Non sono credente e non potrò mai, per quello che è ed è stato il mio percorso di formazione culturale, abbracciare il Cristianesimo, ma non nascondo un giudizio positivo nei confronti del nuovo Pontefice. La scelta, unico caso nella storia, del nome che fu del frate di Assisi, il ritorno alla prima persona nel rivolgersi ai fedeli, l’entusiasmo della timidezza più spontanea, il rapporto diretto e “familiare” con la folla radunata in Piazza San Pietro, hanno disegnato nella mia memoria il ritratto di Albino Luciani, il “parroco del mondo”. Luciani fu, pur nei soli 33 giorni del suo pontificato, il più rivoluzionario tra i successori di Pietro, e mi auguro che Francesco I ne segua (e più a lungo), l’esempio. Buona fortuna, e che il Dio nel quale confida possa proteggerla e consigliarla.
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“misperceptions”
Tra le armi più formidabili in dotazione alla propaganda politico-mediatica, si segnalano le cosiddette “misperceptions”, ovvero “false assunzioni”. Si tratta di notizie non vere o parzialmente non vere che il propagandista diffonde attraverso i mass media, in primis il mezzo televisivo. Durante la Seconda guerra del Golfo, in particolare, fu osservato come la percentuale degli americani convinti dell’esistenza delle armi di distruzione di massa irachene ( armi mai rinvenute) salisse vertiginosamente tra coloro i quali seguivano con frequenza la televisione; il dato arrivava all’80% per gli utenti del canale filo-repubblicano FOX News, mentre scendeva al 47% tra chi sceglieva di informarsi attraverso la carta stampata, disertando il tubo catodico. Questa statistica può consegnarci un postulato di fondamentale importanza: più televisione guardiamo, più ci esponiamo al rischio di incappare nelle “misperceptions” e di venire, di conseguenza, manipolati. In un servizio di RAI News24 andato in onda ieri pomeriggio sull’Afghanistan, il Presidente Karzai veniva schernito per aver sostenuto la tesi secondo cui esisterebbe un accordo tra gli USA e i Talebani allo scopo di generare un clima di terrore nel Pese così da far sembrare indispensabile la presenza militare statunitense. L’accusa potrà non essere fondata e rivelarsi in futuro come tale, ma certamente non appare priva di credibilità; non sarebbe la prima volta, infatti, che Washington decide di allearsi sottobanco con elementi di cui ufficialmente è avversaria se non proprio nemica (con i Talebani lo ha già fatto). Il taglio del servizio, però, andava nel solco della demolizione e dello screditamento “ad abundantiam” delle tesi del presidente afghano, dipinto e presentato sostanzialmente alla stregua di un paranoico visionario. Alle sue argomentazioni, il commentatore rispondeva senza la concessione del benché minimo beneficio del dubbio, totalmente appiattito su posizioni di stampo filo-americano. Il servizio si chiudeva poi con una battuta sarcastica nei confronti del leader di Kabul, battuta che ben poco aveva a che fare con la deontologia giornalistica. E’, questa, informazione? Pensiamoci bene, prima di teorizzare su Iran, Nord Corea, sistema bancario, sicurezza, crisi economica, magistratura e qualsiasi altra tematica “sensibile” o ritenuta tale.
