Muro di Berlino e Guerra Fredda: irrazionalità di un rimpianto

Berlinermauer“Nell’avvicinarsi del terzo millennio l’umanità è costretta a valutare senza timore e lucidamente un grande numero di problemi non facili: l’esaurimento delle risorse energetiche, la fame, la povertà di decine, centinaia di milioni di uomini e dissesti ecologici che preoccupano quasi tutti in paesi, malattie antiche e anche oggi, nuove e minacciose.

Ma tutti questi e altri problemi di portata internazionale in un modo o nell’altro sono collegati con l’obiettivo dell’allontanamento della minacci della guerra nucleare. Al di fuori del movimento verso un mondo denuclearizzato e non violento, non ci sono strade verso il progresso dell’umanità. È qui la chiave per vincere le sfide che ci lancia questo nostro tempo non facile, drammatico e pieno di promesse”

Così scriveva Michail Gorbačëv nel suo libro “Perestrojka” (1988).

Nonostante il mondo fosse, e ormai da alcuni anni, in piena rivoluzione democratica e vicino all’implosione del blocco sovietico, possiamo notare come per il leader moscovita la minaccia termonucleare costituisse ancora il rischio maggiore e principale, emergendo in tutta e con tutta la sua dirompenza tra le incognite, vecchie e nuove, di quel decennio.

L’anniversario della prima breccia sul Muro di Berlino (la sua definitiva consegna alla storia sarebbe arrivata il 22 dicembre successivo) ci offre oggi l’occasione per un “flashback” a quegli anni delicati e al clima (ben delineato nel passaggio di Gorbačëv ) di angoscia e paura che li caratterizzava per il rischio di un terzo conflitto mondiale, aiutandoci così a mettere da parte qualsiasi nostalgismo per la Guerra Fredda.

Se, infatti, l’instabilità generata dai sommovimenti del 1989-1992 ha portato alla nascita di minacce nuove ed asimmetriche, non dobbiamo dimenticare come nessuna di esse possieda la capacità distruttiva di un ipotetico confronto tra NATO e Patto di Varsavia, il cui spettro non smise di incombere sul genere umano per quasi un cinquantennio.

Ogni ripiegamento verso il passato ed ogni ricostruzione agiografica che lo voglia antica garanzia di una “pax armata” tutto sommato rassicurante e provvidenziale, andranno dunque rigettati e respinti, sussulti immaturi di una “laudatio temporis acti” che non può trovare spazio nell’analisi razionale dei processi storici e geopolitici.

Quando l’apparenza inganna. L’Occidente, l’innamoramento per Jurij Andropov e il rischio della suggestione.

Quando il 12 novembre 1982 Jurij Vladimirovič Andropov fu eletto Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica , la stampa atlantica sembrò, per un attimo, conquistata da questo anziano e sconosciuto (al grande pubblico) ex capo del KGB, salito alla massima carica dell’URSS.

Si pose infatti l’accento sul presunto stile occidentale di Andropov, sul fatto amasse il whisky americano, la pipa e le letture in inglese e francese; un uomo nuovo, si diceva da più parti e con entusiasmo, se confrontato con il suo rigido e “sovieticissimo” predecessore.

Il tempo avrebbe però dimostrato che si trattava di un’illusione. Sebbene, infatti, in politica interna il nuovo leader avesse cercato di avviare un’opera riformatrice rispetto agli anni della corruzione, del clientelismo e della stagnazione brezneviani, creando così i prodromi della rivoluzione gorbacioviana, in politica estera e sul delicato tema di diritti umani mostrò un appiattimento assoluto alle linee di indirizzo che avevano contraddistinto l’URSS fino al momento della sua elezione (si pensi all’abbattimento del Jumbo sudcoreano, allo schieramento in Europa dei missili balistici nucleari a medio raggio SS-20 ed al congelamento delle iniziative sul disarmo).

