I cristiani ammazzati in Iraq? Per il pacifismo vittime di serie B

Secondo l’ultimo bilancio diffuso dall’Onu, dall’inizio dell’offensiva dei combattenti sunniti, partita da Fallujah (ovest) lo scorso gennaio, in Iraq almeno 5576 civili sono stati uccisi, di cui 2400 nel solo mese di giugno, e altri 11.662 sono rimasti feriti.

Morti che non fanno rumore. Morti di seconda fascia, evidentemente, che non meritano copertine, slogan, comitati, indignazione. Come i cristiani; marchiati, crocifissi, torturati, rapinati solo per la loro fede.

Vittime, in ultima analisi, anche del silenzio assordante del pacifismo geografico e di maniera, frutto maligno del furore ideologico, del non sapere, della paura di sapere.

La menzogna mediatica come calamità sociale. Il caso Schettino

I pericoli/danni della disinformazione e della controinformazione, sono:

1) L’induzione od il rafforzamento di un sentimento di sfiducia e sospetto verso le istituzioni, i loro apparati, le loro ramificazioni, i loro rappresentanti

2) L’induzione od il rafforzamento di un sentimento pessimistico/nichilistico vero il futuro

3) L’induzione od il rafforzamento di un sentimento di malessere sociale

4) L’assuefazione alla menzogna e il conseguente intorpidimento dei dispositivi di filtraggio critico e razionale

5) L’induzione od il rafforzamento della diffidenza verso le leggi dello Stato (obbligo di vaccini, ad esempio).

Osservando gli effetti della bufala sulla “lezione” di Francesco Schettino alla Sapienza, potremo rilevare il concretizzarsi di alcuni di questi punti cardine della manomissione del fatto; la reazione più frequente (anche da parte degli intelletti più equipaggiati), infatti, è ed è stata l’indignazione verso l’Italia (la Sapienza è un ateneo statale), le sue leggi e la sua magistratura, che consentirebbero ad un “assassino” di tenere conferenze all’università.

“Questa è l’Italia”, “siamo senza speranza”, “solo da noi”, ecc, i “frame” che incapsulavano ed incapsulano l’emotività collerica della “massa”, pungolata, punta e sollecitata nel suo ventre più profondo.

Altro elemento che dovrà preoccupare, il fatto che la bufala sia stata ripresa e rilanciata da alcune delle più autorevoli testate nazionali, da telegiornali e radiogiornali, venuti meno, quindi, ai principi guida della buona informazione ed ai loro obblighi deontologici elementari.

Alla luce della complessità e delicatezza dell’attuale fase storica, potremmo facilmente dedurre tutta la pericolosità sociale di simili strategie e comportamenti.

Che cosa ci insegna la bufala sulla “lezione” di Francesco Schettino alla Sapienza.La propaganda e la “folla”

Il recente successo della bufala sulla presunta “lectio magistralis” tenuta dall’ex capitano Francesco Schettino, ha dimostrato tutta la potenza della “disinformatia” e la sua capacità di presa sulle masse.

Mediante la sua analisi approfondita, sarà possibile osservare e studiare alcuni dei meccanismi di funzionamento della manipolazione del fatto, da un lato, e della propaganda (in questa caso, “commerciale”), dall’altro, ma anche alcune peculiarità della “folla” e della sua psicologia.

Nel caso di specie, una notizia vera, in sé o in parte, è stata incapsulata in titoli ad effetto ed iperbolici e resa così parzialmente falsa; “Schettino tiene una lezione alla Sapienza”. Questo il prodotto finale della manomissione, rimbalzato da una landa all’altra del pianeta mediatico.

Ma analizziamo il fatto, nel dettaglio.

1) Francesco Schettino non ha parlato alla Sapienza, ma in un locale che nulla ha a che fare con l’ateneo (il circolo “Casa dell’Aviatore”).

2) Francesco schettino non ha tenuto nessuna “lectio magistralis” ma è stato invitato, da un singolo docente e per par condicio, a tenere una brevissima relazione nell’ambito di un seminario dal titolo “Dalla scena del crimine al Porfiling” in cui veniva dibattuto il caso Costa Concordia.

