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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Perché dire “Italietta” equivale a dire “sporco negro”.L’equivoco del razzismo “endogeno”

Non è infrequente imbattersi, sulle piattaforme virtuali come nei consessi “reali”, in commenti ad episodi di razzismo a loro volta ad elevato dosaggio di pregiudizio biologico. Protagonisti, individui che, nell’intento di manifestare il loro sdegno all’ìntolleranza, finiscono con il palesarne, nella stessa misura di coloro i quali vengo censurati, insieme ai loro atteggiamenti.

Se, ad esempio, l’episodio razzista accade in Italia, costoro si lanceranno in “tackle” sulla comunità e la cultura italiane, in modo generico e generalizzante, attraverso schemi comportamentali e registri comunicativi che respingerebbero con sdegno e vigore, se adottati nei confronti e ai danni di realtà altre e differenti.

Si tratta di una forma di razzismo “endogeno”, la cui pericolosità sociale non viene percepita in tutta la sua dimensione (sfuggendo anche alla classificazioni delle scienze storiche e sociali) in quanto chi la pone in essere lo fa, appunto, contro sé stesso, contro il proprio humus etnico ed ambientale.

Il razzista “endogeno”, inoltre, sarà persuaso di aver compiuto un gesto di elevata qualità civica e civile, screditando il proprio elemento comunitario in quel momento visto come contrapposto ad una categoria solitamente colpita dalla discriminazione.

Questo, renderà la sua correzione ancora più complessa e disagevole.

Adel Smith: come un razzista e intollerante divenne un campione delle libertà laiche.Astuzie e scorretteze del circo-circuito mediatico

Muore Adel Smith, lottò contro crocifisso in luoghi pubblici – La Repubblica

Morto Adel Smith, lottò contro i crocifissi nei luoghi pubblici – Il Secolo XIX

Islam: è morto all’Aquila Adel Smith lottò contro crocifissi nelle scuole – Il Messaggero

È morto ieri a 54 anni Adel Smith, famoso per campagne e presenze televisive
contro crocifissi e simboli sacri nei luoghi pubblici italiani -Il Post

Morto Adel Smith, il «nemico» del crocifisso nei luoghi pubblici – Il Corrirere della Sera

Questi, i titoli utilizzati da alcune delle maggiori testate giornalistiche italiane per i loro pezzi sulla morte di Adel Emiliano Smith, il teologo musulmano deceduto due giorni fa pressso l’ospedale San Salvatore dell’Aquila a causa di un male incurabile.

Potremo notare come i titoli opzionati suggeriscano l’immagine di un laico, impegnato, al pari di tanti altri, in una campagna di “secolarizazione” della società, secondo il modello delle più evolute democrazie occidentali.

Attuando un’operazione di scavo più apoprofondita sulla vita e l’opera di Smith, potremo tuttavia renderci contro di quanto le cose non stiano e non stessero esattamente in questo modo; il presidente dell’ Unione musulmani d’Italia lottò, si, contro l’ostensione della croce nei luoghi pubblici (prevista dalla nostra legge soltanto nelle scuole elementari, medie e nei tribunali) ma lo fece ben lontano dalle traiettorie del rispetto e del buongusto, gettando, tra le tante, il crocifsso da un ospedale e definendo il Nazareno “un morticino”.

In questo modo, Smith non soltanto ferì la sensibilità di milioni di fedeli (italiani e non italiani), ma adottò un comportamento di tipo colonialistico; essendo egli un egiziano, la pretesa di rivoluzionare, alterare e defenestrare (in ogni senso) le tradizioni di una comunità ospitante si inseriva infatti in un’ottica di dominio, nel caso di specie dell’elemento islamico su quello cristiano e italiano (il Cristianesimo è la religione più diffusa nel nostro Paese).

La stampa, quindi, ha scelto di alterare il fatto, a scopo ideologico, utilizzando una serie di astuzie che, in ultima analisi, fanno un torto alla deontologia professionale ed al lettore.

Finali diversi…

Mi piace pensare ad un finale diverso, ad una ucronia forse ingenua ma che, tuttavia, riesce a farmi stare meglio; il boia ritrova la sua umanità, vede in James Foley un ragazzo, come lui, che giocava negli anni ’80, proprio come lui, magari con il Commodore e l’Atari. Spezza allora le sue catene e lo regala alla libertà. James lo ringrazia, gli tocca le spalle e va via, scoprendo quel sole e quel cielo nuovi, prende il primo telefono e chiama i suoi cari. Le voci si incontrano, dando forma ai sogni. La sua vita è ancora lì, insieme alla sua testa, insieme alla sua speranza nell’altro. Scrive, poi, di quell’esperienza, e lo fa senza odio. Io leggo di lui, che ce l’ha fatta, e imparo qualcosa in più, su quel Paese lontano e sulle sue ferite. Purtroppo, però, è andata in modo diverso. Ciao, amico..da un ragazzo come te, che giocava con il Commodore e l’Atari, proprio come te.

