La mannaia maschilista di Sabina Guzzanti sulle nuove ministre del Governo Renzi

Da una dichiarazione di Sabina Guzzanti sulle ministre del Governo Renzi: “Il nuovo Governo è mostruoso e le nuove ministre sono donne immagine. Sono giovani, come possono avere le competenze necessarie per essere ministri? Si scelgono giovani inesperte che poi fanno leggi a favore degli imprenditori senza neanche accorgersene”. Ancora: “Marianna Madia è un esempio di donna al potere per raccomandazione”. Conclude: “La questione femminile con il berlusconismo è diventata solo pornografia”

A bene vedere, da una sosta attenta e scrupolosa sulle sue esternazioni, la disamina di Guzzanti non contiene nessun lavoro di scavo ed approfondimento analitico; ci dice che le neo-ministre in forza all’esecutivo Renzi sarebbero “inesperte” ma non ne spiega il motivo (a parte l’elemento anagrafico). Liquida il nuovo Governo come “mostruoso” ma, ancora, manca qualsiasi acquisizione a corroborare la tesi. Infine, e questo è il dato più significativo, bolla la squadra “rosa” del premier come composta da “donne immagine”. Perché ? Anche stavolta, Guzzanti non lo spiega. Associando “ipso facto” la giovane età e l’avvenenza di una donna alla mancanza di capacità cognitiva, politica ed organizzativa, l’artista romana dimostra e palesa una mentalità degna del maschilismo più retrivo, lo stesso che fin dalle fasi embrionali della sua carriera ha detto di voler combattere. Un maschilismo pericoloso, prima di ogni altra cosa, perché annidato negli strati più profondi (ed incontrollabili) dell’inconscio.

I “profeti” dell’integrazione sono, dell’integrazione stessa, i primi ed i peggiori nemici. “Se sapessi con sicurezza che c’è un uomo che sta venendo a casa mia con il piano consapevole di farmi del bene, scapperei a rotta di collo”. P.S: la ricordo ancora, durante un confronto con Giuliano Ferrara, ripiegare sulle offese riguardanti il peso, definendolo “fetecchia” (tra i numerosi epiteti) , perché in difficoltà ed incapace di misurarsi sul piano del gioco leale.

Mentana: Epic fail!

Contrattando e discutendo i tempi e, soprattutto, i modi dell’intervista al leader del Movimento Cinque Stelle, Enrico Mentana è venuto meno, ancora una volta, a due dei principi guida del giornalismo e della sua deontologia: la ricerca della “verità” e dell’ “essenzialità” (Carta dei Doveri del 1963). Il cronista assolve ad un compito di vitale importanza, che è quello di informare il cittadino su ciò che lo riguarda e ne regola l’esistenza; apparirà pertanto inaccettabile ed inconciliabile con il ruolo della stampa un atteggiamento di accondiscendenza verso un personaggio pubblico, in special modo se alla base di questa scelta vi sarà la ricerca del profitto e della visibilità.

Dalle “Regole per l’intervista” della BBC: “Non è corretto informare l’intervistato sulle domande che saranno formulate. Nel caso in cui l’intervistato rifiuti di rispondere, l’autore deve considerare l’ipotesi di continuare o interrompere. La reticenza dovrebbe essere indicata al pubblico”. E’, del resto, lo stesso che insieme ad altri due giornalisti (Emilio Fede e Giuliano Ferrara) partecipava ai briefing con il suo editore (Silvio Berlusconi) per pianificarne la “discesa in campo” nei primi anni ’90. Un Judith Miller in versione maschile

La farsa del referendum veneto e l’eredità risorgimentale del Leone

 

ImmagineIl “referendum” per l’autodeterminazione della Regione Veneto è, in realtà, una consultazione sondaggistica on line gestita da un blog privato (plebiscito.eu) i cui responsabili sono posizionati all’interno di un’ area politico-ideologica ben definita e definibile (quella leghista). Chiunque (non solo i veneti) può essere ammesso alla consultazione, chiunque può votare più di una volta, chiunque può modificare le proprie generalità (per mostrare la debolezza dell’iniziativa, un utente si è registrato come “Pippo Calippo” nato a Sinferopoli ) e non v’è controllo di alcun tipo sui risultati.

Nessuna legittimità, quindi, non soltanto dal diritto ma anche ed in special modo dalla logica e dal buonsenso. Del tutto apodittico, inoltre, pensare che il malessere caratterizzante alcuni segmenti della comunità veneta debba, “dictum factum”, tradursi in una progettualità di tipo separatistico.

Una nota storica: il Veneto dette un contributo decisivo ai processi risorgimentali (1848, 1849, 1859) ed una fetta rilevante dei garibaldini (specialmente a Bezzecca) proveniva da quella regione.

La RU-486 e la prepotenza degli antiabortisti

Nei giorni e nei mesi che videro la polemica sull’adozione della cosiddetta “pillola abortiva” (RU-486) arroventare il dibattito politico, la punta di lancia dell’arsenale retorico proibizionista era che l’opzione farmacologica potesse condurre e indurre ad una “banalizzazione dell’aborto”.