Ma come fu possibile che gli analisti occidentali del tempo siano caduti in una “wishful thinking” così grossolana, individuando delle chance di cambiamento per il blocco sovietico negli atteggiamenti privati di un vecchio gerarca, ex capo di un servizio segreto come il KGB? Secondo noi la risposta va cercata nel desiderio, forse inconscio, di un “turning point”, in URSS e dunque nel resto del pianeta, che sollevasse l’umanità da quel carico di angosce e tensioni prodotte della Guerra Fredda e dalla contrapposizione ideologica allora dominante.

In buona sostanza, quei giornalisti e quegli osservatori, preda della sofferenza emotiva e della paura della “bomba” esattamente come ogni altro essere umano ed abituati all’immagine rigida, minacciosa e respingente del gigante d’oltrecortina, si illusero, o scelsero di illudersi, al primo accenno di discontinuità rispetto ad un passato invece ben vivo e pulsante.

La storia e l’oggi ci dimostrano, tuttavia, che non si trattò e non si tratta del primo caso in cui un semplice indizio sia assurto al rango di prova, nella percezione di una figura pubblica e nell’analisi della sua azione, sull’onda lunga del coinvolgimento emotivo. Un rischio presente e sempre esistente, dal quale soltanto l’elaborazione razionale può e potrà mettere al riparo.

L’inferiorità russa e la paura dell’apocalisse: perché non scoppierà mai la III Guerra Mondiale tra Est e Ovest

bombat“Quella crisi ci insegnò una lezione fondamentale su cosa doveva essere fatto per prevenire la guerra nucleare. Per quasi 30 anni, quelle divennero le regole e i limiti del gioco nucleare e dell’importante, volubile e pericolosa relazione tra Washington e Mosca” – Anatoly Fyodorovich Dobrynin, ambasciatore sovietico in USA (1962 – 1988)

“La crisi ci portò sull’orlo del baratro. Lo avevamo visto, ci eravamo spaventati a morte e capimmo che non avremmo dovuto spingerci mai più fino a tanto” – Nikita Sergeevič Chruščëv, premier sovietico (1958 – 1964)

Le frasi riportate si riferiscono alla Crisi dei Missili di Cuba del 15 – 28 ottobre 1962. In quell’occasione, per la prima volta dall’inizio della Guerra Fredda (1945/1949), il mondò e i leader delle grandi potenze si trovarono sull’orlo di un confronto termonucleare capace di portare all’estinzione della razza umana; il terrore scaturito dall’evento ebbe come conseguenza i progetti bilaterali di disarmo (i Trattatati SALT) e il “congelamento” delle lancette del Doomsday Clock* (soltanto nel 1979** e nel 1983***, e per motivi del tutto causali, casuali l’umanità si sarebbe avvicinata nuovamente all’ Armageddon).

Lo spettro del MAD (Mutual Assured Destruction – Mutua Distruzione Assicurata) era (ed è), quindi, un fattore di deterrenza capitale, che fa della guerra atomica un’ipotesi dalle conseguenze inaccettabili per ciascuno dei contendenti, anche per l’ipotetico vincitore. A rendere del tutto disancorato da ogni analisi razionale il pericolo di un confronto tra l’Occidente e la Russia, tuttavia, non c’è soltanto il MAD ma anche l’inferiorità, sotto i profili militare, economico, demografico e politico-strategico, di Mosca rispetto ai principali “contenders” ( appunto, gli USA la NATO).

Il contributo esaminerà, sulla base dell’elemento statistico e documentale, ognuno di questi aspetti, dimostrando tutta l’inconsistenza di ogni velleità muscolare (autentica o presunta) della Federazione Russa.

Forza militare

USA
Carri armati: 8,848
Aeri (totale): 13, 892
Navi (totale) 473
Personale militare attivo: 1,400,000
Armi nucleari: 2,150 testate attive
Spesa militare: 600 miliardi di dollari

NATO
Carri armati: 5,421
Aerei (Totale). 1,837
Personale militare attivo: 3,585,000
Missili: 10, 409
Spesa militare: 1.000 miliardi di dollari

Russia
Carri armati: 2, 550
Aerei (totale): 1, 389
Navi (totale): 280
Personale militare attivo: 766,055
Missili: 5, 436
Armi nucleari: 1, 720 testate attive
Spesa militare: 84 miliardi di dollari

