La scimitarra spuntata del saladino: perché Kadyrov minaccia (a vuoto) la Polonia

Il presidente ceceno e criminale internazionale Ramzan Akhmatovič Kadyrov (figlio dell’ex presidente ceceno e criminale internazionale Achmat Abdulchamidovič Kadyrov) minaccia di nuovo la NATO e la Polonia, dichiarando che dopo Kiev toccherà a Varsavia.

Come già detto, simili uscite sono solo una forma di propaganda, “interna” (diretta alla platea russa, per galvanizzarla), ed “esterna” (diretta ai cittadini dei paesi occidentali e avversari, per spaventarli*), tuttavia la loro reiterazione rischia, alla lunga, di far perdere ogni credibilità alla retorica muscolare russa, togliendo così a Mosca uno dei suoi strumenti più efficaci, e di ridicolizzarne i mittenti.

Già adesso le minacce nucleari e militari russe sembrano infatti avere molta meno presa, nei loro bersagli.

*in questo caso si può parlare di vere e proprie PsyOps (Psychological Operations), mentre in entrambi i casi si può parlare di propaganda “grassroots” (diretta al “prato”, il “grass”, la base, i cittadini comuni)

Macché Russia! La genuinità “maldestra” di Conte

Dietro lo “strappo” di Giuseppe Conte non c’è stato probabilmente nulla di “nobile” o di “oscuro”, nessuna motivazione ideologica, nessuno scatto di orgoglio, nessun senso di rivalsa verso Draghi come nessuna macchinazione del Kremlino e della Russia.

Le tempistiche della crisi e la conseguente, ennesima, rottura creatasi all’interno del Movimento, sembrano suggerire che l’ex “premier” e i suoi, spaventati dagli esiti delle amministrative, abbiano cercato di inasprire lo scontro con Palazzo Chigi nel tentativo di recuperare consensi, senza tuttavia voler giungere ad una vera rottura. Il sistema del “dentro ma contro”, di nuovo, ma questa volta sfuggito di mano, anche a causa dell’intransigenza “anglosassone” (o dell’astuzia) dell’ex capo della BCE.

Non bisogna dimenticare che il grosso dei parlamentari grillini è costituito da giovanotti con poca o nulla esperienza politica (il loro stesso spin doctor è un ingegnere elettronico noto per aver partecipato al Grande Fratello), di conseguenza non sarebbe irrazionale aspettarsi da loro errori tattico-strategici ed ingenuità.

Draghi, Johnson e i “teneri” illusi

I Paesi occidentali sono inseriti in sistemi di alleanze e di equilibrio rigidissimi e consolidati, dei quali le cancellerie più importanti sono i massimi custodi. Fa quindi sorridere l’ingenuità di chi, da Medvedev al semplice cittadino, è convinto che la caduta di Johnson o quella (eventuale) di Draghi rivoluzioneranno le linee-guida di Londra e Roma.

Se c’è una cosa in cui ha ragione il “complottismo” (al netto dei suoi eccessi), è l’esistenza di un sistema di potere dominante, nel bene o nel male, al di là del colore dei governi.

La gallina e l’uovo avvelenato: quello che non vede chi si oppone alle misure contro la Russia di Putin

Se fossimo certi che l’intenzione di Putin sia fermarsi all’Ucraina, in nome del cinico pragmatismo della realpolitik potremmo anche pensare di lasciargli campo libero, non andando oltre una condanna formale. Lo abbiamo già fatto.

La politica estera di Mosca dal 2008, le dichiarazioni di Putin, Medvedev, Lavrov, Peskov e di personaggi vicinissimi al Kremlino quali Dugin o Cirillo I, e quelle di Xi Jinping, mostrano invece come la Russia nutra l’ambizione di riconquistare la “grandeur” perduta, anche mediante la (ri)conquista di porzioni dell’ex URSS (non vanno altresì dimenticate le mire di Pechino su Taiwan), e di creare un nuovo ordine mondiale che veda l’Occidente ridimensionato, se non proprio marginalizzato, a vantaggio di un asse di paesi non-democratici.