Si trattava di un vero e proprio “refrain”, ripetuto e fatto rimbalzare fino allo spasimo ma, a ben vedere, non soltanto svuotato di qualsiasi credibilità morale (conteneva la volontà di un’imposizione) ma, prima di tutto, imperniato su un cortocircuito logico; se, infatti, vogliamo pensare vi sia un legame tra la percezione dell’aborto e la forza dell’ impatto sulla psiche e sul fisico provocata della soluzione utilizzata per la rimozione del feto, per cui una formula il meno possibile invasiva (come la RU-486) possa attenuare e diluire la percezione della “gravità” della pratica abortiva, se ne deduce, seguendo la stessa traiettoria logica, che una strada il più possibile rischiosa, nociva e scioccante tale da conficcare nella donna un trauma fisico e psicologico indelebile azzeri qualsiasi eventualità di prendere sottogamba l’ IVG.

Perché , dunque, non tornare agli obsoleti e rischiosissimi metodi delle “mammane” di un tempo? Perché non tornare ai ferri caldi oppure agli uncini? Perché , ancora, non tornare ai pugni sulle pance? In questo caso, saremo certi, certissimi, che l’aborto non verrebbe mai “banalizzato”. Al contrario, la sventurata ne conserverebbe memoria vivida e pulsante, nel corpo e nella mente, fino al termine dei suoi giorni.

A questi interrogativi, i proibizionisti solevano non rispondere, nonostante venisse loro fatto notare come la RU-486 contribuisse a scongiurare rischi residuali legati all’IVG mediante prassi chirurgica. Non vi era (e non vi è), dunque, nessun interesse per l’incolumità della paziente, bensì la volontà di punirla, esponendola alle incognite dell’aborto “tradizionale”. Questo perché l’autodeterminazione femminile lacera la concezione retriva della donna e del suo ruolo cui i più conservatori sono ammanettati; ella è e deve rimanere confinata nella funzione di moglie e fattrice e guai a volersene affrancare. Pena, la totale mancanza di “pietas”. Oppure un rastrello nella pancia e magari un’infezione.

Silvio Berlsuconi e il “niet” di Strasburgo. A cosa serve l’ennesimo “coup de théâtre”

Benché consapevole dell’impossibilità di presentare la sua candidatura alle imminenti elezioni europee, Berlusconi ha tuttavia deciso di annunciarla pubblicamente (e su tutto il territorio nazionale) così da poter, ancora una volta, mettere in moto la macchina del vittimismo allorquando Strasburgo avesse posto il suo legittimo, prevedibile ed inevitabile divieto. In questo modo, l’ ex Cavaliere mira ad ottenere un duplice risultato, cercando di screditare chi gli ha “impedito” una prima volta di candidarsi (la magistratura italiana) e chi glielo ha “impedito” una seconda (l’UE), cavalcando, nell’ultimo caso, la poderosa ondata di antieuropeismo populistico che sta caratterizzando l’attuale momento storico.

La stessa cosa si potrà affermare a proposito dell’autosospensione dalla Federazione dei cavalieri del lavoro. L’ex Premier sa che il titolo gli sarebbe stato revocato a causa della condanna ed allora cerca di calare l’asso del gesto sprezzantemente nobile e dignitoso.

Festa del Papà…. anche per loro.

Un pensiero ai padri separati, vittime invisibili inghiottite dal cono d’ombra di un controcultura che confonde il rispetto della donna con la mortificazione e la banalizzazione della figura maschile.

Nessun megafono, per loro.

Nessuna alterazione strumentale di questa o di quella statistica.

Nessuna schiera di giornalisti od “esperti” a gridarne il dolore, questa volta autentico, vivido e pulsante.

Un pensiero a loro, un pensiero ai loro bambini.

Aborto ed eutanasia.Perché chi non rispetta la vita vorrebbe imporne la tutela

Esiste da sempre, negli Stati Uniti, una polemica tra progressisti e conservatori in materia di aborto ed eutanasia che vede i primi accusare i secondi di incoerenza allorquando si schierano a difesa della vita, visto il loro manifesto ed inossidabile appoggio alla pena capitale, alle varie campagne militari organizzate dal Paese, alla libera concessione delle armi ai privati cittadini, alle politiche razziali, ecc. A ben vedere la contestazione appare tutt’altro che infondata, dal momento in cui le armi, la guerra, la pena di morte e la discriminazione costituiscono “ipso facto” la negazione più paradigmatica della vita, della sua tutela e protezione.

Si tratta di un’antinomia, di un corto circuito logico che definisce anche la restante porzione del conservatorismo occidentale (anche italiano), pur con le debite e dovute differenze del caso, e che può trovare risposta e spiegazione nella mancanza di una cultura liberale basica nel segmento antiabortista ed antieutanasico riconducibile ai settori del tradizionalismo politico; obiettivo non è, infatti, la tutela della vita bensì l’attacco al libero arbitrio, in special modo quello femminile. Non una battaglia “per”, ma una battaglia “contro”.

