Caro Giovanni (Giolitti), chissà cosa ne penseresti….

Tra i nemici più accaniti della legge sul suffragio universale maschile (1912) non figuravano soltanto gli sponsor della grande borghesia, agricola ed industriale, spaventata dall’idea che il voto alle classi meno agiate potesse confluire nelle forze della sinistra più massimalista, ma anche coloro i quali pensavano che l’elettore ignorante od analfabeta non potesse offrire un contributo valido e consapevole in cabina elettorale (all’analfabeta fu permesso di votare soltanto al compimento del 30esimo anno di età). Sbagliavano i primi (le forze di ispirazione socialista non furono mai maggioranza, tra le classi popolari) ma, soprattutto, sbagliavano i secondi. Costoro avrebbero, infatti, dovuto vedere tutti quei salami muniti di un titolo di studio superiore che oggi abboccano, indefessi, alle macroscopiche bufale (in realtà si tratta di satira) de “Il Corriere del Mattino” e de “Il Giornale del Corriere”.

Appunti di storia: L’eroe dei ghiacci che amava il suo gatto

La Spedizione Endurance (“Endurance Expedition”) fu una missione organizzata dal Regno Unito per l’esplorazione delle regioni antartiche, divenuta leggendaria. Svoltasi tra il 1914 ed il 1917, non ebbe tuttavia fortuna; la nave rimase incagliata nel ghiaccio, costringendo l’equipaggio ad abbandonarla, e con essa l’impresa, per mettersi in salvo. Del gruppo di audaci facevano parte inglesi, statunitensi, scozzesi, irlandesi..ed un gatto, un soriano soprannominato “Mrs Chippy” (in realtà si trattava di un maschio). Di proprietà del carpentiere di bordo, lo scozzese Harry McNish , il gatto non soltanto era la mascotte della “Endurance” ma svolgeva il compito, vitale, di tenere alla larga i roditori. Dopo l’abbandono della nave, il Capitano, Sir Ernest Henry Shackleton, ritenne di dover sopprimere il felino (per risparmiare i i viveri), scatenando così l’ira di McNish nei suoi confronti. I rapporti tra i due uomini rimasero tesi per il resto dell’avventura antartica e per questo, pur avendo svolto un ruolo di primissimo piano nel salvataggio dell’equipaggio, al carpentiere fu negata la prestigiosa Polar Medal (Medaglia Polare), assegnata invece alla quasi totalità degli uomini della spedizione.

Quasi un secolo dopo, tuttavia, fu deciso di porre sulla tomba di McNish una statua di bronzo raffigurante il suo adorato micio, così da rimediare ad un torto perpetrato ai danni di quell’eroe dei ghiacci colpevole soltanto di aver amato il suo piccolo amico a quattro zampe.

Appunti di storia: Titanic

102 anni fa, il mondo assisteva al naufragio del RMS Titanic. L’uomo pagava la sua tracotanza (Hybris) con la vendetta (Némesis) della natura e degli elementi. Qualche divulgatore ha voluto collocare la fine della Belle Époque in quella notte di aprile, ma si tratta soltanto di un’affascinante suggestione.L’aristocrazia britannica subì e subisce tuttora un linciaggio mediatico (i nobiluomini furono accusati di aver sacrificato le vite dei passeggeri di Terza Classe per mettere in salvo le proprie) che, tuttavia, non ha nessuna ragion d’essere alla luce dei contributi documentali. Benché avesse subito il maggior numero di perdite (536), la Terza Classe registrò infatti anche il maggior numero di supersiti rispetto alla Prima ed alla Seconda (710).Al contrario, furono moltissimi i membri dell’aristocrazia che si sacrificarono per lasciare i loro posti a donne (all’epoca considerate ancora “sesso debole”) e bambini. Per la morale di allora, infatti, salvarsi equivaleva ad un atto di codardia (i superstiti giapponesi furono per questo accolti come vigliacchi, al loro ritorno in patria).

12 Aprile 1961

53 anni fa, il Maggiore dell’Aviazione Militare Sovietica (Voenno-vozdušnye sily SSSR) Jurij Alekseevič Gagarin, realizzava il più antico dei sogni concepiti dall’uomo, conquistando lo spazio a bordo della navicella Vostok 1 (Восток 1). Durante la missione, Gagarin tornò con la mente alla sua infanzia, pensò alle gesta di Cristoforo Colombo ed Amerigo Vespucci, ammirò la Terra e le stelle e provò orgoglio per la sua patria. Ma non disse mai “non c’è nessun Dio quassù”.

