Avatar di Sconosciuto

Informazioni su catreporter79

Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Il “terrorista” Mandela e l’insipienza prevedibile del razzismo biologico

Il Paese che Frederik Willem de Klerk , uomo coraggioso e politico illuminato, lasciò nelle mani di Nelson Mandela, si presentava come un immenso giardino, nel quale ad una piccola parte degli occupanti era data la possibilità di consumare la quasi totalità dei frutti, facendoli però raccogliere ai veri proprietari, nutriti con le bucce e con i semi di quei frutti, se e quando non cadevano dall’ albero, morendo per coglierli.
Ecco come si snodava la quotidianità, in quel giardino:

“I neri vivono o ai margini delle grandi città (in miniere e fabbriche), o nelle grandi fattorie degli afrikaaners (ognuno dei quali ha dagli 8 ai 16.000 ha): questi operai non percepiscono un salario, ma possono coltivare un pezzo di terra e avere del bestiame per poter vivere. Infine ci sono quelli che vivono nelle riserve.

I neri non possono scegliere il luogo dove vivere, dove lavorare, il tipo di educazione da dare ai figli. Sono soggetti a trasferimenti forzati ogni volta che il governo scopre che nel loro sottosuolo vi sono minerali preziosi (è successo ad es. di recente con il rame). Non hanno diritti e la legge non punisce polizia e militari che commettono reati contro di loro.

La spesa totale pro-capite per l’educazione è di 780 $ per i bianchi e di 110 $ per i neri.

La pensione media mensile è di 94 $ per un bianco e 41 $ per un nero.
L’87% del territorio (con oro e diamanti) è assegnato alla minoranza bianca.

Gli africani vivono in riserve che rappresentano meno del 13% della superficie sudafricana.

Il lavoratore nero abbassa lo sguardo in segno di inferiorità quando incontra un bianco, il quale non vuole sentirsi osservato.

C’è un medico ogni 330 bianchi e uno ogni 91.000 neri (nel bantustan KwaZulu ce n’è uno ogni 150.000 ab.: è la proporzione più bassa di tutto il Terzo mondo). Un medico bianco non può soccorrere un nero.

I bambini neri in carcere sono sempre privi di assistenza legale e i genitori non sanno dove vengono rinchiusi né di cosa sono accusati. Le condanne per loro variano da un minimo di 6 a un massimo di 9 anni di reclusione.

Nessun genitore può entrare nelle scuole senza il permesso della polizia.

Uno studente che passeggia per strada durante l’orario scolastico può essere imprigionato per due settimane.

Qualsiasi alunno o persona colpevole di gettare sassi, appiccare fuochi o usare altre forme di violenza può essere immediatamente arrestato o ucciso dalla polizia.

Nei ghetti le scuole possono anche avere classi di 70 ragazzi.

Nessuno può parlare agli studenti, nell’ambito della scuola, di argomenti che esulano dal programma ufficiale. Ancora oggi le scuole si attengono al Manifesto dell’educazione nazionale cristiana, che afferma: “il compito del sudafricano bianco nei confronti dell’indigeno è quello di cristianizzarlo e aiutarlo a progredire culturalmente.

L’istruzione degli indigeni deve essere basata sui principi di custodia, non-uguaglianza e segregazione (ed è un’istruzione bantu, cioè molto povera, in quanto riservata ai neri.

Più volte il governo ha cercato d’imporre come lingua d’insegnamento l’afrikaans e non l’inglese). Lo scopo di questa educazione è quello di far capire qual è lo stile di vita dell’uomo bianco, specialmente quello della nazione boera”.

A scuola non ci si può andare se non si ha un nome “cristiano”, che i bianchi sappiano pronunciare.

La divisa scolastica dei neri è giacca e pantaloni scuri senza cravatta. Le ragazze portano una gonna blu e una camicia bianca abbottonata fin sotto il mento.

Sui banchi c’è un vocabolario di inglese/afrikaans (lingua dei boeri): la parola “baas”, che in afrikaans significa “padrone”, viene tradotta con “uomo bianco, eroe e uomo intelligente”.

