Appunti di storia – La Previdenza sociale tra mito e realtà.Ecco perché la pensione non è un “dono” del Fascismo

pensionati

Il primo atomo di previdenza sociale si sviluppò nel nostro Paese nel 1864, quando agli impiegati civili dello Stato fu concessa la pensione. Il 1898 vide invece la fondazione della Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai, un’assicurazione volontaria integrata da una quota libera dello Stato e degli imprenditori (Governo di Rudinì IV) . Nel 1919 l’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia divenne obbligatoria (Governo Nitti II). Nel 1957 fu istituita l’assicurazione obbligatoria per contadini, mezzadri e coloni. Due anni dopo, l’ assicurazione venne estesa agli artigiani e , nel 1969, ai commercianti. Nel 1963 vide inoltre la luce la mutualità pensioni a vantaggio delle casalinghe (a carattere volontario) mentre la “pensione sociale”, fiore all’occhiello del welfare nazionale, arriverà nel 1969.

Viva il camerata Putin.Quando è la destra a cercare eroi altrove

Nipote di uno dei cuochi personali di Lenin e di Stalin, figlio di un militare dell’Armata Rossa, nato sotto “Koba” e formatosi in pieno immobilismo brezneviano, Vladimir Vladimirovič Putin fu membro del Partito Comunista dell’URSS dal 1975 al 1991, nonché membro ed ufficiale del KGB , sempre all’interno della stessa forchetta temporale (in missione nella DDR tra il 1985 ed il 1990). Un marxista ed un patriota sovietico, quindi, che più volte si è profuso in lodi nostalgiche del vecchio apparato ( “il crollo dell’URSS è stato la più grande tragedia geopolitica del ventesimo secolo”).

Chi a destra assurge a simbolo la figura del Presidente della Federazione Russa in ragione della sua ostilità verso la comunità LGBT e in risposta alla presenza, alla Casa Bianca, di un democratico afroamericano, commetterà quindi un duplice e grossolano errore; in primis perché dimentico della tradizione omofoba propria di qualsiasi altro leader del Cremlino e di qualsiasi regime comunista (secondo la medesima traiettoria logica, la destra italiana dovrebbe sostenere anche Fidel Castro Ruz) e, soprattutto, perché ancora una volta l’equivoco che si staglia al centro dell’analisi è la “sovrapposizione” delle categorie politiche italiane e straniere, nel caso di specie statunitensi. Individuando nel Democratic Party un bersaglio ed un nemico in quanto ritenuto affine al PD, i conservatori di casa nostra dimostreranno una macroscopica povertà cognitiva riguardo la storia del loro Paese, degli Stati Uniti e delle loro dinamiche di funzionamento, preferendo il fascino della semplificazione più istintiva, ventrale e demagogica ai pensieri lungi dell’esplorazione concettuale.

Il giorno in cui al numero 1600 di Pennsylvania Avenue tornerà un caucasico appartenente al GOP, l’afflato verso Putin tornerà nell’angolo nel quale fu riposto tra il 2000 e il 2008, quando alla Casa Bianca sedeva un “redneck” repubblicano. In questa affannosa ed affannata caccia all’eroe di turno, i “camerati” non si dimostrano meno provinciali di quella sinistra innamorata quando di Zapatero, quando di Hollande o quando di Alexis Tsipras.

Beppe Grillo e la RAI. Perché l’ex comico non è Solženicyn. E nemmeno Luttazzi.

« La cena in Cina… c’erano tutti i socialisti, con la delegazione, mangiavano… A un certo momento Martelli ha fatto una delle figure più terribili… Ha chiamato Craxi e ha detto: “Ma senti un po’, qua ce n’è un miliardo e son tutti socialisti?”. E Craxi ha detto: “Sì, perché?”. “Ma allora se son tutti socialisti, a chi rubano?” ». Beppe Grillo, 15 novembre 1986.

