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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

L’Ucraina oltre la realpolitik

Al netto di ogni riflessione su Zelens’kyj e la sua amministrazione e sull’esigenza di trovare un equilibrio con Mosca (oggi e domani) in base alle logiche della realpolitik, non si dovrà dimenticare un punto di principio, fondamentale: l’Ucraina è uno Stato indipendente e sovrano e come tale ha il diritto di scegliere da chi farsi governare e come e di scegliere i partner e le alleanze che vuole e considera necessari.

Uno Stato estero, un Attore esterno, non ha invece alcun diritto di imporle l’agenda o di interferirvi, a meno che non si verifichino condizioni eccezionali e particolari, meno che mai sulla scorta di un semplice sospetto o di pulsioni proiettive.

L’altra insidia per Kiev

Il prosieguo della crisi ucraino-russa porterà con sé ripercussioni non trascurabili sul nostro tenore di vita, sulla nostra capacità di approvvigionamento energetico, di materie prime e beni alimentari (in parte sta già accadendo). Insieme ad un inevitabile e fisiologico allentamento della tensione emotiva e dell’attenzione, questo potrebbe erodere pesantemente il consenso di cui Zelens’kyj e Kiev godono presso l’opinione pubblica occidentale.

Ucraina – Stanford 1990: la lezione inascoltata del Prof. Gorbačëv

Gli errori dell’Occidente con la Russia dopo il 1992 e l’assenza di una visione razionale: una lezione per il futuro

Il 4 giugno del 1990, Michail Gorbačëv pronunciò un memorabile discorso davanti agli studenti e ai professori della Stanford University. Nell’intervento, l’allora primo ministro sovietico dichiarò conclusa la Guerra Fredda*, aggiungendo: “E non mettiamoci a discutere su chi l’abbia vinta”.

Non erano casuali, quelle parole, né lo era il loro utilizzo; Gorbačëv voleva infatti mettere in guarda gli americani dalla pericolosa seduzione di una “wishful thinking” , ovvero considerare vinto il cinquantennale confronto e messo all’angolo l’ex avversario. Un avvertimento caduto nel vuoto, quello del padre della “perestrojka”, dal momento in cui gli USA e i loro alleati scelsero (a cominciare dal 1992 e principalmente con Bill Clinton e George Bush jr) una politica sempre più unilateralista e di “potenza” di stampo ottocentesco, abbandonando i principi dell’ “equal footing” e del “predictability” che avevano regolato i rapporti con Mosca dal 1942** e cercando così la marginalizzazione (e, de facto, l’umiliazione) del gigante dell’Est. L’allargamento della NATO ai paesi dell’ex Patto di Varsavia (percepito dai russi come una grave minaccia alla loro sicurezza nazionale) nonostante le promesse e l’intervento privo del placet ONU in Serbia, nonché quello in Iraq sulla base di motivazioni rivelatesi artificiose, sono il risultato di questo nuovo “concept” atlantico, diverso dal “new democratic order” di impronta rooseveltiana e dal “new thinking” liberale ed inclusivo tra Gorbačëv e il primo dei Bush.

Da qui, l’inevitabile ritorno ad un clima di sospetto e paura nei confronti di Washington da parte dei russi ed alle antiche pulsioni revansciste e scioviniste, su cui la disastrosa congiuntura economico-sociale pre-putiniana ha giocato un ruolo propulsivo di importanza fondamentale.

Leggendo le considerazioni sull’argomento di Dinesh Joseph D’Souza , ex consulente per la comunicazione di Ronald Reagan e convinto repubblicano, potremo notare e verificare la totale mancanza di realismo di una fetta del movimento d’opinione statunitense (e occidentale) e delle istituzioni del Paese sui rapporti con la Russia e su quella fase storica: ”Per la terza volta nel XX secolo, gli USA hanno combattuto e vinto una guerra mondiale. Nella Guerra Fredda, Reagan è stato il nostro Churchill: è stata la sua visione e la sua leadership a condurci alla vittoria”. Il presuntuoso manifesto di una vera e propria “pax americana”, dunque, un’illusione tanto anacronistica quanto pericolosa, destinata a riesumare i fantasmi dei Versailles.

Anche, e lo si è accennato, le politiche predatorie portate avanti ai danni della Russia da Attori statuali e non-statuali dopo il crollo del comunismo rientrano nel calderone di questi errori, gravi, di cui oggi paghiamo le conseguenze. La fragile Russia post-comunista andava, insomma e per concludere, aiutata e seguita, più e meglio, non trattata come un partner minore o un mercatino dell’usato. L’auspicio è che dopo quest’ultima crisi l’Occidente sviluppi una nuova linea di approccio verso il grande vicino, indipendentemente da chi ne sarà alla guida e indipendentemente dalle valutazioni contingenti sulla disputa ucraina. E’ nell’interesse di tutti.