Tutti gli uomini sono uguali,ma i Maro’ sono piu’ uguali di Forti
Dopo l’entrata in guerra nel 1940, in Italia ci fu, come prevedibile, un brusco calo nell’offerta dei carburanti per le aziende che gestivano il trasporto pubblico (la precedenza veniva assegnata ai mezzi militari). A questo si sommarono l’arresto della circolazione automobilistica privata e la difficoltà nel reperire pezzi di ricambio per i veicoli a motore. Il risultato fu un sovrautilizzo dei bus e dei tram, che in brevissimo tempo si trasformarono in veri e propri carri bestiame stipati fino al limite dell’immaginabile. Dal momento in cui tale condizione favoriva coloro i quali salivano senza biglietto, le aziende del trasporto pubblico imposero che non si potesse salire se non dalla porta posteriore e uscire da quella anteriore, in modo che chiunque fosse costretto a passare davanti al bigliettaio. Enormi erano i disagi per i passeggeri, costretti ad uno slalom soffocante tra decine e decine di persone, ma c’era una categoria che, in barba alle regole, si arrogava il diritto di salire dalla parte anteriore (quella adibita alla discesa) evitando così questa stressante gimkana: i poliziotti. Ad essi si aggiunsero nel giro di brevissimo tempo i Vigli del Fuoco, poi ancora le Fiamme Gialle, i militari della Milizia e via discorrendo. Non avevano nessuna dispensa per godere di un tale favoritismo, ma veniva loro concesso perché indossavano una divisa. Tutto qua. Celebre fu il caso di una vecchietta che, stremata dalla fatica, chiese al controllore di salire dalla parte anteriore, cosa che le fu negata. “Se ne stia a casa. Siamo in guerra!”, fu la sentenza di quel piccolo e “solerte” capetto, anch’egli munito di un’ uniforme, di una parvenza di testosteronica autorità. Ora, i Marò rimpatriati e tenuti in Italia in barba (almeno ufficialmente) agli accordi con l’India, sono rei dell’uccisione di due poveri pescatori, due padri di famiglia, scambiati per pirati. La macchina ideologica patriottarda (spenta e parcheggiata quando il micropartito Lega Nord dice di volersi pulire il culo con il tricolore), si è subito messa in moto per “liberare” i due reclusi, alimentata e sostenuta dalle forze delle istituzioni e dei partiti, in uno sforzo comune che ha prodotto i risultati attesi: Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono e resteranno a casa. Potere di quella divisa, di quel catalizzatore di pulsioni ideologiche che, invece, un Chico Forti non può vantare e mettere in campo. Mentre io sto scrivendo e voi mi state leggendo, Forti si trova in una cella di 2 metri X 2 di un penitenziario federale della Florida, tra spacciatori, mafiosi, stupratori ed assassini, per un crimine che, molto verosimilmente, non ha commesso e sulla base di un impianto accusatorio lacunoso ed indiziario. Ma per lui nessuno si muove, anzi; l’ex ministro degli Esteri Frattini depose il sigillo sul’ amara condizione di quel nostro connazionale con un laconico e sgangherato: “la giustizia americana non è quella dei films”. Qual prodigio di ars bene loquendi, il nostro ministro, nevvero? In un’eterna riproposizione dei ruoli di forza, del concetto orwelliano di disparità mascherata dal garantismo più ipocritamente ecumenico, ai due Marò potremmo assegnare il ruolo di quei poliziotti che montavano sui tram e sui bus dalla parte anteriore, e al povero Forti quello della vecchietta.
Il rispetto dell’attenzione
Nel secondo anniversario del disastro sismico giapponese, mentre la maggioranza rispettava il minuto di silenzio annunciato dal suono della sirena, una minoranza sgomitava per accaparrarsi un posto sulla metro o sul treno; triste ed amaro episodio di individualismo della peggior risma. La religione laica del rispetto prevede e pretende il buon gusto dell’attenzione
Corsi, ricorsi e rincorse: il muro contro muro che non giova alla sinistra
Quando nel 1944 il Qualunquismo fece la sua apparizione nel panorama politico italiano con l’impatto di una cometa impazzita dai colori bislacchi, le sinistre gli riservarono lo stesso trattamento “ab irato” con il quale oggi si approcciano al M5S ed al suo leader. Il PCI arrivò persino a chiedere (ed ottenere per un brevissimo periodo) la sospensione delle pubblicazioni dell’ organo ufficiale del partito gianniniano, mentre l’Unità, così si esprimeva nel suo numero del 7 gennaio 1945: “Quando un uomo qualunque ci dice che non crede più a niente nè a nessuno, che sono la stessa cosa Fascismo ed antifascismo e cento altre cose del genere che non possono in nessuno modo contribuire allo sforzo di guerra, nessuno può contestarci il diritto di affermare che quest’uomo qualunque è oggettivamente un fascista e un provocatore”. Nulla, nel programma qualunquista, dava adito e spazio ad interpretazioni in grado di sostenerne la vocazione fascista o reazionaria, anzi; l’UQ metteva sul tavolo un programma evoluto mirante a liberare il sistema-paese dai rami secchi del dirigismo e dello statalismo (il contrario di quello che avvenne nel 20ennio), così da iniettare linfa e vitalità a quel travet, a quella piccola e media borghesia imprenditoriale che da sempre costituisce l’ossatura di qualsiasi circuito capitalista (e non solo). Non era sufficiente, anzi, era proprio questo il “male”. Il rifiuto dell’UPP (uomo politico di professione), di qualsiasi tipo di legaccio, statale o clericale che fosse, dell’ideologia intesa come morbo di ultrastica fisionomia, non potevano essere tollerati dal monolite di Botteghe Oscure. Con il tempo, però, le cose cambiarono. Togliatti comprese infatti che il corpo a corpo non solo non avrebbe pagato, ma che, piuttosto, avrebbe finito con l’irrobustire Giannini e i suoi, facendo loro pubblicità (come sta avvenendo oggi con il comico genovese) e catalizzando verso l’UQ l’attenzione dei moderati, spaventati da quello che veniva inteso e percepito come pericolo comunista. Decise così, il “Migliore”, di deviare la barra, di strizzare l’occhio a Giannini, di blandirlo, di accarezzare il suo orgoglio di parvenu della politica. Al commediografo, da sempre snobbato da quel De Gasperi di cui tanto aveva bramato il riconoscimento e la stima, non sembrò vero che un altro totem della politica nazionale gli tributasse rispetto e considerazione, e con una mossa scellerata decise allora di avvicinarsi al PCI, con il risultato di perdere, soffocato da questo abbraccio mortale, il suo elettorato storico e di scomparire dallo scenario politico ad appena 4 anni dalla sua straordinaria apparizione. Togliatti aveva mosso la pedina giusta, e l” ’avversario” era caduto nella trappola. Prenda esempio, la sinistra attuale, dall’estro togliattiano. Smetta con questo boomeranghesco gioco al massacro imbastito su pseudo-conti cifrati, autisti, colf, assalti all’arma facebookiana , imbarazzanti accuse di populismo e di supposte nostalgie di un’ideologia consegnata al passato più remoto. Cambi tattica e non continui a disegnare la sua immaturità su tele a 9 colonne.
