Elitarismo della primordialità

La pubblicistica più disattenta (e più partigiana) ci ha consegnato la vulgata e il luogo comune di un populismo-qualunquismo elaborazione e peculiarità esclusiva delle destre. Alla sedimentazione dell’equivoco hanno senza dubbio contribuito anche le esperienze di movimenti, personaggi e partiti come il fascismo sansepolcrista, Guglielmo Giannini e il suo Uomo Qualunque, il monarchico Lauro, le piattaforme vetero-post fasciste ed alcune porzioni della vecchia Democrazia Cristiana (in special modo al centro-sud). Se, però, il populismo si pacca perfettamente in due nel panorama politico internazionale (le sinistre vantano una pattuglia estremamente nutrita a riguardo, da Herze, a Sorel passando per Cardenas, El -Nasser, Nyerre, Gheddafi per arrivare ai più recenti leader sudamericani), anche il quadro italiano propone un equilibrio quasi omogeneo tra l’emisfero demagogico conservatore e quello progressista. Le incursioni sulla strage lampedusana e le accuse di correità, morale e sostanziale, tanto opportunistiche quanto imprecise e inconsistenti al sistema italiano tout court provenienti dai “liberal”, ne sono la cifra, ma soltanto una delle tante. La sterzata verso la semplificazione è una strategia comune alla propaganda politica ed al suo linguaggio; a mutare è soltanto la scelta della forma nella quale incapsulare e presentare l’opzione, variabile a seconda del target che il propagandista vuol raggiungere o far raggiungere.

P.s: a questo proposito, mi permetto di consigliare e segnalare i lavori del sociologo Mikhail Mikhailovich Bakhtin. Secondo questo autore russo, le elites erano convinte che i loro generi di intrattenimento fossero più elevati rispetto a quelli dei ceti più poveri in quanto maggiormente elaborati e più costosi. Si tratta di un fenomeno che si può sovrapporre anche a casi come quello di specie: una parte della sinistra ritiene di essere immune dall’inganno mediatico, rispetto ad una certa destra, perché più attrezzata sul piano culturale. A ben vedere, tuttavia, anche loro rimangono intrappolati nella rete delle persuasione, incamerando, ad esempio, qualsiasi “emergenza” costruita ad hoc dal mondo dell’informazione (il cosiddetto “femminicidio”, l’aumento dei suicidi per la crisi, la cosiddetta “fuga dei cervelli”), tutti argomenti statisticamente infondati e fraudolenti quando e se presentati attraverso i contorni dell’allarme. Conosco personalmente fior fior di docenti universitari, intellettuali di vario genere e membri della classe dirigente che fanno propri in modo assolutamente acritico e senza il vaglio della verifica tutto ciò che i cronisti (categoria che ben conosco facendone parte) propinano loro, arrivando ad imbastire incontri, giornate a tema, ecc, su piattaforme in realtà evanescenti ed infondate. In questo e per questo, dimostrano di essere vulnerabili come e quanto i vituperati pensionati berlusconiani e la “Casalinga di Voghera”, categorie che, però, hanno la scusante di una preparazione culturale non completa.

Berlusconismi gigliati. La comunicazione politica da Arcore a Firenze

A Milano per la presentazione della biografia dello stilista Roberto Cavalli, il borgomastro fiorentino si è difeso dalle accuse (francamente un po’ traballanti) di “frivolezza” istituzionale con un “tackle” sui politici definiti “snob”. Nella sua marcia di avvicinamento a piccoli passi sequenziali verso l’elettorato conservatore e verso il segmento berlusconiano (iniziata con le apparizioni televisive dalla zarina De Filippi), il nostro sta facendo propri anche gli stratagemmi dialettici tipici dell’ ars comunicativa di destra; in questo caso, cerca di disinnescare la polemica con una battuta (nello stile dell’ex Cavaliere) associando i più critici ad epiteti impopolari, come, per l’appunto, l’etichetta di “snob”. Si tratta, insieme a formule come “radical chic”, di un “evergreen”, che la destra nazionale (ma non solo, si veda il M5S con la Boldrini) utilizza per mostrare la (supposta) distanza della sinistra dalle masse, contrapposta, invece, al (supposto) carattere più “popolare” e modesto del comparto conservatore. Ma Renzi rilancia: “Lo stile non è tanto come ci vestiamo o come ci comportiamo nei talk show, ma il rispettare le promesse della campagna elettorale. Troppo spesso la politica discute e non realizza. L’incapacità di realizzare le cose di cui si parla è lo stile della classe politica italiana, che è letale. Il cittadino si aspetta di veder corrispondere i fatti all’impegno preso”. Anche in questo caso, il “must” è quello, smaccatamente populistico e demagogico ma di facile presa, del politico “della gente”, quello che non si preoccupa di andare nei programmi che piacciono al popolo, e del politico “del fare” e non delle “chiacchiere”, delle chiacchiere da salotto, del salotto che fa, giustappunto, “snob”. Se provenisse dal mondo dell’imprenditoria, avrebbe costruito intorno a sé un edificio propagandistico praticamente inattaccabile.