Forza economica-PIL nominale

USA: 17.418.925 (1 posto)
Russia: 2.097.000 (9 posto)

PIL nominale dei principali membri NATO:

Germania: 3.859.574 (4 posto)
Francia: 2.945.146 85 (5 posto)
UK: 2.846.889 (6 posto)
Italia. 2.147.952 (8 posto)

Forza demografica-numero di abitati

USA: 325 127 000 (3 posto)
Russia: 143 975 923 (9 posto)
Totale Paesi NATO: 885 milioni

Forza politico-strategica

Pur mantenendo un ventaglio di stati amici o “clientes”, dopo il 1991 Mosca non dispone più un’alleanza vasta ed organica come fu il Patto di Varsavia, mentre la NATO non soltanto è sopravvissuta ma si è ampliata e perfezionata. Questo, per il Kremlino, non costituisce uno svantaggio soltanto dal punto di vista militare ma anche strategico, dal momento in cui non può più fare affidamento sulla cintura protettiva dei vecchi alleati, ma, anzi, li trova a ridosso dei suoi confini, all’interno di una coalizione virtualmente nemica (ai tempi del Blocco Sovietico era invece l’Europa democratica ad avere le truppe del Patto di Varsavia alle porte di casa).

L’incognita ABM

Si è parlato, all’inizio del contributo, del rischio MAD, che renderebbe una guerra termonucleare catastrofica per ciascuna delle parti. E’ tuttavia utile e necessario ricordare la possibilità, da parte del blocco atlantico, di schierare apparati di difesa anti-missile (ABM) basati sui sistemi MIM-104 Patriot e AEGIS/RIM-161, capaci, in linea teorica, di rendere obsoleto ed inservibile l’equipaggiamento nucleare russo (lo schieramento dell’ ABM ai confini russi è infatti, insieme all’allargamento della NATO ad Est, uno dei maggiori motivi di attrito tra Mosca e l’Occidente)..

Conclusioni

La disamina mostra ed evidenzia dunque tutta l’impraticabilità di una sfida frontale e concreta, da parte russa, allo storico avversario; sebbene Mosca stia portando avanti un rinnovamento del suo hard power (molti dei suoi mezzi risalgono ad ogni modo ancora all’era sovietica), l’inferiorità militare e tecnologica dei suoi mezzi, della sua economia, della sua tecnologia e in tutti gli altri settori, confinerà gli allarmi su una III Guerra Mondiale, tanto cari a certi segmenti della politica e dell’informazione, nel sensazionalismo e nel propagandismo emotivo più spiccioli. Come abbiamo visto, la Russia temeva la guerra nel 1962, quando era la seconda (secondo alcuni osservatori, addirittura la prima) potenza mondiale; è ragionevole, giusto e legittimo pensare la tema molto di più oggi.

*Orologio dell’apocalisse (Doomsday Clock in inglese) è una iniziativa ideata dagli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists dell’Università di Chicago nel 1947 che consiste in un orologio metaforico che misura il pericolo di una ipotetica fine del mondo a cui l’umanità è sottoposta

**9 novembre 1979: gli equipaggi dei missili balistici LGM-30 Minuteman americani vennero messi in stato di massima allerta dopo che il computer comunicò il lancio da parte dei sovietici di un massiccio attacco nucleare contro gli Stati Uniti; l’allarme era in realtà generato da un video di esercitazione, erroneamente trasmesso sui computer del sistema di primo allarme americano. L’allarme raggiunse il NORAD, provocando il panico e scatenando reazioni disordinate; solo dopo sei minuti la rete satellitare americana diede conferma che nessun attacco sovietico era in corso

***26 settembre 1983: a causa di un malfunzionamento, un satellite di pre-allarme sovietico rilevò erroneamente il lancio di cinque missili balistici americani diretti in URSS. Il colonnello Stanislav Petrov, in servizio nel centro di controllo della rete satellitare sovietica, si rifiutò di inoltrare l’allarme ai suoi superiori, dubitando dell’attendibilità di un attacco condotto con soli cinque missili; poco dopo, il guasto venne scoperto e lo stato di emergenza annullato

11 settembre. Le ragioni del ricordo allendiano* e della dietrologia negazionista

torri_gemelle_flickr_appLa ricorrenza dell’11 settembre diviene, ogni anno, il palcoscenico d’elezione per un anitamericanismo tanto scomposto quanto ipocrita, incapsulato, per ragioni di opportunismo strategico, nel benaltrismo allendiano oppure nel complottismo negazionista.

