Il caso del 19enne italiano ucciso dagli inglesi in realtà lituani e le tante ombre del giornalismo spettacolo

Gb, 19enne italiano ucciso: “Rubava lavoro agli inglesi”

 Raid nel Kent: «Italiani, ci rubate il lavoro»

 19enne di Lecco ucciso a calci e pugni

 Joele Leotta, 19enne italiano ucciso a botte in Inghilterra: “Ci rubi il lavoro”

 Ucciso perché «voleva rubare lavoro agli inglesi»

 

Questi alcuni dei titoli, molto forti, utilizzati dagli organi di stampa italiani in merito al caso del 19enne di Lecco barbaramente assassinato in Inghilterra qualche giorno fa. Titoli, come abbiamo detto, forti e ad elevatissimo impatto emozionale, che facevano supporre una certezza, da parte dei cronisti, riguardo la dinamica dei fatti. Joele era stato ammazzato perché italiano. Un italiano che “rubava” il lavoro. Procedendo nella lettura dei pezzi, il lettore meno disattento non poteva però fare a meno di notare una certa confusione ed una certa vaghezza, nella ricostruzione cronistica. Sembrava che i ragazzi inglesi e Leotta avessero litigato, nel locale dove il 19enne lavorava, per motivi sociali e “razziali” (“ci rubate il lavoro”), sembrava che i killer avessero, una volta fatta irruzione nella stanza della vittima, urlato il loro odio etnico, ma tutto era formulato ed imperniato sul condizionale. Pare, qualcuno avrebbe detto, qualcuno avrebbe visto, qualcuno avrebbe sentito. Non c’era nemmeno, inoltre, la certezza che gli aggressori odiassero il giovane Leotta proprio in quanto italiano e non, più genericamente, in quanto straniero che “rubava” il lavoro agli autoctoni. La notizia, così confezionata, ha fatto il giro dei circuiti audiovisivi e cartacei nazionali, fino a che gli inquirenti di Sua Maestà non hanno scoperto che gli assassini, 4 per l’esattezza, non erano inglesi ma lituani e che il movente non è o non sarebbe sociale o “razziale” ma dovuto e allo stato di alterazione causato dalle sostanze allucinogene e alcoliche assunte dalla sciagurata comitiva. Ma c’è di più: sempre secondo gli investigatori, alla base del gesto potrebbe esserci, addirittura (anche in questo caso è d’obbligo il condizionale), uno scambio di persona. Altroché crociate di tipo etnico. Siamo dunque in presenza di un errore che si colloca al di là delle più elementari regole alla base dell’indagine e della narrazione giornalistica: manca il “Fact checking” (verifica dei fatti), manca il “Gatekeeping” (selezione dei fatti/notizie), manca la “Discovery” (ricerca degli elementi per la costruzione dell’articolo). Mancano, cioè, gli elementi cardine di quel “precision journalism” nato con i leggendari “muckrakers” di memoria rooseveltiana e codificato da Waklter Lippman, il più illustre dei reporter statunitensi del secolo XXesimo. Semplice trascuratezza? O, forse, il tentativo di fare sensazione, di fare ” Infotainment “, per qualche copia o click in più o per vedere schizzare l’audience? Si, forse, o forse c’è dell’altro. Forse, molla dell’ equivoco” è stato il movente politico, al servizio o della propaganda “migrazionista”, che in questo modo voleva mostrare al segmento xenofobo italiano il trattamento riservato ai nostri connazionali all’estero facendo ricorso al metodo dell’immedesimazione (“vedete che cosa si prova”) oppure al servizio della propaganda più retrivamente identitaria (“ecco gli inglesi cosa fanno a chi ruba loro il pane”). Il tutto, approfittando dell’onda emozionale causata dalle recenti tragedie lampedusane. In ogni caso e in tutti i casi, sia che si tratti di superficialità o di asservimento all’elemento politico-ideologico, ancora una volta il “grande” giornalismo, quello a tanti zeri, ha dato prova e dimostrazione di tutta la sua debolezza e inaffidabilità.

 

Un pensiero ai familiari ed agli amici del povero Joele.

