Roma, Raggi e il Torchietto: un destino comune?

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E’ giusto e legittimo paragonare il governo di Roma a quello di uno Stato , in virtù dell’importanza della città, della sua complessità e della sua estensione demografica. Per questo, l’elezione di Raggi rappresenterà, in ogni caso, l’inizio o la fine della parabola storica del M5S, un’occasione vitale ed banco di prova decisivo.

Sarà bene ricordare, a tal proposito, la vicenda storica dell’Uomo Qualunque, grande protagonista alle ammnistrative del 1946* vincendo in diversi capoluoghi del Mezzogiorno e superando la DC a Roma (molti osservatori parlarono di “vento del Sud”, in antitesi al “vento del Nord” riferito alla forza dei partiti di sinistra nel Settentrione) e poi imploso solo 3 anni dopo, anche e soprattutto per colpa del suo verticismo esasperato e dell’assenza di una reale democrazia interna.

*l’UQ aveva già ottenuto un successo importante alle elezioni nazionali per l’Assemblea Costituente del giugno dello stesso anno, diventano il quinto partito italiano

Perché il vero orrore è il diario di Höss e non il “Mein Kampf”

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Benché il “Mein Kampf” di Adolf Hitler e il “Mito del XX Secolo” di Alfred Rosenberg siano i manifesti della dottrina nazionalsocialista, è “Comandante ad Auschwitz”, di Rudolf Höss*, a concentrare ed esprimere in modo nitido ed inequivocabile l’anima ideologia, sociale e culturale della croce uncinata e del suo periodo storico.

Secondo Primo Levi, Höss non “era fatto di una sostanza diversa da quella di un borghese di qualsiasi altro Paese”, un personaggio che, se nato e cresciuto in una fase storica diversa, “sarebbe diventato un grigio funzionario qualunque, ligio alla disciplina ed amante dell’ordine; tutt’al più un carrierista con ambizioni moderate”. Un uomo “comune”, quindi, un “travet” ben lontano dalla leggenda nera e pericolosamente affascinante di un Mengele, privo dei tratti “satanici” di un Himmler o dell’ambiguo intellettualismo di uno Speer, e perciò ancor più letale e pericoloso.

Egli è un automa, un esecutore, fedele all’autorità e all’ideologia che lo ha strappato alle umiliazioni weimariane, sprovvisto di una ratio umana. Nelle pagine del suo diario, il campo diventa una sorta di fabbrica e i morti il prodotto finale. Non un’emozione, non un cedimento vengono consegnati dalla penna di Höss, nemmeno odio per i nemici o gli internati.

Ancora, dopo aver sperimentato con successo l’impiego del famigerato Cyclon B, il veleno usato contro i topi e le cimici (soluzione concepita per risparmiare ai soldati lo stress delle esecuzioni), Höss dirà di aver provato “un grande conforto”. Il grande conforto per aver trovato la soluzione migliore per assassinare milioni di innocenti. Come scrisse sempre Primo Levi, a quel punto “la sua massima aspirazione è raggiunta, la sua professionalità è dimostrata, e lui il miglior tecnico della strage”.

Per questo motivo, ben più delle opere hitleriane o rosenbergiane, intrise di rutilanti e sconnesse percussioni ideologiche, è il documento di Höss, questa sorta di libro mastro dell’orrore, a condensare e spiegare il grande male de XX secolo.

 

*arrestato dopo la fine della guerra, Höss venne processato dalle autorità polacche ed impiccato nel suo stesso campo nel 1947. La medesima sorte toccò un anno prima ad Amon Göth, ex comandante del campo di Kraków-Płaszów.

 

Le Unioni Civili e la strategia del gambero pentastellata

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La motivazione addotta dal M5S per giustificare la scelta astensionista nel voto sulle Unioni Civili (il dispositivo non sarebbe abbastanza completo) non potrà che apparire vuota e velleitaria se si pensa che lo scorso febbraio fu proprio il Movimento a far mancare all’ultimo secondo l’ossigeno al DDL Cirinnà nella sua versione più ampia e matura.

La decisione andrà invece ricondotta a quella strategia di avvicinamento al blocco conservatore che Grillo ha manifestato in modo inequivocabile attraverso l’alleanza europea con l’UIK e che continua a ribadire e confermare con le sue esternazioni pubbliche (si veda l’ultimo tackle su Sadiq Khan).

