“No VietCong ever called me nigger” La frase con la quale Muhammad Ali scioccò l’America perbenista (white come black), il refrain del suo rifiuto ad imbracciare il fucile contro i contadini Vietnamiti. Ali perse il proprio titolo, per questo; perse denaro, perse la libertà, finì a pulire padelle e rischiò addirittura la fucilazione. Poi tornò, più forte di prima, dentro e fuori, a riconquistare il tetto del mondo pugilistico. Questo, anche questo, ha fatto di lui il personaggio più riconoscibile del secolo XXesimo, un’icona superiore ai Beatles, ad Elivis e JFK. Maradona si fa tatuare il volto di Ernesto Che Guevara sul petto, si erge a barricadero antisistema, poi piange ai microfoni dei telegiornalisti perché il fisco italiano, al quale deve decine di milioni di Euro, gli porta via l’orecchino e l’orologio (qual violenza!). E i pecoroni, magari senza lavoro, gli danno anche ragione.
Archivi categoria: Attualità
Populismo latino e Unione Europea
Se si osserva la storia dei paesi latini, dal Centro-Sud America alla Romania, noteremo come ad unirne i percorsi vi sia un comune denominatore, una costante distintiva: il populismo. Assumiamo l’esempio sudamericano (porzione continentale abitata prevalentemente da ispanici ed italiani); è qui che il populismo storicamente nasce e vede il suo sviluppo più ampio ed articolato. Dai coniugi Peròn, a Batista, a Stroessner, a Pinochet, a Menem (tutti ancora amatissimi), passando a Lula, Mujica e Chavez, mutano i cromatismi politici ma non l’architettura ideologica e propagandistica sostanziale. Stessa cosa per l’Europa (con la sola eccezione della Spagna post-franchista); nell’Italia unitaria, il populismo presenta un corredo di esempi estremamente vasto e variegato, con De Pretis, Crispi e Giolitti nel secolo 19esimo per poi esprimersi nella sua manifestazione più eclatante tramite Mussolini, Giannini e, in tempi più recenti, con la Lega Nord, Berlusconi e Grillo (si potrà parlare di mutazione teratologica del populismo, che diventa “populismo mediatico”). Purtroppo, questa traiettoria conosce ben poche inversioni di tendenza, e raro, rarissimo, è il punto di rottura. Le urne infatti consegnano sempre uomini e programmi smaccatamente volti e improntati al consenso, privi di una visione lunga e focalizzati sulle passioni del momento (il rottamatore Renzi è paradigma ideale di questo genere di mentalità e strategia). Il leader all’occidentale, per usare una formula di agevole comprensione, viene tacciato di inconsistenza e le sue proposte percepite come punitive, elitarie e pertanto cestinate. Va detto che la comunità latina europea ha invero un vantaggio, rispetto a quella sudamericana: la UE. Il mio auspicio è quello che l’Unione aumenti sempre di più il proprio controllo sui singoli stati, così che il timone rappresentato dalle grandi democrazie di tipo anglosassone possa dirigere anche la nostra sgangherata barca. In gioco c’è molto più di quanto la sterile propaganda identitaria pancista (smemorata sulle incursioni antiunitarie delle Lega) voglia far credere. Non dimentichiamoci di Adenauer. Io me lo tengo ben stretto.
La battaglia della cronaca nera
La forza della propaganda mediatica berlusconiana è quella di essere, per la maggior parte, subliminale, sottotraccia, non manifesta. Tralasciando momentaneamente il ruolo persuasivo dei programmi di intrattenimento leggero, vere e proprie batterie campali dell’arsenale mediatico dell’arcoriano, c’è un altro segmento, altrettanto importante e micidiale: la cronaca nera e i contenitori sulle relative inchieste giudiziarie (in primis “Quarto Grado”). Se esaminiamo le vicende di sangue più eclatanti degli ultimi anni, potremo infatti renderci conto di come Mediaset e i giornali del gruppo Berlusconi abbiano sempre e sistematicamente assunto le difese dei vari imputati e condannati. Questa strategia è funzionale all’ opera berlusconiana di demonizzazione, screditamento e demolizione della magistratura, presentata come forcaiola, accanita, illiberale e nemica del Diritto. L’arringa dei tribuni mediatici targati Mediaset si articola e sviluppa sommariamente attraverso le seguenti formule, ripetute e riproposte ogni volta in modo mantrico e uguale:
1: Processo indiziario. Mancano prove reali. La magistratura si accanisce senza un reale ancoraggio ai principi del Diritto e della Costituzione.
