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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

“Il Giornale”, la destra italiana e Il perché di quel Mein Kampf: l’eterna immatura

La provocazione de “Il Giornale” (maldestramente mascherata con un’ altra provocazione, ossia voler far credere che l’inserto serva a educare il lettore sul male costituito dal Nazismo) dimostra , ancora una volta, tutta l’immaturità politica di una certa destra, purtroppo maggioritaria in Italia, incapace di amalgamarsi con le logiche della cultura liberale superando lo scoglio ideologico del Ventennio fascista.

Un segnale anche per quel movimento d’opinione filo-israeliano, convinto dell’amicizia delle destre di casa nostra verso Tel Aviv; l’antisemitismo cosiddetto “storico” è infatti, in Occidente, opera del Cristianesimo e delle stesse destre (marginale quello socialista), e la scelta filo-israeliana del conservatorismo italiano risponde unicamente a logiche, transitorie, di natura strategico-politica come l’atlantismo (eroso tuttavia dopo l’elezione di Barack Obama) e a fenomeni quali la sterzata arabista delle sinistre, dopo la svolta sovietica degli anni ’50 del secolo XX. Al contrario, il palestinismo delle sinistre marxiste e post-marxiste non andrà ricondotto a pregiudizi di tipo antisemitico bensì all’eredità storica dell’indirizzo sovietico e ad un trasferimento del concetto di lotta di classe verso uno scenario che vede un Paese occidentale del Primo Mondo opposto ad una nazione del Terzo.

Perché il vero orrore è il diario di Höss e non il “Mein Kampf”

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Benché il “Mein Kampf” di Adolf Hitler e il “Mito del XX Secolo” di Alfred Rosenberg siano i manifesti della dottrina nazionalsocialista, è “Comandante ad Auschwitz”, di Rudolf Höss*, a concentrare ed esprimere in modo nitido ed inequivocabile l’anima ideologia, sociale e culturale della croce uncinata e del suo periodo storico.

Secondo Primo Levi, Höss non “era fatto di una sostanza diversa da quella di un borghese di qualsiasi altro Paese”, un personaggio che, se nato e cresciuto in una fase storica diversa, “sarebbe diventato un grigio funzionario qualunque, ligio alla disciplina ed amante dell’ordine; tutt’al più un carrierista con ambizioni moderate”. Un uomo “comune”, quindi, un “travet” ben lontano dalla leggenda nera e pericolosamente affascinante di un Mengele, privo dei tratti “satanici” di un Himmler o dell’ambiguo intellettualismo di uno Speer, e perciò ancor più letale e pericoloso.

Egli è un automa, un esecutore, fedele all’autorità e all’ideologia che lo ha strappato alle umiliazioni weimariane, sprovvisto di una ratio umana. Nelle pagine del suo diario, il campo diventa una sorta di fabbrica e i morti il prodotto finale. Non un’emozione, non un cedimento vengono consegnati dalla penna di Höss, nemmeno odio per i nemici o gli internati.

Ancora, dopo aver sperimentato con successo l’impiego del famigerato Cyclon B, il veleno usato contro i topi e le cimici (soluzione concepita per risparmiare ai soldati lo stress delle esecuzioni), Höss dirà di aver provato “un grande conforto”. Il grande conforto per aver trovato la soluzione migliore per assassinare milioni di innocenti. Come scrisse sempre Primo Levi, a quel punto “la sua massima aspirazione è raggiunta, la sua professionalità è dimostrata, e lui il miglior tecnico della strage”.

Per questo motivo, ben più delle opere hitleriane o rosenbergiane, intrise di rutilanti e sconnesse percussioni ideologiche, è il documento di Höss, questa sorta di libro mastro dell’orrore, a condensare e spiegare il grande male de XX secolo.

 

*arrestato dopo la fine della guerra, Höss venne processato dalle autorità polacche ed impiccato nel suo stesso campo nel 1947. La medesima sorte toccò un anno prima ad Amon Göth, ex comandante del campo di Kraków-Płaszów.

 

L’importanza del 24 Maggio e le insidie del revisionismo ideologico-politico

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Per il nostro Paese,la partecipazione al primo conflitto mondiale non fu dettata, come nel caso delle altre grandi potenze (dell’Alleanza come dell’Intesa) da velleità di tipo proiettivo, ma dall’esigenza di ultimare l’unificazione dello Stato entro i suoi confini storici e geografici, dopo oltre un millennio (per questo motivo, il ’15-18 è noto da noi anche come IV Guerra di Indipendenza Italiana).

