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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Smacchiando le Jaguar. La “doppia morale” della destra forconiana

Gli avversari della sinistra “movimentista” hanno storicamente impostato la loro scelta argomentativa su due direttrici, una di tipo politico e l’altra di tipo etico e morale.

Nel primo caso, il tentativo era quello di evidenziare un’ipotetica mancanza di progettualità extra-rivoluzionaria, contestuale a quello che si voleva come un asettico velleitarismo dottrinale (in realtà, il “materialismo storico” ha una traiettoria speculativa estremamente definita e definibile). Nel secondo caso, invece, i detrattori cercavano di far emergere presunte discrepanze tra il portato ideologico dei manifestanti e la loro condizione sociale, economica e le loro abitudini, viste e presentate come incompatibili con il “byt” leniniano-marxiano formulato sull’essenzialismo. Si assisteva, quindi, alla comparsa di due dispositivi fondamentali della strategia della persuasione, ovvero la “proiezione o analogia” e l’ “etichettamento” (i manifestanti erano associati ad immagini e “cliché” impopolari come “radical chic”, snob, ecc).

Di notevole interesse da un punto di vista politico, sociale e culturale, la reazione che i “Forconi” ed i loro “supporters” (collocabili, in via prevalente, a destra), stanno avendo nei confronti delle accuse che li stanno interessando, le stesse che rivolgevano alla sinistra di piazza. Esattamente come per i loro avversari storici, l’impianto difensivo si sta imperniando e snodando sull’accusa di qualunquismo, demagogia e debolezza concettuale (il caso Jaguar, il passato berlusconiano di alcuni leader, ecc). Ecco emergere il criterio della “doppia morale”, frequente nel linguaggio della politica così come nella sua istologia culturale.

La recriminazione forconiana, del tutto legittima (quando non violenta) e sicuramente condivisibile in molte delle sue declinazioni, presenta tuttavia un “vulnus” di fondo che non può essere trascurato; si tratta di una protesta di tipo politico e non popolare, essenzialmente organizzata da destra per rovesciare un Premier di centro-sinistra. L’assenza di insegne partitiche contestuale alla presenza dei tricolori, vuol essere un tentativo di mimetizzazione grazie ad un rivestimento inclusivo ed ecumenico che, però, paga pegno ad una minima sosta analitica.

Eversione e politici: una “partnership” pericolosa

L’ “endorsement” di Berlusconi, Meloni e Grillo nei confronti dei “Forconi” e delle loro iniziative ai margini della legalità, non deve stupire, disorientare né cogliere impreparati.

Al di là del duropurismo etico, politico e ideologico del loro rivestimento promozionale, infatti, micro-gruppi come quelli che stanno animando i sommovimenti forconiani (in questo caso collocabili e collocati nelle porzioni più estreme e radicali della destra nazionale) usufruiscono, da sempre, di sponsor istituzionali, partiti maggiori ai quali delegano la loro rappresentanza nelle assise locali e nazionali convogliando e trasferendo, “sottobanco”, voti e consensi al loro indirizzo. Non è del resto un caso che i “Forconi”, così come gli autotrasportatori, abbiano sempre agito quando a Palazzo Chigi non c’era il centro-destra berlsuconiano (2007, 2012, 2013).

La situazione si presenta tuttavia assolutamente eccezionale e inedita per le turbolente sacche di anarchismo che si stanno venendo a creare in tutto il Paese, e qualora dovesse sfuggire di mano, il pur micidiale arsenale di Cologno Monzese o l’istrionica abilità persausiva da palcoscenico portrebbero non essere più sufficienti

Attenti, i “Forconi”, all’ira dei mansueti.

Ezio Pace e gli altri che non hanno avuto “culo”

Si chiamava Ezio Pace, morto a 19 anni in Via XX settembre 79, a L’Aquila. Giovane promessa del tennis, i Vigili del fuoco lo hanno trovato abbracciato alle sue racchette e al suo computer portatile, nel tentativo di cercare protezione dall’Orco che lo stava terrorizzando e uccidendo. Caro Lisi, se ne ricordi. E si vergogni.