Alla caccia di quello spazio lasciato vuoto dal berlsuconismo, l’ex comico sapeva e sa bene di non poter apparire credibile portando in eredità una legge che avvantaggia la comunità LGBT, specialmente nell’imminenza di un appuntamento fondamentale come le lezioni romane.

D’altro canto, un “no” netto, secco e ideologico alla Cirinnà ed alle politiche egualitarie in senso più ampio, avrebbe come conseguenza un’emorragia a sinistra potenzialmente fatale. Da qui, la sterzata verso una motivazione ufficiale come quella data.

Perché ha ragione Bergoglio

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Con le sue dichiarazioni (concettualmente chiare ed inequivocabili), il Pontefice non intendeva condannare gli amanti degli animali o la cultura animalista ma soltanto l’incoerenza di chi dedica le proprie energie affettive solo ed esclusivamente agli animali, dimenticando il suo prossimo.

Un male comune del nostro tempo, motivato da un’incapacità di relazionarsi con l’Altro e da un approccio disfunzionale alle dinamiche sociali.

 

P.s: Chi scrive conosce persone profondamente razziste ed omofobe che postano ogni giorno link animalisti. Per costoro è molto più agevole relazionarsi con chi offre amore in modo incondizionato, senza porre domande o creare il dubbio.

Il falso mito del Craxi “sovranista”. Dalla CMC agli euromissili: le carte americane.

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Travolta dall’indignazione popolare e mediatica negli anni ’90, la figura di Bettino Craxi sta godendo, negli ultimi tempi, di una rilettura del tutto nuova, non di rado troppo generosa e vicina all’agiografia, ideologica e distante dalla razionalità del vaglio scientifico quanto la precedente.

Uno dei capisaldi di questa nuova panoramica vuole il leader del Garofano emblema di un coriaceo sovranismo, soprattutto rispetto agli USA, sulla scorta dei fatti di Sigonella, anch’essi filtrati, tuttavia, da un’ottica partigiana e frettolosa, in cui il nazionalismo più grossolano diventa il focus dell’analisi interpretativa*.

A tale riguardo sarà necessario ricordare come durante la Crisi dei missili di Cuba del 1962** gli USA scelsero proprio Craxi come testa di ponte per favorire ed ultimare il passaggio (già iniziato da Pietro Nenni dopo i fatti di Budapest) del PSI dalle tradizionali posizioni anti-atlantiche ad una definitiva collocazione vicina alla DC, agli USA ed alla NATO, in modo da cementare l’asse democratico e filo-occidentale in Italia con l’innesto di Via del Corso, dopo la fine dell’epoca del “centrismo”.

In particolare, George Lister, funzionario del Dipartimento di Stato americano, in un documento indirizzato al consigliere della Casa Bianca Arthur Schlesinger presentò Craxi come un esempio “per mostrare che i socialisti sono malleabili” e “suscettibili di pressione”, un “autonomista vicino a Bensi all’estrema desta del PSI”. Ancora nel documento, Lister si sofferma sull’incontro con il futuro leader socialista: “Abbiamo speso un bel po’ di tempo insieme e ho colto l’occasione per criticare la posizione autonomista in politica estera, specialmente su Cuba. Ho sottolineato che il neutralismo non era buono abbastanza. [ ..] Craxi ha risolutamente difeso la linea ufficiale degli autonomisti, su Cuba e in generale. Tuttavia, il giorno dopo mi ha detto di aver appena parlato al telefono con i socialisti di Milano e di di aver colto l’occasione per criticare la posizione del PSI su Cuba. Pochi minuti dopo, Craxi mi ha suggerito che forse era possibile arrivare a un accordo tra noi e i socialisti, in cui questi seguirebbero la politica di solidarietà con l’Occidente e noi cercheremo di portare un governo democratico in Spagna. [ ..] Dopo che l’incontro fu finito, Craxi era piuttosto riflessivo e mi ha fatto notare di aver imparato molto. Ha spontaneamente affermato che avrebbe visto Nenni al suo ritorno i Italia e gli avrebbe detto alcune cose che aveva imparato e fornito un po’ del materiale che aveva ricevuto”.