La strada maestra del qualunquismo

Questo il commento di un utente sulla pagina Facebook dedicata a Pietro Badoglio (personaggio che una pubblicistica ed una storiografia troppo faziose hanno consegnato ad un giudizio approssimativo ed ingeneroso):

“Cazzo e lo stato italiano spende soldi per un blog qui su facebook per ricordare questo cialtrone traditore pezzo di merda!!!!!!”

Secondo il nostro pittoresco amico, sarebbe lo Stato Italiano, quindi, a pagare per mantenere in vita la pagina dedicata all’ex Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia. Ma c’è di più: Facebook farebbe un’eccezione per i fan del Maresciallo, ospitando, nello spazio creato in suo omaggio, anche un blog. Ovviamente a spese del contribuente italiano. Non sbagliava, Sir Winston Leonard Spencer Churchill, quando sosteneva che il miglior argomento contro la democrazia è “una conversazione di cinque minuti con un elettore medio”

Diritti e limiti della libertà di stampa.

“Il bello della democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare” -E.Biagi.

“E’ assolutamente necessario per tutti i governi che il popolo abbia una buona opinione di loro. E nulla può essere più dannoso a qualsiasi governo che il tentare di creare animosità per quel che riguarda il suo lavoro. Ciò è sempre stato considerato un crimine e nessun governo può operare con sicurezza senza che ciò sia punto.” Queste le parole di un noto giurista inglese del XVIII secolo, John Holt.

Il passo rifletteva, in sostanza, quello che all’epoca si configurava come il pensiero della diritto inglese, successivamente riassunto ed illustrato nei ” Commentaries on the Laws of England “, ossatura e principio ispiratore della carta costituzionale statunitense. La stampa era libera di pubblicare senza censure, ma nel caso in cui il suo lavoro fosse stato ritenuto lesivo della dignità del governo o del buon nome del Paese, nemmeno l’essere dalla parte della verità sarebbe stato ritenuto sufficiente per evitare la condanna del cronista e della sua testata (si veda il caso Croswell-Jackson). Tale strategia fu ulteriormente rafforzata dal Presidente John Adams, mediante il “Sedition Act”, e rimase valida fino al celebre caso dei “Pentagon Papers”, negli anni ’70 del secolo XXesimo.

La scarsa liberalità del progetto renderebbe il medesimo inapplicabile, intollerato ed intollerabile, ai giorni nostri, ma non va dimenticato, d’altro canto e in seconda battuta, il devastante potere che una porzione del giornalismo ideologico, o semplicemente dilettantesco, può avere nel momento in cui va ad intercettare un segmento di massa. Notizie false o parzialmente false, allarmismi ingiustificati, discredito lanciato, sempre, comunque ed aprioristicamente, sulle istituzioni in una sorta di riflesso pavloviano alimentato dal “crisismo” più miope, non solo svuotano il giornalismo di quello che è e dovrebbe essere il suo ruolo, così come Tucidide voleva ed insegnava, ma contribuiscono a generare un clima di sfiducia, lassismo, disfattismo, diffidenza e rancore di cui una comunità, soprattutto nelle fasi più delicate del suo percorso, non ha bisogno. Il recente caso mediatico-internetico dell’economista (in realtà dottore in Giurisprudenza) inglese (in realtà italiano) della “London School of Economic” (in realtà insegna in Giappone) che dal sito dell’ateneo (in realtà si trattava di un blog privato) dava 10 anni di vita all’Italia (in realtà la sua analisi, pur rozza ed approssimativa, confeziona un risultato differente) ne è la prova. Una delle tante. Ma altri potrebbero essere gli esempi, a corroborare questo impianto speculativo: dal trattamento riservato al fenomeno “femminicidio”, all’enfatizzazione, disancorata dal dettato statistico, della cosiddetta “fuga dei cervelli” o del presunto aumento dei suicidi per la crisi (realtà pur drammatica nei suoi contorni), ecc. Tutto contribuisce ad imbastire un’atmosfera plumbea, di disagio imprigionato ed imprigionante in un vicolo cieco all’interno del quale la ratio è bullaggiata dall’ odio, dalla menzogna e dalla sciatteria morale.

Auspicio di chi scrive è la creazione di un sistema di “filtraggio”, pur di ardua applicazione dato il carattere “anarchico” e difficilmente razionalizzabile del giornalismo, che blocchi gli azzardi più antisociali e pericolosi per il bene collettivo, nel loro essere privi di basi ed agganci scientifico-fattuali. L’ignoranza può essere innocua, mentre un sapere viziato e manomesso dalla menzogna e dal pregiudizio più livoroso può risultare letale.