Politici e costi della politica.Andando controcorrente

Un considerazione forse impopolare, quasi certamente sgradita, ad ogni modo sincera e consapevole; entrando a contatto, per motivi professionali e personali, con chi fa politica, ho avuto modo di rivedere alcuni dei pregiudizi che avevo coltivato, al pari di molti, sulla categoria.

Se svolto con senso del dovere, e soprattutto a certi livelli, si tratta infatti di un esercizio difficile e, si, anche usurante, sul piano intellettivo, psicologico e fisico (considerata anche la mole di responsabilità che un ruolo pubblico comporta).

Da ridimensionare , senza dubbio, il sistema di finanziamenti che nutre gli apparati della gestione collettiva, ma senza offrire punti di entrata al demagogismo ventrale, ottuso ed ottundente. Sarà dunque opportuna una retribuzione adeguata al compito ed alla funzione.

Dal Vietnam a Grenada fino al martirio di James Foley: come nacque il giornalismo “embedded” e perché a volte è necessario.

Forte ai suoi inizi di un consenso diffuso e trasversale, la guerra in Vietnam si trasformò ben presto nella spina nel fianco per gli Stai Uniti, sempre più incalzati dalle proteste e dalle critiche e costretti infine alla ritirata ed alla sconfitta, nel 1975, sotto Gerald Ford.

Complice della progressiva ostilità da parte della pubblica opinione al conflitto, il ruolo dei media, che per la prima volta nella storia portarono “a casa” la guerra, tramite la televisione. Le immagini dei giovani americani uccisi e mutilati, convinsero l’americano medio a dire basta alla campagna militare nata con l’incidente del Tonchino.

Ancora “scottati” da quell’esperienza, le autorità decisero di coprire con la censura l’informazione sullo sbarco di Grenada (1983), ma la scelta si rivelò un errore clamoroso, dal punto di vista politico e comunicativo. Nel tentativo di evitare le polemiche, infatti, l’amministrazione Reagan le attirò, insieme all’accusa di voler ostacolare la libera circolazione delle informazioni e, con essa, la democrazia.

Lo scivolone indusse allora Washington ad un cambio di rotta, che si concretizzò nell’adozione di una “terza via” nel rapporto con i media; né la libertà concessa in Vietnam ma nemmeno la censura adottata per Grenada. Il piano, elaborato dalla “Sidle Commission” (1984), una commissione composta dai vertici militari di allora, era quello, come ebbe a dire il senatore William Fullbright, di una “militarizzazione” della stampa. In buona sostanza, si decise di “ospitare” i giornalisti tra la truppa, consentendo loro di riprendere, fotografare e raccontare, ma, di fatto, sottoponendoli ad un controllo, continuo e costante.

Nasceva così la figura del cronista “embedded ” “(dall’inglese “incastonare”). Incastonato, in questo caso, tra l’esercito e le autorità.

Il giornalismo “embedded ” è spesso avversato da chi ritiene costituisca una forma di asservimento all’establishment, perché privo di una capacità di movimento autonoma e dipendente dalle fonti politico-militari e dalla loro protezione; se, da un lato, l’osservazione può trovare accoglimento, è pur vero che vicende tragiche come quella di James Foley dimostrano tutta l’impossibilità di svolgere la professione di Tucidide in modo sicuro e consapevole. Un consorzio progredito, sul piano civile e culturale, non dovrebbe infatti permettere a chi fa informazione di andare incontro al pericolo ed alla morte, lasciandolo senza forme di tutela e salvaguardia. La vita ha la precedenza su qualsiasi scoop, anteprima o fotografia.

Morte al Vaticano ma viva gli Imām

Perché la sinistra femminista, laica ed inclusiva giustifica l’oppressione del radicalismo islamico ai danni di omosessuali, donne, minoranze.

Le ragioni di un abbaglio.

E’ spesso motivo di incredulità e stupore una certa schizofrenia manifestata dai settori più radicali della sinistra italiana (ma anche straniera) tradizionalmente attenta e sensibile alle politiche di genere ed alla cultura dell’inclusione, e poi pronta a legittimare (anche con il silenzio) le declinazioni più aberranti dell’islamismo più fanatico ai danni delle donne, delle minoranze religiose e degli omosessuali.

Le motivazioni alla base di questa incoerenza di primo acchito assurda e indecifrabile, sono tuttavia facilmente rintracciabili e spiegabili analizzando le strategie e il “background” culturale delle piattaforme socialiste, nazionali come internazionali.

Più nel dettaglio, sono due le scelte alla base del loro “appeasement” verso il segmento più oltranzista della comunità arabo-musulmana, una di tipo tattico ed una di tipo storico e culturale.

