(Bio) politically correct Vs Battiato

Troia: fig., spreg., volg. Donna dalle disinvolte abitudini sessuali
‖ Prostituta. Fonte, Grande Dizionario Italiano.

Le dichiarazioni di Battiato, ormai ex assessore alla Cultura per la Regione Sicilia, hanno dato il là alla prevedibile crociata delle forze del provincialismo più ipocrita ed oscurantista. Se, però, ci soffermiamo ad analizzare le parole del cantante, spogliandoci dei vari e multicromatici carichi ideologici che gravano sulle nostre spalle di uomini liberi e del portato di quella (non)cultura politicamente corretta che tanto soffoca ed appanna la capacità di discernimento, personale e collettiva, ci accorgeremo che Battiato non ha fatto altro che enunciare e proporre una verità sostanziale, cristallina ed apodittica; “In Parlamento ci sono troie che farebbero di tutto”. Bene. Non è forse vero? Non è in linea con la nuda, cruda ed apolitica semantica del dizionario? Quante donne (e quanti uomini) si sono prestati e si prestano alla prostituzione fisica e morale per un incarico parlamentare o per una poltrona di livello più elevato? Gli esempi di sicuro non mancano. La “colpa” di Battiato, anzi, le “colpe” di Battiato, sono però state principalmente e fatalmente due: quella di essere uomo e quella di aver violato le leggi del politicamente corretto. Quando parliamo di politicamente corretto, è bene sapere e ricordare che facciamo riferimento a quanto di più vicino alla tirannide esista nelle società aperte, ad un’affezione purulenta per la democrazia moderna; una metastasi che infetta, uccidendolo, il libero scambio del pensiero. Più dannoso, ancora, di qualsiasi dottrina manifestamente liberticida perché subdolo e strisciante. Il politicamente corretto si presenta infatti come strumento di tutela, come scudo e baluardo a difesa dell’etica civile e del buon comportamento, ma in realtà si tratta di una forma di fascismo evoluto contro il quale nessun dispositivo difensivo si sta purtroppo rivelando efficace. Gli anni ’30 del secolo XXesimo erano agli albori, quando negli Stati Uniti un gruppo di intellettuali di sinistra dette vita a questa creatura frankensteinian­a, deviazione di un benefico intento risarcitorio e riparatorio, destinata a spazzare via la logica e l’arbitrio democratico. La proposta di sostituzione del vocabolo “history” (storia) con “herstory” in quanto “history” contiene il pronome maschile “his”, l’idea di modificare il testo biblico, passando dalla definizione di “Dio Padre” a quella di “Dio Madre”, furono e sono alcune delle pietre miliari di questo fascismo del 2000, gli assunti base della sua follia ipocrita. Le donne, insieme ad altre comunità penalizzate dalla storia e dal quotidiano (disabili, omosessuali, ebrei, afroamericani),­ sono una delle categorie di elezione del politicamente corretto, di conseguenza il “maschio” Battiato non poteva disporre della libertà dialettica cui avrebbe avuto il sacro diritto. Avrebbe, come suggerito dagli squadristi dell’omologazio­ne, dovuto far ricorso a termini più “soft”, più rassicuranti, ma l’estro anarcoide tipico degli artisti non può tollerare (e per fortuna) simili costrizioni, simili legacci e catene. Ben diverso, ovviamente, il trattamento riservato sull’altra sponda al genere maschile, sottoposto ad un’azione quotidiana di martellamento delegittimante,­ con gli uomini dipinti e presentati alla stregua di una sottocategoria genetica condotta dal cromosoma XY alla violenza (quando le statistiche ci consegnano una verità ben differente), al lassismo, all’irresponsab­ilità e costretti ad un’autodafè tafazziana volta al rinnegamento della propria connotazione testosteronica come mezzo per potersi accreditare nel panorama sociale. Spesso, nella sua ramificazione più astuta, il sessismo misandrico di questo (bio)politicall­y correct a vocazione mengeliana, ancor più devastante perché innaturale nella sua settorializzazi­one che vede uomo e donna gli uni contro gli altri, attinge all’ironia ed alla comicità, per esempio con messaggi sottotraccia che ci presentano la donna tuttofare con 42 di febbre mentre l’uomo, lo stesso uomo che va in fabbrica o nei campi o nei cantieri o in battaglia, alle corde per un raffreddore. Che cosa dire, poi, della mortificazione del maschio per il fatto di non poter subire i dolori del parto? Riuscireste ad immaginarvi tutto questo a parti invertite? No, non credo. Bravo Franco. I cittadini liberi, uomini e donne, sono con te