Un tribunale bianco, per mandare a morte 14 persone nere, ha usato come formula il “common purpose”, ovvero la “comune volontà” di aver ucciso un poliziotto collaborazionista nero durante una manifestazione politica (è la cd. “responsabilità indiretta”, che oggi viene invocata dal governo USA per giustiziare coloro che provocano, anche indirettamente, la morte per overdose).

Una donna vedova o abbandonata dal marito o che rifiuta un lavoro sgradito può essere trasferita in un altro posto, anche molto lontano. La legge vieta i matrimoni misti.

Dal 1985 vige lo stato di emergenza.

Non è possibile distinguere tra l’uccisione di una persona per reati “comuni” e per reati “politici”, perché il Sudafrica non riconosce questa seconda categoria.

Il Sudafrica (se si esclude l’Iran su cui non si hanno dati certi) detiene il record del più alto numero di condanne a morte e di esecuzioni del mondo (negli anni 70 in media 79 all’anno; negli anni 80, 119). Oltre a ciò andrebbero conteggiati i decessi che si verificano nelle carceri prima della sentenza”

A questo corteo di abomini morali, vanno aggiunti i massacri, gli strupri e le umiliazioni giornaliere che la maggioranza nera fu costretta a subire, nella più completa impotenza, per quasi 4 secoli.

Questi, i cardini e i perimetri di quel sistema che vede il suo atomo tra il 1652 e il 1657, quando l’olandese Jan van Riebeeck fondò la colonia del Capo, e concretizzatosi in un agghiacciante rivestimento istituzionale dal 1948 al 1993.

Questo, l’irrazionale sistema che la minoranza bianca (9%-10%) aveva imposto, prima per convenienza economica e dopo per paura, agli autoctoni, ovvero al restante 75% della popolazione.

L’ iconoclastismo ideologico (quando non egocentrico) di chi cerca di destrutturare l’immagine comunemente accettata e condivisa di Nelson Mandela, non potrà che apparire quindi immaturo, fragile vulnerabile. Ma ecco perché ed ecco di che cosa si tratta:

-Mandela viene accusato di essere stato un “terrorista”, di aver cioè fatto parte del braccio armato del l’ ANC. E’ vero (o meglio, lo fu per una parte della sua vita), ma la lotta armata, specialmente se e quando volta all’annientamento di un sistema irricevibile come quello imposto dalla comunità anglo-boera in Sud Africa, non è di per sé esecrabile e, spesso, emerge come l’unica strategia possibile ed ipotizzabile verso il raggiungimento di uno status quo formulato sull’emancipazione e la consapevolezza (ampie porzioni di Santa Romana Chiesa ammettono la lotta armata e lo stesso Mahatma Gandhi acconsentì a dotare il suo Paese di un imponente arsenale bellico)

-Mandela avrebbe beneficiato di finanziamenti dalle potenze straniere, USA, GB ed Israele in testa. Premesso come, anche in questo caso, ricevere appoggi o finanziamenti da soggetti altri, esterni e diversi, non sia di per sé condannabile (UQ, PLI, DC, MSI, FI,Lega Nord hanno giovato per anni di iniezioni economiche e di appoggi politici da parte di USA, stato ebraico e Vaticano), le potenze occidentali hanno, invero, sempre favorito e foraggiato il Sud Africa bianco, perché visto come un contraltare all’intraprendenza castrista nel continente africano-

-Mandela sarebbe il responsabile primo del caos e delle divisioni etniche che ammorbano e sconvolgono in Sud Africa, nonché del “genocidio bianco” (fenomeno reale e preoccupante) in atto dal 1994. In realtà, è stata la minoranza bianca, attraverso una gestione nefanda sul piano morale e folle su quello strategico-politico, a creare le condizioni, mattone dopo mattone , per la situazione che sta sperimentando nel suo quotidiano, dal dopo de Klerk ad oggi. Sebbene inaccettabile sotto il profilo etico, il razzismo cosiddetto di “reazione” è una risposta “fisiologica” alla prevaricazione ed alle violenze che una comunità è stata costretta a subire (in storiografia si chiama “Legge del pendolo”)

Una minoritaria (ma rumorosa) porzione del conservatorismo internazionale, si dimostra ancora una volta indefessamente legata ai frame del razzismo classico-biologico, ammanettata ad un passato che non conosce e ad un presente che non riesce a codificare. Per alcuni, è ancora l’elemento biologico a fare l’uomo. Per costoro, autoghettizzatisi al di là della Colored Lines, la “Doccia salutare”, il “Brusca e striglia” e il “Saettino puro sangue meneghino”sono e rimangono il baricentro cognitivo e il sentiero ideologico d’elezione.