Fecondazione eterologa:La Corte Costituzionale e quella sentenza che ha consegnato alla storia la Decima Crociata.Quando il Duemila trovò il suo inizio nel Medioevo.

Lo scontro tra civiltà proposto e prodotto dagli attentati dell’11 settembre 2001 collocò, nell’immaginario collettivo e nella mitologia mediatica, la Chiesa cattolica nella posizione di baluardo bimillenario a difesa di quella che veniva ritenuta una minaccia da parte del mondo islamico (in particolare, arabo). “Opinion makers” ed “influencers” tuonavano contro l’Islam, invocando la Croce come antidoto per scongiurare la contaminazione con una cultura incapsulata nello stereotipo più respingente, e l’esplosione dei cosiddetti “atei devoti” si poneva quale emblema di questo nuova fase di intolleranza a metà tra il maccartismo ed il razzismo di stampo più classico. La poderosa ondata emozionale generata pochi anni dopo dalla morte di Karol Wojtyła fece il resto, trainando la popolarità e l’influenza del Vaticano nella sua fase più acuta, in Italia, dal 1870 (se non dal 1814).

E’ in questo particolare segmento contestuale che va incastonata la bocciatura astensionista dei quesiti referendari sulla fecondazione eterologa e la ricerca sulle cellule staminali (2005). Le gerarchie ecclesiastiche seppero mettere in campo tutto il loro potenziale mediatico e politico, forti di un incondizionato appoggio che giungeva, trasversalmente, dal mondo dei partiti come da quello della cultura ed, in primis, della società civile, anestetizzata, per l’appunto, dalla retorica anti-islamica oltranzista e dal sentimentalismo più agiografico alimentato dal decesso di Giovanni Paolo II (lo slogan “Santo subito” si fissa come chiave di lettura di questo “frame” storico). Con la sua decisione, la Corte Costituzionale è intervenuta, ancora una volta, a correggere un’anomalia (il tentativo di ingerenza nella sfera più intima e personale del singolo) frutto di una sostanziale immaturità civile del cittadino e delle forze politiche nazionali.

Nota: La Chiesa, tuttavia, non seppe capitalizzare il consenso regalatole dalla speciale congiuntura storica di quella prima fase del secondo millennio; sconfessando una “way of strategy” da sempre attenta e misurata , si produsse in una politica di ingerenza sempre più marcata e contaminante, facendo irruzione con aggressività ed altero disprezzo del dissenso in ogni ambito della vita pubblica italiana, fornendo indicazioni di voto ad ogni consultazione elettorale e referendaria, imbastendo politiche censorie nei confronti della satira (quest’ultima è tradizionalmente la più improvvida delle scelte per qualsiasi attore della comunicazione) e confezionando uscite dai forti accenti reazionari in special modo nei confronti della comunità LGBT. Si sentiva, insomma, padrona del territorio, pur senza esserlo. La successiva emersione degli scandali internazionali legati alla pedofilia, il caso Claps (gestiti in modo del tutto sbagliato, con tentativi di insabbiamento e nessuna attenzione verso le vittime), la crisi economica (la quale fece emergere le contraddizioni di un’ istituzione a vocazione umanitaria cinta di opulenza ed alleggerita dai pesanti carichi fiscali che invece opprimevano il cittadino comune) e l’elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio (il confronto tra lui, ulrtanconservatore antimediatico ed il suo predecessore, fu deflagrante), depauperarono il tesoro in termini di credibilità e simpatia accumulato dal Vaticano, esponendolo alla reazione degli avversari e dando la stura ad una parabola declinante che nemmeno la strategica elezione dell’ottimo Bergoglio sembra riuscire ad invertire.

“L’argomento migliore contro la democrazia è una conversazione di soli cinque
minuti con l’elettore medio”. Winston Churchill (attribuita).