2: Manca l’arma del delitto (come se un’autopsia non potesse risalirvi e come se un omicida che scelga di farla ritrovare fosse tanto sprovveduto da lasciarvi impresse le sue impronte)
3: Manca il movente (impossibile da individuare con certezza in assenza di confessione, data la complessità della psiche di un criminale e, più in generale, dell’essere umano).
Inoltre, eventuali errori nel corso dell’inchiesta vengono enfatizzati, ridicolizzati e attribuiti ai GIP, sempre, comunque ed in ogni caso, anche quando sono opera dei reparti delle forze dell’ordine (RIS, ROS, ecc). Il tutto confeziona, come già evidenziato, il ritratto di una magistratura non solo violenta, liberticida ed antigarantista, ma anche pasticciona e dilettantesca. Va rilevato come quest’opera massiva e massiccia di manipolazione e ipnosi catodica riesca a violare con il suo subdolo grimaldello anche le difese intellettuali di chi berlusconiano non è, spargendo come un seme maligno la convinzione di un apparato giudiziario inaffidabile e indebolendone così e implicitamente il lavoro agli occhi della pubblica opinione quando le inchieste toccano Silvio Berlusconi o il suo apparato politico-economico. A tal proposito, trovo paradigmatica la vicenda dell’ingegner Elvo Zornitta, indicato come “Unabomber”, il famigerato bombarolo che insanguinò il Nord-Est negli anni ’90; durante le indagini, il poliziotto e perito della scientifica Ezio Zernar fu accusato di aver alterato una prova (un lamierino) per appesantire la situazione dell’indagato. Zernar, il poliziotto, finì così sotto inchiesta e sotto processo, mentre la posizione di Zornitta fu archiviata (dopo che l’ingegnere veneto fu messo sotto i riflettori, le azioni di Unabomber cessarono). Il risultato fu un pesante attacco mediatico nei confronti della magistratura, con Zornitta dipinto e presentato come il nuovo Enzo Tortora, anche se l’errore, chiamiamolo così, era stato commesso da un poliziotto, non da un GIP. Ancora e per concludere: ogni volta in cui la giustizia mette a segno un colpo importante, la macchina mediatica berlusconiana ne conferisce il merito alle forze dell’ordine o al Ministero dell’Interno (quando al governo c’è il centro-destra), mai alle procure. In un Paese alimentato politicamente dall’informazione televisiva, tutto questo rappresenta un veleno letale, in grado di contaminare ed alterare la nostra struttura culturale e valoriale, e, purtroppo, anche percettiva.
Fassinando(?)
Non credo che il M5S sia e sarà un fenomeno destinato a resistere alla distanza. Come tutte i soggetti politici “made on man” e polarizzatori-megafonizzatori del dissenso, accusa, infatti, una serie di debolezze endemiche.
1: Eccessivo ancoraggio al carisma (e al destino) del singolo capo-fondatore.
2: Mancanza di una reale identità ideologica, politica e di un’ossatura storica di sostegno.
3: Connessione con gli umori della folla (la fucina del dissenso) e con le dinamiche congiunturali. Ricordiamo, a tal proposito, che cosa avvenne agli inizi degli anni ’90 del secolo XX, quando una fortissima ventata di “giacobinismo” percorse il Paese. L’Italia si trovava allora sull’orlo della bancarotta (rumors la vogliono e volevano anche sull’orlo del golpe), attentati mafiosi seminavano morte e terrore in modo inedito ed inusitato e l’inchiesta Mani Pulite affossava sotto il suo oceano di scandali il monolite pentacefalo che aveva retto la repubblica fin dalla sua proclamazione. I giudici erano acclamati come eroi e i leaders referendari (Segni e Giannini in primis) come campioni della democrazia in grado di svecchiare il sistema e il Parlamento sfornava leggi che andavano nel solco del rinnovamento dell’architettura istituzionale. Nel giro di un paio d’anni, però, l’italiano tornò nel suo alveo di riottoso panciafichismo, e con un sorprendente stravolgimento di fronte, i giudici divennero i carnefici e i ladri contro i quali prima si tiravano le monetine, le vittime. I referendum del cambiamento venivano snobbati o affossati nelle urne e i loro promotori bollati come vacui intellettuali disancorati dalla realtà.