Il Meridione che amava i Savoia e Garibaldi.Le manomissioni del revisionismo astorico

La pubblicistica divulgativa più approssimativa, ideologica e ideologizzata ( di conseguenza distante dal vaglio della metodologia analitica scientifica) ci ha consegnato e ci sta consegnando il ritratto di un Meridione violentemente antiunitario e antisabaudo, in forza di un carburante culturale che trova e troverebbe il suo snodo e il suo principio in quella che viene presentata come una conquista e non come la realizzazione dei processi unitari, democratici e liberali nati nel XII secolo e sviluppatisi nel XIXesimo. Una ricognizione nel nostro passato, dimostrerà invece tutta l’infondatezza, l’ipocrisia e il dilettantismo di questo impianto argomentativo.

Se è infatti ben noto come le regioni meridionali fossero profondamente monarchiche (ad attestarlo, le percentuali plebiscitarie nelle consultazioni referendarie del 1946 e la presenza di sindaci legittimisti in città importanti come Napoli, Foggia, Taranto, ecc), la storiografia e la pubblicistica hanno però fatto calare un velo di silenzio ed oblio su alcuni eventi collocati nel 1946 e categoricamente esplicativi del legame tra il Sud e Casa Savoia.

Ma vediamo di che cosa si tratta

-manifestazioni filo-sabaude in tutto il Meridione . Il 6 giugno, A Napoli, una folla di monarchici (persone sempre sprovviste di un’organizzazione partitica) cerca di impedire la partenza di S.M Maria José e dei figli, imbracciando le armi.

-Taranto: tafferugli in Corso Archita tra i monarchici e i marinai repubblicani della S.Marco, alla fonda nel porto cittadino. 36 feriti in totale tra i civili, di cui 10 in gravissime condizioni.

-6 giugno: prima grande manifestazione monarchica a Napoli. Si hanno degli scontri e un militante fedele alla corona, Ciro de Martino, muore a seguito dell’esplosione di un ordigno

– 7 giugno: sempre a Napoli, una manifestazione oceanica dei monarchici sfocia nel sangue, con la morte (accidentale) di un ausiliario di polizia, Alfonso Proto, e di quella di un giovane monarchico, il 16enne Carlo Russo, assassinato da una raffica di mitra mentre cercava di andare pacificamente incontro ai celerini avvolto dalla bandiera con lo stemma sabaudo

-9 giugno: un altro giovane monarchico, Gaetano D’Alesandro, viene ammazzato a colpi di mitra per aver accusato gli ausiliari della morte di Russo (stava ritornando dalle esequie del ragazzo)

-nuovo corteo monarchico a Napoli: i legittimisti si raccolgono in Via Medina, dove ha la sua sede provinciale il PCI. Alcuni attivisti fedeli alla Corona tentano di rimuovere la bandiera senza stemma sabaudo posta sul pennone della sede comunista e parte la rappresaglia armata degli ausiliari. Sul selciato rimangono 9 persone. I feriti saranno 150.

Dell’episodio sarà ritenuto diretto responsabile Amendola,. Arrestato dagli angloamericani, verrà successivamente rilasciato, sotto pressione del Governo italiano.-

Arché della rivendicazione monarchica erano i sospetti di brogli perpetrati dal ministro di Grazia e Giustizia, Togliatti, e da quello dell’ Interno (Romita), accusati di aver “gonfiato” il numero degli elettori in modo da assorbire il disavanzo repubblicano e di voler impedire il riconteggio delle schede.