*la conclusione della Guerra Fredda fu sancita ufficialmente da Boris El’cin e George H. W. Bush nel febbraio del 1992

**i primi contatti tra USA, Regno Unito ed URSS sulla sistemazione post-bellica si ebbero agli inizi del 1942

Ucraina – Perché l’ANPI quella mattina non si è alzato

Se il dialogo e la diplomazia sono e devono rimanere gli strumenti più importanti per risolvere la crisi ucraino-russa ed evitare imprevedibili escalation, l’invio di armi (leggere e difensive) a Kiev è tuttavia una scelta fondamentale e irrinunciabile, sul piano morale come sul piano strategico (indebolire la posizione di Putin a livello negoziale e creare una resistenza che lo scoraggi dal compiere altre aggressioni in futuro).

Ci sono quindi tre ipotesi che possono spiegare l’approccio dell”ANPI:

1) l’associazione ha virato su un pacifismo utopistico, in contrasto con la propria natura ontologica (è un’organizzazione fondata da partigiani combattenti) e la propria storia (più volte ANPI ha sostenuto e appoggiato la resistenza armata dei popoli contro gli invasori esterni e gli oppressori interni)

2) l’associazione è ossificata al vecchio pregiudizio anti-atlantico novecentesco e ad un’immagine novecentesca della Russia (i passaggi sulla condanna dell’espansionismo, comunque discusso e discutibile, della NATO ad Est, potrebbero confermare quest’ultima ipotesi)

3)l’associazione condivide il pregiudizio, diffusissimo tra una certa sinistra, dell’Ucraina post-Maidan come Paese sostanzialmente “fascista” (nei suoi comunicati sono stati fatti riferimenti anche al Battaglione Azov, a Svoboda e al Fronte Destro)

E se ad invadere fossero stati gli USA?

Nota: Putin non ha allertato le forze nucleari, come invece sostenuto dal Presidente nazionale ANPI

L’altra spada di Damocle sull’Ucraina

C’è un’insidia, per l’Ucraina, di cui pochi analisti hanno parlato: il calo di attenzione, e non solo mediatica. Senza una fine rapida a causa del previsto e prevedibile stallo russo, il conflitto potrebbe infatti scivolare via dalle prime pagine e potrebbe venirsi a creare un effetto-assuefazione nell’opinione pubblica internazionale.

Questo concederebbe a Putin maggior liberà di manovra ed un calo della pressione e della tensione nei suoi confronti, sia a livello economico (già adesso paesi come Germania e Olanda e un colosso come la Shell stanno mostrando le prime indecisioni sulle misure sanzionatorie) che a livello politico (un ridimensionamento critico della figura di Zelensky ed una maggiore disponibilità verso le istanze russe da parte dei cittadini “comuni” e delle loro classi dirigenti).

La lezione di Gorbačëv e la fiducia ritrovata: un passo indietro per farne due in avanti

Nel 1987, i socialdemocratici della Germania Ovest (SPD*) e i comunisti della Germania Est (SED**) elaborarono un documento comune in cui si riconosceva agli occidentali la capacità di superare pacificamente le ostilità con il blocco d’oltecortina.

Il passo, epocale, era una conseguenza diretta del nuovo approccio di Michail Gorbačëv alla politica estera.

Conscio del potenziale devastante degli arsenali termonucleari, il padre della perestrojka e della glasnost’ superava infatti la visione marxista-leninista*** del mondo capitalista come “nemico di classe”, aggressivo e pericoloso, riconoscendogli appunto la capacità di saper gestire in modo pacifico la contrapposizione bipolare. Al sospetto, al timore ed allo spionaggio, Gorbačëv cercò quindi un sistema di relazioni basato sulla fiducia e la cooperazione.

*Sozialdemokratische Partei Deutschlands

**Sozialistische Einheitspartei Deutschlands

***Vista l’impossiblità di esportare la rivoluzione, Lenin teorizzò una pragmatica “coesistenza pacifica” ma sempre come forma di lotta di classe, quindi basata sul confronto, seppur non apertamente violento, con il mondo occidentale e capitalista

Le scivolate atomiche di Gramellini

“Ieri al risveglio ho aperto il nostro sito e ho scoperto che avrei potuto non risvegliarmi mai più. Nella notte i russi avevano attaccato una centrale nucleare provocando un incendio. Mentre io, ignaro, navigavo tra i sogni, per due lunghe ore i soldati di Putin avevano impedito ai pompieri ucraini di spegnere le fiamme, cioè di salvare la vita anche a loro. Su cosa ne sarebbe stato di noi preferisco non approfondire, ma le dimensioni della centrale e il suo nome, Zaporizhzhia, con tutte quelle zeta da ultimo giorno dell’umanità, non autorizzano pensieri allegri. Ciò su cui invece vorrei portare l’attenzione è che questa settimana si è registrato uno scatto nel linguaggio: l’Indicibile è diventato dicibile.

Quando si rischiò l’incidente nucleare alla Baia dei Porci avevo pochi mesi di vita, per cui nei miei ricordi di bambino e poi di adulto la minaccia atomica non ha una consistenza reale: è uno spauracchio, un tabù. Si è sempre saputo che c’era, ma si faceva finta che non ci fosse, nell’intima e condivisa certezza che nessuno potesse non dico usare l’arma fine-di-mondo, ma anche solo evocarla. Come una pistola nascosta in un cassetto chiuso a chiave. Adesso qualcuno ha aperto il cassetto e ha messo la pistola sul tavolo. Non l’ha ancora impugnata. Però intanto ne parla e parlandone la fa lentamente penetrare nel novero delle cose possibili. Una delle opzioni sul tappeto, si dice in gergo. Solo che dopo la zeta non c’è più niente, neanche il tappeto.”