Il caso della bambina bionda nel campo Rom; eziologia e fenomenologia del pregiudizio “buonista”.

Pregiudizio [dal lat. praeiudicium, comp. di prae- «pre-» e iudicium «giudizio»]: “Idea, opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore (è sinon., in questo sign., di preconcetto): avere pregiudizî nei riguardi di qualcuno, su qualcosa”

Pur legato, nell’immaginario collettivo, a posizioni aprioristicamente negative, il pregiudizio descrive soltanto un orientamento basico privo di agganci alla realtà ed alla conoscenza. Può, quindi, contenere traiettorie negative come positive, in merito a questo oppure a quell’argomento.

Alcuni dei miei contatti apuani su Facebook stanno condividendo l’analisi, incapsulata all’interno di uno status, che un noto e stimato personaggio legato alla citta di Carrara ha voluto offrire in merito alla vicenda della bambina bionda ritrovata in un campo nomadi in Grecia . Il pezzo cerca di mettere a nudo, con acutezza e piacevole umorismo, alcuni dei luoghi comuni che offendono la vasta e variegata comunità Rom, in primis quello che li vuole e vorrebbe razziatori di bambini “bianchi” o, ancora, dediti soltanto al furto ed al crimine. L’autore pone, inoltre, l’attenzione sul pericoloso fenomeno della recrudescenza dell’odio etnico e culturale nei confronti dei nomadi, in Grecia, come conseguenza della ricerca di un capro espiatorio e di una valvola di sfogo da opporre alla crisi che sta attanagliando il Paese di Omero. Fin quei tutto bene, ma; il “ma” prende le mosse da una serie di errori che il Nostro commette, spinto, mi permetto, da quell’onnipresente buonismo ideologico che rischia di occludere ed occlude, nella maggior parte dei casi, la valvola del ragionamento scientifico, sereno ed imparziale.

; innanzitutto, l’autore virgoletta la parola “zingari”. Nulla di più sbagliato. Zingari e rom sono, infatti, la stessa cosa. Rom è soltanto il nome che gli zingari danno a se stessi e che deriva dal francese “romanichels”, a sua volta derivazione dello zingaro “uomo”-“rom”. Vi sono, inoltre, altre formule e diciture, come “gitani” (dallo spagnolo “gitanos”) o “gypsies” (dall’inglese “gypsie”), opzioni che riflettono la credenza secondo cui gli zingari (termine di origine bizantina) provenissero dall’Egitto (sono, in realtà, di origine indiana) ma che non descrivono o designano nessuna sostanziale differenza di tipo etnico, sociale o culturale.

; se è vero che la comunità zingara non si è mai macchiata, in Italia, del rapimento di un minore “bianco” (almeno non esiste letteratura recente a tal proposito) ed è vero che molti, moltissimi, dei suoi appartenenti hanno accettato lo stanzialismo, il lavoro e si comportano seguendo le traiettorie della legalità e dello stato di diritto, è altrettanto vero che una nutrita porzione del loro gruppo tramanda di generazione in generazione, attraverso i capi clan, la cultura del rifiuto del lavoro e della scolarizzazione, la pratica del furto e del nomadismo.

; l’estensore dell’ “articolo” pone l’accento sul fatto che anche in Italia, come in altri moderni ed avanzati Paesi del mondo occidentale, non molto tempo fa le famiglie più indigenti utilizzassero i loro bambini per chiedere l’elemosina. Si tratta di un esempio (involontario?) di “proiezione-analogia”, tecnica in uso alla propaganda politica. Nel caso di specie, però, si presenta come un’arma spuntata, questo perché il fatto che anche in Italia esistessero condizioni di grave disagio economico e sociale tali da condurre alla mortificazione dei minori, non giustifica in nessun modo il ricorso allo sfruttamento della questua infantile da parte dei genitori rom.

Comunque ed in ogni caso, dette comunità sono caratterizzate da un un inossidabile isolazionismo elitario (ad esempio vengono rifiutati i matrimoni “misti”, pena l’espulsione dal “clan”) nonché da una cultura orientata ad un retrivo sessismo-maschilismo che nega e preclude alle donne il lavoro e qualsiasi peso decisionale all’interno dei nuclei familiari.