4: Entrare nelle stanze dei bottoni significa perdere la “verginità” e quel primato morale, per lo più presunto e scenografico, che l’essere fuori dai giochi conferisce.
Va però detto che il partito di Grillo ha oggi la possibilità di sedersi a capotavola, trattando da una posizione di forza per ottenere quel ventaglio di riforme condivise e condivisibili che riprenderebbero, ultimandolo, il percorso di rinnovamento civile, politico e culturale interrotto nel 1993 dall’endorsement dell’arcoriano nei confronti dall’allora MSI targato Fini.. Se Grillo sarà in grado di rendere questo servigio al Paese, la storia gliene renderà merito, e, forse, taglierà quel filo rosso lungo 70 anni che va da Guglielmo Giannini a Umberto Bossi. Hope.
Che cosa non è giornalismo
Un’intera prima pagina dedicata ad un solo candidato ed alle sue proposte; quel giornalismo che non piace, quel giornalismo che fa lo sgambetto, autosgambettandosi, al Decalogo di deontologia giornalistica dell’UNESCO.
Chi ha paura di Grillo? Un nuovo metodo Boffo-Fini
E adesso, l’icona Fo diventa una prostituta politica, un reietto “trotskista” dal quale prendere le distanze, e Grillo viene addirittura accostato ad Adolf Hitler. Il metodo Boffo-Fini è un’anomalia trasversale. In principio fu Filippo Turati; poi, fu Nenni, poi i movimenti e Capanna, il PSIUP e il PDUP, poi fu Craxi (e qui non si avevano tutti i torti ma nemmeno tute le ragioni). Poi, sul recente, Garavini, poi Orlando, poi Bertinotti, poi ancora i movimenti, poi Vendola (ma per poco), poi Ingroia e adesso Grillo. Quando si perde una competizione, di qualsiasi natura essa sia, l’errore più sciocco, più pericoloso e puerile, è quello di dare la colpa all’avversario, o, comunque, agli altri contenders. Faccia, la sinistra italiana “liberal”, un’analisi attenta delle sue strategie comunicative e programmatiche, anche in considerazione del superpotere mediatico berlusconiano, e non punti livorosamente il dito verso il nulla. Si gira in tondo.
Il disfattismo che uccide il Paese. La Sinistra che deve crescere
Deve, la Sinistra, deporre quel complesso messianico-salvifico di gramsciana memoria che la convince di essere la sola alternativa e risposta al declino, al tracollo economico, morale ed istituzionale, del Paese. Deve, la Sinistra, deporre la visione manichea delle opzioni elettorali e ideologiche e il conseguente disfattismo mantrico che mette in moto ogniqualvolta il popolo le dice “tu no”. Un esempio: l’affermazione del M5S, benché abbia generato, per adesso, una fase di empasse, rappresenta comunque un’istanza di rinnovamento da parte popolare di inedite e straordinarie proporzioni. Non solo; il nostro Parlamento è passato da essere il più “vecchio” e il più “machista” dell’intero circuito occidentale ad essere il più “giovane” e “rosa” (benché il giovanilismo e la presenza femminile non siano, “ad probationem”, una garanzia ed un valore). Se il M5S saprà fare uso della sua preponderanza numerica in accordo con le altre realtà politiche (PD in testa) per concretizzare quelle idee condivisibili e condivise che ha messo sul tavolo, l’Italia potrà e saprà imboccare il percorso di rinnovamento più importante e significativo dal 1946. Il disfattismo è nemico dell’ interesse collettivo. E non porta voti.
La satira che insulta la satira
“In Abruzzo in vantaggio il PdL. Evidentemente stare in campeggio gli è piaciuto”. Questa è la “satira” proposta dal sito spinoza.it. Da aquilano,mi astengo da qualsiasi commento, che tra l’altro sarebbe inutile e superfluo, limitandomi alla scarna e cruda comunicazione.
Un passo verso il basso per farne cento verso l’alto. Dove sbaglia la Sinistra.
