Comunicazione autoreferenziale? Grazie, meglio di no.

Chiunque ricopra un ruolo pubblicamente esposto (politici, giornalisti, insegnanti, blogger, scrittori, divulgatori, pubblici amministratori, ecc) non dovrà mai dare sfoggio di “muscolarità” sociale. Non dovrà, in altre parole, vantarsi mai (in modo esplicito od implicito) del numero dei propri contatti sui social network, dei voti-consensi ottenuti in una determinata competizione, degli apprezzamenti ricevuti, sul web o nella vita “reale”.

Diversamente, il rischio sarà quello di apparire insicuri, ottenendo quindi un effetto contrario a quello sperato e cercato.
Ad esempio; vantarsi di avere un profilo con 5 mila contatti rischierà di esporre al ridicolo, per due motivi.

-Si tratta , oggettivamente, una soddisfazione vacua ed inconsistente
-Esistono moltissimi influencer “anonimi” che gestiscono pagine con decine/centinaia di migliaia di fans

Il berlusconismo non esiste. Ecco perché Matteo Renzi non è Silvio Berlusconi.

La comunicazione dai Romani a JFK.

La corsa alla Casa Bianca del 1960 tra John Kennedy e Richard Nixon rappresentò un evento importante e fondamentale non soltanto per il suo significato politico ma anche perché vide, per la prima, volta un confronto televisivo tra i candidati (il primo dibattito “presidenziale” in assoluto fu nel 1858 tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas).

Kennedy, più fresco, più giovane e più intraprendente, giocò le sue carte migliori assicurandosi la vittoria davanti alle telecamere, sbaragliando un Nixon apparso al contrario impacciato, stanco e con una cattiva cera (si mormora gli avessero consigliato un dopobarba dozzinale che lo fece sudare).

La tv diventava quindi non solo un “medium” ma un attore principale nella comunicazione politica, sfruttata in modo magistrale negli anni a venire da Bob Kennedy, Ronald Reagan, Bill Clinton ed altri, che ne utilizzarono il potenziale adattandolo alle loro differenti opzioni, strategie ed esigenze.

Non è con l’irruzione della tv, ad ogni modo, che il “contenitore” diventa importante e fa il suo ingresso nelle dinamiche del consenso; è già in epoca romana, infatti, che si hanno le prime forme di propaganda organizzata con gli “Acta Diurna” , e il ricorso agli artifici della promozione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa.

Il francese Gustave Le Bon (1841 – 1931), tra i padri della sociologia, faceva inoltre notare come fosse la forma, ancor prima della sostanza, la vera forza dell’ “animale politico”, forma che doveva essere semplice, astuta, tesa a toccare l’istintualità delle “folle” e non la loro intelligenza razionale. Per Le Bon, ad essere decisivo era il “prestigio” di un leader”, laddove “prestigio” indicava la sua capacità di fascinazione, immediata e diretta, al di là delle argomentazioni. Con l’avvento della fotografia, prima, della radio e della cinematografia, poi, ecco che la “parola” del capo diviene la “voce” del capo e poi il “corpo” del capo, in un crescendo ed in un evolversi di seduzioni istintuali che ha trovato e trova il suo acme con la televisione, dalla seconda metà del ‘900 in poi.

Berlusconi, dunque, ha soltanto introdotto ed importanto un modo di far politica, aggiornato ai tempi, che era già consolidato in altri paesi, quello stesso modo che oggi Renzi sta facendo proprio. Tuttavia, la scarsa offerta televisiva che per anni ha caratterizzato, penalizzandolo, il panorama mediatico italiano, la stagnazione generazionale della nostra classe dirigente (la cosiddetta Prima Repubblica ha visto il dominio cinquantennale di figure pre-televisive, nate nei primi anni-decenni del secolo XXesimo) e la paura , retaggio del periodo fascista, che una certa fetta dell’opinione pubblica italiana ha della figura “forte” , ha contribuito e contribuisce a creare e sedimentare un clima di sospetto intorno all’ex sindaco di Firenze, bollato, appunto, come un semplice megafono, un ambasciatore del nulla, un prodotto del berlusconismo.

Al contrario e come abbiamo avuto modo di vedere, Renzi è, come lo era il tycoon di Arcore, soltanto il prodotto di una politica nuova, non necessariamente vacua e dannosa, che è anche una cultura nuova, che è anche un mondo nuovo. Piaccia o meno.

L’importanza della comunicazione “interna”. Quel “choosy” più pericoloso dello spread.