Così Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera qualche giorno fa.

Gramellini non sa (o forse non ricorda) che:

1) la minaccia nucleare e della Terza Guerra Mondiale, velata o esplicita, è un “topos” della comunicazione russa, e prima ancora sovietica, da quando Mosca si è dotata delle atomiche (1949 circa). Spesso tradisce debolezza, ma rientra nella prassi di un Paese abituato a politiche anti-democratiche e coercitive. E’ sempre a scopo persuasivo.

1b) la minaccia nucleare fu evocata più volte da Mosca, in modo molto più esplicito di quanto fatto da Vladimir Putin. Ad esempio in occasione della Crisi di Suez (1956), della Crisi sino-sovietica (1969) e della Guerra del Kosovo (1998-1999). Quella “pistola” è stata dunque già tirata fuori dal cassetto.

2) anche gli USA ai tempi dell’amministrazione Trump ipotizzarono l’uso di armi nucleari tattiche a bassa potenza, rivoluzionando in parte la loro dottrina nucleare

Inoltre:

-La centrale nucleare di Zaporižžja non è stata “bombardata”, almeno come lo stanno intendendo alcune fonti. Il blitz, che ha colpito solo un edificio amministrativo a centinaia di metri di distanza dai reattori, è servito ai russi per condizionare gli approvvigionamenti energetici del nemico (prassi strategica) e, forse, per evitare gesti sconsiderati di qualcuno se sconfitto e con le spalle al muro (secondo alcuni analisti occidentali le centrali nucleari ucraine sarebbero per questo più sicure in mano russa).

-Vladimir Putin non ha “messo in allerta” le forze nucleari russe ma ha semplicemente deciso una condizione di approntamento generale diversa dalla routinaria situazione di esercizio. Si tratta, anche in questo caso, di una strategia di pressione (PsyOps), in linea con la tradizione del Kremlino e con questa guerra “ibrida”

Gramellini non è un “uomo della strada” , bensì una firma molto nota e apprezzata. Da personaggi come lui, da “opinion maker” tanto influenti, sarebbe quindi lecito aspettarsi una maggiore professionalità, non in ultimo per le conseguenze che le loro parole possono avere sulle persone, sul pubblico.

Putin l’ “animale”?

Al di là delle opinioni personali su Vladimir Putin, un uomo delle istituzioni non può e non deve insultarlo con epiteti “da bar”, come ad esempio ha fatto Luigi Di Maio (ma non è stato l’unico).

Non solo si tratta di un modo di fare dilettantesco, ma rischia di compromettere canali di comunicazione che vanno preservati e coltivati (innanzitutto negli interessi di Kiev), oggi come domani.

La fermezza è altro.

La “sindrome da accerchiamento”: un problema non solo russo

La “sindrome da accerchiamento”* tra i motivi dell’operazione in Ucraina non è una prerogativa, un vulnus, della sola mentalità russa. Anche nel mondo occidentale, a ben vedere, è presente, e per certi versi più forte e diffusa.

Raccontarsi come perennemente in declino, guardare ad ogni avanzamento dei BRICS come ad un insopportabile e pericolosissimo smacco ed una certa sopravvalutazione della Russia (in realtà surclassata su quasi ogni aspetto), lo dimostrano, e le nostre politiche proiettive (anche oltre il diritto internazionale) ne sono una conseguenza diretta.

Lo stesso allargamento della NATO ad Est, a dispetto delle rassicurazioni fornite nel 1990 a Gorbačëv, rientra in questa “sindrome da accerchiamento” occidentale, sebbene in questo caso sia/fosse in parte giustificata dalla storia russa e dalla presenza di aggressivi revanscismi pure nella Russia eltsiniana.

*Accusata da Mosca da Ovest come da Est. Si tratta di un retaggio delle invasioni e degli attacchi portati dagli Svedesi, dai Cavalieri Teutonici e dai Lituani, prima, e dai Polacchi, dai Francesi e dai Tedeschi poi (ad Ovest) e dai Mongoli e dai Tartari, prima, e dai Cinesi poi (ad Est).

La teoria del missile scivoloso

Ad oggi non ha alcun sostegno concreto la teoria secondo cui Putin prenderà altri paesi dell’ex URSS, dopo aver sconfitto l’Ucraina. L’appartenenza di alcuni di essi alla NATO suggerirebbe il contrario, a meno che non si voglia fare affidamento ad un’altra teoria, forse ancor più semplicistica e azzardata, che lo vuole impazzito e in preda al delirio.

Come sempre è raccomandabile la massima prudenza, quando ci si approccia a tematiche così delicate. Dopo due anni di infodemia da Covid non abbiamo bisogno di un’ondata infodemica legata all’operazione in Ucraina.

https://it.wikipedia.org/wiki/Fallacia_della_brutta_china