Miguel Angel Torres diventi la Sigonella degli anni 2000. No all’estradizione.

Mentre in Italia infuria la polemica sulla “restituzione” dei fucilieri alle autorità indiane e sull’annullamento della sentenza di assoluzione nei confronti della Knox e di Sollecito (uno sviluppo che avevo previsto dopo il giudizio di primo grado, date le pressioni esercitate da Washington, salvo sentirmi dare del matto da qualche buontempone ignorante), c’è un problema, ben più concreto, sul quale la nostra sovranità nazionale, residua dopo il 1945, gioca le sue ultime carte: il caso Miguel Angel Torres. Torres è accusato di omicidio di primo grado (quello della moglie) dalle autorità della Pennsylvania. Latitante dal 2005, è stato catturato una settimana fa a Bologna, dove viveva sotto il falso nome di Renè Rondon, lavorando come badante nella casa di due ricchi pensionati. Si dà il caso che in Pennsylvania viga ancora la pena capitale (Paese civile, gli Stati Uniti, vero?) e che il diritto italiano vieti l’estradizione nei paesi in cui tale, barbara, pratica sia ancora prevista dal codice penale. Gli USA hanno addirittura chiesto alle autorità italiane l’espulsione di Torres in quanto introdottosi illegalmente nel nostro territorio nazionale, e questo proprio per aggirare il “problema” etico-giuridico di cui sopra. Ricordiamo come nel 1996, il TAR della Puglia negò la consegna di Pietro Venezia, reo di omicidio negli Stati Uniti, proprio perché avrebbe rischiato di salire sulla sedia elettrica, e questo, molto più di Sigonella, seppe rappresentare un atto di coraggio nei confronti di Washington, la madre matrigna che non manca mai di far sentire a noi, ai tedeschi ed ai giapponesi, il calore soffocante del suo abbraccio. L’associazione “Nessuno tocchi Caino” si sta già muovendo per strappare Torres al boia, facendo così valere i principi della nostra carta costituzionale;questo  il link ( http://www.nessunotocchicaino.it/news/index.php?iddocumento=17302988) che rimanda all’iniziativa, in modo che chiunque lo desideri possa fornire il proprio contributo a questa battaglia di civiltà trecentosessantagradista. Coraggio, Miguel

Ciao, mamma guarda come mi converto. A pensar male si fa peccato, ma molto spesso..