Pregiudizi sinistri?

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intollerabilmente qualunquistica, spaventosamente semplicistica, sorprendente puerile, in poche parole, stupida, dimostra e palesa tutta la fragilità argomentativa e la connotazione ultrastica di una certa sinistra internazionale (è stato postato da una pagina vicina ai democratici statunitensi ma gira e trova spazio anche nella piattaforma facebookiana italiana). Il sillogismo, bizzarro, che ci viene proposto, vuole la donna occidentale “schiavizzata” dal modello comportamentale e culturale maschile (e qui entriamo nel perimetro del sessismo misandrico, tematica che però dubito i “liberal” conoscano) al pari di chi, sempre donna, vive nei paesi islamici. Spiegare la stupidità di un simile messaggio non è agevole, data la sua manifesta chiarezza, ma ci proveremo ugualmente : in Occidente la donna PUO’ scegliere (e sceglie) tra una miriade di format e must stilistici, estetici e comportamentali; nessuno la metterà a morte, umilierà pubblicamente o riempirà di botte o frustate qualora decidesse di optare per un capo o per un altro, per una condotta o per un’altra. Lo stesso, ben lo sappiamo, non si può dire a proposito delle teocrazie e delle ierocrazie islamiche (ma non solo). Cortocircuiti cognitivi del genere sono, ahinoi, il risultato di un politically correct spinto fino alle sue propaggini più estreme, fino a lambire l’assurdo e , cosa peggiore, il paradosso, negando proprio a quelle donne che si vorrebbero tutelare la libertà (e la dignità) che qualsiasi essere umano merita e di cui ha diritto.

Chiudo, rilanciando, con una provocazione: cosa sceglierebbe, la donna “liberal”/politicamente corretta tipo, tra il suo loft sulla 27esima strada ( oppure a Piazza Navona), i suoi accessori Prima Classe e il burqa in una capanna nel Mazandaran? Su, su. Be serious.

Metalogismi

Matteo Renzi è, attualmente, l’unico uomo in grado di far prevalere il centro-sinistra nella prossima battaglia elettorale contro il PdL berlusconiano (non nella guerra. Sarà infatti la natura, tra molto tempo, a scrivere la parola fine all’esperienza storica del berlusconismo). Gianni Cuperlo è, invece, l’unico uomo in grado di mantenere in vita l’ultimo, isolato e fragile, atomo e scampolo di socialdemocrazia ancora presente nel comparto progressista italiano. Per questo motivo, l’arcoriano sguinzaglierà presto contro di lui la sua muta di cani mediatici, cani ben addestrati, i “muckrakers” (nell’accezione negativa del termine) del servilismo più sfacciato e sguaiato, che come sempre sapranno stanare e poi ipnotizzare l’italiano medio, irrimediabilmente malato di panciafichismo e consapevole disimpegno, con la vile e vacua ma rassicurante formula: “e chi devo votare? XX?”. In quel caso, quell’ XX sarà Cuperlo, vittima predestinata di questa sovrapposizione sempre uguale nella sua stolidità qualunquistica, scardinato e poi calpestato dall’invadenza triviale di un passepartout che ha sempre più l’aria del grimaldello del mascalzone.

Tutto ma non la Sinistra!

Il “must” del momento, nelle preferenze degli italiani, è sbeffeggiare la sinistra, qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa faccia.

Qualche anno fa c’era la storiella del mafioso siciliano, poi diventato terrorista arabo, che risparmiava la gentile vecchietta da un epocale attentato al supermercato.

Adesso abbiamo questo.

Sono cose che aiutano a sentirsi più intelligenti, più accettati.

Intanto, poco più in là, la terza forza politica del Paese inaugura inceneritori e si appresta a sbattere fuori l’ennesimo deputato “reo” di aver manifestato la propria opinione.

Questo sarebbe contrario a qualsiasi traiettoria costituzionale, ma, si sa, la Costituzione è un impiccio messo in piedi dai comunisti, una chincaglieria utile soltanto a far perdere tempo.

Un po’ come i sindacati, i dipendenti pubblici, gli anziani, gli immigrati e, chissà, magari anche i disabili e quelli alti sotto il metro e settanta.

Prosit.

Islam e violenza: dove sbaglia la sinistra

Tra le (molte) cause del declino (temporaneo?) della porzione più radicale della sinistra nazionale, figura senza dubbio la brusca “sterzata” a favore delle teocrazie islamiche. Questo atteggiamento è frutto di una strategia che, per quanto stolida, antistorica e sucida, risponde ad un criterio molto preciso e definito: nell’attuale segmento temporale, i regimi della Mezzaluna vivono infatti una forte contrapposizione con l’Occidente, gli USA e la NATO (dopo la contiguità con il Nazi-Fascismo nella prima parte del secolo scorso), di conseguenza vengono percepiti come alleati in una causa comune, secondo il principio de “il nemico del mio nemico è mio amico”. Un simile , sconclusionato “modus cogitandi atque operandi”, ha lasciato e lascia preda dello smarrimento e della costernazione i marxisti più ortodossi ( e non solo); nelle teocrazie di stampo islamico, infatti e ad esempio, i partiti comunisti sono vietati, i comunisti perseguitati e l’ architettura ideologica, sociale, culturale ed istituzionale di quei paesi contrasta in modo stridente con i principi base dell’ideologo di Treviri (in questo caso il materialismo storico) e con il portato del movimento comunista internazionale 900esco (in questo caso la parità di genere). Nella DDR (il Paese socialista che forse più di ogni altro seppe avvicinarsi al Comunismo, almeno dal 1924), venivano incoraggiati il nudismo, i rapporti prematrimoniali, quelli adolescenziali e l’aborto non aveva vincoli di alcun genere, proprio nel tentativo di far crollare i tabu arcaici e borghesi che ingabbiavano la figura femminile, impedendone la totale e piena emancipazione (si legga il sociologo tedesco-orientale Kurt Starke e lo si confronti con il sovietico T.S. Atarov). Cose ben lontane da burka, frustate ed infibulazione. “Ogni cuoca deve imparare a governare lo stato” – Vladimir Il’ič Ul’janov.

Che cos’e’ la Destra,che cos’e’ la Sinistra,che cos’e’ Renzi. Ma il PD cos’e’?

Renzi non è un socialdemocrati­co; è un centrista di provenienza margheritiana e di formazione, cultura e famiglia peculiarmente democristiane (è un lapiriano). Ovvia e comprensibile, di conseguenza, la perplessità nell’elettore di sinistra, all’idea di liquidare per sempre gli ultimi scampoli di socialismo democratico “consegnando” il cartello politico-eletto­rale “liberal” ad un vetero democrtistiano.­ Mi fa sorridere, però, che le accuse di “destrismo” e di “berlusconismo”­ provengano dall’apparato ex PCI-PDS-DS e dai fuoriusciti PRC adesso accasatisi sotto l’ombrello vendoliano (appena la nave ha iniziato ad imbarcare acqua, molti “compagni” non hanno esitato ad abbandonarla). Ricordiamo che sono stati loro ad imbastire un governo con Silvio Berlusconi (indipendenteme­nte da quello che può essere il giudizio sull’esecutivo Letta); ricordiamo che sono stati loro ad eleggere un capo dello Stato in fronte compatto con il centro-destra (indipendenteme­nte da quello che può essere il giudizio su Napolitano); ricordiamo che sono stati loro a salvare l’arcoriano dall’ineleggibi­lità nel 1996 (e in misura minore nel 1994); ricordiamo che sono stati loro ad introdurre, istituzionalizz­are e rafforzare il precariato, sconquassando il mercato del lavoro (Pacchetto Treu e Protocollo sul Welfare); ricordiamo che sono stati (anche) loro a votare la nefasta Legge Biagi (per paura di essere dipinti come fiancheggiatori­ delle BR dal serraglio mediatico berlusconiano);­ ricordiamo che sono loro a detenere il record di privatizzazioni­ nella storia repubblicana (Governo D’Alema. Solo la coppia Eltisn- Gajdar arrivò a tanto); ricordiamo che sono stati (anche) loro a finanziare ed appoggiare tutte le iniziative militari USA/­UNOCAL-NATO (anche la signora Rame votò in tal senso, nel 2007); ricordiamo che sono stati loro a consegnare il Ministero di Grazia e Giustizia nelle mani di Clemente Mastella (come nominare Pacciani presidente di un’associazione­ contro la violenza sulle donne); ricordiamo, altresì, che sono stati loro a governare con i diniani; ricordiamo ecc, ecc, ecc. Il tutto, corroborato e sostenuto da un’insopportabi­le quanto ipocrita retorica di odore migliorista sul senso di responsabilità istituzionale. I vecchi “apparatčik” hanno attestato la loro linea di galleggiamento,­ a partire dal 1995, sull’appeasemen­t con il Cavaliere, e questo allo scopo di congelare i loro privilegi e il loro potere contrattuale. Le riforme ed il governo del Paese non sono, alla luce del segmento storico recente, ai vertici delle priorità di Via Sant’Andrea delle Fratte numero 16. Chi ha paura? Di chi?

Fin che la Barca va

Più volte ho manifestato la mia distanza dalla moda del “tiro al piccione” sul PD, noioso refrain di una mentalità della semplificazione­, malinconica e scontata, che a nulla serve e che nulla produce. Appare comunque sempre più chiaro come il partito di Via di Sant’Andrea delle Fratte sia nulla più di un “parcheggio” per le vecchie cere del politburo “comunista” e querciato, privo di una reale progettualità a lungo termine per il sistema-paese. L’idea non è quella di vincere e di vincere per riformare, bensì quella di “galleggiare”.

Sulla presidenza(imparziale)della Repubblica

Il ruolo che la Costituzione assegna al capo dello Stato, è quello di garante sopra le parti delle istituzioni democratiche repubblicane; per questo, la sua dev’essere una scelta condivisa, trasversale, amplipensante. Non sono a parte delle trame che i vari capibastone stanno tessendo nelle stanze parlamentari, ma una cosa è certa e indiscutibile: non possono, la sinistra più “radicale” o il M5S, pretendere l’imposizione del loro candidato al centro ed al centro-destra, ovvero ai rappresentanti di oltre 1/3 della popolazione italiana, nonché attuale maggioranza “virtuale”. Non solo si verrebbe meno ai principi regolatori della nostra Repubblica, ma si avrebbe un capo dello Stato debole, indeciso, costretto ad una politica di eccessivo “appeasement” con i conservatori nell’affannoso ed affannato tentativo di “affrancarsi” dal proprio portato personale, politico e ideologico. Peculiarità del settennato che si sta concludendo, è stata proprio questa “timidezza” mostrata nei confronti del centro-destra; Giorgio Napolitano non ha potuto predisporre adeguata risposta agli stupri che il PdL perpetrava ai danni delle istituzioni ed alle sortite anti-italiane del micropartito leghista a causa del suo “carico” di ex uomo del PCI e per la sua difesa dell’intervento Sovietico del 1956. Per guadagnarsi una quota minima di credibilità, doveva farlo dimenticare (i “rivoltosi” ungheresi, al pari di quelli cecoslovacchi e polacchi, non volevano il ritorno alla democrazia borghese ma al comunismo secondo il dettame marxiano, ma questa è un’altra storia). Se vogliamo un Presidente libero, che sia e sappia essere reale custode dell’integrità dell’edificio istituzionale, dobbiamo pertanto dire no al dottor Rodotà. Pur persona degna e stimabile, non disporrebbe della sufficiente libertà di manovra che la posizione richiede. P.S: trovo assolutamente fuori luogo e qualunquistico il tiro su Marini cui stiamo assistendo, punta di lancia di quella cultura sinistrofoba che tanto sta andando di moda.

