Diritti e limiti della libertà di stampa.

“Il bello della democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare” -E.Biagi.

“E’ assolutamente necessario per tutti i governi che il popolo abbia una buona opinione di loro. E nulla può essere più dannoso a qualsiasi governo che il tentare di creare animosità per quel che riguarda il suo lavoro. Ciò è sempre stato considerato un crimine e nessun governo può operare con sicurezza senza che ciò sia punto.” Queste le parole di un noto giurista inglese del XVIII secolo, John Holt.

Il passo rifletteva, in sostanza, quello che all’epoca si configurava come il pensiero della diritto inglese, successivamente riassunto ed illustrato nei ” Commentaries on the Laws of England “, ossatura e principio ispiratore della carta costituzionale statunitense. La stampa era libera di pubblicare senza censure, ma nel caso in cui il suo lavoro fosse stato ritenuto lesivo della dignità del governo o del buon nome del Paese, nemmeno l’essere dalla parte della verità sarebbe stato ritenuto sufficiente per evitare la condanna del cronista e della sua testata (si veda il caso Croswell-Jackson). Tale strategia fu ulteriormente rafforzata dal Presidente John Adams, mediante il “Sedition Act”, e rimase valida fino al celebre caso dei “Pentagon Papers”, negli anni ’70 del secolo XXesimo.

La scarsa liberalità del progetto renderebbe il medesimo inapplicabile, intollerato ed intollerabile, ai giorni nostri, ma non va dimenticato, d’altro canto e in seconda battuta, il devastante potere che una porzione del giornalismo ideologico, o semplicemente dilettantesco, può avere nel momento in cui va ad intercettare un segmento di massa. Notizie false o parzialmente false, allarmismi ingiustificati, discredito lanciato, sempre, comunque ed aprioristicamente, sulle istituzioni in una sorta di riflesso pavloviano alimentato dal “crisismo” più miope, non solo svuotano il giornalismo di quello che è e dovrebbe essere il suo ruolo, così come Tucidide voleva ed insegnava, ma contribuiscono a generare un clima di sfiducia, lassismo, disfattismo, diffidenza e rancore di cui una comunità, soprattutto nelle fasi più delicate del suo percorso, non ha bisogno. Il recente caso mediatico-internetico dell’economista (in realtà dottore in Giurisprudenza) inglese (in realtà italiano) della “London School of Economic” (in realtà insegna in Giappone) che dal sito dell’ateneo (in realtà si trattava di un blog privato) dava 10 anni di vita all’Italia (in realtà la sua analisi, pur rozza ed approssimativa, confeziona un risultato differente) ne è la prova. Una delle tante. Ma altri potrebbero essere gli esempi, a corroborare questo impianto speculativo: dal trattamento riservato al fenomeno “femminicidio”, all’enfatizzazione, disancorata dal dettato statistico, della cosiddetta “fuga dei cervelli” o del presunto aumento dei suicidi per la crisi (realtà pur drammatica nei suoi contorni), ecc. Tutto contribuisce ad imbastire un’atmosfera plumbea, di disagio imprigionato ed imprigionante in un vicolo cieco all’interno del quale la ratio è bullaggiata dall’ odio, dalla menzogna e dalla sciatteria morale.

Auspicio di chi scrive è la creazione di un sistema di “filtraggio”, pur di ardua applicazione dato il carattere “anarchico” e difficilmente razionalizzabile del giornalismo, che blocchi gli azzardi più antisociali e pericolosi per il bene collettivo, nel loro essere privi di basi ed agganci scientifico-fattuali. L’ignoranza può essere innocua, mentre un sapere viziato e manomesso dalla menzogna e dal pregiudizio più livoroso può risultare letale.

Il caso della bambina bionda nel campo Rom; eziologia e fenomenologia del pregiudizio “buonista”.