3) Francesco Schettino non ha tenuto nessuna lezione sulla gestione del panico,

Avremo quindi:

1) “Infotainment”. Informazione spettacolo.

2) Propaganda “grigia” (parzialmente falsa).

Entrambe le opzioni saranno funzionali alla:

Propaganda “commerciale”, intesa come strumento per ottenere un profitto economico (click ed ascolti in più).

Il generale, diffuso e qualunquistico sentimento di intolleranza verso le istituzioni (un ateneo statale è, comunque, un apparato istituzionale), il ricorso a strategie ad elevato impatto emotivo ed immaginifico (il richiamo ad una figura impopolare e respingente) e la scarsa dimestichezza del lettore-ascoltatore medio con l’ utilizzo dei dispositivi di analisi e filtraggio delle notizie (“Fact checking”, verifica dei fatti e “Gatekeeping”, selezione delle informazioni) hanno fatto il resto, preparando il terreno ad un successo, certo e rapido della “bufala”.

Perché il Nazareno vincerà la sfida della storia

Silvio Berlusconi non è Josef Mengele ma è e rimane (al di là della condanna riportata) il leader della seconda coalizione politica nazionale ed il maggior esponente dell’opposizione, per volontà popolare; “obtorto collo”, non dovrebbe risultare, dunque, illogico, amorale o disdicevole un confronto, con lui, su tematiche eccezionalmente delicate e di ampio repisro come le riforme istituzionali, necessitanti, al contrario, la maggior convergenza possibile ed ipotizzabile.

Ogni incursione sul Nazareno, sebbene di forte ed irrinunciabile impatto ventrale e propagandistico, non potrà, quindi, che essere disancorata da ogni logica contingente e destinata all’archiviazione, da parte del buonsenso, prima, e della storiografia, dopo.

I razzi al posto delle scuole.Il costo economico e sociale del terrorismo di Hamas per i civili palestinesi ed israeliani

Si tende generalmente (e comprensibilmente) a valutare ed analizzare il costo della guerra in Medio Oriente “soltanto” in termini di vite umane e feriti; purtuttavia, anche la voce economica, sebbene marginalizzata dal dibattito mediatico, politico e collettivo, gioca un ruolo fondamentale in un confronto bellico, vincolando, non di rado e come nel caso del nodo israelo-palestinese, la vita dei contendenti, anche in tempo di pace e nella normale quotidianità.

Se analizziamo i costi di “Iron Dome”, il sistema missilistico che protegge i civili israeliani dai lanci di razzi e colpi di mortaio provenienti da Gaza, potremo rendercene facilmente conto. La “Cupola di Ferro” è dislocata in 7 batterie, intorno ad Israele, montanti missili intercettori “Tamir”; ognuno di essi ha un prezzo che si aggira intorno ai 50 mila di dollari, mentre ogni batteria costa 50 milioni di dollari. In tutto, Tel Aviv ha investito 1 miliardo di dollari per il dispositivo, il suo dislocamento ed il suo funzionamento.

Ancora: Israele, uno Stato della grandezza territoriale di una regione italiana, spende , per difendersi dal fondamentalismo islamico, qualcosa come 14.309.000.000 dollari, pari al 7% del suo PIL, molto più di paesi enormemente più grandi e popolosi.

Cifre da capogiro, quindi, che la Knesset potrebbe utilizzare per sanità, istruzione, ricerca, sport ed è invece costretta a stornare dal bilancio per proteggere il popolo.

Ma adesso spostiamoci sul fronte opposto: ogni tunnel che Hamas realizza nel tentativo di penetrare nel territorio israeliano per massacrarne gli abitanti, costa 3 milioni di dollari, mentre per ogni razzo “Qassam” i terroristi devono sborsare tra i 400 e gli 800 dollari, soldi (spesso provenienti da aiuti internazionali elargiti in buona fede) che potrebbero fare la differenza, per la popolazione palestinese. I fondamentalisti preferiscono , invece, la guerra alla Stella di Davide alla costruzione di scuole, ospedali, biblioteche e centri sportivi per i bambini di Gaza. Preferiscono, in buona sostanza, investire sulla morte che non sul futuro.