I “tankisti” senza memoria.L’evoluzione e la crescita del Veneto postunitario e i mali della dominazione austriaca

E’ indubbio che l’Unità del Paese abbia comportato sostanziali vantaggi alla popolazione veneta, dal punto di vista economico come da quello sociale, politico e culturale. Sottoposto ad un rigido controllo da parte dello Stato centrale, concretizzatosi in un regime di polizia, nell’obbligatorietà del Tedesco negli istituti scolastici (i veneti facevano uso dell’ Italiano) e in una tassazione esasperante alla quale non corrispondeva un’equa redistribuzione, il Veneto austriaco non godeva, inoltre, della dovuta e necessaria rappresentanza (la congregazione centrale, cinghia di trasmissione con Vienna, aveva carattere puramente formale), relegato ai margini della sfera d’interesse dei conquistatori, animale da mungere per interessi altri e diversi rispetto a quelli del popolo della ex Serenissima, merce di scambio con Francesi e Piemontesi (Armistizio di Villafranca).

Sul versante e conomico, strategie ottuse avevano messo in ginocchio la già debole e scarsamente diversificata struttura produttiva del territorio, ad esempio tramite l’abolizione del pensionatico (il diritto di pascolo invernale negli appezzamenti di proprietà privata), dando vita ad una situazione recessionistica protrattasi fino agli anni ’50/60 del secolo successivo che avrebbe costretto i veneti ad una massiccia emigrazione, con una spoliazione demografica dalle conseguenze particolarmente severe e destabilizzanti per la struttura sociale della regione . Soltanto con i moti del 1848 (unitari) e la breve restaurazione della Repubblica di San Marco ad opera di Manin e Tommaseo, il Leone poté dotarsi di un’intelaiatura più evoluta, mediante soluzioni illuminate come l’alleggerimento fiscale e , soprattutto, il suffragio universale maschile (il sogno ebbe tuttavia breve vita, perché la rivoluzione venne presto soffocata dall’azione sinergica delle batterie asburgiche e del colera, diffusosi in modo pandemico tra i patrioti).

Da non dimenticare, in aggiunta, l’atrofizzazione della vita culturale, la quale riperse a ritmi serrati dopo l’ Unità e la riconquista della democrazia, con la creazione, a Venezia (città che l’Impero aveva punito per la rivolta del ’48 con il trasferimento della capitale a Verona), di istituti come la Scuola superiore del Commercio (1868), la Deputazione di storia patria per le Venezie (1874), l’Opera dei Congressi (1874) e con la nascita di importanti testate quali il “Gazzettino” (1887). Del ‘900 , invece, la Fondazione Cini, il Centro internazionale delle arte e del costume, l’Istituto Ellenico, il Centro tedesco di studi veneziani, la “Casa di Goldoni”.

Si è scelto di sostare sul periodo asburgico giacché , a differenza delle altre dominazioni straniere, esso è diventato il punto di riferimento della comunità indipendentista veneta e l’oggetto della sua azione revisionistica più astorica.

“Qui sine peccato est vestrum primus lapidem mittat”. Perché il PD può dare “lezioni” di democrazia

Esiste e trova particolare utilizzo, a destra come al centro, il “cult” dell’impossibilità, da parte del PD, di sostare ed esprimersi nel panorama democratico e liberale in ragione dei trascorsi storici del Partito Comunista Italiano, ritenuto (a torto) suo precursore politico. Il ritornello “adesso vogliono insegnarti che cosa sia la democrazia quando fino a ieri erano stalinisti”, benché, senza tema di smentita, acuminato e suggestivo, si formula e sviluppa intorno ad una semplificazione grossolana, che non tiene conto né del principio della contestualizzazione (tra i cardini dell’analisi storiografica ) né dell’evidenza della compromissione, in misura differente e variabile, di quasi tutti i partiti nazionali con le logiche meno limpide della politica e della sua gestione. Stragi di stato, insabbiamenti, corruzione, appoggi a questo od a quel “capotazza” sudamericano oppure a questo o quel nucleo terroristico, rendono impossibile ed impensabile per chiunque (eccezion fatta per Radicali e Monarchici) la rivendicazione di una verginità pubblica e morale. Da non dimenticare, inoltre, come la generazione che ha scelto, condiviso e vissuto la contiguità con il Blocco Sovietico stia a poco a poco uscendo dal panorama politico per lasciare spazio a figure formatesi nella Margherita o dopo la Bolognina e l’ammainamento del vessillo dell’Ottobre dai pennoni del Cremlino. Significativo, a questo proposito, l’utilizzo della prima pagina de L’Unità contenete l’omaggio a Stalin il giorno dopo la sua morte. Soltanto tre anni dopo (1956), in occasione del XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il mondo (anche quello comunista) sarebbe venuto a conoscenza dei crimini commessi dal leader sovietico, ma fino a quel momento, “Koba” rappresentava il simbolo della vittoriosa lotta al nazifascismo che tanto danno aveva provocato all’Europa ed al genere umano. Inoltre, quasi nessuno degli aderenti a quel PCI (1953) è ancora impegnato in politica (e in vita).