Ancora, la vittoria italiana su Vienna contribuì alla liberazione di quei popoli, dall’Est Europa ai Balcani, assoggettati all’Impero Austro-Ungarico, ormai un pachiderma cristallizzato a metodologie ottocentesche, superate dal tempo.

Evidenze spesso assenti o marginali nelle valutazioni di quel movimento d’opinione pacifista e critico verso la scelta dell’allora Regno d’Italia di entrare in guerra; sebbene mossi da intenti comprensibili e lodevoli, costoro finiscono involontariamente con il rafforzare quel progetto, voluto e delineato dalle compagini secessioniste (leghe, veteroborbonici, veteroasburgici, ecc), mirante all’indebolimento e all’impoverimento della nostra cultura patria , unitaria e risorgimentale, tramite una prassi revisionistica di natura ideologica e, per questo, disancorata dagli imperativi del vaglio razionale proprio delle scienze storiche.

 

Il falso mito del tradimento

Altro falso mito, il presunto tradimento italiano. Fu invece Vienna a tradire le clausole dell’Alleanza (che era di carattere difensivo) aggredendo la Serbia, tra l’altro senza avvisarci. La Germania affondò invece una nave civile italiana, il piroscafo “Ancona”, quando ancora non erano aperte le ostilità con Roma. Dopo l’affondamento dell’ “Ancona”, la marina tedesca attaccò anche le scialuppe dei superstiti.

Enrico Berlinguer: quel mito sopravalutato che fa male alla sinistra

 

Onesto quanto e non più di altri, non compiutamente marxista (e per questo inviso a Mosca come agli ortodossi di casa nostra) né compiutamente socialdemocratico, vincente solo da morto, Enrico Berlinguer è oggi una figura iconizzata ben al di là dei suoi reali meriti storici. Quello che forse è da considerarsi il suo contributo più significativo, la “Terza Via”, mostrò invece tutto il suo velleitarismo naufragando nell’applicazione pratica degli indirizzi gorbacioviani, incapaci di delineare un percorso che coniugasse l’Ottobre e i valori della cultura democratica.

Una certa “laudatio temporis acti” (tanto presente nella cultura italiana), il suo ruolo di ultimo grande leader del PCI, un’umanità senza dubbio più empatica rispetto ai suoi predecessori e l’assenza di una guida altrettanto carismatica a sinistra, hanno contribuito ad un’agiografizzazione del personaggio che, come detto, non trova riscontro nell’elemento storico e fattuale.

Ben più significativa e dirompente, nel bagaglio esperienziale della sinistra e della politica nazionale, l’impronta di un Pietro Nenni.

Quelle bufale che fanno bene al regime nordcoreano

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Nel tentativo di screditare Kim Jong-un ed il regime Juche, gli influencer occidentali e sudcoreani hanno elaborato una strategia basata su un ampio ricorso all’alterazione del fatto ed alla menzogna.

Incapsulata in “bufale” tanto grottesche quanto improbabili e, dunque, smentibili (il dittatore si nutrirebbe di ragni, ucciderebbe la gente a cannonate, ecc), questa scelta propagandistica si sta tuttavia e per questo rivelando un boomerang, portando all’affermazione del dubbio anche in presenza di notizie vere e provate sulle violazioni compiute dal regime di Pyongyang e rafforzando quel (diffuso) movimento d’opinione che vuole l’Occidente ipocrita e manipolatore.

Le Unioni Civili e la strategia del gambero pentastellata

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La motivazione addotta dal M5S per giustificare la scelta astensionista nel voto sulle Unioni Civili (il dispositivo non sarebbe abbastanza completo) non potrà che apparire vuota e velleitaria se si pensa che lo scorso febbraio fu proprio il Movimento a far mancare all’ultimo secondo l’ossigeno al DDL Cirinnà nella sua versione più ampia e matura.

La decisione andrà invece ricondotta a quella strategia di avvicinamento al blocco conservatore che Grillo ha manifestato in modo inequivocabile attraverso l’alleanza europea con l’UIK e che continua a ribadire e confermare con le sue esternazioni pubbliche (si veda l’ultimo tackle su Sadiq Khan).