Pregiudizio [dal lat. praeiudicium, comp. di prae- «pre-» e iudicium «giudizio»]: “Idea, opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore (è sinon., in questo sign., di preconcetto): avere pregiudizî nei riguardi di qualcuno, su qualcosa”

Pur legato, nell’immaginario collettivo, a posizioni aprioristicamente negative, il pregiudizio descrive soltanto un orientamento basico privo di agganci alla realtà ed alla conoscenza. Può, quindi, contenere traiettorie negative come positive, in merito a questo oppure a quell’argomento.

Alcuni dei miei contatti apuani su Facebook stanno condividendo l’analisi, incapsulata all’interno di uno status, che un noto e stimato personaggio legato alla citta di Carrara ha voluto offrire in merito alla vicenda della bambina bionda ritrovata in un campo nomadi in Grecia . Il pezzo cerca di mettere a nudo, con acutezza e piacevole umorismo, alcuni dei luoghi comuni che offendono la vasta e variegata comunità Rom, in primis quello che li vuole e vorrebbe razziatori di bambini “bianchi” o, ancora, dediti soltanto al furto ed al crimine. L’autore pone, inoltre, l’attenzione sul pericoloso fenomeno della recrudescenza dell’odio etnico e culturale nei confronti dei nomadi, in Grecia, come conseguenza della ricerca di un capro espiatorio e di una valvola di sfogo da opporre alla crisi che sta attanagliando il Paese di Omero. Fin quei tutto bene, ma; il “ma” prende le mosse da una serie di errori che il Nostro commette, spinto, mi permetto, da quell’onnipresente buonismo ideologico che rischia di occludere ed occlude, nella maggior parte dei casi, la valvola del ragionamento scientifico, sereno ed imparziale.

; innanzitutto, l’autore virgoletta la parola “zingari”. Nulla di più sbagliato. Zingari e rom sono, infatti, la stessa cosa. Rom è soltanto il nome che gli zingari danno a se stessi e che deriva dal francese “romanichels”, a sua volta derivazione dello zingaro “uomo”-“rom”. Vi sono, inoltre, altre formule e diciture, come “gitani” (dallo spagnolo “gitanos”) o “gypsies” (dall’inglese “gypsie”), opzioni che riflettono la credenza secondo cui gli zingari (termine di origine bizantina) provenissero dall’Egitto (sono, in realtà, di origine indiana) ma che non descrivono o designano nessuna sostanziale differenza di tipo etnico, sociale o culturale.

; se è vero che la comunità zingara non si è mai macchiata, in Italia, del rapimento di un minore “bianco” (almeno non esiste letteratura recente a tal proposito) ed è vero che molti, moltissimi, dei suoi appartenenti hanno accettato lo stanzialismo, il lavoro e si comportano seguendo le traiettorie della legalità e dello stato di diritto, è altrettanto vero che una nutrita porzione del loro gruppo tramanda di generazione in generazione, attraverso i capi clan, la cultura del rifiuto del lavoro e della scolarizzazione, la pratica del furto e del nomadismo.

; l’estensore dell’ “articolo” pone l’accento sul fatto che anche in Italia, come in altri moderni ed avanzati Paesi del mondo occidentale, non molto tempo fa le famiglie più indigenti utilizzassero i loro bambini per chiedere l’elemosina. Si tratta di un esempio (involontario?) di “proiezione-analogia”, tecnica in uso alla propaganda politica. Nel caso di specie, però, si presenta come un’arma spuntata, questo perché il fatto che anche in Italia esistessero condizioni di grave disagio economico e sociale tali da condurre alla mortificazione dei minori, non giustifica in nessun modo il ricorso allo sfruttamento della questua infantile da parte dei genitori rom.

Comunque ed in ogni caso, dette comunità sono caratterizzate da un un inossidabile isolazionismo elitario (ad esempio vengono rifiutati i matrimoni “misti”, pena l’espulsione dal “clan”) nonché da una cultura orientata ad un retrivo sessismo-maschilismo che nega e preclude alle donne il lavoro e qualsiasi peso decisionale all’interno dei nuclei familiari.