Pur animato dalle migliori intenzioni, l’autore dello sfogo facebookiano si è quindi lasciato andare ad un “pregiudizio”, (appunto prae- «pre-» e iudicium «giudizio».). Nobilitante e cavalleresco, ma pur sempre un pregiudizio

Consigli di comunicazione per radical chic

Mi sia consentito un piccolo consiglio di comunicazione, del tutto disinteressato, umile e gratuito, ai politici (apuani, aquilani e nazionali) che mi onorano della loro amicizia virtuale e della loro preziosa attenzione: sarebbe ed è preferibile evitare, nei comunicati stampa, nelle interviste e nelle sortite internetiche, frame quali “in un Paese normale” o “in un altro Paese”.Da cestinare nella maniera più assoluta, inoltre, avatar con immagini che rechino offesa ai simboli nazionali ed istituzionali (ad esempio il tricolore con il marchio della Chiuquita).

Questo, ovviamente, fatta eccezione per gli appartenenti alla piccola, pittoresca e declinante fazione leghista.

Il rischio non è soltanto quello di sembrare intollerabilmente snob e sciattamente qualunquisti ma, soprattutto, di rimanere imprigionati nel “cul de sac” dell’incoerenza; appare anomalo e grottesco, infatti, che colui il quale si pone a difesa e a tutela delle istituzioni arrivi poi ad oltraggiarle nel più primitivo e sguaiato dei modi.

“Accampada” a Porta Pia

“Se si trattasse ognuno a seconda del suo merito, chi potrebbe evitare la frusta?” – William Shakespeare.

Chissà se e quanto i partecipanti all’ “Accampada”, simbolicamente collocata a Porta Pia, sanno che quel momento storico sinonimo di libertà e progresso è merito, oltreché di una corona, anche di un medio-borghese appartenente alla Destra Storica (da non confondere assolutamente, mai e per nessun motivo con quella attuale o fascista): il patriota, giornalista e medico Giovanni Lanza, di Casale Monferrato. P.S: e di un militare, il generale Raffaele Cadorna.

Lo sciatto quotidiano

Da “Il fatto quotidiano” on line, venerdì 17 ottobre 2013.

Titolo: “Legge di Stabilità, Letta regala alle banche oltre un miliardo”

Sottotitolo: “Nuovi aiuti in arrivo per gli istituti di credito, che potranno godere di un’anticipazione delle detrazioni fiscali, proprio mentre l’Ue sta per fare partire i controlli in vista del passaggio alla vigilanza bancaria europea”

Tra le punte di lancia della retorica persuasiva propagandistica figura e si segnala la “ripetizione”: la ridondanza e la ripetitività del messaggio conducono, come insegnava il nefasto Joseph Goebbels, alla sua sedimentazione nei tessuti cognitivi del bersaglio che si vuole raggiungere. Spesso, interconnessa alla “ripetizione”, c’è la “semplificazione”: quando il concetto è o appare di difficile enucleazione, il propagandista sterza verso un impoverimento del medesimo attraverso coordinate e schematismi a lui favorevoli.

Il pezzo in questione offre una summa ideale e paradigmatica di entrambe le strategie. “Salvare” le banche significa salvare il credito ed il microcredito salvando, di conseguenza, l’economia, imprenditoriale come familiare. Viceversa, il collasso del sistema bancario privato impedirebbe, come sta avvenendo in Grecia, al cittadino di ricevere un prestito per mandare i figli all’università, cambiare l’auto, comprare casa o curarsi e all’imprenditore/esercente (categoria che muove e fa l’economia nei circuiti capitalistici) di pagare i fornitori quando è in perdita o, ancora, di ampliare la propria attività generando, in questo modo, nuovi posti di lavoro e migliorando anche la qualità della propria offerta. L’estensore del pezzo, però, decide di muoversi entro le coordinate conosciute e sicure del populismo e della facile demagogia, associando, per screditarli, Letta ed il suo Governo a quello che è un potere storicamente odiato e malvisto (e qui la storiografia ci porta a Filippo il Bello, Clemente V e la loro guerra all’Ordine dei Templari). In questo modo, si accede ad un nuovo e differente livello della propaganda, ovvero, la “proiezione o analogia”.