Il tabù costituito dal gigantesco numero di vittime e dall’eccezionalità dell’evento, fa si che un attacco frontale agli USA risulti, in quella data particolare, respingente sotto il profilo morale e, dunque, inefficace sotto quello comunicativo; da qui, la scelta di un abito propagandistico che veicoli meglio il messaggio, rendendolo più esportabile perché apparentemente slegato dal furor ideologicus e dal cinismo partigiano.

Perché le bombe atomiche salvarono milioni di giapponesi e centinaia di migliaia di americani e sovietici. Il ruolo della storiografia.

hiroshimaIl 70esimo anniversario dello sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki offre l’occasione e lo spunto per un’analisi della vicenda libera da quei legacci dell’emotività che, troppo spesso, ne condizionano ed offuscano la lettura e l’interpretazione.

Allo shock generato da un così alto numero di vittime in rapporto alla brevità temporale del bombardamento si va infatti, molto spesso, a saldare il (trasversale) pregiudizio anti-americano, regredendo la scelta trumaniana al ruolo di arma ideologico-propagandistica contro Washington ed impedendo quindi, come accennato, una visione d’insieme razionale e proficua.

Indagando nel dettaglio l’elemento documentale, potremmo infatti osservare come “Little Boy” e “Fat Man” abbiano causato, nell’immediato, 71mila e 40mila vittime (il numero dei morti nel corso degli anni per gli effetti delle radiazioni è, a tutt’oggi, incerto), contro le 200mila del bombardamento convenzionale di Dresda dell’aprile 1945, le 100mila dell’incursione aerea su Tokyo del marzo 1945, le 150mila giapponesi, tra civili e militari, e le 70mila statunitensi della battaglia di Okinawa dell’aprile-giugno dello stesso anno.

Ogni mese di guerra lasciava in media sul campo, inoltre, circa 177mila uomini.

Ancora, secondo gli storci Wilmott, Cross e Messenger, un prosieguo delle ostilità avrebbe determinato 7 milioni di morti soltanto tra i civili nipponici, ormai stremati dalla fame. In caso di sbarco terrestre americano, a questa cifra andavano aggiunte le vittime militari del Sol Levante e quelle statunitensi, numero stimato dagli analisti militari di Washington intorno al mezzo milione data l’estensione territoriale del Giappone, la morfologia del suo territorio, la sua consistenza demografica e la coriaceità delle resistenza (Hirohito aveva chiesto di resistere fino alla morte anche a donne e bambini e di suicidarsi, come avvenuto ad Okinawa, per non cadere nelle mani americane).

Da associare alla stima anche le potenziali vittime sovietiche, in ragione del fatto che pochi giorni prima dello sgancio Mosca aveva aperto le ostilità con Tokyo.

L’enorme impressione causata dalle atomiche fu inoltre uno degli elementi che contribuirono alla costruzione di quell’equilibrio della paura che indusse i due blocchi ad evitare il confronto bellico durante la Guerra Fredda (1945 – 1992).

La panoramica, senza dubbio di non facile assimilazione da un punto di vista emotivo, si rende tuttavia forte del contributo statistico e fattuale, dimostrando la fragilità delle argomentazioni del movimento d’opinione ostile all’impiego dei due ordigni.

Perché gli USA stanno perdendo il loro continente. Da Castro a Morales passando per Bolivar.