P.S rifiuto e rigetto il paragone, semplicistico e banalizzante, tra i due movimenti. Entrambi non sono “qualunquisti” nell’accezione popolar-dispregiativa del termine e Grillo non lo è in quella storica. Diversi i segmenti elettorali di riferimento e diversi gli orizzonti programmatici. Come fenomeni sociali e politici, però, esistono varie ed importanti analogie.
Quel gioco al massacro che potrebbe fregare Grillo
Era opinione di Mao Tse-tung che un conflitto nucleare tra la superpotenza sovietica e quella statunitense (con relativa, mutua distruzione) avrebbe consegnato il dominio del pianeta al suo Paese, a quel punto unico titano militare, economico e demografico sul campo, scampato alla catastrofe bellica. Rumors credibili e accreditati vogliono una parte dei leaders cinquestellati nelle vesti che furono del “Grande Timoniere” (mi si perdoni la forzatura), burattinai occulti di un’alleanza PD-PdL per un esecutivo tecnico di transizione che assicurerebbe, nei loro disegni, la fine di entrambi i monoliti della politica italiana. Ma andrebbe veramente così? Forse, ma forse qualcuno sta peccando di superficialità di analisi; una convergenza parallela (per usare una formula cara a Moro) tra il blocco bersaniano e quello berlusconiano, avrebbe infatti lo scopo, implicito od espilcito, di colpire Grillo, mostrandolo come un capo inaffidabile che non esita, pur potendo contare sulla forza dei numeri, a relegare il suo già provato Paese nell’immobilità. Se ancora PD e PDL dovessero, per raggiungere il fine comune di affossare il M5S ed accreditarsi come forze della responsabilità e dell’avvedutezza, giungere ad un clima di “appeasement” come fu ai tempi della Bicamerale o durante la campagna 2008, le loro bocche di fuoco mediatiche unirebbero tutta la loro energia contro il comico genovese e la sua creatura, i quali, con la sola rete, non potrebbero oppore adeguata difesa ad una tale “force de frappe” (il canale televisivo rimane di gran lunga lo strumento di informazione più diffuso nel nostro Paese). Non dimentichiamo altresì che l’elettorato a cinque stelle è animato da grandi aspettative e speranze, e l’immobilismo radicale non gioverebbe a Grillo; vomitare il mantra “andate a casa-vaffanculo, vaffanculo-andate a casa” dal cucuzzolo di una vetta telematica, adesso non è più sufficiente. Ps. Morale: mai sfidare a duello i media e chi li controlla. Alla fine si viene “toccati”. Sempre. Il quarto potere è e sarà sempre il più poderoso ed incisivo
Ineleggibilità, questa (s)conosciuta
In questi giorni, sta rimbalzando da un emisfero all’altro del pianeta internet un link che segnala e denuncia l’ineleggibilità di Silvio Berlusconi in base alla legge 361 del 1957 (per sommi capi, incompatibilità con ruoli di tipo politico per i detentori di concessioni pubbliche). Inoltre, esiste una petizione in tal senso che ha già raccolto 160 mila adesioni. Mi (dis)piace ricordare come proprio la sinistra, la stessa sinistra che adesso protesta e strepita per la mancata osservanza di quel testo di legge, abbia salvato il Cavaliere dal baratro dell’illecito. In due occasioni, infatti, in ben due occasioni, nel 1994 e nel 1996, il Comitato per le incompatibilità e le ineleggibilità fu chiamato a pronunciarsi sulla questione, e tutte e due le volte, la normativa del 1957 fu aggirata per un cavillo (Berlusconi non beneficia delle concessioni televisive in proprio ma tramite Mediaset, quindi l’ineleggibilità riguarderebbe solo Fedele Confalonieri, top manager dell’azienda). Ma vediamo i casi nello specifico:
Nel 1994, il Comitato è presieduto dall’ Onorevole Elio Vito, forzista. I ricorsi contro Berlusconi sono ben 3, e tutti e 3 vengono respinti con 14 voti a favore, 4 contrari e due astensioni. L’assise presieduta da Vito consta di 30 deputati, così distribuiti: 8 Progressisti, 6 della Lega, 5 di AN, 5 di FI, 2 Popolari, 2 PRC, 1 CCD, 1 Gruppo misto. Al momento del voto, però, i presenti sono soltanto 20. Pecoraro Scanio fece notare come i ricorsi sarebbero passati, se tutti i membri del Comitato, Popolari compresi, avessero presenziato e votato per il SI.