Pur animato dalle migliori intenzioni, l’autore dello sfogo facebookiano si è quindi lasciato andare ad un “pregiudizio”, (appunto prae- «pre-» e iudicium «giudizio».). Nobilitante e cavalleresco, ma pur sempre un pregiudizio

“Accampada” a Porta Pia

“Se si trattasse ognuno a seconda del suo merito, chi potrebbe evitare la frusta?” – William Shakespeare.

Chissà se e quanto i partecipanti all’ “Accampada”, simbolicamente collocata a Porta Pia, sanno che quel momento storico sinonimo di libertà e progresso è merito, oltreché di una corona, anche di un medio-borghese appartenente alla Destra Storica (da non confondere assolutamente, mai e per nessun motivo con quella attuale o fascista): il patriota, giornalista e medico Giovanni Lanza, di Casale Monferrato. P.S: e di un militare, il generale Raffaele Cadorna.

Lo sciatto quotidiano

Da “Il fatto quotidiano” on line, venerdì 17 ottobre 2013.

Titolo: “Legge di Stabilità, Letta regala alle banche oltre un miliardo”

Sottotitolo: “Nuovi aiuti in arrivo per gli istituti di credito, che potranno godere di un’anticipazione delle detrazioni fiscali, proprio mentre l’Ue sta per fare partire i controlli in vista del passaggio alla vigilanza bancaria europea”

Tra le punte di lancia della retorica persuasiva propagandistica figura e si segnala la “ripetizione”: la ridondanza e la ripetitività del messaggio conducono, come insegnava il nefasto Joseph Goebbels, alla sua sedimentazione nei tessuti cognitivi del bersaglio che si vuole raggiungere. Spesso, interconnessa alla “ripetizione”, c’è la “semplificazione”: quando il concetto è o appare di difficile enucleazione, il propagandista sterza verso un impoverimento del medesimo attraverso coordinate e schematismi a lui favorevoli.

Il pezzo in questione offre una summa ideale e paradigmatica di entrambe le strategie. “Salvare” le banche significa salvare il credito ed il microcredito salvando, di conseguenza, l’economia, imprenditoriale come familiare. Viceversa, il collasso del sistema bancario privato impedirebbe, come sta avvenendo in Grecia, al cittadino di ricevere un prestito per mandare i figli all’università, cambiare l’auto, comprare casa o curarsi e all’imprenditore/esercente (categoria che muove e fa l’economia nei circuiti capitalistici) di pagare i fornitori quando è in perdita o, ancora, di ampliare la propria attività generando, in questo modo, nuovi posti di lavoro e migliorando anche la qualità della propria offerta. L’estensore del pezzo, però, decide di muoversi entro le coordinate conosciute e sicure del populismo e della facile demagogia, associando, per screditarli, Letta ed il suo Governo a quello che è un potere storicamente odiato e malvisto (e qui la storiografia ci porta a Filippo il Bello, Clemente V e la loro guerra all’Ordine dei Templari). In questo modo, si accede ad un nuovo e differente livello della propaganda, ovvero, la “proiezione o analogia”.

Benedetto Croce, liberale e uomo di cultura, credeva che a guidare le masse dovesse essere una cerchia ristretta di intellettuali, ed avversava la democrazia della folla, oclocratica, plebiscitaria o liquida che fosse (chissà come sarebbe inorridito, dinanzi al concetto grillino di democrazia della rete). Il galantuomo di Pescasseroli, però, proveniva da un’epoca nella quale le élites non avevano subito ancora la contaminazione degli umori della piazza, diventandone schiave, com’è avvenuto a più riprese, con l’estensione del suffragio universale in ognuna delle sue varianti di genere. In questo caso una élite , appunto i cronisti de “Il fatto quotidiano”, si mette orgogliosamente al timone del ventralismo più sciatto e roboante (oltreché al soldo di un movimento), dimentica di quel ruolo di “guida” assegnato, un tempo, all’informazione. Almeno a quella di qualità.

Servizio pubblico: tutto purche’ faccia audience

Servizio Pubblico ieri ha totalizzato 2,7 milioni di telespettatori = 12,8% di share. Dispiace per i militOnti di Disservizio Pubblico”.

