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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Kiev, Varsavia e l’escalation dei toni

Continuando a chiedere la “no fly zone” sull’Ucraina e l’intervento diretto degli USA e della NATO o un loro maggior coinvolgimento, continuando a sostenere l’ipotesi di un imminente attacco russo con armi chimiche o non-convenzionali, di un’escalation e di una Terza Guerra Mondiale, Kiev e Varsavia metteranno sempre più sotto pressione l’opinione pubblica occidentale (che ovviamente non vuole uno scontro con Mosca), allontanandola.

Al di là dei motivi di questa scelta comunicativa, il risultato rischia di essere pessimo.

Cosa dimentica il revanscismo russo: il caso DDR

Il 26 aprile 1989 si svolse un incontro sulla situazione dell DDR tra il diplomatico tedesco-orientale Bruno Mahlow e il capo settore del Dipartimento IV (Relazioni internazionali) del Comito centrale del PCUS Koptelcev. Pur raccomandando cautela, Koptelcev fece notare a Mahlow come la questione nazionale nella Germania Est non fosse mai stata risolta, a dispetto di quanto sostenuto dai suoi dirigenti, anche per il potere di attrazione che la superiorità economica della RFT esercitava sulla gente al di là del Muro. Koptelcev rincarò la dose: “Che la questione nazionale nella DDR sia ancora irrisolta è dimostrato dalla dichiarazione del compagno Honecker, secondo cui la questione dell’unità tedesca sarebbe completamente diversa, se si considera una possible vittoria del socialismo nella Repubblica federale. Al momento, tuttavia, un tale sviluppo non sembrerebbe all’orizzonte”.

A dispetto delle teorie di un certo revanscismo russo, secondo cui la riunificazione tedesca sarebbe stata un sopruso, addirittura illegale (si pensi alle recenti dichiarazioni a riguardo del ministro Lavrov), come possiamo vedere il destino della “Prussia rossa” era già stato deciso, e da Mosca, ben prima del 9 novembre/22 dicembre 1989 e del 3 ottobre 1990.

Fu la Russia, è bene ricordarlo, a volere l’autodeterminazione dei paesi satellite (Dottrina Sinatra) e delle repubbliche sovietiche (cosa che evitò uno scenario di tipo jugoslavo , ma ben più grave), innanzitutto perché ormai incapace di sostenere gli enormi costi di gestione di un apparato giunto ad una crisi ritenuta irreversibile.

Nota: Paradossalmente furono proprio le leadership dei paesi satellite e parte della loro opinione pubblica ad opporsi alla Dottrina Sinatra ed alle sue conseguenze. Già negli anni ’50, subito dopo la morte di Stalin, alcuni settori della dirigenza sovietica avevano ipotizzato l’abbandono dell’impero cosiddetto “esterno” e di riformare radicalmente il socialismo (si pensi a Malenkov e Berija).

Ucraina: quella sinistra che si scopre “sovranista”

Avendo sempre condannato la difesa dell’interesse nazionale e sovrano e la “raison d’état” come inaccettabili rigurgiti fascisti e sciovinisti, la sinistra che oggi insorge (per amor di pace o per amor di Mosca?) contro il sostegno militare indiretto a Kiev non si rende conto di essere tra i massimi responsabili di quello che giudica un appiattimento a Washington ed alla NATO, al di là della disputa ucraino-russa.

Bombe al confine polacco: la guerra è vicina?

Quando i media sottolineano con enfasi che la Russia ha colpito una base nemica a pochi km dal confine polacco, quando parlano di attacco alle porte dell’Europa e della NATO, quando un giornale come Repubblica scrive: “Ucraina, attacco a Ovest. Mosca porta la guerra al confine della Nato”, lo scopo è alzare il livello della tensione (per motivi politici o di marketing), sottoponendo l’opinione pubblica ad una pressione sempre maggiore, facendola addirittura pensare al rischio di una Terza Guerra Mondiale, all’olocausto termonucleare.

Si parte cioè da una notizia vera, e in questo caso di per sé poco rilevante (in guerra è logico e normale attaccare le basi nemiche, indipendentemente dalle loro coordinate), ma se ne altera, con destrezza, la forma. Un esempio di “mal-informazione”, purtroppo sperimentato nei due anni di pandemia-sindemia.