Chi considera le misure di contenimento anti-russe lesive dei nostri interessi nazionali, compie quindi (in buona fede?) un ragionamento che non va oltre il breve periodo. Al contrario, è proprio lasciando fare alla Russia, alla Cina e ai loro sodali e satelliti, che i nostri interessi, particolari e “di blocco”, verrebbero compromessi.

Putin ha mostrato inoltre di saper interferire massicciamente e massivamente nella politica interna italiana, colpendo e minando la nostra sovranità a proprio vantaggio; abbandonare il fronte atlantico per diventare pedine di un regime autoritario del Secondo Mondo non sarebbe pertanto un grande affare, non sarebbe una mossa né morale né lucida.

I favorevoli all’aborto che criticano gli USA ma lodano la Russia ultraconservatrice

È assai singolare scandalizzarsi per la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti (che non ha abolito l’aborto ma solo rimandato la decisione ai singoli stati, la maggior parte dei quali abortisti) e poi esaltare l’ultraconservatrice Russia di Putin e Cirillo I o, peggio ancora, fare del relativismo culturale per giustificare certe pratiche contro le donne nei paesi musulmani ed extra-occidentali (“è la loro cultura”; anche la Mafia, ricordiamolo, è una cultura, anche il Nazismo lo era).

Dal centro commerciale di Kremenchuk ai fatti di Buča: cosa scatta nella mente dei “giustificazionisti” e dei “negazionisti”

Le neuroscienze evidenziano come il fanatismo politico sia determinato dagli stessi meccanismi alla base del fanatismo da stadio o di quello religioso.

Anche di fronte alle notizie ed alle immagini di un centro commerciale bombardato, il putiniano e il filo-russo più accaniti negheranno l’evidenza, parlando di “fake news”, o cercheranno di ridimensionare la gravità della cosa o ancora di scaricare la responsabilità su altri, ad esempio Zelens’kyj e il suo popolo (accusati di far proseguire le ostilità con la loro resistenza). Questo non necessariamente giungendo ad un conflitto interiore e quindi alla dissonanza cognitiva.

Approfondimento

Non di rado l’elettore, anche il più equilibrato, sceglie leader/partiti/schieramenti con programmi distanti dai suoi interessi e valori, accredita notizie palesemente false, evidenzia, più in generale, una logica soprattutto emotiva e scarsamente consapevole. Secondo numerosi studi in ambito clinico, sollecitati negli ultimi anni dall’osservazione di questa tendenza, essa sarebbe determinata da fenomeni ben precisi di tipo neurologico.

In particolare, secondo lo psicologo clinico Drew Westen:

“La tendenza a vedere ciò che vogliamo riflette un effetto secondario accidentale del’evoluzione del nostro cervello. Con le idee ci comportiamo come se le cose del mondo che ci circonda , avvicinandole o evitandole a causa dei sentimenti che provocano, a seconda delle associazioni emotive a esse collegate. Gli stessi meccanismi che forniscono una bussola per guidare il nostro comportamento in direzioni adattive funzionano come calamità dell’autoinganno, della razionalizzazione e di quel genere di ‘ragionamento’ di parte che preclude a circa l’80% della popolazione, compresi gli elettori più avveduti, qualsiasi discorso razionale intorno a questioni politiche.”

Amico-nemico: quelle buone relazioni tra Italia e Unione Sovietica

Pur membri fondamentali di due schieramenti contrapposti, Italia e Unione Sovietica mantennero quasi sempre buone relazioni, nel solco di una tradizione anteriore al 1917 (la questione degli “euromissili” a Comiso e il processo al bulgaro Serghei Antonov per l’attentato a Giovanni Paolo II, secondo Mosca ordito dalla CIA, furono tra i pochi motivi di attrito).

Volendo scegliere esempi “recenti”, in base ad un trattato siglato nel 1972 i ministri degli Esteri dei due Paesi si erano impegnati a tenere consultazioni almeno una volta all’anno mentre nel maggio 1985 Bettino Craxi fu il primo capo di governo occidentale ad incontrare Gorbačëv dopo la sua elezione. In questa circostanza, il padre della perestrojka lodò i politici italiani che con “visione perspicace e lungimirante” avevano contribuito al miglioramento delle relazioni tra i due blocchi e che con “audacia imprenditoriale” avevano promosso la realizzazione di importanti imprese in URSS come il complesso di “Togliattigrad” (Tol’jatti).