Importante al pari della comunicazione “esterna” (diretta al pubblico) la comunicazione “interna” è tuttavia spesso sottovalutata e marginalizzata dai soggetti (fisici e giuridici) che decidono di gettarsi nell’agone delle “pubblic relations”. Essa non soltanto assolve al compito di rendere dipendenti, incaricati o militanti (nel caso si tratti di un’istituzione pubblica o di un’azienda) informati sul lavoro e sulle linee strategiche dell’organizzazione nella quale sono inquadrati (evitando la diffusione di notizie false e/o frammentarie e, quindi, potenzialmente dannose) ma, anche e soprattutto, all’ “erudizione dei vertici” (Vieri Poggiali). Non è raro, infatti, che gli stessi responsabili di una comunità siano i suoi primi e più insidiosi nemici, attraverso un ricorso improprio, scorretto ed ingenuo della propaganda e del linguaggio.

Il governo Monti, ad esempio, con le molteplici gaffes dei suoi uomini, ha costituito un caso paradigmatico riguardo l’imprescindibilità dell’utilizzo della “comunicazione interna”; scivoloni come quella sui giovani “choosy” , sulla “monotonia del posto fisso” o, ancora, sugli “gli italiani fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà” (resi ancor più intollerabili e quindi deleteri perché posizionati in una fase di grave crisi come quella che stiamo sperimentando) si sarebbero potuti evitare qualora l’esecutivo del Professore avesse fatto ricorso ad uno staff di coordinamento ed organizzazione interna della comunicazione, esautorando ministri e sottosegretari dalla facoltà di rendersi “battitori liberi”.

Comunicazione a cinque stelle. La ricerca dell’alterità e le sue insidie

Accostata al modello qualunquista, fascista o leghista, la liturgia comunicativa pentastellata trova un punto di congiunzione di non trascurabile importanza anche con quella adottata dall’universo socialista, prima, e comunista, poi, nel nostro Paese. Il suo eccesso di normativismo didascalico e pedagogico e il suo plumbeo esclusivismo elitario, suggeriscono infatti un’idea di pugnace intransigenza e chiusura al confronto che potrebbe, con il tempo , far saltare la connessione tra il Movimento e le piattaforme popolari, esattamente come avvenne per le realtà marxiano-marxiste, partitiche come movimentiste.

Boldrinismo urlato. Troppo livore e troppa sindrome da primi della classe

Berlusconi e la Shoah : potenza e squallore di un colpo di genio

La nuova boutade berlusconiana confezionata nel paragone tra le (presunte) ambasce patite dalla sua famiglia e le persecuzioni ai danni degli ebrei sotto il regime nazista (“i miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso”) è e rappresenta un altro saggio di finezza propagandistica da parte dell’ex Presidente del Consiglio. Essa, infatti, è funzionale a due esigenze e strategie differenti ma complementari e sinergiche: spostare l’attenzione da sé (decadenza, crisi interna al PdL, ecc) attirandola su di sé , scatenando, cioè, un turbinio di indignazioni, insulti ed animosità sulla sua persona. Così facendo catalizza, ancora una volta, la solidarietà dei popolo di centro-destra e del circuito conservatore, tradizionalmente ostili all’elemento ebraico e sensibili, invece, a quello familiare (nel caso di specie proposto e presentato vittimisticamente come sotto attacco) perché considerato e percepito come forziere e custode dell’idea e del concetto di tradizione. E ci sta riuscendo. Come da prassi, i suoi sciocchi avversari si sono fatti prendere al laccio, quando la più rozza ed elementare conoscenza delle dinamiche storiche e sociologiche alla base della comunicazione politica ne suggerirebbe il disinnesco attraverso la noncuranza.

P.s: di grande interesse anche la posizione assunta dal Presidente della comunità ebraica di Roma , Riccardo Pacifici, il quale all’inizio non assume un orientamento chiaro e definito (“frase molto infelice, ho bisogno di tempo per riflettere”) e, di seguito, evita la contrapposizione tra il mondo ebraico italiano e il Cavaliere (“non deve delle scuse agli ebrei, ma a se stesso” ). Il legame di contingenza tra il centro-destra berlusconiano, gli Stati Uniti e Israele è ed è stato infatti troppo solido ed importante perché le comunità ebraiche rischino di comprometterlo attraverso incursioni dettate dall’impulso e dalla rivalsa.

Consigli di comunicazione per radical chic

Mi sia consentito un piccolo consiglio di comunicazione, del tutto disinteressato, umile e gratuito, ai politici (apuani, aquilani e nazionali) che mi onorano della loro amicizia virtuale e della loro preziosa attenzione: sarebbe ed è preferibile evitare, nei comunicati stampa, nelle interviste e nelle sortite internetiche, frame quali “in un Paese normale” o “in un altro Paese”.Da cestinare nella maniera più assoluta, inoltre, avatar con immagini che rechino offesa ai simboli nazionali ed istituzionali (ad esempio il tricolore con il marchio della Chiuquita).

Questo, ovviamente, fatta eccezione per gli appartenenti alla piccola, pittoresca e declinante fazione leghista.