“Supponiamo che invadessimo Cuba e vincessimo. Non possiamo continuare a far così per sempre. La cosa che mi fa star male su Cuba è l’assunto che le armi possano farci qualcosa. Niente può essere fatto riguardo a Cuba. L’abbiamo persa ben prima della rivoluzione. L’Occidente ha creato più Cuba di quante ne possa gestire”; queste, le parole sulla CMC* del reverendo afroamericano James Badlwin, tra i più celebri ed apprezzati intellettuali statunitensi del XX secolo.

Figura di cultura e formazione progressista, Baldwin voleva in questo modo segnalare una correlazione tra l’atteggiamento tenuto dal suo Paese nell’isola caraibica e la rivoluzione del 1959 (“l’Occidente ha creato più Cuba di quante ne possa gestire”), messa in atto da un movimento all’inizio non comunista ma identitario e patriottico, nato in risposta alle politiche neocoloniali tenute fino a quel momento da Washington.

Proprio come il fenomeno castrista, anche l’attuale esplosione del neo-bolivarismo nel resto dell’America cosiddetta latina (Mujica, Morales, Chavez, Madurio, Lula, ecc) trae origine da una reazione, identitaria, all’invasività occidentale e statunitense nel continente; a indebolire ancora di più l’immagine di Washington nella zona, l’appoggio, durante gli anni della Guerra Fredda, alle dittature militari e reazionarie, che impedisce agli Stati Uniti ed al movimento d’opinione ad essi vicino l’utilizzo di quella mitologia democratica e di quella carta del debito morale al contrario tanto spendibili ed efficaci nel Vecchio Continente ( gli USA hanno hanno contribuito direttamente alla liberazione dell’Europa occidentale dal nazifascismo e, indirettamente, alla liberazione di quella orientale dal comunismo, rappresentando il maggiore rivale dell’URSS e il leader del modello uscito vincente dalla Guerra Fredda).

A fare il resto, la memoria dell’olocausto dei nativi, strumento di propaganda di eccezionale importanza e potenza, trasversalmente accettato e condiviso.

Una situazione dunque non facile e non facilmente reversibile e risolvibile, che pone Washington nella stessa posizione, respingente, della Russia nell’Europa orientale.

*Crisi dei missili di Cuba

*Baldwin, è bene ricordarlo, non fu il solo intellettuale statunitense a denunciare l’imperialismo del suo Paese a Cuba, collegandolo alla rivoluzione castrista.

G7: Barack Obama e la “tigre di carta” russa. L’inconsistenza della propaganda muscolare: perché Vladimir Putin sta distruggendo il suo Paese.

obama-putin-better-1024x689“Putin scelga tra Urss e bene della Russia”. Così Barack Obama al G7 di Krun, sulla condotta internazionale del Kremlino.

Un accostamento lucido e puntuale, quello tracciato da Obama tra la Russia odierna e l’URSS. Pur senza avere nemmeno lontanamente la potenza di cui disponeva prima del 1992, Mosca condivide infatti con il passato sovietico la fisionomia di “colosso d’argilla”, forte in apparenza grazie al suo “hard power” ma intrinsecamente debole e, dunque, destinato all’implosione proprio come avvenne dopo gli anni del congelamento brezneviano.

Nonostante la popolarità acquisita sia sul fronte interno che su quello esterno in ragione della scelta muscolare del suo presidente ( e qui sarebbe utile tornare alle teorie leboniane), la Russia sta soffrendo in modo decisivo per le sanzioni imposte dall’Occidente; per un’economia ancora in via di sviluppo, poco diversificata (il 67 % delle esportazioni russe sono in idrocarburi), scarsamente liberalizzata ed arretrata da un punto di vista tecnologico, i rapporti di buon vicinato sono infatti fondamentali per attirare investimenti stranieri, creare fiducia sui mercati e , nel caso russo, ricevere quella tecnologia occidentale che tanto serve agli apparati produttivi del Paese.

Il crollo del rublo (ai minimi storici sul dollaro dal crack del 1998), l’aumento dell’inflazione, il calo del PIL (per la prima volta dal 2000 dietro quello dell’Eurozona), la fuga di capitali stranieri (70-80 miliardi di dollari ) e la massiccia emigrazione giovanile sono solo alcune delle conseguenze che la Federazione sta pagando per la miopia strategico-politica del suo capo (aumentare il consenso interno) e per la sua anacronistica velleità proiettiva in chiave sciovinistica e contenitiva.