Ancora, giunto in vacanza a Terrasini, Enna, Taormina, Torino, Firenze e nella Capitale su invito del PCI (prima che diventasse Segretario Generale del PCUS), spese parole di elogio per i lavoratori italiani.

Nel 1984 presenziò invece ai funerali di Enrico Berlinguer, di cui era sempre stato un estimatore.

Kosygin, quell’occasione perduta 20 anni prima di Gorbačëv

Figura oggi quasi dimenticata, Aleksej Nikolaevič Kosygin (1904-1980) ebbe tuttavia un ruolo di primissimo piano nella storia russo-sovietica.

Sindaco di Leningrado, membro del Politburo, ministro delle Finanze, ministro dell’Industria leggera e poi Presidente del Consiglio dei ministri dopo il siluramento di Chruščёv (di cui era stato il responsabile insieme a Leonid Brežnev e Anastas Mikojan), tentò di avviare un dinamico e innovativo programma di riforme economiche per rilanciare il Paese dando priorità ai beni di consumo rispetto all’industria pesante ed alle spese militari, ridimensionando il ruolo e l’ingerenza del partito e dei sui apparati, sviluppando il commercio con l’Occidente, decentralizzando e assegnando maggior potere alle imprese agricole e industriali.

Un programma ambizioso, in parte ispirato agli indirizzi dello stesso Chruščёv e che avrebbero tentato di recuperare Jurij Andropv e Michail Gorbačëv ma messo da parte da Brežnev con il prevalere della sua influenza e della sua linea ( si arriverà così alla nota e nefasta “stagnazione”*).

Un’occasione perduta per l’URSS, grazie alla quale avrebbe forse potuto sopravvivere.

*altrimenti detta “immobilismo brezneviano”

La lezione del “cadavere” di Brežnev: nulla è eterno…neanche in Russia

L’11 giugno 1985, durante una conferenza dal titolo “Accelerazione del progresso tecnico-scientifico” tenuta presso il Comitato Centrale del PCUS, Michail Gorbačëv espresse una dura condanna del sistema di gestione brezneviano. Da qui ebbe inizio la progressiva demolizione della figura di Brežnev, culminata nel 1988 con la cancellazione del nome del quinto leader sovietico dalle città, dalle strade e dalle fabbriche a lui precedentemente intitolate. Alcuni tra i suoi familiari e più stretti collaboratori vennero inoltre indagati per corruzione e peculato (si pensi all’ex poliziotto Yuri Mikhailovich Churbanov*, divenuto vice-ministro degli Interni grazie all’illustre parentela).

Tutto questo accadeva meno di tre anni dopo la morte di Brežnev e pochi mesi dopo la morte dell’ultimo esponente della sua era politica, ovvero Konstantin Černenko.

Per quanto sia stata potente, una volta tramontata o venuta meno (per qualsiasi ragione) una leadership può essere messa in discussione e rinnegata, anche in modo radicale e traumatico, insieme al suo sistema ed alle sue azioni. E’ successo con Brežnev e in molte altre circostanze, in Russia come altrove. Nessun regime è eterno o invulnerabile.

*gli fu persino tolto l’orologio donatogli dal suocero

L’llusione della “guerra lampo” e il primo errore di Putin

Anche il primo obiettivo di Putin (fallito clamorosamente), ovvero deporre Zelens’kyj per inserire al suo posto un leader vicino a Mosca come fece l’URSS a Kābul, denota l’incredibile miopia del presidente russo.

Pure se il blitz fosse andato a buon fine, un popolo europeo reduce da 30 anni di democrazia (benché imperfetta) come quello ucraino non avrebbe infatti mai accettato un regime-fantoccio imposto da una potenza straniera con un colpo di mano militare ed anche provare a gestire la ribellione di una comunità di quasi 50 milioni di individui sarebbe stata un’impresa impossibile.

Un errore tipicamente novecentesco, che denota la cristallizzazione di Putin, ex kappagibbista nato nel 1952, alle dinamiche del secolo scorso. La stessa lezione afghana (1979-1989) sembra tuttavia ignorata e inascoltata.