La frase (pronunciata a Fantastico 7), non più caustica di una battuta da bistrot e sprovvista di qualsiasi ambizione di scavo analitico, è l’elemento che, nella propaganda pentastellata, avrebbe causato l’esilio “sine die” di Beppe Grillo da Viale Mazzini. In realtà, l’ostracismo ai danni del comico genovese non durò che 15 mesi; nel febbraio del 1988, infatti, Grillo partecipò in qualità di ospite al Festival di Sanremo, con un compenso pari a 350 milioni di Lire. La stessa cosa sarebbe avvenuta nell’edizione successiva della kermesse canora.

Inoltre, nel lasso temporale che lo vide lontano dalle telecamere RAI, l’attuale leader pentastellato prese parte ad una serie di spot per lo yogurt Yomo (che gli valse una partecipazione con vittoria al galà dei Telegatti) nonché a diversi spettacoli alle Feste dell’Unità organizzate dell’allora Partito Comunista Italiano.

Il tentativo di creare il “must” dell’eroe di memoria nietzschana, angariato dai “poteri forti” e dalla mediocrità della massa per il suo essere intellettualmente libero, si rivelerà pertanto sguarnito del conforto del dato fattuale.

Separiamoci! Anzi, forse no. Perché Beppe Grillo gioca a fare Gianfranco Miglio

bossi grillo

Intento di Beppe Grillo con il suo ultimo intervento non era quello di
vibrare un attacco ideologico o storico al portato risorgimentale né di
rivalutare l’esperienza delle comunità statali preunitarie (si tratta di
un intreccio di fenomeni oltremodo complessi di cui, probabilmente,
l’ex comico non ha nemmeno una cognizione definita, definibile e
spendibile).

Nessun singulto separatista, quindi, nessun
afflato verso questa o quella opzione centrifuga, bensì una strategia di
marketing, ancora una volta ed ancor di più se e perché in prossimità
delle consultazioni europee. Politico atipico alla guida di un movimento
atipico, Grillo sa di non poter far affidamento sull’elettorato
“tradizionale”, da sempre ed ormai terreno di caccia delle tre grandi
compartimentazioni ideologiche, ed allora cerca il suo “Fattore K” nei
sottoboschi, comunità ibride a metà tra l’inerzia scontenta e la
partecipazione, quasi sempre piccoli segmenti se presi singolarmente ma
numerosi e potenzialmente decisivi se riuniti e sommati, aggregazioni
che vanno dai teorici del complotto agli ultranimalisti agli
ultarambientalisti ai separatisti, per l’appunto. E’ a questo universo
vasto e variegato, riempito di tutto e del suo contrario e spesso
sprovvisto di una rappresentanza politica, che il leader pentastellato e
i suoi “strategists” cercano di dar voce. Ecco il motivo del forsennato
ecumenismo inclusivo del Movimento, che si riflette anche nella bulimia
cromatica del suo simbolo. Ecco il motivo delle incursioni su Stamina e
“Fracking”, ecco il motivo delle interrogazioni sulle scie chimiche e
degli interventi sull’esistenza delle Sirene, ecco il motivo delle
battaglie contro la TAV , ecco il motivo dell’ammiccamento quando a
Pertini e quando al Ventennio, ecco il motivo dell’appeal su estremisti
di destra come di sinistra. Ed ecco il motivo della presenza nel M5S di
ex leghisti come di neoborbonici.

Le elezioni europee sono alle
porte, dicevamo, e l’istrione di Genova cerca di drenare voti ad un
partito ormai alla fine della sua parabola storica (la lega Nord) e di
sedurre i grandi blocchi dell’ improbabile e bizzarro scontento
revanscista (sardi, siculi, valdostani).

Im Westen nichts Neues

La Bella Signora Ferita

Benché ferita ed offesa, L’Aquila conserva ancora il suo fascino antico e peculiare. Identico ma allo stesso tempo diverso, non è più elegantemente sfolgorante bensì elegantemente sinistro. Bella ma decaduta come una Yvonne la Nuit, orgogliosa e cocciuta testimone della sua antica potenza garbata guizzante da un a crepa o da un buco che mostrano un lampadario di cristallo impolverato, una madia di antiquariato, una scala in porfido.