Pochi mesi dopo, il PSI avrebbe fatto il suo primo ingresso in un governo a guida democristiana (Governo Moro I).

Un Craxi dunque ben diverso dal fiero sovranista anti-americano ed anti-atlantico presentato da alcuni segmenti della pubblicistica storiografica italiana e da un a certa vulgata, e che avrebbe proseguito nella sua linea di aderenza ai principi atlantici con l’assenso all’installazione sul nostro territorio , nel 1979 e nel 1983, dei missili americani Cruise (gli “euromissili”) puntati contro l’URSS , scelta che esponeva il nostro Paese ad una rappresaglia termonucleare del Patto di Varsavia in caso di scontro armato tra i due blocchi.

Benché gli anni di Craxi a Palazzo Chigi abbiano senza dubbio visto il ritorno, dopo il pantano degli anni ’70, ad un certo dinamismo del nostro Paese sullo scacchiere internazionale e a quel terzomondismo-arabismo strategico che ebbe negli anni ’60 (con Fanfani e Mattei) forse la sua più alta espressione, il dato storico dimostra ad ogni modo tutta l’inconsistenza e il velleitarismo di quella ricostruzione volta a rappresentare l’ex delfino di Nenni come baluardo di un autonomismo che , in ogni caso, i rigidi perimetri jaltiani avrebbero negato a Roma, soprattutto nell’era del confronto bipolare.

*Craxi lasciò andare il commando terroristico. Da qui, e non dalla decisione di affermare la giurisdizione italiana, la frattura con Washington.

** La CMC fu il banco di prova per il PSI, grazie al quale Washington fugò gli ultimi dubbi (insuperabili fino all’ottennato di Eisenhower ma venuti meno nell’era Kennedy), in merito alla fedeltà del PSI al blocco occidentale e alla fattibilità di una sua partecipazione ad un governo di larghe intese con i centristi, secondo un modello che gli USA volevano esportare anche agli altri grandi Paesi europei così da contenere le forze comuniste.

Salvini-Trump: politica e geopolitica in uno scatto

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Il “selfie” di Matteo Slavini con Donald Trump è emblematico dello stato mentale della destra italiana, storicamente atlantica ma oggi “costretta” ad un innaturale ripiegamento, in funzione anti-obamiana, sulla Russia di un ex ufficiale del KGB, ex membro del PCUS ed estimatore del vecchio corso.

Con il ritorno di un rappresentante (“waps”) dell’Elefantino al numero 1600 di Pennsylvania Avenue, anche il nostro conservatorismo riapproderà dunque a quella che è la sua collocazione consueta, naturale e fisiologica, accanto agli USA ed alla NATO e in posizione antitetica rispetto agli Attori euroasiatici.

Viareggio: l’informazione in una bolla di sapone

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Nella vicenda di Viareggio, l’attenzione pubblica e mediatica ha scelto di orientarsi in via esclusiva sulla reazione del proprietario di “Mondo Disco”, estrapolandola dal contesto all’interno del quale è maturata e si è sviluppata. Un “modus operandi” ingannevole e superficiale, mirante a confezionare una visione manichea e a polarizzare gli umori delle persone in uno scenario che , toccando le corde dell’emotività, vede , inevitabilmente, l’immagine del “benestante” commerciante della “benestante” Versilia penalizzata e “sconfitta” rispetto a quella del clochard slavo che vive facendo divertite i bambini.

Una valutazione razionale e matura del caso non potrà dunque fare a meno di analizzarlo nel suo insieme, prendendo in esame anche la versione dell’esercente, secondo il quale l’artista di strada avrebbe risposto in modo sgarbato ed aggressivo alla sua richiesta di esibirsi poco più distante, così da non macchiare con il sapone le sue vetrine (richiesta del tutto legittima).

Il gesto, scomposto, del commerciante, non troverebbe in ogni caso giustificazione ed accoglimento (avrebbe dovuto rivolgersi alle forze dell’ordine), ma una panoramica più ampia contribuirebbe senza dubbio a rendere un servizio all’informazione, ai suoi protagonisti ed al pubblico.

