celebre caso dei “Pentagon Papers”, negli anni ’70 del secolo XXesimo.

La scarsa liberalità del progetto renderebbe il medesimo inapplicabile, intollerato ed intollerabile, ai giorni nostri, ma non va dimenticato, d’altro canto e in seconda battuta, il devastante potere che una porzione del giornalismo ideologico, o semplicemente dilettantesco, può avere nel momento in cui va ad intercettare un segmento di massa. Notizie false o parzialmente false, allarmismi ingiustificati, discredito lanciato, sempre, comunque ed aprioristicamente, sulle istituzioni in una sorta di riflesso pavloviano alimentato dal “crisismo” più miope, non solo svuotano il giornalismo di quello che è e dovrebbe essere il suo ruolo, così come Tucidide voleva ed insegnava, ma contribuiscono a generare un clima di sfiducia, lassismo, disfattismo, diffidenza e rancore di cui una comunità, soprattutto nelle fasi più delicate del suo percorso, non ha bisogno. Il recente caso mediatico-internetico dell’economista (in realtà dottore in Giurisprudenza) inglese (in realtà italiano) della “London School of Economic” (in realtà insegna in Giappone) che dal sito dell’ateneo (in realtà si trattava di un blog privato) dava 10 anni di vita all’Italia (in realtà la sua analisi, pur rozza ed approssimativa, confeziona un risultato differente) ne è la prova. Una delle tante. Ma altri potrebbero essere gli esempi, a corroborare questo impianto speculativo: dal trattamento riservato al fenomeno “femminicidio”, all’enfatizzazione, disancorata dal dettato statistico, della cosiddetta “fuga dei cervelli” o del presunto aumento dei suicidi per la crisi (realtà pur drammatica nei suoi contorni), ecc. Tutto contribuisce ad imbastire un’atmosfera plumbea, di disagio imprigionato ed imprigionante in un vicolo cieco all’interno del quale la ratio è bullaggiata dall’ odio, dalla menzogna e dalla sciatteria morale.

Auspicio di chi scrive è la creazione di un sistema di “filtraggio”, pur di ardua applicazione dato il carattere “anarchico” e difficilmente razionalizzabile del giornalismo, che blocchi gli azzardi più antisociali e pericolosi per il bene collettivo, nel loro essere privi di basi ed agganci scientifico-fattuali. L’ignoranza può essere innocua, mentre un sapere viziato e manomesso dalla menzogna e dal pregiudizio più livoroso può risultare letale.

Il caso della bambina bionda nel campo Rom; eziologia e fenomenologia del pregiudizio “buonista”.

Pregiudizio [dal lat. praeiudicium, comp. di prae- «pre-» e iudicium «giudizio»]: “Idea, opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore (è sinon., in questo sign., di preconcetto): avere pregiudizî nei riguardi di qualcuno, su qualcosa”

Pur legato, nell’immaginario collettivo, a posizioni aprioristicamente negative, il pregiudizio descrive soltanto un orientamento basico privo di agganci alla realtà ed alla conoscenza. Può, quindi, contenere traiettorie negative come positive, in merito a questo oppure a quell’argomento.

Alcuni dei miei contatti apuani su Facebook stanno condividendo l’analisi, incapsulata all’interno di uno status, che un noto e stimato personaggio legato alla citta di Carrara ha voluto offrire in merito alla vicenda della bambina bionda ritrovata in un campo nomadi in Grecia . Il pezzo cerca di mettere a nudo, con acutezza e piacevole umorismo, alcuni dei luoghi comuni che offendono la vasta e variegata comunità Rom, in primis quello che li vuole e vorrebbe razziatori di bambini “bianchi” o, ancora, dediti soltanto al furto ed al crimine. L’autore pone, inoltre, l’attenzione sul pericoloso fenomeno della recrudescenza dell’odio etnico e culturale nei confronti dei nomadi, in Grecia, come conseguenza della ricerca di un capro espiatorio e di una valvola di sfogo da opporre alla crisi che sta attanagliando il Paese di Omero. Fin quei tutto bene, ma; il “ma” prende le mosse da una serie di errori che il Nostro commette, spinto, mi permetto, da quell’onnipresente buonismo ideologico che rischia di occludere ed occlude, nella maggior parte dei casi, la valvola del ragionamento scientifico, sereno ed imparziale.

; innanzitutto, l’autore virgoletta la parola “zingari”. Nulla di più sbagliato. Zingari e rom sono, infatti, la stessa cosa. Rom è soltanto il nome che gli zingari danno a se stessi e che deriva dal francese “romanichels”, a sua volta derivazione dello zingaro “uomo”-“rom”. Vi sono, inoltre, altre formule e diciture, come “gitani” (dallo spagnolo “gitanos”) o “gypsies” (dall’inglese “gypsie”), opzioni che riflettono la credenza secondo cui gli zingari (termine di origine bizantina) provenissero dall’Egitto (sono, in realtà, di origine indiana) ma che non descrivono o designano nessuna sostanziale differenza di tipo etnico, sociale o culturale.

; se è vero che la comunità zingara non si è mai macchiata, in Italia, del rapimento di un minore “bianco” (almeno non esiste letteratura recente a tal proposito) ed è vero che molti, moltissimi, dei suoi appartenenti hanno accettato lo stanzialismo, il lavoro e si comportano seguendo le traiettorie della legalità e dello stato di diritto, è altrettanto vero che una nutrita porzione del loro gruppo tramanda di generazione in generazione, attraverso i capi clan, la cultura del rifiuto del lavoro e della scolarizzazione, la pratica del furto e del nomadismo.

; l’estensore dell’ “articolo” pone l’accento sul fatto che anche in Italia, come in altri moderni ed avanzati Paesi del mondo occidentale, non molto tempo fa le famiglie più indigenti utilizzassero i loro bambini per chiedere l’elemosina. Si tratta di un esempio (involontario?) di “proiezione-analogia”, tecnica in uso alla propaganda politica. Nel caso di specie, però, si presenta come un’arma spuntata, questo perché il fatto che anche in Italia esistessero condizioni di grave disagio economico e sociale tali da condurre alla mortificazione dei minori, non giustifica in nessun modo il ricorso allo sfruttamento della questua infantile da parte dei genitori rom.

Comunque ed in ogni caso, dette comunità sono caratterizzate da un un inossidabile isolazionismo elitario (ad esempio vengono rifiutati i matrimoni “misti”, pena l’espulsione dal “clan”) nonché da una cultura orientata ad un retrivo sessismo-maschilismo che nega e preclude alle donne il lavoro e qualsiasi peso decisionale all’interno dei nuclei familiari.

Pur animato dalle migliori intenzioni, l’autore dello sfogo facebookiano si è quindi lasciato andare ad un “pregiudizio”, (appunto prae- «pre-» e iudicium «giudizio».). Nobilitante e cavalleresco, ma pur sempre un pregiudizio