Solo una cosa è lì, a squarciare ogni illusione di continuità, ad azzoppare i pensieri lunghi dell’ottimismo sensato; le uova pasquali di bar e ristoranti chiusi e sprangati, a terra, nello stesso punto in cui la scossa le catapultò quattro anni fa insieme alle caramelle, alle gomme americane, alle bottiglie di grappa. Testimoni di quel “dì di festa” che ci fu senza esserci, sono le putride carogne al sole dell’evidenza.

Finché non saranno consegnate al ricordo, la normalità non potrà dirsi di casa.

“Femminicido” ed emergenza suicidi. Perché sono delle bufale, a che cosa servono e da chi vengono utilizzate

Uno dei decani del giornalismo statunitense, nonché celebre e celebrato “muckracker”, Lincoln Steffens, faceva notare come avrebbe potuto creare un’emergenza sociale, una psicosi collettiva, partendo dai normali fatti di cronaca che avvenivano nel quotidiano, amplificandoli attraverso il mezzo mediatico e la sua retorica. Questo perché il cronista è il “medium” tra le masse e ciò che succede e per questo le masse sviluppano nei suoi confronti un rapporto di tipo fideistico. Da tale assunto di base si comprende la delicatezza del ruolo di chi fa informazione; una notizia manomessa, alterata o , peggio ancora, falsa, sporca la percezione che il cittadino ha di sé stesso, del collettivo e di chi lo governa, orientandolo di conseguenza. Il crisismo demolitivo e l’allarmismo che sta delineando il lavoro della stampa nazionale si muove secondo questa nefasta traiettoria. I motivi sono: il dettato politico (quasi tutte le testate hanno una proprietà partitica) ed il bisogno di fare “cassetta”, bisogno che soltanto le notizie ad altissimo impatto emotivo possono garantire, secondo il principio breueriano-freudianio della catarsi (il lettore scarica ed appaga i propri impulsi più violenti nell’acquisizione di una notizia di importante urto adrenalinico ).

Così facendo si viene tuttavia meno ai dogmi dell’etica deontologica (mirabilmente illustrati e condensati nello “Statement of Principles” del 1975 ) nuocendo alla società, corrodendone le basi e, quel che è peggio, la fiducia, ammanettandola ad una cultura del disfattismo che mostra i contorni del vicolo cieco.

Analizzando il lavoro delle piattaforme mediatiche negli ultimi tempi, potremmo notare come siano essenzialmente due i fenomeni protagonisti della scena e della notiziabilità: il cosiddetto “femmincidio” e la supposta impennata dei suicidi dovuti alla crisi economica e finanziaria che attanaglia il pianeta dal 2008. Si tratta, tuttavia, di emergenze-non emergenze, prive del riscontro del dato statistico e documentale. Ma osserviamole nel dettaglio, sulla scorta dei numeri raccolti dall’ ISTAT:

Da oltre 20 anni, la violenza che sfocia in omicidi nel nostro Paese è in calo. Nel 1992, ce n’erano stati 1275, numero ridotto a 466 nel 2010. Le vittime di sesso femminile erano state 186 nel 1992, diventate 131 nel 2010 con un calo del 29,57%. Attualmente, l’Italia è uno dei Paesi al mondo statisticamente più sicuri per le donne, come si evince da un rapporto dell’ONU che indica le donne uccise ogni 100.000 abitanti.

Italia: 0.5

Regno Unito: 0.8

Francia: 0.9

Germania: 0.8

Svizzera: 0.7

Spagna: 0.6

Svezia: 0.6

Norvegia: 0.5

Olanda: 0.5

Austria: 1.3

Finlandia: 1.3

Russia: 8.7.

Ampliando l’analisi, l’Italia si colloca al 19º posto in Europa per omicidi, con un tasso di 0,97 eventi delittuosi per 100.000 persone nel 2009. Meno sicuri del Bel Paese sono Finlandia, Francia, Islanda, Australia, Canada e Regno Unito .