Dalle colonne del “Giornale”, Magdi Cristiano Allam ci ha deliziati con una nuova prodezza ginnico-spiritu­ale, un salto carpiato con avvitamento doppio, anzi, triplo, che lo ha riportato fuori dal circuito cristiano-catto­lico istituzionale. “La mia conversione al cattolicesimo la considero conclusa”, ha dichiarato Allam. Motivazione? A suo dire, la Chiesa Romana sarebbe colpevole di un eccessivo “appeasement” con le altre confessioni e, in particolare, con l’Islam (ah, i bei tempi dei massacri in nome della Croce!). Agli occhi dell’osservator­e più evoluto ed attento, non potrà non apparire singolare il fatto che un giornalista come Allam sia potuto approdare alla vicedirezione del quotidiano più importante del Paese ed essere accreditato come uno tra gli “opinion makers” più illustri, sempre in prima fila nelle tribune politiche televisive che avevano come tema il M.O e la politica estera italiana. E questo, attenzione, non già per i suoi orientamenti “tout court” (non c’è nulla di male nell’essere conservatori) ma per l’estremo semplicismo del suo impianto teorico, peculiarmente bicromatico, manicheo, a trazione banalizzante. Una questione di metodo, quindi, non di merito. Ora, non è un mistero che gli USA ed altre grandi potenze facciano ricorso da un secolo ad agenzie di Public Relations (come la “Hill & Knowlton” o la “Ruder & Finn”) e/­o ad associazioni denominate “think tank” per orientare la pubblica opinione, e questo in virù del supporto di editori, giornalisti, opinion makers, e via dicendo. Stessa cosa dicasi per i loro servizi di intelligence, che anche nel nostro Paese hanno saputo arruolare alla bisogna le penne del giornalismo nazionale allo scopo di esercitare un forcing sui lettori-ascoltator­i-elettori (Ferrara, Farina, Gawronski, i nomi più noti). Quello di Allam si presenta, però, come un caso molto singolare, diverso, inedito e proprio per questo particolarmente­ ghiotto agli occhi di chi desideri mettersi alla guida della macchina del fango anti-araba ed anti-islamica; Allam è un arabo, un ex musulmano, un convertito. In questo caso, ecco che entra in campo un asse fondamentale dell’ edificio propagandistico­, quello che Ragnedda codifica con il nome di “Garanzia”. Chi, infatti, più di un ex seguace di Maometto, di un egiziano, può conoscere, può GARANTIRE il “male” e l'”arretratezza­” di quel “turpe” mondo che i “nostri ragazzi” e i nostri politici stanno combattendo? Tanto che il Nostro non si limita al solo ruolo di “agit pro”, ma arriva persino a spogliarsi del suo passato, a “mondarsi” delle sue origini e sceglie di farlo platealmente, rumorosamente, tramite l’acqua benedetta dal Santo Padre in persona. Elucubrazioni mentali? Dietrologie sulla scia chimica? Forse, ma intanto il nuovo “strappo” dell’egiziano arriva all’indomani della riapertura all’Islam da parte del nuovo Pontefice, quel Bergoglio medio-progressi­sta e patristico che poco piace all’intellighen­zia conservatrice. A pensar male…

L’Italia,i Maro’ e quella liberta’ che non sappiamo di avere

« Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. »