Questo il commento facebookiano della giornalista Giulia Innocenzi in merito alle polemiche sulla scorsa puntata della trasmissione condotta da Michele Santoro.

Ferma restando tutta la perplessità di chi scrive per lo sguaiato infantilismo dell’ opzione retorica utilizzata dalla più brava ed illustre collega (“militOnti”), simili orientamenti ed esternazioni palesano e dimostrano quello che, senza tema di smentita, è l’impoverimento in senso qualitativo di una fetta consistente del giornalismo italiano, sempre più attenta alle esigenze di cassetta che non alla qualità della proposta. Non importa che il programma sia stato formulato sulle rivelazioni di una “escort” con il volto plastificato in merito alla (presunta) omosessualità di Francesca Pascale, così come non importa che Marco Travaglio sia sceso sotto l’asticella dell’eleganza professionale definendo il Ministro dell’Interno “Angelino Jolie”. Non importa, ancora, che l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti sia stato attaccato, da più parti, non potendo opporre una difesa, dal momento in cui non era stato invitato. “2,7 milioni di telespettatori = 12,8% di share”; questo è il volgare refrain, il punto di svolta della quaestio, l’asse attorno al quale ruota e deve ruotare la narrazione cronistica. L’audience, quindi la visibilità, quindi il profitto. L’asservimento all’ Ego ed alle traiettorie convenienziali dell’inserzionista. Esattamente come quell’ “infotainment” capace di distruggere, negli anni ’90, l’ultima testimonianza di “gatekeeping” e di professionalità ed eleganza rimasta nell’universo mediatico statunitense. Santoro e i suoi collaboratori non si sono dimostrati diversi da Matt Drudge, dal “Washington Post” e dai canali ABC, NBC e CBS, che inchiodarono la pubblica opinione, per mesi e mesi, sugli affari di letto (o di scrivania) di Clinton e della sua giunonica stagista (all’affaire venne dedicata una media di 6 servizi per ogni telegiornale), salvo tralasciare, poco tempo dopo, il terribile episodio dei brogli elettorali nei collegi della Florida.

Rimane davvero poco di Walter Lippmann, di William Sheperd, di Ray Baker o del nostro Eugenio Torelli Viollier.

“Un giornale oggettivo intendiamo fare noi; un giornale che, prima e piuttosto di discutere le questioni, le studi, che innanzi di sostenere un punto, lo elucidi; ed anziché parteggiare, esponga. Questo è il compito che si impongono principalmente i giornali inglesi, i giornali del popolo che meglio intende e pratica la libertà; ed è quello che vien più trascurato da molti fogli italiani, soliti a tenere come dimostrare le questioni ed i fatti che a loro piacimento piacciono, ed a sostituire al ragionamento l’affermazione” – Eugenio Torelli Viollier, ideatore e cofondatore del “Corriere della Sera”.

A lezione di modernità da Giovanni Giolitti

« …le leggi devono tener conto anche dei difetti e delle manchevolezze di un paese… Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche all’abito » – (Giovanni Giolitti, “Memorie della mia vita”).

Se ai tempi del “Biennio Rosso” (1919 – 1920) l’Italia non scivolò nel baratro di una guerra civile, il merito fu da ascrivere anche ed in special modo alla lungimiranza di un campione del pensiero liberale quale fu Giovanni Giolitti (il vero padre fondatore, tra l’altro e ricordiamolo, dello stato sociale italiano). Respingendo le pressioni provenienti dell’ala più reazionaria della grande borghesia industriale, Giolitti rifiutò infatti l’opzione della forza contro gli operai che avevano occupato le fabbriche e seppe andare incontro alle esigenze di maestranze e sindacati con un accordo su larga scala (18 – 20 settembre 1920) con il quale il Governo riuscì a porre fine alla complessa e pericolosa vertenza, ristabilendo in questo modo la calma e l’ordine nel Paese.