Ma c’è di più: alle elezioni siciliane del 20 aprile 1947, il Fronte Popolare (comunisti e socialisti) decide di utilizzare nel suo simbolo l’immagine di Giuseppe Garibaldi, nel tentativo di attirare maggiori consensi. Il cartello socialista e comunista otterrà un risultato epocale: 742.449 voti rispetto ai 508.390 del 2 giugno 1946. Un balzo dal 26,58 %al 37, 19 %, tanto è vero che la dirigenza decise di adottare il simbolo con il volto dell’ Eroe dei Due mondi anche per le successive consultazioni politiche, quelle del 1948. Strano se si considera come, per Aprile ed i suoi epigoni, Garibaldi sarebbe visto e “ricordato” come assassino e tagliaborse.

La storia è il fatto; la storiografia ne è la ricostruzione. Non c’è e non deve esserci spazio per chi non ha equilibrio e ponderazione.

Ancora consigli sulla comunicazione

Una piccola, umile ma, soprattutto, gratuita consulenza di “public affairs” e marketing politico: quando si ricopre un ruolo pubblicamente esposto (indipendentemente dal suo ambito e dalla sua tipologia) è sempre e comunque preferibile evitarne l’ostensione. Incursioni quali: ” tra un impegno istituzionale e l’altro non ho nemmeno il tempo di andare dal barbiere/parrucchiere” o “riunione per l’argomento XX, poi riunione per la tematica XY e poi di corsa all’asilo a riprendere la bambina” o, ancora “ogni tanto mi stupisco delle notizie sul giornale anche se poi sono io a scriverle”, seppur mimetizzate dietro una patina di spiritosa familiarità, non serviranno ad ingannare neanche l’osservatore meno equipaggiato e più sprovveduto dal punto di vista sensoriale; il rischio è e sarà quello di apparire presuntuosi, distanti o, cosa fatale nelle relazioni esterne, insicuri.

Perché Grillo non attacca mai Berlusconi?

Analisi che personalmente condivido ma alla quale ritengo vadano aggiunte alcune iniezioni valutativeLa contiguità, sotto il profilo antropologico, sociale, politico e culturale tra Grillo e Casaleggio e il “tycoon” di Arcore. Tutti e tre imprenditori, tutti e tre “self made man”, tutti e tre grandi comunicatori, tutti e tre settentrionali, tutti e tre allergici all’impianto pedagogico e normativo del dirigismo sindacale

“Strategists” e “specilaist” dei leader pentastellati sanno bene che la porzione maggioritaria dell’elettorato italiano si riconosce nel moderatismo e nel conservatorismo (segmenti tuttavia distinti e non sovrapponibili), collocandosi a destra; pertanto, un urto costante e virulento contro Berlusconi ed il suo cartello politico-elettorale risulterebbe controproducente perché confinerebbe il M5S a sinistra, nell’immaginario dell’ italiano (esplicativa a tal proposito la presa di posizione, immediata, contro l’abolizione del reato di clandestinità e l’ambiguità su Resistenza e 25 aprile). Berlusconi non è meno rapace di Togliatti ma Grillo e Casaleggio sono più astuti di Giannini.

Grillo e Casaleggio sanno di non avere nessuna possibilità di sopravvivenza, in un confronto diretto con l’arsenale mediatico berlusconiano. Il M5S non dispone infatti (almeno in via ufficiale) di emittenti televisive, radio e nemmeno di testate cartacee (eccezion fatta per una quota de Il Fatto Quotidiano detenuta dal creativo di Ivrea). Attraverso un metodo “mielkiano” di dossieraggio-killeraggio sostenuto dalle sue batterie della persuasione, il Cavaliere è stato in grado di esiliare dalla vita pubblica e politica personalità come Boffo, Fini, Giannino e Marcegaglia, e Grillo non sarebbe certo un bersaglio difficile, considerate le molte zone d’ombra nella sua vita privata come nella sua carriera imprenditoriale (immaginiamo sotto elezioni uno speciale su Canale 5 avente come oggetto un’intervista-confessione a Cristina Giberti, astutamente corredata dalle immagini della sua famiglia prima e da quelle del fuoristrada ridotto in un ammasso lamiere poi. Lo shock emotivo nella pubblica opinione causerebbe un’ emorragia di milioni di voti, per il soggetto pentastellato)