Benedetto Croce, liberale e uomo di cultura, credeva che a guidare le masse dovesse essere una cerchia ristretta di intellettuali, ed avversava la democrazia della folla, oclocratica, plebiscitaria o liquida che fosse (chissà come sarebbe inorridito, dinanzi al concetto grillino di democrazia della rete). Il galantuomo di Pescasseroli, però, proveniva da un’epoca nella quale le élites non avevano subito ancora la contaminazione degli umori della piazza, diventandone schiave, com’è avvenuto a più riprese, con l’estensione del suffragio universale in ognuna delle sue varianti di genere. In questo caso una élite , appunto i cronisti de “Il fatto quotidiano”, si mette orgogliosamente al timone del ventralismo più sciatto e roboante (oltreché al soldo di un movimento), dimentica di quel ruolo di “guida” assegnato, un tempo, all’informazione. Almeno a quella di qualità.

Servizio pubblico: tutto purche’ faccia audience

Servizio Pubblico ieri ha totalizzato 2,7 milioni di telespettatori = 12,8% di share. Dispiace per i militOnti di Disservizio Pubblico”.

Questo il commento facebookiano della giornalista Giulia Innocenzi in merito alle polemiche sulla scorsa puntata della trasmissione condotta da Michele Santoro.

Ferma restando tutta la perplessità di chi scrive per lo sguaiato infantilismo dell’ opzione retorica utilizzata dalla più brava ed illustre collega (“militOnti”), simili orientamenti ed esternazioni palesano e dimostrano quello che, senza tema di smentita, è l’impoverimento in senso qualitativo di una fetta consistente del giornalismo italiano, sempre più attenta alle esigenze di cassetta che non alla qualità della proposta. Non importa che il programma sia stato formulato sulle rivelazioni di una “escort” con il volto plastificato in merito alla (presunta) omosessualità di Francesca Pascale, così come non importa che Marco Travaglio sia sceso sotto l’asticella dell’eleganza professionale definendo il Ministro dell’Interno “Angelino Jolie”. Non importa, ancora, che l’ex Presidente del Consiglio Mario Monti sia stato attaccato, da più parti, non potendo opporre una difesa, dal momento in cui non era stato invitato. “2,7 milioni di telespettatori = 12,8% di share”; questo è il volgare refrain, il punto di svolta della quaestio, l’asse attorno al quale ruota e deve ruotare la narrazione cronistica. L’audience, quindi la visibilità, quindi il profitto. L’asservimento all’ Ego ed alle traiettorie convenienziali dell’inserzionista. Esattamente come quell’ “infotainment” capace di distruggere, negli anni ’90, l’ultima testimonianza di “gatekeeping” e di professionalità ed eleganza rimasta nell’universo mediatico statunitense. Santoro e i suoi collaboratori non si sono dimostrati diversi da Matt Drudge, dal “Washington Post” e dai canali ABC, NBC e CBS, che inchiodarono la pubblica opinione, per mesi e mesi, sugli affari di letto (o di scrivania) di Clinton e della sua giunonica stagista (all’affaire venne dedicata una media di 6 servizi per ogni telegiornale), salvo tralasciare, poco tempo dopo, il terribile episodio dei brogli elettorali nei collegi della Florida.

Rimane davvero poco di Walter Lippmann, di William Sheperd, di Ray Baker o del nostro Eugenio Torelli Viollier.

“Un giornale oggettivo intendiamo fare noi; un giornale che, prima e piuttosto di discutere le questioni, le studi, che innanzi di sostenere un punto, lo elucidi; ed anziché parteggiare, esponga. Questo è il compito che si impongono principalmente i giornali inglesi, i giornali del popolo che meglio intende e pratica la libertà; ed è quello che vien più trascurato da molti fogli italiani, soliti a tenere come dimostrare le questioni ed i fatti che a loro piacimento piacciono, ed a sostituire al ragionamento l’affermazione” – Eugenio Torelli Viollier, ideatore e cofondatore del “Corriere della Sera”.

La classe vestiva la giubba rossa

Nel 1864, fu organizzata da Garibaldi e Mazzini una spedizione per conquistare il Veneto, il Trentino ed il Friuli Venezia Giulia, regioni all’epoca piegate sotto il gioco austro-ungarico. Nella notte del 16 ottobre, un gruppo di volontari capitanati dagli ufficiali garibaldini Francesco Tolazzi e Marziano Ciotti si impossessò della gendarmeria e dell’esattoria di Spilimbergo e Maniago, paesi nei quali le giubbe rosse cercarono di incitare, a dire il vero con scarso successo, gli abitanti alla rivolta. Presso l’esattoria di Spilimbergo, i patrioti unitari sequestrano 400 fiorini rilasciando regolare fattura, mentre in quella di Maniago trovarono le casse praticamente vuote vuote. Il funzionario di servizio si giustificò dicendo di aver versato pochi giorni prima quasi tutti i denari alla Cassa Provinciale e si offrì di dare loro, oltre ai 283 fiorini rimasti, anche 20 mila svanziche, da pagare di tasca propria. I garibaldini rifiutarono, sdegnati. Loro obiettivo, dissero, non era il lucro fine a se stesso ma privare il nemico occupante ed invasore delle sue sostanze economiche, in modo da danneggiarlo e manometterne l’azione. Presero i 283 fiorini e, anche in questo caso, rilasciarono una regolare fattura.

La storia e la storiografia sono fatte anche da piccole narrazioni e da piccoli episodi, come questo. Imparino, coloro i quali si fanno prendere la mano dalle seduzioni della pubblicistica più truffaldina, ammaliante proprio in quanto elementare ed approssimativa ma capziosa e menzognera perché alimentata e sostenuta dal pregiudizio revanscista.

Quanta differenza, con la “Banda Cannone” e la marmaglia brigantesca sudista e nordista.

A lezione di modernità da Giovanni Giolitti

« …le leggi devono tener conto anche dei difetti e delle manchevolezze di un paese… Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche all’abito » – (Giovanni Giolitti, “Memorie della mia vita”).

Se ai tempi del “Biennio Rosso” (1919 – 1920) l’Italia non scivolò nel baratro di una guerra civile, il merito fu da ascrivere anche ed in special modo alla lungimiranza di un campione del pensiero liberale quale fu Giovanni Giolitti (il vero padre fondatore, tra l’altro e ricordiamolo, dello stato sociale italiano). Respingendo le pressioni provenienti dell’ala più reazionaria della grande borghesia industriale, Giolitti rifiutò infatti l’opzione della forza contro gli operai che avevano occupato le fabbriche e seppe andare incontro alle esigenze di maestranze e sindacati con un accordo su larga scala (18 – 20 settembre 1920) con il quale il Governo riuscì a porre fine alla complessa e pericolosa vertenza, ristabilendo in questo modo la calma e l’ordine nel Paese.

La sinistra francese guarda con preoccupazione alla recente vittoria del Fronte Nazionale nelle elezioni locali di Brignoles (in realtà si tratta di un test dalle limitatissime proporzioni) ma non si interroga sul perché di quella che considera una pericolosa deriva. O meglio, lo fa e lo continua a fare con una sorta di aristocratico quanto superficiale distacco, leggendola come il primitivo rigurgito di un ventralismo sguaiato. Ma si sbaglia. E’ proprio attraverso una politica violentemente buonista che ha messo in secondo piano le istanze di una consistente fetta di Francia, accantonandole come obsolete ed immature velleità nazionaliste, che la Sinistra d’oltralpe ha mortificato l’identità ultramillenaria del suo popolo, costringendolo ad accettare le bizzarrie di un politicamente corretto tanto aggressivo quanto insensato (mi riferisco, ad esempio, allo stravolgimento dell’identità formale genitoriale). Condivisione, dialogo ed accettazione non devono essere prassi, valori e compiti univoci, soprattutto in quello che è un enorme mosaico di popoli e civiltà; al contrario, la legittima tutela del proprio bagaglio culturale e storico è il primo passo (anche) per sottrarre carburante ed argomentazioni all’inganno populista ed alla facile demagogia.

Impari a dialogare, la sinistra chic e benpensante del “Genitore 1” e “Genitore 2”. Esattamente come fece il nostro Giolitti, tanto tempo fa.

Ps. Poi arrivarono Mussolini e gli spaventati plutocrati che lo sponsorizzavano. E quella meravigliosa fase di democrazia risorgimentale fu consegnata alla Storia.