La sinistra francese guarda con preoccupazione alla recente vittoria del Fronte Nazionale nelle elezioni locali di Brignoles (in realtà si tratta di un test dalle limitatissime proporzioni) ma non si interroga sul perché di quella che considera una pericolosa deriva. O meglio, lo fa e lo continua a fare con una sorta di aristocratico quanto superficiale distacco, leggendola come il primitivo rigurgito di un ventralismo sguaiato. Ma si sbaglia. E’ proprio attraverso una politica violentemente buonista che ha messo in secondo piano le istanze di una consistente fetta di Francia, accantonandole come obsolete ed immature velleità nazionaliste, che la Sinistra d’oltralpe ha mortificato l’identità ultramillenaria del suo popolo, costringendolo ad accettare le bizzarrie di un politicamente corretto tanto aggressivo quanto insensato (mi riferisco, ad esempio, allo stravolgimento dell’identità formale genitoriale). Condivisione, dialogo ed accettazione non devono essere prassi, valori e compiti univoci, soprattutto in quello che è un enorme mosaico di popoli e civiltà; al contrario, la legittima tutela del proprio bagaglio culturale e storico è il primo passo (anche) per sottrarre carburante ed argomentazioni all’inganno populista ed alla facile demagogia.

Impari a dialogare, la sinistra chic e benpensante del “Genitore 1” e “Genitore 2”. Esattamente come fece il nostro Giolitti, tanto tempo fa.

Ps. Poi arrivarono Mussolini e gli spaventati plutocrati che lo sponsorizzavano. E quella meravigliosa fase di democrazia risorgimentale fu consegnata alla Storia.

La difesa di Erich Priebke: fenomenologia di una contraddizione

Qualche giorno fa ho dedicato una breve riflessione ai difensori “criptici” di Erich Priebke (che ricordo ancora non essere mai stato un militare), ovvero coloro i quali, pur non abbracciando l’ideale nazionalsocialista o fascista, sentono, perché di destra o semplicemente perché ostili alle sinistre, il bisogno di assumere in qualche modo le parti di quella che è e fu una contro-icona degli “avversari”. La loro retorica, come già evidenziato, sarà contraddistinta dal ripiegamento sull’alibi del “ma”, quando il “ma” è incapsulato in una serie di proposte da schierare contro la riprovazione per il boia vegliardo (le Foibe, le atomiche statunitensi, ecc). Oggi, è invece mio proposito soffermarmi sulla pattuglia, sparuta ma inquietante nel suo giurassico folklore, dei sostenitori “aperti”, ovverosia quella schiatta di nostalgici di esperienze ideologiche e di un periodo mai sperimentati e conosciuti. Anche costoro si segnalano per un cortocircuito cognitivo, grottesco in quella che è l’ampiezza delle sue linee perimetrali: cosa induce, infatti, persone che si proclamano nazionaliste, che macinano chilometri ogni anno per questa o quella celebrazione in onore dei martiri delle Foibe, a prendere le parti di un massacratore di loro connazionali (inermi civili come lo furono gli istriano-dalmati caduti sotto il piombo titino) e fedele ad un’ideologia che relegava l’italica genia ai margini di un’improbabile classifica etnico-biologica? Di nuovo in questo caso, come nel primo, la risposta va cercata nel fideismo ideologico, quel legame castrante che unisce in un abbraccio irrazionale l’uomo al credo politico e la cui potenza il sociologo russo Moisei Ostrogorski ha paragonato all’afflato mistico-religioso. Si assisterà e si assiste pertanto ad una tragicomica torsione della ratio che consegna il nostalgico priebkiano all’incoerenza più palese ed alla sciatteria intellettuale, oltre ad esporlo agli strali argomentativi di qualsiasi intelletto collocabile al di sopra dell’asticella dell’insufficienza.