Parlare di emergenza per quel concerne la violenza sulle donne e, più in generale, la criminalità comune, non solo è e rappresenta quindi un’ evidente alterazione della verità, ma dilata ed altera la percezione del rischio nel cittadino, con conseguenze potenzialmente devastanti sul suo equilibrio personale. Inoltre, si rischierà di creare un’innaturale frattura di genere che avrà come risultato il rafforzamento e la giustificazione della misandria più isterica ed emotiva, con esiti anche in questo caso catastrofici per la società nella quale viviamo e per i rapporti tra gli esseri umani.

Veniamo adesso all’”emergenza suicidi”:

Secondo gli ultimi dati ISTAT, nel 2008, i suicidi per ragioni economiche sono stati 150 su un totale di 2.828 casi. Nel 2009, sono stati 198 su 2.986 casi. Nel 2010 187 su 3.048 casi. Osservando il dato numerico questo vuol dire che sono aumentati del 24,6% tra 2008 e 2010 ma anche che sono diminuiti del 6 per cento tra 2009 e 2010. Questi atti rappresentano il 5,3% di tutti i suicidi nel 2008, il 6,6% nel 2009 e il 6,1% nel 2010. Secondo l’analista ISTAT Stefano Marchetti, “se si escludono i suicidi per motivi d’onore (18 in tutto), quello economico è, per assurdo, il movente meno preoccupante di tutti. Quasi una persona su due (1.412) ha deciso di farla finita a causa di una malattia (per 4 su 5 di origine psichica). La seconda causa di suicidio è affettiva: 324 persone si sono tolte la vita per questioni di cuore, quasi il doppio rispetto a chi l’ha fatto per il conto in banca. E quasi in un caso su tre non è stato possibile individuare il movente del gesto”. l’Italia si classifica inoltre ed anche in questo caso dietro Paesi molto avanzati quali Islanda, USA, Regno Unito, Germania e Giappone.

Questa è forse la menzogna più pericolosa. Ed eccone le ragioni: 1)la semplificazione di un evento tragico quale il suicidio, che ha e può avere un ventaglio variegato e multiforme di cause e concause. 2)il rischio di detonazione del cosiddetto “Effetto Werther”; enfatizzando e “giustificando” i suicidi a livello mediatico (per ragioni di marketing e/o per trovare punti d’entrata per l’attacco a questo od a quel governo) si rischia infatti di condurre il cittadino all’emulazione. Se in difficoltà, egli si sentirà infatti legittimato a compiere un gesto insano come togliersi la vita , in risposta ad un supposto menefreghismo della politica, ecc.

“Il diritto all’informazione non è un privilegio del giornalista, ma una componente della libertà del cittadino, una garanzia della democraticità del sistema. Ma affinché ciò corrisponda poi alla realtà dei fatti occorre che il giornalismo sia scrupoloso, corretto e oltremodo rigoroso. Il giornalista per il ruolo che rappresenta è oggetto di pressioni, lusinghe e tentazioni. Per questo il suo corredo di regole e responsabilità deve essere chiaro. I confini della professione ben marcati e in nessun caso mobili o confusi” – Stefano Rodotà

Importanza storica ed imperativo etico del Concordato e dell’ Accordo di Villa Madama

Imperfetto, obsoleto e senza dubbio da riformare, il Concordato del 1929 tra l’allora Regno d’Italia e la Santa Sede intervenne tuttavia a ricomporre una frattura sessantennale, potenzialmente pericolosa per la stessa integrità nazionale italiana, venutasi a creare con la presa di Roma nel 1870.

Entità sovrana e riconosciuta dalla comunità internazionale fin dal 787 dopo le vittorie di Pipino il Breve e di Carlo Magno contro i Longobardi ma “de facto” già presente sulla scena storica tra i secoli IV e VI, lo Stato della Chiesa aveva quindi sulle spalle oltre un millennio di vita quando fu attaccato, invaso ed annesso da un Regno neonato (una soluzione di questo genere collocata nel presente scatenerebbe la reazione armata del mondo democratico) che lo spogliò delle sue prerogative legittime e consolidate.