Queste le parole pronunciate da Yukio Mishima prima di compiere il suicidio rituale. Era il 25 novembre del 1970. Mishima, paramilitare e patriota, non poteva tollerare quello che reputava un asservimento del Giappone agli USA e all’Occidente entro i termini, durissimi (ma giusti), del Trattato di San Francisco. Tale carta impediva infatti al Giappone di possedere un esercito, che non fosse di autodifesa, affidando la protezione dei confini agli Stati Uniti. Dopo la resa, l’ex impero del Sol Levante subì un’occupazione “manu militari” da parte di Washington che si protrasse per anni ed il totale smantellamento della sua architettura costituzionale, sociale e culturale. Stessa sorte toccò alla Germania e all’Austria. Solo una potenza, tra quelle uscite sconfitte dall’esperienza bellica, seppe scampare ad una punizione tanto dura: l’Italia. Questo perché la co-belligeranza del demonizzato Maresciallo Badoglio (demonizzato da chi non possiede gli strumenti di analisi necessari all’interazione con le scienze storiche oppure è accecato dal furor ideologicus) ed il ruolo della lotta partigiana, indussero gli Alleati a concedere a Roma un trattato di pace entro termini più morbidi ed elastici rispetto a quelli dei nostri ex compagni si sventura. Evitammo così l’occupazione del suolo nazionale, la destrutturazione del nostro edificio civile e potemmo disporre, e possiamo disporre, di una libertà di manovra mai concessa, o concessa molto tardivamente, a Berlino e Tokio (si pensi alla coraggiosa ed illuminata politica filo-araba di Craxi e della DC, a Sigonella, alla possibilità di inviare truppe all’estero già dagli anni ’40-50, di possedere portaerei e di progettare armi nucleari per una “force de frappe” con Parigi, progetto poi accantonato all’inizio degli anni ’80, al numero relativamente limitato di truppe americane sul nostro suolo, ecc). A molti nazionalisti a corrente alternata che fanno spallucce, per mero e squallido calcolo elettorale e di pentola, quando Bossi&co dicono di volersi mondare l’orifizio anale con il tricolore, piacerebbe che Monti inviasse la portaerei Cavour nell’Oceano Indiamo o i Tornado armati di bombe nucleari sui cieli di Nuova Dehli, ma il nostro Paese non può farlo, e non può farlo, ripetiamolo, perchè ha perduto quella scommessa armata scelleratamente voluta da Benito Mussolini e perchè per 50 anni ha avuto bisogno (come la Germania, il Giappone e la Sud Corea) della subordinazione-protezione degli ed agli USA in ragione del nostro ruolo di cuscinetto tra l’EST e l’OVEST. Motivo, tra l’altro, per cui abbiamo dovuto soprassedere sul Cermis, così come tedeschi, giapponesi e sudcoreani soprassiedono, dal 1945-1953, sui crimini che gli “yankees” perpetrano spavaldamente in casa loro. Per quel che concerne il caso Marò, Monti non avrebbe potuto fare altrimenti, salvo condurre alla garrota 400 aziende italiane che operano in India per un fatturato di 10 miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro. Indubbio, ovviamente, esista un “secret deal” sotto forma di piano b che consenta a noi di riportarle in patria i fucilieri non appena placatasi la tempesta e ai nostri “contenders” di salvare la faccia.

Caso Maro’: elogio controcorrente del governo

Quali che fossero i termini che articolavano il “secret deal” tra Italia e India in merito all’ affaire Marò, il lavoro del nostro Governo si era dimostrato, ancora una volta, eccellente. L’obiettivo di riportare a casa i due militari era stato pienamente centrato, mentre sulla sponda opposta, il premier indiano non aveva fatto i conti con la propria opposizione interna (socialdemocrat­ica ma non antinazionale, a differenza dei nostri “liberal” cresciuti alle Feste dell’Unità) e con la virulenta pressione della stampa. Una svista non di poco conto, tanto da costringere Nuova Dehli ad una brusca inversione di rotta tradottasi nel ricatto di far saltare affari e commesse a ben 400 aziende italiane. Il Governo Monti si è quindi trovato a dover scegliere tra l’interesse di migliaia di nostri imprenditori e lavoratori (e su entrate per miliardi di euro) ed un principio che si presentava con il volto del nazionalismo più puerile, obsoleto e pancista. Come buonsenso detta, ha optato per la prima soluzione. Solo un osservatore molto ingenuo o del tutto contaminato dal furor ideologicus potrebbe ignorare l’esistenza di un nuovo “patto” tra noi e gli Indiani, in modo da rendere salva la vita (e la libertà) ai due fucilieri non appena placatasi la tempesta e da permettere a Nuova Dehli di salvare, com’è giusto che sia, la faccia. Molti si chiedono che cosa avrebbe fatto Berlusconi, qualora si fosse trovato al posto di Terzi e di Monti; la stessa cosa, giacché altro non era possibile né sensato fare. Una postilla: chi blatera di dignità nazionale violata ed offesa, dov’era quando la Lega Nord per l’indipendenza della Padania diceva di volersi mondare l’orifizio anale con il tricolore? Faceva spallucce e minimizzava, e questo per squallido calcolo elettorale. Nazionalismo a targhe alterne? No, grazie. P.s: Chico Forti è ancora rinchiuso in un carcere federale della Florida. In questo momento sta contando le ore in un buco di 2 metri per due.