Concludo con un piccolo inciso di carattere storico e storiografico: a corredo e sostegno delle loro posizioni, gli avvocati d’ufficio del nazi-gangster sono soliti affermare che la responsabilità di quanto accaduto alle Ardeatine sia da ricercare nei partigiani* “rei” dell’uccisione dei 33 polizotti altoatesini del Polizeiregiment “Bozen” e, soprattutto, di non essersi consegnati ai tedeschi che avevano minacciato di applicare la pena della rappresaglia sui civili nella misura di 10 ad 1 (metodo, ricordiamolo, contrario alla Convenzione dell’Aia del 1907,). Gli uccisi facevano parte di un corpo armato occupante, di conseguenza i fatti del 23 marzo sono da considerarsi un’azione di guerra in piena regola. Consegnarsi ai nazisti, pena la rappresaglia, sarebbe stato un cedimento verso quello che era e rappresentava a tutti gli effetti un invasore occupante. Inoltre, i tedeschi non diramarono mai questo genere di ultimatum, come ebbe ad ammettere lo stesso Herbert Kapler, capo di Priebke nonché ladro e razziatore, durante il processo per la strage celebrato nel 1947. Siamo quindi davanti ad una mitologia della menzogna, frutto e portato di una pubblicistica del tutto capziosa perché manomessa dalla partigianeria politica.

Rammentino, i difensori del boia, che egli ed i suoi compari non avrebbero esitato a sparare un colpo alla nuca a bruciapelo anche ai loro nonni. Se adesso vi trovate, mi sia permesso e perdonato il pathos dell’intervento diretto, nella privilegiata ed inviabile condizione di pontificare in tutta libertà dietro uno schermo o al caldo tepore di una salotto (e magari contro le istituzioni che definite illiberali ed usurpatrici), lo dovete anche a persone come Bentivegna, Calamandrei e Salinari, e soprattutto ai tanto vituperati (a corrente alternata e a seconda del loro Presidente) Stati Uniti d’America.

Viva la libertà. Anche la vostra..

 

* I partigiani (che, è bene ricordare, non erano soltanto comunisti) non avrebbero potuto organizzarsi all’interno di un esercito regolare semplicemente perché un esercito regolare nel 1944 non esisteva più, dal momento in cui S.A.R Vittorio Emanuele III aveva abbandonato Paese e forze armate nel caos e nell’anarchia, senza impartire né ordini né direttive. Infatti e non a caso, le prime formazioni resistenziali furono create proprio da ex appartenenti al Regio Esercito (cosa che una certa pubblicistica di sinistra vuole dimenticare).

Astuzie e banalità della comunicazione III. Fazio, Brunetta, Grillo e l’eterno ritorno gianniniano.

Nel 1980, la finanza statunitense scoprì il grande potenziale che le piattaforme mediatiche potevano offrire in termini commerciali e pubblicitari. Fu così che colossi come la General Elettric, la Disney, la Twentieth Century Fox o, ancora, la Viacom, fagocitarono le maggiori testate cartacee e i maggiori canali audiovisivi. Effetto collaterale di questa operazione fu la nascita dell’ “infotainment” (“intrattenimento-spettacolo”), un genere di informazione variegato e popolare nato con lo scopo di cooptare il maggior numero possibile di spettatori (e quindi di acquirenti). E’, di conseguenza e in senso stretto, il privato a fare e a finanziare l’informazione. Lo sa anche Brunetta, che nella sua incursione contro Fabio Fazio ha però deciso astutamente di virare verso una tematica smaccatamente ventrale, nonché “must” e punta di lancia dell’arsenale retorico di una certa destra qualunquista: il “e io pago”. Sono gli inserzionisti a pagare Fazio, proprio perché Fazio (come Benigni, Littizzetto ed altri) fa alzare l’audience dei programmi nei quali sono collocati gli spot, ma Brunetta è riuscito ad operare un abile sabotaggio della verità attraverso alcune tattiche della comunicazione politica che si possono riassumere nei seguenti punti:

; propaganda di tipo “nero”. Informazione falsa, perché il conduttore non è pagato dalla televisione di Stato ma, appunto, dai privati

; propaganda “grassroots” (diretta agli strati più bassi della popolazione, il “grass”, “prato”).