Aborto ed eutanasia sono e rappresentano la massima attestazione della libertà individuale, e questo non può essere accettato ed accolto da uno spirito non democratico, tantomeno se a reclamare e a testimoniare la propria emancipazione ed autonomia è un appartenente al genere femminile, da sempre sottomesso e regolato dalle norme del maschilismo più consueto (sposa e fattrice). L’uomo, ma soprattutto la donna, liberi di decidere di sé e per sé, lacerano ogni acquisizione sociale e culturale di tipo reazionario, ed è qui l’archè e lo snodo della “difesa” della vita da parte dei proibizionisti, passaggio esclusivamente funzionale ad un disegno coercitivo e liberticida.

Eutanasia.Il Ministro Roccella e la mannaia torquemadista sul libero arbitrio

Eugenia Roccella: “Sul tema dell’eutanasia ascoltare tutte le parti in gioco, non solo chi è a favore. La visione del Presidente Napolitano sulle problematiche del fine vita rischia di essere parziale e unilaterale se il confronto avviene solamente con le associazioni favorevoli all’eutanasia”.

Non esistono né potrebbero esistere, in tema di eutanasia, “parti in gioco” all’infuori del paziente e del personale medico-sanitario chiamato ad eseguirne le disposizioni. Conscia dell’inesportabilità di un orientamento intrinsecamente autoritario perché in antitesi con il principio del libero arbitrio, Roccella gioca quindi d’astuzia, gettando sul tavolo la carta dell’ecumenismo democratico, invocando la partecipazione di figure che, tuttavia e come premesso, nulla hanno a che vedere con il caso in oggetto. Scelte quali eutanasia ed aborto attengono invero alla sfera più categoricamente intima e personale del singolo, ed è al singolo che spetta la sola ed unica decisione a riguardo; qulsiasi tentativo di intrusione o forzatura dovrà quindi essere letto come una prevaricazione ed un’incursione liberticida e respinto con tutta l’energia di cui si è capaci.

¡No pasarán!

La lezione di umiltà di Jurij Alekseevič Gagarin

Durante il viaggio in pullman che lo avrebbe condotto al Cosmodromo di Bajkonur (la “Città delle Stelle”) dal quale sarebbe stato poi lanciato nello spazio a bordo della navicella Vostok 1, l’allora Maggiore dell’ Aviazione Miltare Sovietica Jurij Alekseevič Gagarin (il “Cosmonauta 1”) guardava il suo vice ed eventuale sostituto, il Maggiore German Stepanovič Titov (il “Cosmonauta 2”) con invidia ed ammirazione, pensando che le autorità del loro Paese avessero deciso di non utilizzarlo per quel primo, rudimentale lancio, con l’intento di tenerlo in serbo per altre e più importanti missioni. Uomo di scienza ed abilissimo polita, la testimonianza ne evidenzia anche la straordinaria statura morale ed umana, fornendo, in ultima analisi, anche un esempio di vita.

“Vedevo Titov di profilo e non potevo impedirmi di ammirare i tratti regolari del duo volto intelligente, la fronte spaziosa sulla quale ricadeva un ciuffo di capelli castani. Allenato come me, era certamente in grado di affrontare prove ben più difficili. Di qui m’ero convinto che i nostri dirigenti, avendo scelto me per il primo volo, volevano tenerlo in serbo per un’altra e più complessa missione”.

Il Maggiore Titov sarebbe stato inviato in orbita pochi mesi dopo, il 6 agosto 1961, a bordo della Vostok 2. Con i suoi 25 anni appena compiuti, Titov è l’essere umano più giovane mai impiegato in una missione spaziale. Ps. Un inciso a carattere “preventivo”: stando alle acquisizioni attuali, la teoria dei “Cosmonauti fantasma” (i comsonauti pre-Gagarin morti nello spazio nel corso di missioni segrete) è cestinabile al pari del “Moon Hoax”.

Chi di volgarità ferisce..

Alessandra Mussolini ha contribuito, in modo attivo e consapevole, all’affermazione ed all’ossidazione di quella cultura e di quel clima di sciatteria comportamentale dei quali adesso sta pagando le conseguenze. Volgarità verbale e concettuale, disprezzo per l’avversario finanche nel suo intimo più recondito (“meglio fascista che frocio”), il tutto nella più rutilante e fragorosa cocciutaggine, senza mai un’esitazione, senza mai un ripensamento od un passo indietro.

Ridicolo ed improbabile chiedere che, adesso, si applichi nei suoi confronti un trattamento differente e le regole del buongusto (che, pure, non dovrebbero mai venire disattese). Ridicolo ed improbabile chiedere per lei la protezione dell’ombrello del “politcally correct”, soltanto in ragione della sua collocazione biologica, del suo genere di appartenenza. Chi tutelò, da lei e dagli altri megafoni del giustizialismo spicciolo e villano, la famiglia Marrazzo?