 

ezio pace

‘L’Aquila città aperta’

Una stretta di mano non cambierà il mondo

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Di forte impatto emotivo, mediatico ed immaginifico, la stretta di mano tra Barack Obama e Raoul Castro in occasione dei funerali del Presidente Mandela è da considerarsi e da archiviarsi come una semplice formalità diplomatica che non sposta, non modifica e non altera gli equilibri tra i due Paesi, cristallizzati al 1962 e protetti da un immobilismo a vocazione trasversale. Soltanto l’amministrazione Carter provò a mettere sul campo il progetto, concreto, di un’ apertura a Cuba che prevedesse anche la fine dell’embargo (l’idea trovava il sostegno delle grandi corporations alimentari del Sud, desiderose di riagganciare il mercato dell’isola caraibica), ma l’intraprendenza castrista in Somalia , il caso della (presunta) brigata sovietica (2 mila o 3 mila uomini) di stanza a Cuba (si sarebbe trattato di una violazione degli accordi Kennedy-Chruščëv del 1962) ed altri incidenti ed incomprensioni, fecero arenare il progetto

Beppe Grillo invita….

Gli inviti di Beppe Grillo alle forze dell’ordine affinché abbandonino il loro ruolo di custodi dell’integrità fisica delle istituzioni liberali e democratiche per schierarsi con una minoranza priva di qualsiasi legittimazione politica, è e rappresenta un salto di qualità nella strategia e nella dialettica del leader genovese che non può lasciare indifferenti.

In buona sostanza, Grillo chiede un punto di entrata per scardinare le fondamenta dello Stato liberale come lo conosciamo dal 1945, mediante un disegno che si presenta, “de iure” e “de facto”, eversivo. L’Italia può andare incontro ad un pericolo che non conosceva dall’estate del 1964.

I “Forconi” e la miopia rumorosa delle piazze

“If a vocal minority, however fervent in its cause, prevails over reason and the will of the majority, this nation has no future as a free society. So tonight, to you, the great silent majority of my fellow Americans, I ask for your support. Because, let us understand: North Vietnam cannot defeat or humiliate the US, only americans can do that.”

Queste le parole pronunciate da Richard Nixon, 37esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, nel discorso alla Nazione del 3 novembre 1969 in cui difese la sua politica nel Viet Nam.

Quel giorno, fece il suo ingresso il concetto di “maggioranza silenziosa” (“silent majority”), usato per definire e catalogare quella porzione, maggioritaria di elettorato, prevalentemente collocato e collocabile nella “middle class”, che non si riconosceva nelle agitazioni della piazza e nel linguaggio e nelle istanze provenienti dai cantieri ideologici delle ali più rivoluzionarie della politica.

“We need Nixon”, fu infatti lo slogan sui manifesti elettorali dell’avvocato di Yorba Linda nella campagna presidenziale del ’68, proprio per rimarcare, suggerire e assecondare quel bisogno di quiete e serenità sociale di cui la massa monolitica dei lavoratori americani, bianchi e protestanti, aveva bisogno. Vinse, convinse e stravinse, Nixon, nel 1968 come nel 1972, prendendosi la rivincita dopo le debacle del 1960 contro John Kennedy e del 1962 nella sfida per la carica di Governatore della California .”La più grande resurrezione dai tempi di Lazzaro”, titolarono i giornali. E avevano ragione. Vinse, stravinse e convinse grazie a questa traiettoria intenzionale, alla capacità di intercettare gli umori, i bisogni , le paure e le aspirazioni degli “everyman”, a padroneggiare, in poche parole, il cosiddetto “Fattore K” .

La storia recente dimostra come nelle democrazie occidentali le forze più attive sulle piazze siano quelle che poi non riescono a replicare il successo nelle urne, proprio perché incorreggibilmente diverse e distanti dalla comunità di “uomini qualunque”, gli uomini “della strada” che rigettano e respingono l’impegno costante frutto del normativismo didascalico-pedagogico e il principio di “stato etico”, preferendo ripiegare su un lasseferismo che non è e non va snobisticamente interpretato come mero individualismo (errore commesso da molti politici e “strategists” specialmente di sinistra) ma come legittima aspirazione ad un produttivismo pacato e rassicurante.