La “nuova” destra filo-russa: una chiave di lettura

La virata filo-russa, anti-atlantica e anti-americana di una parte della destra italiana (ma non solo italiana), era in realtà prevedibile, e non stupisce se si prendono in esame le caratteristiche peculiari e la storia di quel movimento d’opinione.

Il settantennale e incondizionato appoggio a Washington e alla NATO non era infatti il risultato di una sincera e genuina adesione ai valori occidentali, ma rientrava nelle logiche della contrapposizione bipolare con l’URSS e il comunismo. Dopo il 1992 è sopravvissuto, per forza d’inerzia come per effetto di una nuova contrapposizione, ovvero quella con l’estremismo islamico e in seconda misura con una sinistra “radicale” ancora attiva, per poi spegnersi.

Venendo meno un nemico capitale, un pericolo concreto e immediato, sono allora riemerse le antiche incrostazioni anti-americane risultato della II Guerra Mondiale e della sconfitta del Fascismo, il rigetto ideologico della “way of life” d’oltreoceano e l’avvesione all’influenza degli USA e delle strutture sovranazionali euro-atlantiche nella politica nazionale.

Al netto di qualsiasi riflessione sulle criticità, i limiti e le storture delle politiche atlantiche, del modello occidentale e americano, la sopravvivenza (se non la predominanza) di una destra non autenticamente liberale, se non proprio cripto-fascista, è uno di maggiori problemi nel nostro Paese.

I volontari siriani multiuso

Mandando in Ucraina i volontari siriani (e africani), Vladimir Putin non cerca solo di porre rimedio ad una carenza di uomini che comincia a farsi sentire, ma fa probabilmente anche una mossa comunicativa e propagandistica (PsyOps) in linea con la fisionomia di questa guerra “ibrida” e con la politica russa degli ultimi anni.

Il capo del Kremlino ci sta infatti dicendo: “Attenzione, perché quelli non sono come voi e come noi, non sono europei. Sono tagliagole, sono selvaggi, sono musulmani e sono capaci di tutto. E io ve li porto in casa”.

Una strategia di pressione come le minacce nucleari e di guerra, dirette o indirette, rivolte all’Occidente e all’esterno.

Putin e Canfora, tra ragioni e (pericolose) amnesie

Hanno in parte ragione Vladimir Putin, il movimento d’opinione russofilo e Luciano Canfora quando accusano l’Occidente di non aver rispettato gli “accordi” del 1990/1991 che vincolavano la NATO a non allargarsi ad Est* e quando accusano Kiev di non aver rispettato il Protocollo di Minsk** del 2014 e/o di azioni ostili verso le minoranze russofone d’Ucraina.

Dimenticano (o vogliono dimenticare), ad ogni modo, che in virtù del Memorandum di Budapest del 1994 Mosca si impegnava a:

-Rispettare l’indipendenza e la sovranità ucraina entro i suoi confini dell’epoca.

-Astenersi da qualsiasi minaccia o uso della forza contro l’Ucraina.

-Astenersi dall’utilizzare la pressione economica sull’Ucraina per influenzare la sua politica.

-Chiedere l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite se vengono usate armi nucleari contro l’Ucraina.

-Astenersi dall’usare armi nucleari contro l’Ucraina.

-Consultare le altre parti interessate se sorgono domande su questi impegni.

Questo in cambio della rinuncia di Kiev al proprio devastante arsenale termonucleare e non-convenzionale ereditato dall’URSS, il terzo del pianeta con quasi 2000 testate.

L’operazione di quest’anno, l’annessione “de facto” della Crimea e del Donbass , i tentativi di destabilizzare i governi non filo-russi (si pensi al probabile avvelenamento del presidente Viktor Juščenko) e di interferire nella politica estera del vicino, dimostrano come la Russia putiniana abbia invece disatteso gli impegni del 1994. Al contrario, se l’Ucraina avesse davvero coltivato intenzioni malevole verso la Russia avrebbe avuto tutti i mezzi per palesarlo e metterle in atto, rifiutando di cedere le atomiche e usandole come strumento di ricatto e pressione.