Il rischio non è soltanto quello di sembrare intollerabilmente snob e sciattamente qualunquisti ma, soprattutto, di rimanere imprigionati nel “cul de sac” dell’incoerenza; appare anomalo e grottesco, infatti, che colui il quale si pone a difesa e a tutela delle istituzioni arrivi poi ad oltraggiarle nel più primitivo e sguaiato dei modi.

Astuzie e banalità della comunicazione

A proposito dell’incriminato post di abiura nei confronti dei senatori Cioffi e Buccarella, c’è un frammento della comunicazione utilizzata da Grillo, in quel passaggio, che a molti è sfuggito: il tipo di foto scelta a cornice del pezzo. Si vede una vecchietta, vestita con abiti laceri e sciatti, china nel raccogliere pomodori da una cassetta al mercato. Non è e non ha voluto essere una scelta casuale; quella dell’anziano, infatti, è un’immagine utilizzata in larga misura dalle forze a trazione populistico-demagogica, molto spesso collocate a destra (prediletta, ad esempio, dal Fascismo, dall’ FPÖ heideriano e dalla Lega), per evocare la tradizione, il passato e l’identità di cui il vecchio è, per l’appunto, simbolo, sinonimo ed inviolabile custode, nella sua fragilità. Calata in quel contesto, la foto di una donna anziana e povera voleva suggerire la “minaccia” rappresentata dai migranti alla nostra identità, “minaccia” forse già concretizzatasi e palesatasi perché la poveretta si trova proiettata in una condizione di grave indigenza. Ma non solo. C’è un altro messaggio, anch’esso peculiarità delle piattaforme populiste: il “benaltrismo”. Scopo di Grillo ed i suoi “agit prop” è stato infatti anche quello di segnalare (ben) altre urgenze, appunto lo stato di disagio economico e sociale dei “nostri veci” (per usare un’espressione cara alla Lega,) rispetto ai problemi umanitari legati all’immigrazione.

I nuovi tempi della comunicazione

“Cialente(primo cittadino de L’Aquila ndr) apre la crisi su Facebook”, titola una testata on line aquilana. Giornalismo e politica stanno circadianamente mutando, per mezzo ed effetto della rete. La rivoluzione è della stessa portata di quella impressa, nel XIX secolo, dall’invenzione del telegrafo, dalla “penny press”,dai virtuosismi grafici di Joseph Pulizer e dal rigorismo scientifico di Walter Lippman. Nuove traiettorie comunicative irrompono nella grammatica e nella prassi mediatica, spaesando, sicuramente, chi è ancorato al consueto, ma tracciando nuovi orizzonti per l’interscambio cognitivo e culturale e, soprattutto, confezionando un nuovo abito per chi è chiamato a gestire la res publica.

Pensiamo ai “tweet” del nuovo presidente iraniano. Avremmo mai potuto immaginarlo, ai tempi di Khomeini?

Berlusconismi gigliati. La comunicazione politica da Arcore a Firenze

A Milano per la presentazione della biografia dello stilista Roberto Cavalli, il borgomastro fiorentino si è difeso dalle accuse (francamente un po’ traballanti) di “frivolezza” istituzionale con un “tackle” sui politici definiti “snob”. Nella sua marcia di avvicinamento a piccoli passi sequenziali verso l’elettorato conservatore e verso il segmento berlusconiano (iniziata con le apparizioni televisive dalla zarina De Filippi), il nostro sta facendo propri anche gli stratagemmi dialettici tipici dell’ ars comunicativa di destra; in questo caso, cerca di disinnescare la polemica con una battuta (nello stile dell’ex Cavaliere) associando i più critici ad epiteti impopolari, come, per l’appunto, l’etichetta di “snob”. Si tratta, insieme a formule come “radical chic”, di un “evergreen”, che la destra nazionale (ma non solo, si veda il M5S con la Boldrini) utilizza per mostrare la (supposta) distanza della sinistra dalle masse, contrapposta, invece, al (supposto) carattere più “popolare” e modesto del comparto conservatore. Ma Renzi rilancia: “Lo stile non è tanto come ci vestiamo o come ci comportiamo nei talk show, ma il rispettare le promesse della campagna elettorale. Troppo spesso la politica discute e non realizza. L’incapacità di realizzare le cose di cui si parla è lo stile della classe politica italiana, che è letale. Il cittadino si aspetta di veder corrispondere i fatti all’impegno preso”. Anche in questo caso, il “must” è quello, smaccatamente populistico e demagogico ma di facile presa, del politico “della gente”, quello che non si preoccupa di andare nei programmi che piacciono al popolo, e del politico “del fare” e non delle “chiacchiere”, delle chiacchiere da salotto, del salotto che fa, giustappunto, “snob”. Se provenisse dal mondo dell’imprenditoria, avrebbe costruito intorno a sé un edificio propagandistico praticamente inattaccabile.