Alla caccia di quello spazio lasciato vuoto dal berlsuconismo, l’ex comico sapeva e sa bene di non poter apparire credibile portando in eredità una legge che avvantaggia la comunità LGBT, specialmente nell’imminenza di un appuntamento fondamentale come le lezioni romane.

D’altro canto, un “no” netto, secco e ideologico alla Cirinnà ed alle politiche egualitarie in senso più ampio, avrebbe come conseguenza un’emorragia a sinistra potenzialmente fatale. Da qui, la sterzata verso una motivazione ufficiale come quella data.

Perché ha ragione Bergoglio

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Con le sue dichiarazioni (concettualmente chiare ed inequivocabili), il Pontefice non intendeva condannare gli amanti degli animali o la cultura animalista ma soltanto l’incoerenza di chi dedica le proprie energie affettive solo ed esclusivamente agli animali, dimenticando il suo prossimo.

Un male comune del nostro tempo, motivato da un’incapacità di relazionarsi con l’Altro e da un approccio disfunzionale alle dinamiche sociali.

 

P.s: Chi scrive conosce persone profondamente razziste ed omofobe che postano ogni giorno link animalisti. Per costoro è molto più agevole relazionarsi con chi offre amore in modo incondizionato, senza porre domande o creare il dubbio.

Bush vs Trump: la politica americana e il falso mito della solidarietà di partito

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La decisione della famiglia Bush e del repubblicano Paul Ryan di non appoggiare Donald Trump a novembre, sfata un mito tra i più resistenti e diffusi sulla politica americana, ovvero il “rolly round the flag”, nell’Elefantino e nell’Asinello, dopo le primarie. Come nel 1964 con Barry Goldwater e nel 1980 con Jimmy Carter, infatti, non sempre la fazione sconfitta e i suoi elettori si lasciano alle spalle incomprensioni e divergenze per appoggiare il candidato del loro partito.

Nel caso di Goldwater, repubblicano, fu il timore di un pericoloso deterioramento dei rapporti con l’URSS a spaventare l’elettorato conservatore, mentre la politica carteriana venne giudicata in modo negativo nel suo insieme, sia dagli avversari del Presidente che dai democratici.

l golpe cileno: la prima crepa nella détente

Negli anni ’70 del secolo scorso, la politica estera sovietica conobbe una fase di inedito dinamismo. Forte del raggiungimento della parità strategica con gli USA (ottenuta grazie ad una politica di basso profilo nella seconda metà degli anni ’60, che rinnegava il precedente avventurismo kruscioviano ) ed approfittando del momento di crisi vissuto da Washington e dall’Occidente, Mosca si lanciò infatti in una serie di imprese militari al di là dei rigidi perimetri jaltiani, dal Corno d’Africa all’Asia.

Questa nuova postura del Kremlino aveva tra i suoi cardini anche l’installazione di basi militari e logistiche in Paesi amici ma non appartenenti al Patto di Varsavia; benché i sovietici negassero ufficialmente, e per motivi ideologici, l’esistenza di queste strutture, potevano infatti contare su avamposti in Algeria, Angola, Egitto (fino alla svolta filo-americana di Sadat), Etiopia, Iraq, Guinea, Somalia (fino alla svolta filo-americana di Siad Barre), Yemen del Sud, Siria e Vietnam.

Anche grazie a queste basi, Mosca riuscì a proiettare la sua forza ad ogni latitudine, in modo da fornire aiuto e sostegno alle compagini rivoluzionarie di ispirazione marxista, nel Terzo Mondo e in MO, ed aumentando la sua influenza ed il suo prestigio nello scacchiere internazionale, proprio quando gli avversari sembravano destinati ad uscire sconfitti dalla Guerra Fredda.

A spingere la dirigenza sovietica a questa scelta strategica contribuì in modo decisivo il golpe cileno, al quale Mosca non fu in grado di far fronte in nessun modo proprio a causa della mancanza di qualsiasi testa di ponte nell’area.

Il falso mito del Craxi “sovranista”. Dalla CMC agli euromissili: le carte americane.

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Travolta dall’indignazione popolare e mediatica negli anni ’90, la figura di Bettino Craxi sta godendo, negli ultimi tempi, di una rilettura del tutto nuova, non di rado troppo generosa e vicina all’agiografia, ideologica e distante dalla razionalità del vaglio scientifico quanto la precedente.