La strategia del terrorismo palestinese colpisce, dunque, due volte il “nemico” e due volte i civili palestinesi stessi, spezzando o condizionando in negativo la vita alle vittime, a tutte le vittime.

Antisemitismo di destra ed anti-israelismo socialista

Dove si trova il vero nemico di Israele e perché chi la difende deve riconciliarsi con la sinistra

L’antisemitismo “politico”, coincidente con quello “razziale”, ottocentesco-novecentesco, è prodotto e prerogativa del nazismo, del fascismo, delle loro derivazioni e , prima, ancora e nella sua fase storica e concettuale, della filosofia hegeliana, kantiana e fichtiana (Fichte, tedesco, arrivò a negare l’origine ebraica di Cristo, proponendo l’espulsione dei discendenti di Abramo dalle terre germaniche).

Il socialismo, al contrario, non soltanto non contempla il sentimento anti-ebraico nel proprio sistema etico e normativo, ma, anzi, lo rigetta, insieme alla gerarchizzazione razziale.

A questo proposito, gioverà ricordare come le comunità ebraiche guardassero, tra il XIX secolo e la prima metà del XXesimo, con speranza ed ammirazione al socialismo, e viceversa. Nel 1917, gli ebrei russi accolsero con favore l’Ottobre (prima delle persecuzioni staliniane), memori della durezza del trattamento riservato loro dal regime zarista, mentre l’URSS ebbe un ruolo chiave nella creazione dello Stato d’Israele. Ancora, una derivazione del sionismo si ispirava e si ispira direttamente al socialismo (sionismo “socialista”, di A.D.Gordon), mentre le comunità kibbutziane furono ideate ed organizzate sul modello comunitario e gestionale di quelle kolkoziane sovietiche.

L’anti-israelismo della sinistra, sebbene robusto e particolarmente visibile, non è e non sarà, quindi e salvo rare eccezioni, determinato da pulsioni di tipo antisemitico, bensì da una ventaglio di scelte squisitamente strategiche e contingenti:

-Israele è un Paese “occidentale” ed atlantico, tradizionalmente alleato (sebbene non manchino né siano mancati i momenti di tensione) degli Usa.

-Israele è un Paese “ricco”, la Palestina un Paese “povero” e terzomondista. Quindi, si assisterà ad una migrazione del concetto di “lotta di classe”, in un contesto, quello mediorientale, che ne riproduce le condizioni e gli elementi, a differenza del più evoluto Occidente.

Al contrario, l’anti-israelismo e il filo-palestinismo della destra radicale e neo-fascista, usualmente islamofoba ed arabofoba, è sarà conseguenza unica e sola del carico storico-dottrinale antisemita. Ma c’è di più: anche l’adesione alla causa israeliana da parte della destra “moderata” è , molto spesso, legata esclusivamente a speculazioni di tipo strategico (arabo-islamofobia, collocazione atlantica di Israele, ecc), ma quando il discorso si sposta e posa sulle responsabilità fasciste nella persecuzione degli ebrei e nell’Olocausto e sulle ricorrenze commemorative della tragedia, ecco che il registro comunicativo cambierà, facendosi ambiguo, relativizzante, se non apertamente ostile e respingente verso l’elemento ebraico, prima difeso con tanta decisione.

Questo perché il conservatorismo italiano, nella quasi totalità delle sue declinazioni, non ha mai conosciuto una sua Bad Godesberg, affrancandosi in questo modo dal portato mussoliniano (le dichiarazioni e le proposte di legge di molti dei suoi esponenti, tese alla rivalutazione del Ventennio, ne sono la testimonianza).

2 Agosto 1980

La bambina nella fotografia si chiama(va) Angela Fresu.

AngelaFresu

Angela morì a Bologna, quel 2 agosto 1980 insieme a sua madre Maria, operaia di 24 anni. Erano le persone più vicine alla bomba esplosa. Di loro non furono mai trovati nemmeno i resti.

Angela era poco più grande di me; aveva 3 anni. E’ la vittima più giovane di quell’attentato.

“All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill”