Nel 1999, ai tempi dell’iniziativa militare NATO nella ex Jugoslavia (senza autorizzazione ONU ma con un poderoso bombardamento mediatico delle PR “Ruder & Finn” e “Hill & Knowlton”), un contingente di 200 soldati russi decise di occupare l’aeroporto militare di Pristina, a seguito di un malinteso diplomatico con gli occidentali. Il comandante statunitense NATO Wesley Clark e il segretario generale dell’alleanza Javier Solana, ordinarono a quel punto di trasferire di prepotenza le loro truppe nella zona. La missione fu affidata alla futura rockstar britannica James Blunt, all’epoca ufficiale di leva, che però rifiutò la prova di forza con i russi, che nel frattempo avevano spianato carri armati e cannoni sulla pista di atterraggio. Il provvido gesto evitò un confronto termonucleare tra noi e Mosca, la quale, se attaccata a viso aperto e sotto agli occhi del mondo ( e del suo popolo), non avrebbe potuto esimersi da una risposta severa e decisa. Washington ed alleati avevano dato il via ai bombardamenti sulla Serbia perché confidanti nella debolezza di una Russia ancora frastornata dal crollo dell’impero sovietico, dipendente dalle iniezioni finanziarie degli ex rivali e capitanata da un personaggio a loro tradizionalmente vicino e contiguo (almeno dal 1987), ma ciò nonostante, l’imprevisto, l’inaspettato, il caso, avrebbero potuto stravolgere, repentinamente e fatalmente, le cose. Oggi come allora, il pericolo di un terzo conflitto mondiale viene da troppi preso sottogamba e minimizzato; se, infatti, è lapalissiano che l’olocausto termonucleare non rientra nelle convenienze di nessuno, è altresì vero (come l’ “Incidente di Pristina” sta a dimostrare), che frequentemente è l’equivoco a giocare e poter giocare un ruolo capitale e decisivo.
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La scarpa israeliana e il sassolino siriano
Non sono le poderose riserve di idrocarburi siriane e nemmeno il desiderio di sottrarre Damasco alla sfera di influenza russa a spingere gli USA all’intervento militare; la Siria è, infatti e insieme all’Iran, l’unica porzione del Rimland mediorientale a mancare alla cintura di sicurezza israeliana, e in questo vulnus (per Tel Aviv) si concentra e si snoda l’archè dell’azione obamiana. Non è dietrologia, d’altro canto, il fatto che le lobby ebraiche esercitino un potere esorbitante sugli Stati Uniti, dall’economia, alla stampa, alla cultura, alla politica. Se intervento sarà, Mosca (che ha i suoi veri interessi energetici altrove, vedi il Kazakistan) imbastirà per la Siria insieme agli americani una nuova, l’ennesima, Monaco. Ps. Non credo nemmeno all’escamotage pro-assadiano del “there is no alternatives”, con lo spettro dei terroristi brandito ogni volta in cui viene deposto un tiranno mediorientale. Gli occidentali sono sempre ben attenti a collocare leadership a loro contigue, nei paesi che assoggettano. Trovo invece più tentennate Obama e più assertiva Tel Aviv; sono anni che lanciano continue provocazioni, militari e mediatiche, ad Iran e Siria. Il loro controllo è troppo importante per gli israeliani.
“Uroborismi”
L’affaire siriano è ed è stato l’ennesimo palcoscenico per la propaganda cosiddetta “di guerra”, in un continuum che descrive la strategia della persuasione occidentale dal 1917 ad oggi. Come più volte evidenziato, essa si snoda e sviluppa attraverso le seguenti terzine:
A- Ricorso alla paura e identificazione del nemico
1: demonizzazione del nemico
2: uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3: guerra come risposta al nemico e non come attacco
B- Bontà delle nostre guerre
1: soccorrere una nazione o un popolo
2: giusta causa
3: estendere la democrazia
Ancora una volta, a fare la parte del leone nel battage mediatico sono le armi di “distruzione di massa”, in questo caso il gas, che ha preso il posto della meno credibile boccetta delle lenti a contatto esibita da Colin Powell a Palazzo di Vetro nel 2003, in uno dei momenti più imbarazzanti dell’intera storia a stelle e strisce. Ad uccidere (e da anni) in Siria non è soltanto il gas, ma anche e soprattutto il piombo ed il cannone, ma è l’arma non convenzionale a smuovere le leve dell’inconscio, e questo per il suo essere e rappresentare un pericolo invisibile, astratto. Non convenzionale, per l’appunto. “Casus belli” forse meno efficace di due grattacieli colpiti a morte, pare comunque sufficiente a raggiungere il bersaglio dello spettatore-cittadino medio della parte del mondo che conta. Aspettando i telefilm di Fox television.
Cortocircuiti siriani: quando il piombo scandalizza meno del gas
La costernazione e lo smarrimento provati dinanzi alle stragi consumate dai gas e con in gas in Siria, sono sintomo e spia rivelatrice di una paura, ancestrale ed atavica, nutrita e coltivata dall’essere umano nei confronti della minaccia invisibile ed incontrollabile, sia essa il buio o una calamità naturale o, come nel caso di specie, uno stratagemma bellico. Era il 1915 (Seconda Battaglia di Ypres) quando le armi chimiche fecero la loro prepotente irruzione nella coscienza militare e civile, sconvolgendo ed alterando, oltre all’apparato cardiorespiratorio dei malcapitati in grigioverde, anche le leve e gli strati più profondi della psiche umana, impreparata all’ineguale tenzone con una Parca infingarda brandente invisibili ed indecodificabili cesoie. Ma c’è di più: non è solo l’arma non convenzionale a seminare morte e devastazione, ma anche e molto spesso in misura maggiore il piombo e la bomba, cui però siamo stati abituati ed assuefatti da decenni di esposizione cinematografica e televisiva che con le sue cataste di cadaveri smembrati e presentati in ogni variante e variabile ha permesso all’orrore di penetrare nella nostra intelaiatura culturale, impregnandola ed alterandola in modo irreversibile, storcendola verso l’apatia civile. L’abominio è stato quindi riposto nei cassetti mentali del consueto ed abbiamo avuto bisogno di un pungolo che facesse vibrare le corde del nostro inconscio più belluino per ridestarci dal torpore di bianchi agiati della middle class ed esclamare, ipocritamente: “poverini!”. Ma quanto durerà?
Attenzione alla parola “terrorista”
L’ elasticità restringente del termine/concetto “terrorismo”/”terrorista” è uno dei bastioni della propaganda politica di guerra e segna allo stesso tempo una tappa assolutamente nuova in questo senso (almeno dal 1917 in poi, quando il Presidente americano Woodrow Wilson gettò le fondamenta della propaganda moderna tramite la costituzione del “Committee on Public Information”). Questo perché tali formule (“terrorismo” e “terrorista”) traggono la loro forza e spinta propulsiva da uno dei cardini dell’impianto propagandistico classico: la semplificazione. Dalle campagne USA-NATO in Iraq e Afghanistan, i due vocaboli hanno assunto una valenza identificativa dell’autoctono che combatte lo straniero (le truppe occidentali) in “casa propria” e, e bene rammentarlo, con mezzi nettamente inferiori, dal punto di vista qualitativo come quantitativo. Ecco che il concetto di “terrorismo” si fa restringente e banalizzante, semplificante. Viceversa, diventa elastico quando la propaganda occidentale o di matrice revisionista fa riferimento agli stessi combattenti quando erano schierati contro le milizie Sovietiche (guerra afghana del 1979-1989) o, ad esempio, quando al centro dell’indagine e della speculazione storica, giornalistica o politica ci sono i soldati di Salò (anch’essi schierati a difesa di un regime dittatoriale contro gli Anglo-Americani, ma in questo caso presentati come soldati regolari e depositari di una dignità ideologica). Il meccanismo è strettamente legato e consequenziale ad alcuni passaggi che il sociologo Ragnedda inquadra all’interno di tre terzine:
A) Ricorso alla paura e identificazione del nemico
1) demonizzazione del nemico
2) Uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3) Guerra in risposta al nemico e non come attacco
B) Bontà delle nostre guerre
1) Soccorrere una nazione o un popolo
2) Giusta causa
3) Estendere la democrazia
C) Sostegno alla giusta causa
1) Sostegno dal di fuori: internazionale
2) Sostegno dall’interno. intellettuali ed artisti
3) Sostegno dall’alto: divino