 

Perché Grillo non attacca mai Berlusconi?
Pietro Salvatori Giornalista politico, L’Huffington Post
*****
In buona sintesi, la risposta alla domanda posta nel titolo è: perché vuole i suoi voti. La spiegazione richiede qualche parola in più. Se si prendono i post delle ultime settimane, su beppegrillo.it non si troverà mai un attacco diretto contro il Cavaliere. Certo, molto risalto è stato dato all’attività dei parlamentari impegnati a finalizzare l’obiettivo della decadenza con voto palese (l’acme è stato raggiunto con la pubblicazione della dichiarazione di voto di Paola Taverna, che l’ha resa una star tra la propria gente), ma nei post che danno la linea politica al M5s, quelli firmati dall’ex comico e quelli non firmati – frutto per lo più dell’attività della Casaleggio&associati – non c’è posto per il leader azzurro.I bersagli preferiti da Grillo e dal guru sono Enrico Letta, aka Capitan Findus, “Matteo Renzie” e Giorgio Napolitano, con rapide puntate contro il malcapitato di turno, che un giorno è Pippo Civati e quello dopo Rosario Crocetta. La linea politica del Movimento è tutta sbilanciata in un attacco costante e salace contro la parte sinistra dell’emisfero politico, quasi trascurando l’altra metà del cielo.

Alessandro Di Battista, solitamente buon interprete della linea dello staff, tra le cose che lo hanno colpito del terzo V-day inserisce il fatto che “a una settimana dal voto sulla decadenza, Beppe non abbia mai nominato dal palco Berlusconi”. Sono lontani i tempi nei quali il blog si scagliava quasi quotidianamente contro lo “psiconano”. Di Battista aggiunge che “inizierò a farlo anche io”, e lo motiva spiegando che “ormai è politicamente morto, la gente non ne vuol più sentir parlare”.

Una presa di distanze che vuole marcare una superiorità metodologica rispetto agli argomenti solitamente usati nella contesa politica. Ma che è anche il modo migliore per incunearsi nel parziale vuoto che la caduta del Cavaliere ha lasciato aperto.

Spostare sulle liste a 5 stelle l’elettorato di centrodestra è uno degli obiettivi che si è dato il Movimento per far fronte all’astensionismo crescente che li vede coinvolti e confermare anche le europee le percentuali conseguite alle politiche.

E la strategia per conseguirlo è duplice. Da un lato non cadere nell’errore storico del centrosinistra, che nel suo continuo attaccare Berlusconi ha portato ad una polarizzazione dello scenario politico che spesso non gli ha giovato, anzi. Dall’altro iniziare a battere, pur con altri modi e con altri toni, sui temi strutturali rispetto ai quali gli elettoridel berlusconismo potrebbero sentirsi orfani. A partire da un pugno tutt’altro che morbido sui temi dell’immigrazione, passando per un forte scetticismo nei confronti di provvedimenti quali l’amnistia e l’indulto, finendo per intestarsi la leadership dell’euroscetticismo.

Su quest’ultimo fronte il V-day è stata un’ottima cartina tornasole, con i suoi tanti grafici, numeri, termini tecnici. Evidenza di come, oltre i generici “vaffanculo” (di cui lo stesso Grillo è stato per una volta avaro), gli strateghi del Movimento stanno provando a creare un humus contenutistico che possa attrarre parte della diaspora del centrodestra.

Senza mai cadere nell’errore di demonizzare (non troppo, almeno) la ‘concorrenza’, per non esasperare gli animi e portare chi ha votato fino a ieri il leader azzurro ad un rigurgito di appartenenza che sarebbe elettoralmente penalizzante per le truppe stellate.

Così gli avversari da battere si trovano dall’altra parte, in un campo nel quale le istanze e i valori fondanti dei 5 stelle non avrebbero in alcun modo cittadinanza. Una grancassa suonata contro i principali esponenti del centrosinistra che ha l’obiettivo di sterilizzare qualunque altro tipo di opposizione, e drenare in direzione di Genova pacchetti di voti fino ad oggi indirizzatisi verso Arcore. Che Grillo e Casaleggio ci abbiano visto giusto saranno le urne di Strasburgo a dirlo.