Una delle cause più eclatanti delle difficoltà che la Sinistra post-Bolognina incontra nel suo approccio strategico, è data dalla disposizione, costante e reiterata, ad una lettura distorta della fisionomia elettorale italiana. Il Pd in particolar modo, tende infatti a confondere l’elettore “moderato” con l’elettore “medio”, che è maggioranza, o meglio, quella che Richard Nixon ribattezzò “maggioranza silenziosa”. Nulla di più sbagliato, dal momento in cui non potrebbero esistere categorie più dissimili e divergenti. Innanzitutto, l’elettore “moderato” rappresenta una porzione largamente minoritaria; non è necessariamente conservatore come non è necessariamente cristiano-cattolico, se vota Pdl lo fa “turandosi il naso” e senza tema di smentita non volge lo sguardo a proposte come Lega, La Destra o Fratelli d’Italia. Vanta una base culturale di livello medio-alto (generalmente è un notabile o un professionista), segue le dinamiche politiche nazionali con interesse e continuità e la sua “moderazione” abbraccia l’intero ventaglio letterale, senza limitarsi al solo ambito politico. L’elettore “medio”, invece, è quella maggioranza informe e variopinta che non ha reali riferimenti ideologici (vota Grillo per lo stesso motivo per il quale ieri votava Berlusconi, negli anni ’90 Di Pietro e nei ’70 DP), è sensibile al leaderismo, tendenzialmente edonista ed autoreferenziale, e alla costante ricerca di risposte pratiche per problemi pratici (sicurezza, tasse, occupazione, spesa pubblica). Nel tentativo di cooptare il “moderato”, che confonde appunto con la massa, la Sinistra non si accorge di questo esercito di uomini qualunque, sterminato e decisivo, e procede ad un’alterazione del proprio DNA ideologico rintanandosi e perdendosi in un labirinto che disorienta se stessa e l’elettore.
Grillo-Giannini?
Nel 1947, il quarto governo dell’Italia repubblicana, presieduto da Alcide De Gasperi, si trovò sull’orlo di un collasso che avrebbe messo in pericolo i già fragili architravi della neonata democrazia e gli stessi equilibri che a Yalta avevano sancito l’appartenenza del nostro Paese al circuito occidentale. Il PCI ed il PSI, sganciatisi dalle larghe intese che li avevano visti al fianco della Democrazia Cristiana a partire dal 1943, presentarono una mozione di sfiducia che il Grillo degli anni ’40, il fondatore dell’Uomo Qualunque Guglielmo Giannini, si dimostrò intenzionatissimo a votare. “Debbo dare un colpo in testa alla Democrazia Cristiana e glielo darò”, andava ripetendo il commediografo partenopeo, che mai aveva digerito la spocchia con la quale la “balena bianca” e i suoi vertici avevano da sempre snobbato il suo movimento. I colonnelli di Giannini, però, endemicamente liberali ed anticomunisti, fiutarono il pericolo derivante da una crisi istituzionale, ed ignorando le direttive del loro capo optarono per la fiducia al governo con la mediazione di Confindustria e del suo presidente di allora, l’armatore Angelo Costa (il famoso complotto dell’Hotel Moderno). Il leader qualunquista pagò a caro prezzo questo modus cogitandi-operandi ostruzionistico, e nel giro di una manciata di anni scomparve dalla scena politica nazionale. Grillo ha ricevuto dai suoi elettori il mandato di compiere quelle riforme, sicuramente condivisibili, proposte ed enunciate nel suo programma, e la situazione venutasi a creare dalle urne gli consente di sedersi a capotavola trattando da una posizione di forza, così da ottenere tutto quello che il suo segmento civile sta chiedendo a gran voce. Se non saprà cogliere questa straordinaria ed irripetibile occasione che la storia ha voluto donargli per avviare una nuova fase costituente per la nostra repubblica, ma deciderà di rimanere confinato nel suo eremo telematico ripetendo mantricamente la vuota formula dell'”andate a casa”, relegando in questo modo il Paese nell’immobilità più pericolosa, subirà la medesima fine del leader qualunquista, patendo una brusca emorragia di consensi alle prossime consultazioni per trovarsi nel frigorifero politico, anticamera dell’estinzione pubblica.