*sia Gorbačëv che alcuni ex leader tedesco-orientali hanno confermato tali accordi (orali), mentre l’esistenza di un documento scritto (informale) a riguardo è oggetto di dibattito e controversie

**la Corte Penale Internazionale, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa hanno escluso che nel Donbass sia stato compiuti un “genocidio” ai danni delle comunità russofone per mano delle milizie ucraine. Pure la tesi (rilanciata anche da Canfora, che peraltro non è uno storico contemporaneo) secondo cui la rivolta di Maidan del 2014 sarebbe stata un golpe, non è sostenuta da prove certe e documentate. Si tratterebbe in ogni caso di un problema interno all’Ucraina, Stato sovrano e indipendente, e non russo.

L’oggi e il domani: perché dobbiamo dialogare con la Russia

Anche quando lo stallo russo si trasformasse in una sconfitta militare (ipotesi forse improbabile ma non irrazionale) e/o nella fine del putinismo (ipotesi forse improbabile ma non irrazionale), la mancata ricomposizione degli elementi di attrito e la rabbia per lo smacco subìto potrebbero dare luogo, in futuro, a reazioni imprevedibili da parte della Russia, dove l’elemento nazonalista-revanscista è assai potente e consolidato. La storia, a noi vicinissima, delle guerre jugoslave (1992 circa -2000 circa), dimostra come sentimenti ostili e di rivalsa possano rimanere sopiti o quasi per decenni, anche per secoli, per poi deflagrare all’immprovviso e in modo devastante, soprattutto quando la situazione economico-sociale è sfavorevole*.

Per questo occorre trovare immediatamente un punto di equlibrio tra Mosca e Kiev, tra noi e Mosca, un “win win scenario” che soddisfi, nei limiti del possibile, le aspettative di tutti. La posta in ballo è troppo alta, per noi e per le generazioni future, per tentare prove di forza e giochi d’azzardo.

*si pensi al discorso di Gazimestan pronunciato da Slobodan Milošević (era il 1989) sulla sconfitta patita dal regno serbo medioevale ad opera degli ottomani nel XIV secol

Cosa intende Putin quando parla di “denazificare” l’Ucraina?

Tra le condizioni richieste da Putin per il cessate il fuoco, tra gli argomenti da lui addotti per motivare l’operazione in corso, c’è la “denazificazione” dell’Ucraina. Ma che cosa intende, il leader del Kremlino, per “denazificazione”?

Le ipotesi sono tre:

1) Putin ritiene che l’attuale leadership ucraina sia “nazista” e vuole rovesciarla

2) Putin vuole sconfiggere e sciogliere le organizzazioni “neo-naziste” e di estrema destra presenti in Ucraina, in modo da tutelare le minoranze russofone

3) In linea con la tradizione delle scuole propagandistiche d’impronta socialista* e consapevole dell’eredità politica, culturale e spirituale della guerra contro l’Asse, sta cercando un pretesto per nobilitare l’operazione agli occhi dei russi (ma non solo), per farla accettare da loro. Questa è l’ipotesi più credible e razionale, dal momento in cui Putin sa bene che l’attuale governo ucraino non ha simpatie neo-naziste (Zelensky è ebreo, e lo sono altre figure di spicco della sua amministrazione) come sa bene della marginalità numerica ed effettiva delle formazioni politiche e paramilitari ucraine di estrema destra (Svoboda, Pravyj Sektor, Battaglione Azov, ecc), nonostante abbiano compiuto azioni al di fuori della legalità. Si tratterebbe quindi di una forma di propaganda “agitativa”, per colpire e delegittimare il bersaglio associandolo a immagini e concetti negativi e respingenti (tecnica della “proiezione” o “analogia”)

*l’accusa di fascismo, nazionalismo e nazismo all’avversario è un “topos” di queste scuole

A chi parla Vladimir Putin quando minaccia

Putin sapeva molto bene quali sarebbero state le reazioni alla sua operazione in Ucraina (e lo dimostrano le mosse fatte in precedenza, ad esempio con la Cina), ovvero sanzioni economiche, isolamento internazionale e fornitura di armi a Kiev. Nel momento in cui minaccia ritorsioni, anche parlando di “atti di guerra” da parte nostra, non si rivolge quindi alle nostre classi dirigenti , ma a noi. Lo scopo è spaventare l’opinione pubblica dei paesi avversari, per destabilizzarli e metterli in difficoltà. Una forma di propaganda “indiretta”.