; propaganda “‘treetops’” (diretta agli strati più alti, il “tree”, “albero”). Le elites non sono tanto evolute ed attrezzate come credono.

; “ripetizione”. La ridondanza del messaggio e la sua continua reiterazione portano alla sua sedimentazione nelle strutture cognitive dell’ascoltatore.

; “attacca il messaggero”. Fazio è benestante (categoria non di rado malvista) perché pagato dal popolo, lavoratore e spremuto dalle tasse. Screditandolo, si scredita anche e di conseguenza il messaggio che lancia.

Stessa cosa ha cercato di fare il leader pentastellato, nel suo “tackle” su “Che tempo che fa”. Grillo, in questo caso prontamente smentito da Endemol, ha voluto associare il conduttore genovese a Berlusconi, in modo da suggerire, implicitamente, una contiguità tra sistemi di potere apparentemente diversi ed opposti (“vedete? Sono tutti uguali, vi prendono in giro”).

Modesto consiglio di chi scrive è quello di tutelarsi attraverso una breve operazione di “Fact checking” (“verifica della notizia”), prima di incamerare e brandire come vessillo qualsiasi dichiarazione e concetto lanciato da questo o da quel politico.

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero” – Oscar Wilde.

Ai tempi della seconda guerra in Iraq nel 2003, un sondaggio dimostrò come l’86% degli statunitensi che credevano alle informazioni (poi rivelatesi distorte e manipolate) sul regime di Saddam Hussein fosse collocato tra coloro i quali erano comunque favorevoli al conflitto e all’amministrazione Bush. C’era quindi un legame tra queste “misperceptions” (nel gergo della comunicazione “false percezioni”) e l’ideologia-convincimento di base dei cittadini che le accoglievano come veritiere. In poche parole, la propaganda mediatica attecchisce più facilmente se i suoi argomenti sono, in qualche modo, collocati e collocabili sulla stessa traiettoria d’intendimento del bersaglio del messaggio.

Da diversi anni circola in rete e su alcune piattaforme mediatiche una presunta “Relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani” datata 1919, nella quale i nostri connazionali sbarcati ad Ellis Island venivano bollati e descritti, tra le altre cose, come di piccola statura e di pelle scura, puzzolenti, dediti all’accattonaggio ed al crimine. Si tratta, però, di un rapporto la cui veridicità non solo non è stata mai provata e dimostrata, sebbene riportata anche da organi come RAINEWS24, ma che viene messa a dura prova da alcuni indizi quali, ad esempio, il linguaggio utilizzato nel rapporto (più simile a quello di un comunicato politico che non ad una relazione governativa) e da alcune discrepanze storiche, come l’utilizzo da parte dei migranti italiani dell’alluminio per costruire le loro abitazioni, materiale in realtà a quel tempo molto costoso e pregiato. E’ e resta comunque innegabile la durezza del trattamento riservato ai nostri connazionali (come alle altre comunità immigrate), per cui nel caso di specie non si potrà parlare di propaganda “nera” (ossia totalmente falsa) ma di propaganda “grigia”, ovvero parzialmente falsa. Scopo di coloro i quali hanno imbastito la (presunta) mistificazione è quello, senza dubbio benefico, di sensibilizzare l’opinione pubblica su una tematica molto delicata attraverso il canale, emotivamente forte, dell’immedesimazione, data la storia recente di disagio economico e sociale che spingeva molti italiani a lasciare la loro terra in cerca di fortuna, e infatti la nota trova larga diffusione ogni volta in cui, purtroppo, si ripetono tragedie come quella lampedusana. E però significativo notare come le strategie della persuasione riescano sempre e comunque a giungere a bersaglio, indipendentemente dal segmento che si desideri cooptare. Non c’è o non sembra dunque esserci differenza tra la vecchina eterodiretta dagli apparati mediatici berlusconiani (e per questo sovente oggetto di scherno ed aristocratico biasimo) e l’intellettuale, apparentemente meglio attrezzato, magari “liberal” e munito di un titolo accademico, che condivide certe informazioni disancorate dal reale senza la tutela del vaglio e della verifica.