Nel 1996, il centro-sinistra vince le elezioni ed avrebbe, teoricamente, tutti i numeri per far valere la legge 361 (e per vararne una sul conflitto di interessi,) ma le cose andarono ben diversamente. La norma non passa, e tra i voti contrari si segnalano quelli dei deputati pidiessini Giuseppe Rossiello e Luigi Massa.
Secondo alcuni, fu D’Alema, ancora lui, a porre il veto sulla questione, e ciò al fine di preservare il clima di “appeasement” venutosi (per breve tempo) a creare con Berlusconi durante i lavori della Bicamerale. Curioso come proprio Oscar Mammì, ovvero il carneade fautore della legge che consegnò il monopolio dell’emittenza privata al Cavaliere, avesse così profetizzato: “Berlusconi non è eleggibile, ma cercherà di far passare la tesi che il padrone non è lui ma la società”.
Ieri, l’idolo totemico era D’Alema, oggi è Bersani. Bravi.
No VietCong ever called me nigger
“No VietCong ever called me nigger” La frase con la quale Muhammad Ali scioccò l’America perbenista (white come black), il refrain del suo rifiuto ad imbracciare il fucile contro i contadini Vietnamiti. Ali perse il proprio titolo, per questo; perse denaro, perse la libertà, finì a pulire padelle e rischiò addirittura la fucilazione. Poi tornò, più forte di prima, dentro e fuori, a riconquistare il tetto del mondo pugilistico. Questo, anche questo, ha fatto di lui il personaggio più riconoscibile del secolo XXesimo, un’icona superiore ai Beatles, ad Elivis e JFK. Maradona si fa tatuare il volto di Ernesto Che Guevara sul petto, si erge a barricadero antisistema, poi piange ai microfoni dei telegiornalisti perché il fisco italiano, al quale deve decine di milioni di Euro, gli porta via l’orecchino e l’orologio (qual violenza!). E i pecoroni, magari senza lavoro, gli danno anche ragione.
Populismo latino e Unione Europea
Se si osserva la storia dei paesi latini, dal Centro-Sud America alla Romania, noteremo come ad unirne i percorsi vi sia un comune denominatore, una costante distintiva: il populismo. Assumiamo l’esempio sudamericano (porzione continentale abitata prevalentemente da ispanici ed italiani); è qui che il populismo storicamente nasce e vede il suo sviluppo più ampio ed articolato. Dai coniugi Peròn, a Batista, a Stroessner, a Pinochet, a Menem (tutti ancora amatissimi), passando a Lula, Mujica e Chavez, mutano i cromatismi politici ma non l’architettura ideologica e propagandistica sostanziale. Stessa cosa per l’Europa (con la sola eccezione della Spagna post-franchista); nell’Italia unitaria, il populismo presenta un corredo di esempi estremamente vasto e variegato, con De Pretis, Crispi e Giolitti nel secolo 19esimo per poi esprimersi nella sua manifestazione più eclatante tramite Mussolini, Giannini e, in tempi più recenti, con la Lega Nord, Berlusconi e Grillo (si potrà parlare di mutazione teratologica del populismo, che diventa “populismo mediatico”). Purtroppo, questa traiettoria conosce ben poche inversioni di tendenza, e raro, rarissimo, è il punto di rottura. Le urne infatti consegnano sempre uomini e programmi smaccatamente volti e improntati al consenso, privi di una visione lunga e focalizzati sulle passioni del momento (il rottamatore Renzi è paradigma ideale di questo genere di mentalità e strategia). Il leader all’occidentale, per usare una formula di agevole comprensione, viene tacciato di inconsistenza e le sue proposte percepite come punitive, elitarie e pertanto cestinate. Va detto che la comunità latina europea ha invero un vantaggio, rispetto a quella sudamericana: la UE. Il mio auspicio è quello che l’Unione aumenti sempre di più il proprio controllo sui singoli stati, così che il timone rappresentato dalle grandi democrazie di tipo anglosassone possa dirigere anche la nostra sgangherata barca. In gioco c’è molto più di quanto la sterile propaganda identitaria pancista (smemorata sulle incursioni antiunitarie delle Lega) voglia far credere. Non dimentichiamoci di Adenauer. Io me lo tengo ben stretto.