La prima: l’attuale fase storica sta proponendo il ritorno di un confronto tra una parte del mondo arabo-musulmano e l’Occidente; di conseguenza, la sinistra marxista e antioccidentale (perché anticapitalista) sarà indotta a vedere nell’Islam radicale e nei suoi terreni di coltura l’ alleato in una battaglia comune.

La seconda: molti dei paesi afro-arabo-asiatico-musulmani sono stati e sono vittime della colonizzazione e della neocolonizzazione occidentale; la sinistra marxista, formalmente solidarista, ed antimperialsta, sarà quindi indotta ad interpretare la violenza sviluppata da e in quelle realtà come il prodotto dello sfruttamento e delle politiche aggressive dei paesi più avanzati (in quest’ottica culturale terzomondista andranno inquadrate anche le dichiarazioni di Alessando Di Battista sull’ ISIS-ISIL).

Ecco, dunque, perché individui pronti a battersi per le “quote rosa” e ad accusare la società italiana di maschilismo per la mancanza di sale-poppata per le deputate a Montecitorio, sono poi pronti a giustificare pratiche ripugnanti quali l’infibulazione o l’imposizione del burqa o, ancora, il matrimonio per le giovanissime.

Ecco, dunque, perché individui pronti a raccogliere firme per l’abolizione dell’ergastolo o ad indignarsi per una manganellata di troppo di un poliziotto, sono poi pronti a giustificare il taglio della mano ai ladri o l’impiccagione in Iran.

Ecco, dunque, perché individui pronti a scagliarsi contro l’omofobia sono i primi a giustificare le persecuzioni ai danni degli omosessuali nei paesi dell’Islam radicale.

Ecco, dunque, perché individui pronti ad inveire contro l’esposizione di un crocifisso nel gabbiotto della portineria di un ufficio pubblico, sono poi pronti a giustificare l’islamizzazione di società laiche (casi iraniano ed afghano).

Al di là di ogni scontata censura e condanna dell’oppressione clericale e reazionaria in nome della fede, gioverà ricordare come le teocrazie e le ierocrazie islamiche non abbiano comunque mai espulso il capitalismo dal loro sistema economico e gestionale (mantenendo anzi, in alcuni casi, un sistema fortemente liberista) o le logiche di tipo imperialistico e militarista dalle loro scelte in politica estera (si vedano le guerre di aggressione decise in più di un’occasione dalle loro leadership).

La sinistra più ortodossa muove e muoverà quindi le proprie scelte da una percezione distorta e pregiudiziale della geopolitca, dell’Europa, degli USA e degli stessi paesi della Mezzaluna

Potenza e fragilità di una menzogna-Jesse Owens: l’ “incubo nero” di Roosevelt e non di Hitler.

Come segnalato in un precedente intervento, sono necessarie tre (3) caratteristiche, fondamentali e sinergiche, affinché un concetto si sviluppi, prenda forza e si imponga tra le masse: l’ “affermazione”, la “ripetizione” ed il “prestigio”.

1. Affermazione: la fase in cui il concetto vede la luce, il suo atomo primo.

2. Ripetizione: il concetto viene ripreso e ripetuto.

3. Prestigio: si tratta della fase più importante. Se, infatti, tra i diffusori del concetto ci sono elementi che godano di prestigio pubblico e/o lo stesso concetto si richiama ad elementi ed idee portatori di prestigio, la sua diffusione sarà più semplice, rapida ed efficace.

La somma di questi tre fattori porterà al “contagio”; il concetto diventa massivo e si impone trovando accettazione ed accoglienza.

La memorialistica e la storiografia hanno consegnato al lettore ed alla pubblica opinione l’immagine di Hitler che rifiuta di stringere la mano al leggendario runner afro-americano James Cleveland “Jesse” Owens , medagliato ali Giochi Olimpici berlinesi del 1936, volendo quindi rimarcare, mediante un frame ad elevatissimo impatto emotivo ed immaginifico, il razzismo del dittatore tedesco.

Si tratta, ad ogni modo, di una falsificazione storica, “debunkizzata” dallo stesso Owen, nella sua autobiografia:

“Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto. E ancora: “Hitler non mi snobbò affatto, fu piuttosto Franklin Delano Roosevelt che evitò di incontrami. Il presidente non mi inviò nemmeno un telegramma”.

Simili manomissioni risulteranno, in ultima analisi, pericolose per la stessa causa che il propagandista vuole sostenere e rilanciare (in questo caso, l’antirazzismo), danneggiandone la credibilità e offrendo punti di entrata al propagandismo di senso opposto.

Gerusalemme o Tel Aviv?Le ragioni di un “equivoco”

Sebbene la capitale “storica” dello Stato di Israele sia Gerusalemme (fondata dal popolo ebraico tra il 2400 e il 2250 a.c ), i media indicano in prevalenza Tel Aviv come riferimento del Paese.