Concludo con una piccola digressione storica: è opinione comune sia stato l’affondamento del transatlantico “Lusitania” la molla dell’entrata in guerra degli USA a fianco delle potenze dell’Intesa nel 1917, ma è un dato soltanto parzialmente corrispondente al vero. L’Amministrazione Wilson, infatti, era già riuscita a convincere la recalcitrante opinione pubblica nazionale attraverso l’opera massiva e massiccia del “Committee on Public Information”, un organismo antesignano delle moderne PR guidato dal giornalista George Creel. Creel puntò molto sulla collaborazione con la stampa e sull’azione dei cosiddetti “Four Minute Man” (termine che traeva ispirazione dai famosi “Minuteman”, la milizia che ai tempi della guerra d’indipendenza dagli Inglesi era in grado di intervenire entro 1 minuto). Scopo dei “Four Minute Man”, un corpo di ben 75 mila uomini, era quello di intrattenere i cittadini in luoghi ad alta concentrazione di pubblico come i cinema, i teatri e gli stadi con orazioni patriottiche incisive ma brevi, appunto di 4 minuti. Inoltre, vennero coinvolte le star all’epoca più popolari come Douglas Fairbank e Mary Pickford e i circoli e l’associazionismo, dai clubs femminili ai boy scout, con l’incarico di estendere e diffondere il messaggio interventista e patriottico di casa in casa, di villaggio in villaggio, di città in città. In breve, sugli USA iniziò a soffiare un vento antitedesco che rese possibile non solo l’entrata in guerra ma anche l’accettazione di provvedimenti pesantemente e platealmente illiberali ed anticostituzionali come il “Sedition Act” del 1918, che vietava qualsiasi forma di opposizione al conflitto. Sconvolto da questa torsione collettiva che dimostrava, de facto, l’asservimento dell’opinione pubblica di una democrazia alle opzioni della propaganda, uno dei padri del moderno giornalismo statunitense, Walter Lippman, nel suo “Liberty and News” gettò si semi del cosiddetto “giornalismo scientifico”, elaborando un vademecum che il cronista doveva seguire per sfrondare il suo lavoro dalle seduzioni e dagli inganni della propaganda, in modo da consegnare al lettore una narrazione il più obiettiva e deontologicamente corretta possibile.

Astuzie e banalità della comunicazione II. Ma con qualcosa in più..

Nel pittoresco (detto senza denigratoria ironia) blog in condominio con Beppe Grillo, l’ex forzista Gianroberto Casaleggio ha inserito una rubrica nella quale raccoglie gli “insulti” finora ricevuti, cosa che ha fatto anche in un libro di recente pubblicazione dal titolo “Insultatemi!”. Anche questo aspetto della comunicazione costituisce una chiave di lettura di primaria importanza del duo pentastellato; Casaleggio, infatti, dimostra di far proprio e di padroneggiare alla perfezione un “must” peculiarità esclusiva dell’ultradestra politica, ovvero il mito, di retaggio nietzscheano-evoliano, dell’eroe solo contro tutti, del superuomo tanto probo, nobile e cristallino da venire escluso, per questo, dalla massa informe, volgare e plebea. Anche la scelta del titolo del libro e la sua identità grafica ne sono la prova: il creativo di Ivrea invita ad insultarlo (con tanto di punto esclamativo) , a colpirlo, a bersagliarlo mostrando il petto impavido, e difatti nel disegno sulla copertina lo si vede “bombardato” da armi d’ogni sorta, dal siluro al mattarello della nonna. “Molti nemici, molto onore”, è il refrain che torna ad essere proposto, con l’ex berlusconiano nella veste di novello Leonida circondato da una cloaca di Persiani-troll dai quali si fende a colpi non più di spada ma di tastiera. Da non sottovalutare, anche se di secondaria importanza, l’opzione vittimistica, anch’essa caratteristica di una certa destra e di facilissima presa sull’elettorato italiano, soprattutto su quello cosiddetto di “faglia”