Chi, in special moda a sinistra, parla di “invasione” in riferimento alla guerra contro il Regno delle Due Sicilie (dimenticando la tradizione risorgimentalista del PCI), cambia invece traiettoria logica e “modus cogitandi” quando l’analisi sosta sul 1870; si tratta di un doppiopesismo che trova origine e spiegazione nella partigianeria ideologica più immatura (in questo caso sotto forma di anticlericalismo).

Chi scrive è un risorgimentalista ed un sostenitore di Giovanni Lanza, ma prima di tutto un tecnico ed un tecnico imparziale (mi sia perdonata l’immodestia)

La grande prevedibiltà della critica ad ogni costo

Immaginiamo un film straniero

Immaginiamo che il film in questione ottenga, tra i tanti riconoscimenti, anche un Premio Oscar , un Golden Globes, quattro European Film Awards , quattro Nastri d’argento , un Globo d’oro , una nomination al Festival di Cannes .

Immaginiamo che, sempre il suddetto film, contenga una critica corrosiva, sagace e sottilmente tragica di uno spaccato della società italiana.

Probabilmente, anzi, quasi sicuramente, grideremo al capolavoro.

Probabilmente, anzi, quasi sicuramente, attribuiremmo con soddisfazione alla pellicola anche un valore, un significato ed un significante normativo e didascalico dal punto di vista sociale, sociologico ed antropologico (“ecco come ci vedono, all’estero”) bollando come provinciale chiunque, tra i nostri connazionali, si sentisse offeso dall’impietoso ritratto.

Adesso facciamo un passo indietro.

Il film in questione ha, si, conquistato un Premio Oscar , un Golden Globes, quattro European Film Awards , quattro Nastri d’argento , un Globo d’oro , una nomination al Festival di Cannes . Ma è italiano.

Italianissimo.

Nessuna critica corrosiva, nessun raffinato e profondo lavoro di scavo e di indagine nella nostra e della nostra essenza più profonda.

No.

E’ “lento”, “non sa di niente”, è una “cagata pazzesca” (questa malinconicamente prevedibile. Si può fare di meglio).

L’origine di questa vocazione xenofila ed antinazionale tutta italiana va cercata nel trauma sociale ed antropologico causato dall’esperienza fascista che, insieme al portato dottrinale internazionalista della sinistra di ispirazione marxista-marxiana (massicciamente presente fio dalle ultime propaggini del secolo XIXesimo) ed a quello universalista del cristianesimo democristiano, ha confezionato e consegnato il clichè secondo cui l’esaltazione di tutto ciò che è patrio sia elemento ed attestazione di provincialismo, grettezza intellettuale ed obsolescenza sciovinistica, mentre la condivisione di tutto ciò che trova paternità altrove è o sarebbe sinonimo di elasticità mentale, lungimiranza e libertà di vedute. Di saper andare oltre, insomma.

Accade, però, che proprio nel tentativo di mostrarsi privo di pregiudizi, colui il quale abbraccia questo genere di posizioni finisca con il rivelarne e coltivarne, in questo caso in senso italofobo.

Provinciali, ma in modo diverso.

Ai nastri di partenza il Grande Fratello”, universale come la supponenza arrogante del disinformato

Torna il “Grande Fratello” e, puntualmente, tornano le speculazioni pseudosociologiche che vorrebbero il programma come “archè” di una supposta decadenza culturale ed antropologica tutta italiana, perversione voyeuristica sviluppatasi nel liquido amniotico della nostra essenza particolare più contaminata. Addirittura ci si stupisce per la concomitanza del suo rilancio con l’assegnazione del Premio Oscar al Maestro Sorrentino, come vi fosse o vi dovesse essere una linea di continuità tra il lavoro dell’ Academy Awards e i palinsesti delle emittenti televisive italiane.

Si tratta di una semplificazione primitiva (ma per questo virale ed efficace) che ha come spinta propulsiva e fluidificante la misconoscenza arrogante della storia della televisione e, più in generale, dei reality show, del loro sviluppo, del loro impatto sociale e della loro diffusione, in Italia come nel resto del mondo.