Corsi, ricorsi e rincorse: il muro contro muro che non giova alla sinistra

Quando nel 1944 il Qualunquismo fece la sua apparizione nel panorama politico italiano con l’impatto di una cometa impazzita dai colori bislacchi, le sinistre gli riservarono lo stesso trattamento “ab irato” con il quale oggi si approcciano al M5S ed al suo leader. Il PCI arrivò persino a chiedere (ed ottenere per un brevissimo periodo) la sospensione delle pubblicazioni dell’ organo ufficiale del partito gianniniano, mentre l’Unità, così si esprimeva nel suo numero del 7 gennaio 1945: “Quando un uomo qualunque ci dice che non crede più a niente nè a nessuno, che sono la stessa cosa Fascismo ed antifascismo e cento altre cose del genere che non possono in nessuno modo contribuire allo sforzo di guerra, nessuno può contestarci il diritto di affermare che quest’uomo qualunque è oggettivamente un fascista e un provocatore”. Nulla, nel programma qualunquista, dava adito e spazio ad interpretazioni­ in grado di sostenerne la vocazione fascista o reazionaria, anzi; l’UQ metteva sul tavolo un programma evoluto mirante a liberare il sistema-paese dai rami secchi del dirigismo e dello statalismo (il contrario di quello che avvenne nel 20ennio), così da iniettare linfa e vitalità a quel travet, a quella piccola e media borghesia imprenditoriale­ che da sempre costituisce l’ossatura di qualsiasi circuito capitalista (e non solo). Non era sufficiente, anzi, era proprio questo il “male”. Il rifiuto dell’UPP (uomo politico di professione), di qualsiasi tipo di legaccio, statale o clericale che fosse, dell’ideologia intesa come morbo di ultrastica fisionomia, non potevano essere tollerati dal monolite di Botteghe Oscure. Con il tempo, però, le cose cambiarono. Togliatti comprese infatti che il corpo a corpo non solo non avrebbe pagato, ma che, piuttosto, avrebbe finito con l’irrobustire Giannini e i suoi, facendo loro pubblicità (come sta avvenendo oggi con il comico genovese) e catalizzando verso l’UQ l’attenzione dei moderati, spaventati da quello che veniva inteso e percepito come pericolo comunista. Decise così, il “Migliore”, di deviare la barra, di strizzare l’occhio a Giannini, di blandirlo, di accarezzare il suo orgoglio di parvenu della politica. Al commediografo, da sempre snobbato da quel De Gasperi di cui tanto aveva bramato il riconoscimento e la stima, non sembrò vero che un altro totem della politica nazionale gli tributasse rispetto e considerazione,­ e con una mossa scellerata decise allora di avvicinarsi al PCI, con il risultato di perdere, soffocato da questo abbraccio mortale, il suo elettorato storico e di scomparire dallo scenario politico ad appena 4 anni dalla sua straordinaria apparizione. Togliatti aveva mosso la pedina giusta, e l” ’avversario” era caduto nella trappola. Prenda esempio, la sinistra attuale, dall’estro togliattiano. Smetta con questo boomeranghesco gioco al massacro imbastito su pseudo-conti cifrati, autisti, colf, assalti all’arma facebookiana , imbarazzanti accuse di populismo e di supposte nostalgie di un’ideologia consegnata al passato più remoto. Cambi tattica e non continui a disegnare la sua immaturità su tele a 9 colonne.

P.S rifiuto e rigetto il paragone, semplicistico e banalizzante, tra i due movimenti. Entrambi non sono “qualunquisti” nell’accezione popolar-dispreg­iativa del termine e Grillo non lo è in quella storica. Diversi i segmenti elettorali di riferimento e diversi gli orizzonti programmatici. Come fenomeni sociali e politici, però, esistono varie ed importanti analogie.