La battaglia della cronaca nera
La forza della propaganda mediatica berlusconiana è quella di essere, per la maggior parte, subliminale, sottotraccia, non manifesta. Tralasciando momentaneamente il ruolo persuasivo dei programmi di intrattenimento leggero, vere e proprie batterie campali dell’arsenale mediatico dell’arcoriano, c’è un altro segmento, altrettanto importante e micidiale: la cronaca nera e i contenitori sulle relative inchieste giudiziarie (in primis “Quarto Grado”). Se esaminiamo le vicende di sangue più eclatanti degli ultimi anni, potremo infatti renderci conto di come Mediaset e i giornali del gruppo Berlusconi abbiano sempre e sistematicamente assunto le difese dei vari imputati e condannati. Questa strategia è funzionale all’ opera berlusconiana di demonizzazione, screditamento e demolizione della magistratura, presentata come forcaiola, accanita, illiberale e nemica del Diritto. L’arringa dei tribuni mediatici targati Mediaset si articola e sviluppa sommariamente attraverso le seguenti formule, ripetute e riproposte ogni volta in modo mantrico e uguale:
1: Processo indiziario. Mancano prove reali. La magistratura si accanisce senza un reale ancoraggio ai principi del Diritto e della Costituzione.
2: Manca l’arma del delitto (come se un’autopsia non potesse risalirvi e come se un omicida che scelga di farla ritrovare fosse tanto sprovveduto da lasciarvi impresse le sue impronte)
3: Manca il movente (impossibile da individuare con certezza in assenza di confessione, data la complessità della psiche di un criminale e, più in generale, dell’essere umano).
Inoltre, eventuali errori nel corso dell’inchiesta vengono enfatizzati, ridicolizzati e attribuiti ai GIP, sempre, comunque ed in ogni caso, anche quando sono opera dei reparti delle forze dell’ordine (RIS, ROS, ecc). Il tutto confeziona, come già evidenziato, il ritratto di una magistratura non solo violenta, liberticida ed antigarantista, ma anche pasticciona e dilettantesca. Va rilevato come quest’opera massiva e massiccia di manipolazione e ipnosi catodica riesca a violare con il suo subdolo grimaldello anche le difese intellettuali di chi berlusconiano non è, spargendo come un seme maligno la convinzione di un apparato giudiziario inaffidabile e indebolendone così e implicitamente il lavoro agli occhi della pubblica opinione quando le inchieste toccano Silvio Berlusconi o il suo apparato politico-economico. A tal proposito, trovo paradigmatica la vicenda dell’ingegner Elvo Zornitta, indicato come “Unabomber”, il famigerato bombarolo che insanguinò il Nord-Est negli anni ’90; durante le indagini, il poliziotto e perito della scientifica Ezio Zernar fu accusato di aver alterato una prova (un lamierino) per appesantire la situazione dell’indagato. Zernar, il poliziotto, finì così sotto inchiesta e sotto processo, mentre la posizione di Zornitta fu archiviata (dopo che l’ingegnere veneto fu messo sotto i riflettori, le azioni di Unabomber cessarono). Il risultato fu un pesante attacco mediatico nei confronti della magistratura, con Zornitta dipinto e presentato come il nuovo Enzo Tortora, anche se l’errore, chiamiamolo così, era stato commesso da un poliziotto, non da un GIP. Ancora e per concludere: ogni volta in cui la giustizia mette a segno un colpo importante, la macchina mediatica berlusconiana ne conferisce il merito alle forze dell’ordine o al Ministero dell’Interno (quando al governo c’è il centro-destra), mai alle procure. In un Paese alimentato politicamente dall’informazione televisiva, tutto questo rappresenta un veleno letale, in grado di contaminare ed alterare la nostra struttura culturale e valoriale, e, purtroppo, anche percettiva.