Rimane il fatto che il V-day sotto le tre caravelle ha celebrato un cambio di passo rispetto al passato (quello stellato in qualche misura, ma soprattutto quello della tradizionale avversione del centrosinistra per il Cavaliere) che potrebbe, nel medio periodo, modificare gli assetti del M5s e quelli del quadro politico tutto.

La tragedia pratese e il qualunquismo della “pietas”

L’interazione con le comunità cinesi si rivela, da sempre, estremamente complessa e difficile, per le autorità dei paesi ospitanti. La loro vocazione esclusivista, la mancanza di un moderno ed evoluto equipaggiamento normativo per quel concerne la cultura sindacale e del lavoro, la presenza, massiccia, di soggetti privi di documenti, fanno si che esse siano, troppo spesso, delle sacche silenziose di anarchismo sociale.

L’urto emotivo e l’astuzia dolciastra delle piattaforme mediatiche per quanto e su quanto successo a Parto, non devono intaccare i nostri meccanismi di filtraggio critico e cognitivo, ammanettandoci alla tentazione di voler individuare un colpevole, ad ogni costo; “Fact checking”, “gatekeeping” e “discovery” non sono, infatti e per fortuna, strumenti accessibili al solo comunicatore, ma anche al fruitore della notizia. A tutt’oggi non abbiamo la certezza vi sia stata un’omissione dei controlli (tantomeno sotto tangente), riguardo le condizioni di vita e di lavoro in quel capannone, ma la valvola del ragionamento critico corale si è subito occlusa, lasciando campo libero alle tautologie qualunquistiche, demagogiche e manichee di ogni genere.

Ancora una volta, l’accusa, indiscriminata e radicale, al sistema Paese, emerge come la “condicio sine qua non” per l’affrancamento da un supposto provincialismo identitario.

Ancora una volta, la colpa non può essere altra e di altri, ma va ricercata, imperativamente, al proprio interno, nel proprio tessuto nazionale, perché non sono, non possono e, soprattutto, non devono essere gli altri a sbagliare, dobbiamo essere noi, imprescindibilmente e sempre, quasi vi fosse, nel nostro bagaglio genetico, un “vulnus” o come se si avvertisse il bisogno di uno snodo catartico che offra l’espiazione per chissà quale colpa

Ancora una volta, il trauma-tabù dell’esperienza fascista (ecco la “colpa”) , allacciato al portato internazionalista marxiano (PCI) e all ‘universalismo cristiano (DC), fanno sentire tutto il loro peso , alterando i nostri schemi valutazionali, esiliando la “ratio” e la maturità della “medietas” del nostro impianto normativo, tramutando la panoramica pensante e pensata nell’approssimazione, ovviamente per difetto.

Centro trattino sinistra.Unicità di un equivoco


Ibrido sprovvisto dell’umanitarismo utopistico del Socialismo classico come del pragmatismo delle socialdemocrazie europee, il PD ha molte “Bad Godesberg” sul suo cammino, prima a di affrancarsi dal timoroso provincialismo che individua il suo arché in quel fascio di vincoli e suggestioni storico-culturali connaturato alla realtà italiana.

Si continua a cercare il modello di riferimento nei democratici americani, in un esercizio demagogico che azzera le dissomiglianze , gigantesche, tra i due paesi. In ogni caso, l’esempio da seguire sarebbe quello dell’ ala NDC clintoniana e non di quella “liberal” obamiana.