La protesta dei “Forconi” si dimostra quindi vulnerabile e destinata all’archiviazione perché ricalca e ripropone gli sbagli che furono dei movimenti che animarono e sconvolsero le piazze negli anni ’60 come nei ’70, sbagli di tipo essenzialmente politico e strategico. Concentrare l’esplicazione del dissenso su strade, binari oppure creare disagi alle attività commerciali, ad esempio, significa colpire e danneggiare le persone comuni, spostando il “focus” dalla classe dirigente al popolo (errore politico) e producendo, di conseguenza, una reazione negativa da parte di quella piattaforma che si vorrebbe orientare a proprio favore (errore strategico).

Quando la propaganda indossa il casco e impugna il manganello

Il falso “scoop” degli agenti che a Torino si sarebbero tolti i caschi per solidarizzare con i manifestanti emerge come un esempio, paradigmatico, di “propaganda grigia”; la notizia è vera (i poliziotti si sono realmente tolti il casco) ma allo stesso tempo falsa, perché il messaggio che gli “strategists” cercano di confezionare e consegnare è quello di una condivisione pubblica, da parte dei tutori dell’ordine, degli ideali dei “Forconi”. Ma non è così. In realtà, il gesto è stato motivato dal fatto che “erano venute meno le esigenze operative che ne avevano imposto l’utilizzo”, come illustrato in una nota dalla Questura di Torino.

Il casco non è del resto uno strumento di offesa ma di difesa, pertanto sarebbe stata l’eventuale deposizione del manganello o delle armi da fuoco in dotazione ai poliziotti a segnalare una volontà partecipativa

Agnizioni.Renzi e la via “clintoniana”

Laboratorio e contenitore di esperimenti ed esperienze di raffinatissima qualità culturale, il Democratic Party inanellò tuttavia una sconfitta dietro l’altra, dal 1980 al 1992. Si trattò, a dire il vero, di autentiche debacle , che vedevano il partito fondato da Thomas Jefferson e Martin Van Buren sideralmente distante dagli avversari, e non soltanto a livello nazionale. Questa inabilità all’affermazione trovava il suo archè nell’incapacità, da parte dei dirigenti democratici, di penetrare il bozzolo ideologico nel quale si trovavano rinchiusi dagli anni ’60, senza pertanto riuscire a leggere, interpretare e codificare la nuova istologia sociale, culturale e politica del loro Paese. Fu l’ala clintoniana (i “New Democrats”) ad imprimere una svolta radicale al partito dell’ Asinello, attraverso una politica di dialogo con la “middle class” (tradizionalmente bacino di utenza goppista) che li portò ad intercettarne i valori, gli umori e le necessità più profonde. In un certo senso, Clinton e i clintoniani seppero guardare avanti volgendo la testa all’indietro.

Se da un lato l’elezione, trionfale e plebiscitaria, di Matteo Renzi alla carica di segretario del Partito Democratico non può che disorientare e stupire, dal momento in cui un centrista si trova alla guida di un soggetto di ispirazione socialdemocratica e membro del PSE, dall’altro potrebbe rappresentare l’atomo di un cambiamento di portata storica per la sinistra italiana, ammanettata a dogmatismi ideologici dimostratisi ormai obsoleti e fallimentari sul piano teorico e concettuale come su quello pratico e materiale.

Gli “apparatchik” che adesso si stracciano le vesti parlando di sconfitta o, peggio ancora, di morte della sinistra, dovrebbero impegnarsi in una riflessione seria e concreta sui rovesci elettorali collezionati in questi 20 anni e sui loro errori gestionali quando hanno occupato il governo del Paese.

Jimmy Carter e la Crisi degli ostaggi del 1979.Storia, storiografia e rigore metodologico

Il più pesante tra i capi d’accusa contro Jimmy Carter e la sua amministrazione, è e rimane senza tema di smentita il fallimento dell’operazione “Eagle Claw” (o “Evening Light”), studiata ed organizzata per liberare i 52 ostaggi appartenenti al corpo diplomatico statunitense tenuti prigionieri nella loro ambasciata a Teheran.

“Eagle Claw”, voluta dal Presidente in persona conto il parere dell’allora Segretario di Stato Cyrus Vance (favorevole alla prosecuzione delle trattative diplomatiche), prevedeva l’allestimento di una base d’appoggio nel deserto dalla quale lanciare un “blitz” contro la capitale iraniana. La missione si segnalò tuttavia fin dal principio per una serie di problematiche tanto impreviste quanto sfortunate: uno degli elicotteri (in tutto erano otto) venne immediatamente abbandonato dall’equipaggio per un guasto, mentre un altro dovette rientrare alla base (la portaerei a propulsione nucleare “Nimitz”) per problemi al motore causati da una tempesta di sabbia.