“Ius Soli”

Lo Ius Soli ha dalla sua parte la Storia, intesa non già come scienza statica ma come portato di un meccanismo dinamico e di un’attitudine a fondamento della comunità umana stato e, successivamente, nazione. Per questo, anche per questo, si allo Ius Soli. Illogico ed amorale negare la cittadinanza ad un individuo che nasce in Italia, che in Italia studia e che magari parla uno dei nostri dialetti

C’è’ un grande vecchio in Danimarca (però vive a Genova e dà i voti al Governo Bersani).

All’osservatore­ sufficientement­e esperto in materia di informazione mediatica, non potrà sfuggire la singolarità dell’attenzione­ rivolta, ben prima delle ultime consultazioni politiche, al Movimento 5 Stelle. Mai, infatti, un raggruppamento ancora sprovvisto di una rappresentanza parlamentare (a Roma come a Strasburgo) e che, nel caso della legione pentastellata, solo una manciata di mesi fa aveva raggranellato un misero 3% nella capitale economica del Paese, era stata concessa una simile esposizione. Corsivi, incontri, schermaglie speculative tra i più illustri sociologi della politica e , soprattutto, il grande palco, il più ambito ed efficace: la televisione. Perché? Le motivazioni trovano spazio in un ventaglio sicuramente molto ampio, e tra di esse fa capolino una che strizza l’occhio alla dietrologia, ma forse no; non è infatti un mistero come nei tempi più oscuri della nostra storia unitaria, forze interne e/­o esterne note o meno note abbiano sostenuto dietro le quinte partiti e movimenti allo scopo di stabilizzare, o ristabilizzare, il Paese. Il PNF (esperimento com’è noto sfuggito grossolanamente­ di mano), l’UQ, i partiti a sinistra del PCI, il PRC, il PdCI, la Lega, FI avevano, nelle intenzioni dei loro criptici mecenati, lo scopo di arginare le frange e le fronde più radicali della politica e della piazza. In un segmento storico tanto complesso e difficile come quello attuale, con una crisi che si presenta come la più virulenta dal 1929 e il termometro dell’antipoliti­ca che ha ormai fatto schizzare il mercurio fino al soffitto, il M5S può riuscire ad incanalare nel rassicurante alveo dell’istituzion­alità quei soggetti, quelle aspirazioni e quelle rivendicazioni che, altrimenti, potrebbero trovare risposte nell’estremismo­ anticostituzion­ale e nel giacobinismo più violento. Immaginiamo un Paese come l’Italia, membro del G8, fondatore dell’Unione Europea, ottava potenza economica planetaria e quarta continentale, una comunità di 61 milioni di abitanti con la nona macchina militare mondiale e un carico storico e culturale pentamillenario­, preda della folla e di progettualità contrarie allo status quo; quale potrebbe essere l’impatto di una simile sterzata nella percezione e nelle sensibilità degli altri popoli del circuito occidentale? Rifondazione e il PdCI sfilavano a Genova con le bandiere rosse per poi allearsi con Dini e Mastella e votare tutte le iniziative militari dell’esecutivo cui appartenevano e quei provvedimenti, come il Protocollo sul Welfare, che hanno fatto diventare maggiorenne il precariato. Allo stesso modo, la Lega è passata dai riti neopagani nei boschi alla richiesta di apporre la croce sulla bandiera nazionale. “Issue parties”, cuscinetti tra il potere e l’istintualità più ribollente e centrifuga che hanno contribuito a tappare i buchi della malagestione nazionale. Che sia, adesso, il turno delle armate grilline? Forse no, ma intanto lo zoppo Pier Luigi ha l’incarico, e questo alle mie orecchie sussurra una parola: appeasement.