Proseguendo su questa strada, l’ex ufficiale del KGB dissiperà presto i risultati ottenuti negli anni 2000, condannando l’ Orso ad uno scenario, umiliante e catastrofico, speculare a quello dell’era yeltsiniana.

La strage di Capaci, le bombe del ’92, Yalta e l’ “effetto farfalla”. La scienza storiografica

falconeSecondo una parte della “Teoria del caos”, il battito d’ali di una farfalla in una zona della Terra può causare un tornado dall’altra parte del pianeta. Si tratta, appunto, del cosiddetto “effetto farfalla”. Potremmo, con una piccola concessione all’estro, applicare la tesi anche ai fatti di Capaci, di cui oggi cade il 23esimo anniversario.

Spostiamoci dal 2015 al 1945, per la precisione a Yalta, dove i cosiddetti “Tre Grandi” decidono, secondo una teoria convenzionalmente accettata dalla storiografia (seppur con una certa dose di approssimazione), la divisione del mondo in sfere di influenza.

Adesso facciamo qualche passo avanti, nel tempo e nello spazio, e andiamo a Mosca, il 1 gennaio del 1992, data dello scioglimento ufficiale dell’URSS e, quindi, della fine della Guerra Fredda.

Ora indirizziamoci verso Palermo, sempre nel 1992, in una tiepida giornata di gennaio, quando fu ucciso da Cosa Nostra l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima.

Che cosa hanno in comune, questi eventi?

E che cosa posso avere a che fare con l’assassinio di Giovanni Falcone e della sua scorta?

Per capirlo andiamo ancora a Yalta, dai “tre grandi”; il posizionamento di Roma nella parte atlantica dello scacchiere internazionale, obbligò al mantenimento ed alla conservazione, ad ogni costo, dei partiti moderati (in testa la DC), quali garanti di quegli equilibri, mancando, dall’altra parte, un’alternativa liberale (il PCI e sinistra e l’MSI a destra). Con il crollo dell’URSS , dinamiche compresse per mezzo secolo si liberavano, i partiti che avevano retto gli ormai obsoleti imperativi yaltiani scomparivano o si aggiornavano perché non più indispensabili; ecco, dunque, il fiorire delle grandi inchieste sulla corruzione (ad esempio Mani Pulite), ecco che, non potendo più contare sulla sua impunità, la vecchia classe dirigente non era più in grado di garantirla nemmeno ai suoi “partner”, nel caso di specie la Mafia, ed ecco che la Mafia decide di utilizzare l’opzione stragista e l’omicidio per richiamare all’ “ordine” gli antichi “alleati” e per far sentire la propria forza, ormai declinante.

Da qui, l’ “avvertimento” ad Andreotti (l’uccisione di Lima) , poi le bombe siciliane e quelle milanesi e fiorentine.

Russia-Occidente: perché Putin sembra più forte e perché non lo è

obama-putin-better-1024x689La mancata risposta americana e occidentale alle azioni sovietiche in Ungheria (1956), Cecoslovacchia (1968) e Afghanistan (1979) ebbe tra le sue conseguenze più evidenti la percezione, a livello mondiale, di una debolezza di fondo delle democrazie e di una superiorità del blocco socialista.

Si trattava, ad ogni modo, di un grossolano errore di valutazione (commesso anche da numerosi ed autorevoli analisi), che non teneva conto di come, per l’Occidente, quelle aree non rappresentassero un elemento chiave e vitale tanto da rischiare un confronto armato con la superpotenza sovietica (Ungheria e Cecoslovacchia si trovavano inoltre nella porzione “assegnata” da Yalta all’URSS).

Al contrario, quando gli USA si sentirono minacciati in modo diretto in occasione della crisi dei missili di Cuba del 1962, il loro intervento si mostrò rapido, risoluto ed inesorabile, e fu Mosca a dover retrocedere, intimorita. Nella sfida nello scacchiere caraibico, tanto lontano dalla zona d’influenza del Kremlino, furono infatti i sovietici a non considerare vitale la posta in gioco, rispetto al rischio di una guerra termonucleare con Washington e la NATO.