Perché Fo deve rimanere su quel palco

Nonostante la mia identità etica e politica si collochi agli antipodi del progetto pentastellato (soprattutto per quel che concerne il suo snodo leaderistico), ho trovato il messaggio di Vauro a Dario Fo insopportabilmente retorico, inopportuno ed intrinsecamente belluino. In sostanza, il vignettista rimprovera al Nobel quella che è una libera e legittima scelta di campo, maturata nel pieno esercizio delle prerogative assegnateci dalla nostra democrazia, e lo fa mediante gli stilemi del didascalismo normativo e pedagogico tipico della sua cultura politica di provenienza. La democrazia, secondo il postulato vauriano, va bene, ma solo quando e finché si posiziona all’interno di schemi e perimetri determinati e predeterminati. Ancora una volta, la rivendicazione liberale si fonde e confonde con il manicheismo e l’assolutismo evangelizzante, disperdendo ed alterando così il suo patrimonio o quello che dovrebbe essere tale. Non si dimentichi, inoltre (e non lo dimentichi Vauro) il legame che probabilmente lega Fo a Grillo sul piano extrapolitico, dopo che il capo del M5S ha ospitato nella sua piattaforma internetica l’omaggio di un uomo alla compagna di una vita appena scomparsa.

Diffidiamo di chi dispensa patenti di agibilità democratica.

“Noi siamo diversi”: le destre radicali, il mito dell’ “omologazione” e la sua vulnerabilità

Caposaldo dell’impianto promozionale delle destre radicali, politiche come ideologiche, è l’utilizzo, sotto forma di accusa, del concetto di “omologazione”. Anche in questo caso, scopo ed obiettivo dell’itinerario tattico è l’acquisizione e l’ostensione dell’ “alterità” rispetto alle formazioni più consuete (“tradizionali”), percepite e consegnate come sinonimo di appiattimento culturale, antropologico e sociale; “omologate” ed “omologanti”, per l’appunto. Ma non solo: a ben vedere, l’impiego della nozione è spesso pleonastico, vuoto ed inappropriato, ma consente allo “stategist” che ne fa ricorso di ammantare sé stesso e la sua comunità di un valore esclusivista ed elitario, rafforzando in lui la convinzione di essere minoranza nel giusto. Ecco allora l’aggancio alle teorie eroistico-superomistiche di stampo evoliano-nietzschano, perno e snodo dell’intelaiatura ideologica della dottrina fascista e di alcuni dei settori più estremi e rivoluzionari del conservatorismo.

Una pennellata dialettica di forte impatto immaginifico (a seconda del bersaglio), ma tendenzialmente debole e vulnerabile al primo lavoro di scavo e penetrazione.

Web e propaganda: invisibilità del caos

Anarchica (nell’accezione popolare e non storico-filosofica dell’ espressione), in buon parte incontrollata e, “de facto”, incontrollabile, la rete presenta, propone e nasconde numerose insidie per l’informazione, la sua elaborazione e la sua trasmissione; sabotaggi, alterazioni, manomissioni, falsificazioni, ecc. Atomo primo di ogni manovra di tipo distorsivo è sempre la componente ideologica, politica come extra-politica.

Argomento ancora poco trattato, data la limitatezza dell’esperienza storica del web, un suo elemento attoriale di importanza primaria è stato stato, fino ad oggi, del tutto ignorato: la figura dell’ “opinion maker amatoriale”.

Si tratta di personaggi che riescono, con il tempo e grazie alla loro costante e capillare opera di “informazione” e veicolazione di un determinato tipo di argomenti, tesi e materiale, a costruirsi un “consenso” ed una credibilità agli occhi della loro platea di “followers” ed “amici”. Si profilerà quindi il rischio di vedere accettato ed incamerato qualsiasi loro messaggio, dichiarazione o condivisione, anche i più disancorati dal portato documentale verificato e verificabile e dalla traiettoria logica dell’evidenza. La loro azione è particolarmente insidiosa proprio perché criptica e sottovalutabile, in quanto la “massa” dei contatti che possiamo avere su un “social network” non si presenta nella sua “fisicità” (quindi con un forte potere d’impatto visivo) ma incapsulata e nascosta in un nome e in una cifra. Invece, l’input inquinato giunge e può giungere ad un numero anche elevatissimo di destinatari, i quali saranno portati a disattivare i loro meccanismi di filtraggio cognitivo data la stima ed il rispetto nutrito nei confronti del propagandista (l’ “opinion maker amatoriale” sopracitato).