Pas,cui prodest?(Il paleofemminsmo che uccide)

In una nota stampa, la consigliera regionale tabacciana Maria Luisa Chincarini commenta la sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione del Tribunale dei Minorenni di Padova che dispose, in ragione di un sospetto caso di PAS, l’affidamento di un bambino alla tutela del padre, revocandolo alla madre insieme alla patria potestà. Chincarini si spinge oltre, molto oltre, arrivando a negare la fondatezza scientifico-statistica della PAS, e questo sulla scorta di un impianto documentale del tutto superficiale, lacunoso e affidandosi ad un registro semantico smaccatamente inadeguato alla problematica. Cui prodest? A chi giova?, si chiedeva Seneca? E qui, la nostra indagine si imbatte nel cardine e nell’atomo della “quaestio”; la consigliera è donna, e la PAS, nell’80% dei casi, ha come responsabile primo e sviluppatore il genitore affidatario, il quale, ancora, nel 90% dei casi è donna. Chinchiarini chiude la nota auspicando la centralizzazione degli interessi del minore (“…il nostro auspicio, infatti, è che la sentenza della Corte di Cassazione faccia da apripista per i tanti casi di affidamento ancora irrisolti affinché via sia un vera tutela dei diritti e della volontà del minore..”), ma in realtà, la sua è squisitamente una crociata di genere a trazione misandrica, volta non già agli interessi del soggetto realmente debole ed indifeso, ovvero il bambino, ma a quello della comunità sessuale cui appartiene. Cui prodest? Giova a lei, al suo genere (o almeno questa è l’intenzione); che importa, nella sostanza, del beneficio del piccolo? L’interesse di pentola prevale sulla ragione morale e sul buonsenso, con il bambino che si vede penalizzato due volte, senza possibilità di difesa ed opposizione alcune, stretto tra le morse di un torchio che ha da un lato il volto della follia più revanscista e frustrata, dall’altro quello di un politicamente corretto malato, irrobustito da una cintura culturale mitologica di stampo mariano-mammista sublimante il ruolo della donna e della madre. Il minore, non dimentichiamolo, non dispone del diritto di voto, di conseguenza non ha un potere contrattuale specifico da mettere in campo per far valere le proprie esigenze e rivendicazioni. Siamo noi adulti a doverci far carico dell’onore e dell’onere dei suoi interessi. Trasformarlo in un ariete per sfondare la porta dell’assennatezza così da raggiungere i nostri propositi particolari, è un atto criminale, prima ancora che irresponsabile. Come non mi stancherò mai di ripetere, la strada per porre fine o rimediare ad ad un torto non passa attraverso la realizzazione di una disparità in senso opposto. In questo caso, il messaggio che passa, sottotraccia ma a ventaglio, è la classificazione degli esseri umani sulla base di una gerarchia genetico-biologica in senso qualitiativo assegnante al genere femminile il primato. Il modus cogitandi atque operandi non diverge, nel metodo e nel merito, dal razzismo classico e dalla biopolitica nazista.

Celestine (o Jelestine) Valentine e Ajesh Binki

Celestine (o Jelestine) Valentine e Ajesh Binki. Alla stragrande maggioranza di noi, questi due nomi non diranno nulla, ed è per questo che ho deciso di proporli all’attenzione della mia piccola platea. Sono i due giovani pescatori uccisi dai Marò italiani. Anonimi assembramenti di lettere dietro i quali trovava spazio un universo unico ed irripetibile, com’è la vita di ciascuno di noi. Celestine (o Jelestine) Valentine e Ajesh Binki: ragazzi, lavoratori, padri. Al di là delle ragioni della giurisprudenza,­ mi sembrava giusta ed opportuna questa testimonianza

Sant’Iene

Ricordiamoci qual è la proprietà del canale televisivo che manda in onda “Le Iene”. Ricordiamolo, prima di farci prendere la mano da facili entusiasmi e prima di costruire vitelli d’oro da mettere sugli altari della cultura civile. I più attenti ricorderanno l’operazione sistematica di demonizzazione posta in atto dal programma ai danni dell’operatore di telefonia mobile Blu dopo che Berlusconi aveva ritirato le sue quote azionarie dal gruppo.