Allo stesso modo, l’idea di una maggior risolutezza russo-putiniana nel braccio di ferro estero riposa oggi sull’identica “misperception” ; l’assenza di una replica all’interventismo russo in Ucraina e nel Caucaso che non vada oltre le (pur efficacissime) sanzioni non va ricondotta ad una scarsa risolutezza occidentale ma alla marginalità, per l’Occidente, degli interessi in campo. A questo si dovrà aggiungere il fatto non vi sia mai stato un impegno militare diretto (se non, in parte, in Georgia) delle truppe russe, ma soltanto un appoggio di tipo esterno e indiretto.

Un pericolo concerto, tuttavia, è che Mosca finisca con il credere, come fece ai tempi dell’empasse cubana*, in una mancanza di polso degli USA e dei suoi alleati, spingendosi fino ad un “point break” dalle conseguenze impreviste ed imprevedibili, innanzitutto per la Russia.

Il perché del semaforo rosso a Paolo Gentiloni. La politica estera italiana tra limiti ed opportunità dal 1945 ad oggi

g7 cat reporter libiaLa sconfitta, drammatica, nella II Guerra Mondiale, obbligò Roma ad un “turning point” radiale della sua politica estera. De facto interdetta nel ricorso all’ “hard power” (si veda l’imposizione alleata dell’Art 11 della Costituzione repubblicana) e vincolata dalle scelte atlantiche post-yaltiane che ne circoscrivevano ulteriormente la libertà di manovra e l’autonomia, l’Italia democristiana decise così di reinventare la sua strategia impostandola su una linea, del tutto inedita nella storia unitaria, di compromesso, dialogo e sostanziale equidistanza tra le parti tra le parti, ovvero tra l’Occidente capitalista e l’ Est comunista, tra il mondo ebraico-cristiano e quello arabo-musulmano.

La scelta, sebbene contestata dai nostalgici di una dottrina muscolarista ormai irrealizzabile, si rivelò in più occasioni vincente, favorendo ad esempio l’ ENI a guida matteiana nei suoi rapporti con i paesi comunisti ed arabi (ad avvantaggiare l’ ENI con gli arabi, anche la migliore reputazione del nostro Paese, rispetto agli atri big occidentali, in ragione della perdita delle colonie) , risparmiando all’Italia lo stesso trattamento imposto dall’ OPEC ad altre nazioni quali USA, Olanda, Portogallo, Rhodesia e Sud Africa* per il loro pieno sostegno d Israele durante la Guerra dello Yom Kippur e sottraendola alle incursioni del terrorismo di matrice islamica.

Un modus operandi proficuo, dunque, nel suo pragmatismo, tanto è vero che non avrebbe subito particolari variazioni nemmeno con la fine della Guerra Fredda (1991).

La decisione renziana di “stoppare” le affermazioni del nostro Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni circa le misure contro l’ISIS in Libia, dovrà quindi venire inserita in quest’ottica di “terzismo” diplomatico; uno “shift” eccessivo verso l’interventismo (senza un pronunciamento definitivo del Palazzo di Vetro), infatti, non soltanto rischierebbe di esporre l’Italia alla rappresaglia del terrorismo (a seguito delle esternazioni del Gentiloni, il Califfato ha non a caso parlato di “Italia crociata”) ma potrebbe minare i rapporti con alcuni stati della sponda araba fondamentali nelle politiche del gas e del petrolio. Roma, inoltre, non avrebbe la facoltà di ricorrere all’ “hard power” (in modalità unilaterale) per tutelarsi quando e se attaccata, sul fronte militare come economico.

In conclusione, l’adeguamento alle traiettorie alleate non dovrà essere letto come una mancanza di decisionismo o di influenza ma come la matura e intelligente presa d’atto di un ruolo, quello di “middle power” (sebbene membro G7 e G20), giocoforza limitato e limitante.

*Crisi energetica del 1973.