Sotto certi aspetti,il ruolo, la conformazione e la potenzialità di questi attori della persuasione possono essere accostati a quelli dei micidiali “Four Minute Men” della propaganda wilsoniana (1917)

Marketing e comunicazione.”Così giusto per ricordarlo”

Nella sue ultima campagna autopromozionale, Mediaset lancia ed evidenzia una serie di messaggi concettuali che non possono sfuggire ad una sosta analitica e valutazionale approfondita ed al vaglio delle risorse storiografiche. In alcuni si vedono “everyman”, uomini “qualunque” (muratori, truccatori, ecc) che proclamano alle telecamere, con orgoglio e fierezza, di lavorare per l’azienda; in altri viene ricordato come il gruppo non sia un colosso americano e non usufruisca di finanziamenti pubblici; in altri ancora il messaggio è confezionato nel mito dell’azienda che ha “iniziato da zero”. La chiosa, il “refrain” fisso ed immancabile, ci rammenta come la ricezione dei programmi di Cologno Monzese sia gratuita.

Si tratta di una strategia antica, formulata e concepita in modo da associare al totem berlusconiano l’immagine di una rete “per tutti”, “di tutti”, e fatta “da tutti” (il muratore e la truccatrice), umile, che ha iniziato dal basso, lottando contro potentati e trust (la RAI) e che, a differenza di altri competitors (sempre la RAI) non fa pagare un centesimo alla sua clientela, come ad indicare vi fosse tra i due segmenti, la “gente” e l’azienda, un rapporto affettivo, un legame collocato e collocabile oltre il perimetro delle logiche produttive e commerciali (in realtà, l’offerta migliore del gruppo è affidata a Mediaset Premium, che è a pagamento).

Ma davvero Mediaset non costa nulla?

Davvero Mediaset è il piccolo seme trasmutatosi nella grande quercia?

Non proprio.

E’ grazie a potenti ancoraggi al “palazzo” che Mediaset ha potuto svilupparsi e prosperare (celebre il decreto del 1984, varato in fretta e furia dall’allora Premier Bettino Craxi che mollò un incontro internazionale con la Thatcher a Londra per consentire le messa in onda delle reti del “Biscione”, oscurate da tre procure) ed ottenere il dominio monopolistico delle frequenze grazie al quale domina, tiranneggia ed atrofizza il mercato televisivo privato da oltre un trentennio.

Per quel che concerne i costi, invece, è utile segnalare alla memoria la multa di 130 milioni di euro che lo Stato italiano deve pagare, ogni anno, (la sentenza è della Corte di Giustizia Europea) finché Rete 4 non cederà ad Europa 7 le frequenze che avrebbe dovuto abbandonare dopo aver perso una regolare gara d’appalto nel 1999 nonché il risarcimento di 10 milioni di euro all’imprenditore Francesco Di Stefano, proprietario dell’emittente defraudata dei suoi spazi dal canale berlusconaino. A questo si aggiunga il carico, per l’erario (e quindi per il cittadino italiano) proveniente dal mancato versamento delle imposte che ha portato alla recente condanna del Cavaliere.

Dal 1980, Mediaset si affida a questa traiettoria della persuasione, sottile ed astuta, in virtù della quale è riuscita a sedimentare nelle percezioni di una fetta rilevante della comunità italiana l’idea di un soggetto mediatico “amico”, modificando, contestualmente, l’immagine del suo rivale storico (la RAI), incapsulato nei contorni del monolite stanco, ipocrita, grigio e, soprattutto, esoso (il pagamento del canone). In questo, hanno giocato un ruolo imprescindibile ed apicale alcuni dei personaggi “per famiglie” (Vianello-Mondaini, Corrado, Bongiorno, Bramieri, ecc) che, una volta trasmigrati alla corte dell’ arcoriano, si sono appiattiti sui suoi dettami comunicativi, lanciando e rilanciando l’archetipo di una RAI ingrata ed improba che voltava le spalle a chi aveva fatto la sua fortuna (fu il contrario), a differenza di quel Berlusconi, munifico e lungimirante, che aveva onorato la loro dignità di artisti.

Nulla è gratuito per chi persuade. “Così giusto per ricordarlo”