Programma concepito e realizzato da una società di produzione televisiva straniera (l’olandese Endemol), il “Grande Fratello” è un format diffuso in tutti e cinque i continenti, con lo stesso successo riscontrato nel nostro Paese (12 edizioni nel Regno Unito, 15 in Spagna, 13 negli Stai Uniti). Ma non solo: il “masscult” che vorrebbe anche gli altri reality show, realty games o talent show come peculiarità negativa (perché mai, poi?) del Bel Paese, dimentica, anche in questo caso, che si tratta di contenitori in maggioranza ideati oltreconfine e con una risposta, anche in questo caso, planetaria.

Ma vediamo la cosa nel dettaglio:

Reality di produzione statunitense e diffusi (anche) negli USA: The 70’s House , A Shot at Love with Tila Tequila , The bachelor – L’uomo dei sogni , Cambio moglie , Dr. 90210 , Extreme Makeover – Belli per sempre , The Hills , I fantastici cinque , Il ristorante , Laguna Beach , L’isola dei famosi[ , Miami Ink , Newlyweds: Nick and Jessica , Notti sul ghiaccio , Gli Osbourne , Paris Hilton’s My New BFF , La pupa e il secchione , Pussycat Dolls Present: The Search for the Next Doll , The Real World , SMS amiche per caso , SOS Tata , Survivor , Unan1mous , Vero amore.

Reality di produzione britannica e diffusi (anche) nel Regno Unito: Ballando con le stelle , Changing Rooms – Camera a sorpresa , X Factor.

Reality di produzione olandese e diffusi (anche) in Olanda: Grande Fratello , Pechino Express , Ritorno al presente .

Reality di produzione spagnola e diffusi (anche) in Spagna: Operazione Trionfo

Reality di produzione giapponese diffusi (anche) in Giappone: Diario – Esperimento d’amore

Reality di produzione svedese e diffusi (anche) in Svezia: La fattoria

Reality di produzione norvegese e diffusi (anche) in Norvegia: SuperSeniors

Reality di produzione danese e diffusi (anche) in Danimarca: Wild West

Reality di produzione israeliana e diffusi (anche) in Israele: Uman – Take Control!

Reality di produzione belga e diffusi (anche) in Belgio: La talpa

Reality di produzione turca e diffusui (anche) in Turchia: La sposa perfetta

Reality di produzione neozelandese e diffusi (anche ) in Nuova Zelanda: Popstars

Se posizionati nel contesto per il quale sono stati concepiti (lo svago), i realty sono e rappresentano una propaggine ed una variante naturale del genere di intrattenimento, che non va inteso come un blocco monolitico, rachitico e ripetitivo, bensì come un ventaglio vivace di offerte, per tutti e nell’interesse di tutti.

Prima di lanciarsi in improbabili cariche a sciabola sguainata con considerazioni disancorate da ogni elemento e contributo fattuale, suggerisco, ancora una volta, di fare affidamento su alcuni strumenti propri del metodo di indagine giornalistico, in particolare il “Fact checking” (verifica dei fatti) ed il “Gatekeeping” (selezione dei fatti/notizie),

Sorrentino e Maradona

Dedicando il trionfo hollywoodiano al “Pibe de Oro”, il Maestro Sorrentino, partenopeo, ha rivolto il suo pensiero non all’uomo Diego Armando Maradona (evasore fiscale, tossicomane e pessimo genitore) bensì all’atleta Diego Armando Maradona, ovvero all’icona sportiva che tanto ha rappresentato per Napoli da un punto di vista calcistico e, di rimbalzo, culturale e sociale. La polemica aprioristica, forzata ed egocentrica, è spesso una polemica immatura, è spesso una polemica sciocca.

Amo Caravaggio, che pure fu un omicida. Amo Celine, che pure fu un nazista. Amo l’arte, che è arte, pur differente e meno convenzionale, anche nel piede sinistro di Diego Armando Maradona. Piaccia o meno.