Trump, la Russia e il dilemma della destra italiana

Parlando alla conferenza annuale del Comitato per gli affari pubblici israelo-americani (Aipac), Donald Trump ha dichiarato l’intenzione, qualora fosse eletto a novembre, di compiere un salto di qualità nei rapporti con Israele (“dovremmo spostare l’ambasciata israeliana da Tel Aviv a Gerusalemme”) e di irrigidire, allo stesso tempo, quelli con l’Iran, a partire dall’accordo sul nucleare.

Una simile linea di indirizzo avrebbe come conseguenza un ulteriore inasprimento delle relazioni tra Casa Bianca e Kremlino (storico alleato di Theran e del fronte arabo nel contenzioso con Tel Aviv), suscitando più di un imbarazzo in quel movimento d’opinione conservatore italiano tradizionalmente filo-atlantico, oggi orientato (in risposta all’elezione di Barack Obama) dalla parte della Russia, ma che guarda con favore e speranza ad una vittoria del tycoon newyorkese.

Geopolitica cinese: il silenzio del Dragone

“Proprio perché non abbiamo issato troppo in alto la nostra bandiera e non abbiamo cercato di assumere un ruolo guida a livello internazionale siamo stati in grado di espandere il nostro spazio di manovra nella politica internazionale” .

Così Wen Jiabao, primo ministro della Repubblica Popolare Cinese dal 2003 al 2013, in un’intervista rilasciata al “Quotidiano del Popolo”.

L’inferiorità di Pechino rispetto alle due superpotenze del secolo XX (unita ad una mentalità da sempre isolazionista) si è paradossalmente trasformata in un valore aggiunto per il Dragone, oggi forte, pur nei limiti della sua capacità militare, politica ed economica, di un margine di manovra superiore a quello di USA e Russia, Attori penalizzati e limitati dal loro passato (e dal loro presente) all’insegna di un uso e di un abuso dell’ “hard power” come di un politiche proiettive invasive nei cinque continenti.

La Cina sta tuttavia seguendo, almeno per adesso, una strategia di penetrazione all’insegna dell’equilibrio e della discrezione, preferendo il “soft power” all’ “hard power” (si vedano a tal proposito i Centri Confucio, la “String of Pearls” o progetti come “Una sola Cina in Africa” ).

Donald Trump spiegato nel 1980. La politica dell’immagine nell’analisi di James MacGregor.

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“La sua modestia come Presidente (Jimmy Carter, ndr) non è dovuta solo al suo carattere e alla sua preparazione, molta è colpa del sistema con il quale si elegge il Presidente. Se verrà eletto Reagan, avremo un caso simile a quello di Carter: non di dovrebbe imparare a fare il Presidente mentre lo si fa. Il sistema del primo ministro, adottato in altre democrazie occidentali, malgrado i suoi difetti costringe gli uomini che vogliono raggiungere il vertice ad un lungo apprendistato. Dovremmo evitare, almeno, che il capo dell’esecutivo sia scelto in base alla sua immagine”.

Così scriveva il politologo e storico statunitense James MacGregor (1918 – 2014), alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1980.

In un periodo di forte, e per certi versi inedita, crisi del sistema americano, MacGregor individuava nell’affermazione della politica dell’immagine una delle cause dell’impasse nel quale versava il suo Paese. Per MacGregor, il “contenitore” aveva di fatto guadagnato il sopravvento sul “contenuto”, indebolendo e inquinando la cultura democratica e la sua prassi in modo pericoloso.

L’analisi, tuttavia, si basava su due modelli, James E.Carter e Ronald Wilson Reagan, per certi versi non appropriati, dal momento in cui entrambi si erano lanciati nella corsa alla Casa Bianca dopo una lunga gavetta come deputati e governatori (Carter della Georgia e Reagan della California).

Pur muovendo da due esempi “sbagliati”, la speculazione di MacGregor restava comunque intatta nella sua validità, per acquistare sempre più forza negli anni fino a trovare la sua definitiva conferma con Donald Trump; sprovvisto di qualsiasi esperienza politica sul “campo”, il magnate newyorkese è quindi un dilettante della politica, capace però di affermarsi in virtù della sua immagine, utilizzata come vettore principale ed elemento soverchiante rispetto ai contenuti, propri come altrui.