L’importanza della comunicazione “interna”. Quel “choosy” più pericoloso dello spread.

Importante al pari della comunicazione “esterna” (diretta al pubblico) la comunicazione “interna” è tuttavia spesso sottovalutata e marginalizzata dai soggetti (fisici e giuridici) che decidono di gettarsi nell’agone delle “pubblic relations”. Essa non soltanto assolve al compito di rendere dipendenti, incaricati o militanti (nel caso si tratti di un’istituzione pubblica o di un’azienda) informati sul lavoro e sulle linee strategiche dell’organizzazione nella quale sono inquadrati (evitando la diffusione di notizie false e/o frammentarie e, quindi, potenzialmente dannose) ma, anche e soprattutto, all’ “erudizione dei vertici” (Vieri Poggiali). Non è raro, infatti, che gli stessi responsabili di una comunità siano i suoi primi e più insidiosi nemici, attraverso un ricorso improprio, scorretto ed ingenuo della propaganda e del linguaggio.

Il governo Monti, ad esempio, con le molteplici gaffes dei suoi uomini, ha costituito un caso paradigmatico riguardo l’imprescindibilità dell’utilizzo della “comunicazione interna”; scivoloni come quella sui giovani “choosy” , sulla “monotonia del posto fisso” o, ancora, sugli “gli italiani fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà” (resi ancor più intollerabili e quindi deleteri perché posizionati in una fase di grave crisi come quella che stiamo sperimentando) si sarebbero potuti evitare qualora l’esecutivo del Professore avesse fatto ricorso ad uno staff di coordinamento ed organizzazione interna della comunicazione, esautorando ministri e sottosegretari dalla facoltà di rendersi “battitori liberi”.

30 anni nel braccio della morte: innocente. Quel garantismo Star&Stripes che esiste soltanto il “Law And Order”

Eccezionale comunicatore ed ancor più abile lettore e conoscitore dei meccanismi alla base del consenso (valutazione che andrà a posizionarsi al di là del giudizio politico e morale), Benito Mussolini aveva intuito la straordinaria capacità di contaminazione dei media di massa e, in special modo, del cinema, ancor prima che questi si esprimessero in tutta la virulenza del loro potenziale.

E’ notizia di queste ore il rilascio di un detenuto di colore, il 64enne Glenn Ford, dopo 30 anni passati nel braccio della morte in una prigione federale della Louisiana. Si tratta di uno dei tanti, tantissimi errori che affliggono ed ammorbano la giustizia Stars&Stripes (ogni anno sono 2mila gli innocenti arrestati a fronte di 15-20mila omicidi commessi) , purtuttavia il sistema giudiziario d’oltreoceano continua ad essere ammantato da un’ aura di impeccabilità garantistica che, in realtà, è ben lontano dal possedere e che trova ancoraggio, spiegazione, espressione e promozione soltanto nella finzione cinematografia (secondo una ricerca del National Registry of Exonerations, la maggior parte di queste condanne sono arrivate a causa di false prove nel 51% dei casi, per identificazioni sbagliate da parte dei testimoni oculari nel 43% o per degli errori commessi dagli inquirenti nel rimanente 24%).

L’analisi è e sarà sovrapponibile anche ad altri ambiti e contesti, come, ad esempio, il giornalismo, all’ombra della Statua della Libertà molto meno intraprendente e molto più ammanettato alle logiche del marketing e della politica di quanto attori e cineasti vorrebbero far pensare. Concausa di queste “misperceptions” è il contributo dell’elemento ideologico, che altera ed inquina la lettura della realtà americana in chi è ancora influenzato da un portato dottrinale di tipo guerrafreddista, quando gli USA erano visti e percepiti come un baluardo democratico da opporre al totalitarismo sovietico.

L’eterna (rin)corsa della “valanga nera”. Perché lo “sfondamento” di Marine Le Pen non deve preoccupare .