Uno dei capisaldi di questa nuova panoramica vuole il leader del Garofano emblema di un coriaceo sovranismo, soprattutto rispetto agli USA, sulla scorta dei fatti di Sigonella, anch’essi filtrati, tuttavia, da un’ottica partigiana e frettolosa, in cui il nazionalismo più grossolano diventa il focus dell’analisi interpretativa*.

A tale riguardo sarà necessario ricordare come durante la Crisi dei missili di Cuba del 1962** gli USA scelsero proprio Craxi come testa di ponte per favorire ed ultimare il passaggio (già iniziato da Pietro Nenni dopo i fatti di Budapest) del PSI dalle tradizionali posizioni anti-atlantiche ad una definitiva collocazione vicina alla DC, agli USA ed alla NATO, in modo da cementare l’asse democratico e filo-occidentale in Italia con l’innesto di Via del Corso, dopo la fine dell’epoca del “centrismo”.

In particolare, George Lister, funzionario del Dipartimento di Stato americano, in un documento indirizzato al consigliere della Casa Bianca Arthur Schlesinger presentò Craxi come un esempio “per mostrare che i socialisti sono malleabili” e “suscettibili di pressione”, un “autonomista vicino a Bensi all’estrema desta del PSI”. Ancora nel documento, Lister si sofferma sull’incontro con il futuro leader socialista: “Abbiamo speso un bel po’ di tempo insieme e ho colto l’occasione per criticare la posizione autonomista in politica estera, specialmente su Cuba. Ho sottolineato che il neutralismo non era buono abbastanza. [ ..] Craxi ha risolutamente difeso la linea ufficiale degli autonomisti, su Cuba e in generale. Tuttavia, il giorno dopo mi ha detto di aver appena parlato al telefono con i socialisti di Milano e di di aver colto l’occasione per criticare la posizione del PSI su Cuba. Pochi minuti dopo, Craxi mi ha suggerito che forse era possibile arrivare a un accordo tra noi e i socialisti, in cui questi seguirebbero la politica di solidarietà con l’Occidente e noi cercheremo di portare un governo democratico in Spagna. [ ..] Dopo che l’incontro fu finito, Craxi era piuttosto riflessivo e mi ha fatto notare di aver imparato molto. Ha spontaneamente affermato che avrebbe visto Nenni al suo ritorno i Italia e gli avrebbe detto alcune cose che aveva imparato e fornito un po’ del materiale che aveva ricevuto”.

Pochi mesi dopo, il PSI avrebbe fatto il suo primo ingresso in un governo a guida democristiana (Governo Moro I).

Un Craxi dunque ben diverso dal fiero sovranista anti-americano ed anti-atlantico presentato da alcuni segmenti della pubblicistica storiografica italiana e da un a certa vulgata, e che avrebbe proseguito nella sua linea di aderenza ai principi atlantici con l’assenso all’installazione sul nostro territorio , nel 1979 e nel 1983, dei missili americani Cruise (gli “euromissili”) puntati contro l’URSS , scelta che esponeva il nostro Paese ad una rappresaglia termonucleare del Patto di Varsavia in caso di scontro armato tra i due blocchi.

Benché gli anni di Craxi a Palazzo Chigi abbiano senza dubbio visto il ritorno, dopo il pantano degli anni ’70, ad un certo dinamismo del nostro Paese sullo scacchiere internazionale e a quel terzomondismo-arabismo strategico che ebbe negli anni ’60 (con Fanfani e Mattei) forse la sua più alta espressione, il dato storico dimostra ad ogni modo tutta l’inconsistenza e il velleitarismo di quella ricostruzione volta a rappresentare l’ex delfino di Nenni come baluardo di un autonomismo che , in ogni caso, i rigidi perimetri jaltiani avrebbero negato a Roma, soprattutto nell’era del confronto bipolare.

*Craxi lasciò andare il commando terroristico. Da qui, e non dalla decisione di affermare la giurisdizione italiana, la frattura con Washington.

** La CMC fu il banco di prova per il PSI, grazie al quale Washington fugò gli ultimi dubbi (insuperabili fino all’ottennato di Eisenhower ma venuti meno nell’era Kennedy), in merito alla fedeltà del PSI al blocco occidentale e alla fattibilità di una sua partecipazione ad un governo di larghe intese con i centristi, secondo un modello che gli USA volevano esportare anche agli altri grandi Paesi europei così da contenere le forze comuniste.