Per quanto riguarda gli aerei ( tre C-130), i loro equipaggi furono sorpresi nel deserto da un gruppo di civili e quindi impossibilitati a prender parte all’operazione.

Un altro elicottero, infine, risultò inservibile per problemi idraulici.

Il Presidente si vide così costretto ad interrompere “Eagle Claw”, assumendosi pubblicamente la responsabilità di quanto accaduto. Lo smacco fu e rappresentò il colpo di grazia decisivo, per la sua amministrazione, già menomata dalla crisi economica ed occupazionale che stava attanagliando il Paese, dai dissidi nell’ immaturo staff presidenziale (la cosiddetta “Mafia georgiana”), da una politica giudicata eccessivamente distensiva nei confronti dell’intraprendenza brezneviana e da alcuni “cedimenti” in politica estera (in realtà si trattava di concessioni all’autodeterminazione dei popoli, soprattutto panamense ed iraniano, che si inserivano nell’ottica democratica e liberale della politica e dell’ideologia carteriane). Ronald Reagan, abile comunicatore e politico astuto, seppe sfruttare al meglio il clima di sfiducia generalizzata venutosi a creare, e il refrain “no more Carter” (lanciato dal senatore Edward “Ted” Kennedy, rivale di Carter alle primarie del 1980), divenne ben presto la sintesi collettiva e condivisa di questo stato di cose. Ciò nonostante, è possibile constatare come la responsabilità del fallimento del salvataggio degli ostaggi non fu di Jimmy Carter quanto di un intreccio di accadimenti avversi, imprevisti ed imprevedibili; se tutto si fosse svolto come da programma, probabilmente i pur abili “spin doctor” e “strategists” dell’ex attore repubblicano non avrebbero potuto nulla per impedire la rielezione del Presidente.

Secondo una certa pubblicistica, William Casey, responsabile della campagna elettorale di Ronald Reagan, si sarebbe accordato durante un incontro svoltosi a Parigi con alcuni funzionari del governo iraniano per il rilascio dei 52 ostaggi ostaggi solo dopo la scadenza del mandato di Jimmy Carter (cosa che infatti avvenne). La tesi (“October Surprise conspiracy theory”) lanciata, accreditata e sostenuta soprattutto dal politologo Gary Sick, non dispone di elementi concreti, documentabili e verificabili, ma può tuttavia contare sulle testimonianze del Ministro degli Esteri iraniano Sadegh Ghotbzadeh, da quello della Difesa Ahmad Madani , del Presidente Abol Hassan Bani Sadr e del capo dell’ intelligence francese Alexandre de Marenches , il quale ammise di aver organizzato l’incontro a Parigi. Il Congresso statunitense creò una commissione di indagine per far chiarezza sulla vicenda, ma il suo lavoro si dimostrò fin da subito difficile e improduttivo, anche perché i repubblicani erano riusciti ad imporre il divieto di indagini all’estero e un tetto di spesa estremamente limitato (75 mila dollari).

Grillo e la stampa: una colpa per due

Irricevibile, perché collocata e collocabile al di fuori di qualsiasi ottica democratica e liberale, la proposta grilliana di dar vita a liste di proscrizione per segnalare i giornalisti “ostili” (o supposti tali) al Movimento. E’ una logica che trova un ancoraggio temporale e concettuale inquietante nella famosa “Lettera aperta a L’Espresso sul caso Pinelli”, la raccolta firme contro il commissario Calabresi (personaggio sul quale non deve comunque mancare una sosta analitica rigorosa ed imparziale).

D’altra parte, il giornalismo non dovrebbe mai venir meno alle sue traiettorie deontologiche, magistralmente condensate nello “Statement of Principles ” del 1975 e nel saggio “Liberty and the News” (1929) di Walter Lippman, padre del “Precision Journalism” (il giornalismo scientifico). Le accuse, continue e costanti, quando di fascismo o quando di comunismo, rivolte al leader pentastellato e quelle, ancor più scomposte, di indottrinamento lanciate contro la sua piattaforma elettorale, non soltanto si allontanano dal sentiero della buona narrazione ma contribuiscono ad iniettare tossine nelle vene della dialettica pubblica e politica.