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-2 giugno 1946, elezioni per l’Assemblea Costituente : il Fronte dell’ Uomo Qualunque gianniniano ottiene alle il 5,3% delle preferenze diventando il quarto partito su scala nazionale. Alle amministrative del 9 novembre dello stesso anno, il partito del torchietto replica il successo, conquistando città come Bari, Palermo, Lecce, Catania, Messina, Foggia. A Roma prenderà 108.000 voti, superando la DC.

-L’ Unione e Fraternità Francese di Pierre Poujade (considerato oltralpe il “padre” politico di Led Pen) porta a casa l’11,6% dei voti alle lezioni per l’Assemblea Nazionale del 1956 , corrispondente a 52 deputati.

-Elezioni politiche del 1972: il MSI raccoglie l’8,7% dei voti alla Camera ed il 9,2% al Senato. Sarà del più grande risultato della fiammella prima dell’arrivo dell’era berlusconiana

-1974: il Il British National Front arriva al 44% dei voti a Deptford, Londra

-Elezioni legislative austriache del 1999: il Partito Popolare Austriaco di Jörg Haider diventa la seconda forza del Paese con il 26,9% dei consensi

-2001: L’ One Nation australiano di Pauline Hanson arriva al 9% nel voto amministrativo del Queensland

-Elezioni presidenziali francesi del 2002: il candidato del Front National, Jean Marie Le Pen, approda al ballottaggio con il 17,79 % delle preferenze.

-2002:Il British National Party ottiene tre consiglieri a Burnley, nel nord dell’Inghilterra

-2002: il Lijst Pim Fortuyn incassa il 36% dei seggi a Rotterdam. Alle successive politiche, il partito di Fortuyn, forse anche a causa dell’emozione suscitata dal barbaro assassinio del suo leader, diventa il secondo nel Paese.

-2001: L’ One Nation di Pauline Hanson arriva al 9% nel voto amministrativo del Queensland

-2007: il Vlaams Belang ottiene 21% delle preferenze nelle Fiandre

Da quando, con la fine della II Guerra Mondiale e la conseguente necessità di creare un argine di contenimento al Socialismo, la destra radicale e populistica (concetti parzialmente difformi ma contingenti) ha trovato riorganizzazione e “sdoganamento” , numerosi sono stati i momenti nei quali, ad ogni latitudine dell’universo democratico, i suoi rappresentati si sono manifestati con effetti di rilevante consistenza (la carrellata proposta contiene solo una piccola parte delle tappe di questo fenomeno). Si tratta, ad ogni modo, di exploit episodici, limitati quasi esclusivamente alle consultazioni di carattere locale (dove il voto si fa più emotivo) ed incapsulati nelle fasi di maggior contrazione e sofferenza del sistema politico ed economico, quando, cioè, diventa più facile per le compagini a carattere demagogico confinate all’opposizione intercettare il voto “di protesta” , mostrandosi come alternativa verginale, altra ed antitetica rispetto ai partiti dell’ establishment. Mai, tuttavia, questi soggetti hanno espresso un capo di stato o di governo (con la sola e parziale eccezione di Enoch Powell) ed anche quando sono riusciti a posizionarsi all’interno di un esecutivo nazionale (l’ FPÖ austriaco nel 2000) , questo è stato possibile solo in ragione del traino di elementi moderati di maggior peso. Inoltre, ai grandi acuti di questa o di quella formazione, sono sempre seguiti rovesci che, non di rado, ne hanno irrimediabilmente compromesso o menomato l’esistenza . Nonostante questo evidente ed innegabile segnale della storiografia documentale, ogni prestazione di rilievo di un raggruppamento populistico è, puntualmente e cocciutamente, letto e percepito (a sinistra) come una crisi irreversibile della democrazia e, a destra, come l’archè della conquista e della rivoluzione del sistema. L’Europa (e la rimanente porzione del mondo occidentale) ha dimostrato di essere in possesso di anticorpi democratici sufficientemente validi per arginare qualsiasi pulsione liberticida, e nessun pericolo può e potrà eroderne l’anima civile e sussidiarista più profonda; in ogni caso, una ripensamento delle e sulle miopi strategie di rigore in atto si pone quale esigenza imprescindibile non soltanto per togliere benzina agli araldi dell’euroscetticismo ma, anche ed in special modo, per giungere alla definzione di un’ Europa che sia unione di uomini e culture prima che di valute e macrointeressi.