Si tratta di una scelta comprensibilmente sgradita a quella fetta di pubblica opinione vicina ad Israele, che tuttavia trova una spiegazione di tipo politico, diplomatico e “pratico” nel fatto che la città sia oggetto di contesa con l’elemento palestinese e (anche) da esso rivendicata come capitale.

La comunità internazionale, inoltre, non riconosce la presenza israeliana nel settore Est di Gerusalemme (a maggioranza araba) non riconoscendo, di conseguenza, il suo status di capitale del Paese.

Per questo, e per l’ubicazione della stragrande maggioranza delle ambasciate straniere nel suo territorio, Tel Aviv (letteralmente “collina della primavera”) viene citata come massimo centro israeliano. Nda: il settore Est di Gerusalemme venne occupato dal Tzahal con la Guerra dei Sei Giorni, determinata dal blocco egiziano del porto israeliano di Eilat, sul Mar Rosso.

Come gli europei annientarono la Cina guadagnando il dominio del mondo.La “superiorità” dell’ingegno occidentale, al di là del luogo comune.

Un settore dell’intellighenzia occidentale, storicamente sensibile nei confronti della cultura asiatica, ama mettere l’accento sulla presunta paternità cinese della polvere da sparo e delle armi da fuoco, volendo così assegnare all’Impero Celeste un primato di indubbia valenza ed importanza sotto il profilo tecnico e scientifico. In questo modo si cerca di suggerire e sottintendere una superiorità dell’ingegno orientale su quello europeo.

Converrà a questo proposito segnalare e ricordare che se la storiografia è ancora incerta sull’attribuzione dell’invenzione delle armi da fuoco e della povere pirica, sono invece ampiamente documentati e documentabili il ritardo e l’ottusità del Celeste Impero in materia di armamenti, nello scontro con l’Occidente.

Se infatti gli Europei accumularono a partire dal XV secolo un vantaggio sempre più consistente e decisivo sulle altre civiltà, e questo in virtù delle loro migliorie in campo navale (velieri e galeoni), prima, e sull’utilizzo ed il perfezionamento del cannone, poi, i cinesi rimasero invece sempre indietro per quanto riguarda sia le forze di terra che quelle di mare, e questo per il loro rifiuto di adeguarsi all’impiego dei cannoni, decisivi nelle battaglie campali come tra i flutti.

Convinta della propria superiorità, l’orgogliosa cultura imperiale rifiutava l’assimilazione di modelli provenienti dall’Ovest, preferendo la sconfitta a quella che avrebbe percepito come un’autodegradazione.

Scriveva, sul tema, il missionario francese in Cina Louis le Comte (1655–1728): “I mandarini non potevano persuadersi a far uso di nuovi strumenti e ad abbandonare i loro ormai vecchi, a meno che venisse un ordine specifico dall’imperatore diretto a tal fine. Preferiscono il più scadente dei pezzi di antiquariato al più perfetto oggetto moderno, differendo in ciò da noi europei che non amiamo altro che la novità”.

A ciò si dovrà aggiungere la peculiare riottosità delle classi dirigenti cinesi alle innovazioni.

Nell’immagine: un galeone portoghese. Quando il navigatore lusitano Fernao Peres sbarcò a Canton, dette ordine di sparare alcune salve di cannone per salutare la città. La potenza delle armi portoghesi fu tale da gettare nel panico l’intera popolazione locale. Scrisse sull’ episodio il mandarino Wwang-Hong: “I Fo-lang-ki* sono estremamente pericolosi a causa della loro artiglieria e delle lor navi. Nessuna arma costruita dall’antichità storica in poi può competere con i loro cannoni”.

*Fo-lang-ki era il termine cinese che indicava gli europei.

Appunti di storia:Quando Ronald Reagan giocò a Guerre Stellari.

Il sistema antimissile “Strategic Defense Initiative” (SDI), ribattezzato “Guerre Stellari”, fu concepito da Ronald Reagan all’inizio degli anni ’80.

Finalità del progetto, quella di rendere inoffensivo e superato l’arsenale nucleare e termonucleare sovietico, intercettando gli ICBM di Mosca e mettendo così al riparo gli USA e l’intero Occidente dal rischio di “mutua distruzione assicurata” (Mutual Assured Destruction-MAD).

Sebbene lo SDI non sia mai diventato realtà, è opinione di non pochi osservatori che esso sia stata una delle cause del crollo sovietico; secondo la tesi, nel tentativo di tenere il passo di Washington, Mosca avrebbe dato il via alla dispendiosa rincorsa agli armamenti che vibrò l’ultimo colpo alla sua già fragile economia.

Lo SDI avrebbe infatti spostato in modo decisivo ed irreversibile gli equilibri militari in favore del blocco occidentale.