Perché Donald Trump non è Silvio Berlusconi

L’ascesa di Donald Trump nelle primarie del suo partito (ascesa che nessun osservatore aveva, inconcepibilmente, previsto), ha proiettato nel dibattito italiano l’accostamento tra il magnate newyorkese e Silvio Berlusconi.

Senza dubbio suggestivo e, per certi versi, auto-consolatorio, il paragone si limita tuttavia alla provenienza sociale-professionale dei due personaggi (il mondo dell’imprenditoria) ed alla loro vocazione populistica, per poi esaurirsi ed arrestarsi.

Nella sua scelta comunicativa, basata su un insieme di leggerezza ed ottimismo di maniera, Berlusconi era/è infatti più “accostabile” a Ronald Reagan (del quale riprese a piè pari frasi e concetti), mentre il populismo di Donald Trump si manifesta come virulento, contrappositivo ed entrante, ideato e voluto per intercettare il ventre di quell’ America “wasp” incattivita dalla crisi economico-finanziaria e frustrata da un (presunto) impasse della nazione sulla scena mondiale.

Il “caso” Vendola, le donne “sfruttate” e quello strisciante maschilismo.

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L’idea secondo cui una donna che offre il proprio utero in “locazione” (surrogazione di maternità) debba necessariamente essere sfruttata e/o costretta da una situazione economico-sociale avversa, muove da un impianto teorico classista-borghese e, prima di tutto, sessista-maschilista.

In buona sostanza, si procede secondo l’ideale tradizionalista e reazionario che, identificando e ingabbiando la donna nello stereotipo materno-focolaristico, non ammette e concepisce variazioni e distacchi rispetto a tale percorso.

Il perché della rinascita leghista dopo gli scandali. Partito “etico” e partito “identitario”.

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La rinascita della Lega Nord ha colto di sorpresa quanti, tra analisti ed osservatori, davano il Carroccio per spacciato dopo i crolli elettorali seguiti agli scandali che avevano interessato la classe dirigente bossiana.

A stupire era essenzialmente come un movimento che ha fatto della questione morale uno dei suoi cavalli di battaglia potesse tornare credibile e competitivo dopo aver tradito in modo tanto clamoroso i principi dell’etica politica. Queste analisi non tenevano conto della reale natura della Lega Nord, ovvero quella di partito “identitario” e non “etico”.

La questione morale è infatti sempre astata accessoria e consequenziale alle vere rivendicazioni del Carroccio , legata precipuamente alla fase localista-antimeridionalista ( a voler dimostrare l’insostenibilità della convivenza con il Sud) per poi ridimensionarsi ulteriormente nella transizione verso l’impianto odierno, nazionalista-xenofobo.

L’affermazione e il lancio mediatico di un personaggio carismatico, appartenente ad una nuova generazione dirigenziale e capace di riprendere con efficacia le tematiche del populismo identitario (lotta ai rom, all’immigrazione, ecc), è dunque stata sufficiente a ridare linfa al partito*.

Ben diverso il destino di un soggetto come l’IdV, partito etico che non seppe per questo reggere l’urto delle inchieste giudiziarie e degli scandali (in qualche caso montature mediatiche) che lo travolsero.

 

*Anche per questo, la Lega sembra resistere ai nuovi scandali.

Il “canguro” e le bugie di Luigi Di Maio (e quelle di Gianroberto Casaleggio)

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Di Maio (M5S) : “Rivolgo un appello a Renzi. Noi sulle unioni civili ci siamo al cento per cento. Possiamo votare la legge, senza canguro, in due tre giorni”.

La replica di Monica Cirinnà, ideatrice della legge: “NO, non è vero. Non si potrebbe votare la legge in un giorno, né in due e neanche in tre.

La discussione con questo numero di emendamenti e di incognite sul voto segreto durerà settimane.

Volete un calcolo di quanto?

Per prima cosa, quanti sono gli emendamenti? Ci sono i 580, (non 500 come viene detto) sopravvissuti degli otre 5000 presentati inizialmente dalla Lega. Ad essi ne vanno aggiunti qualche altro centinaio provenienti da NCD, FI, e destre varie (oltre ai 40 residui del PD).

In tutto, circa circa 800 emendamenti che non si votano in due giorni. E chi lo afferma mente sapendo di mentire. Perché? Andiamo per punti:

• innanzitutto per via del loro contenuto, visto che come abbiamo detto specialmente quelli leghisti sono innanzitutto trappole, 500 trappole;

• per le condizioni in cui lavora l’Aula: senza relatore, senza pareri del Governo e, soprattutto, senza possibilità di contingentamento dei tempi, (massimo 2 minuti a intervento) e previsti solo per i decreti legislativi del governo, (non per un disegno di legge come quello per le Unioni civili in discussione);

• stando così le cose, per ogni emendamento al ddl, ogni gruppo potrebbe parlare 10 minuti. Siccome in parlamento ci sono 10 gruppi, il calcolo del tempo di discussione necessario per gli 800 emendamenti sarebbe di 1333 ore (10 min X 10 gruppi X 800 emendamenti / 60). Circa 166 giornate lavorative di 8 ore ciascuna: un anno di lavoro medio, se l’aula si riunisse tutti i giorni lavorativi occupandosi solo di questo ddl. Dato che potrebbe ridursi a 56 giorni, circa 2 mesi, ma il senato dovrebbe riunirsi in seduta permanente notte e giorno senza mai pause, nemmeno per mangiare o dormire.

• Se, invece, vogliamo guardare il problema da un’altra angolazione, per discutere tutti gli emendamenti in due giorni (l tempo sventolato in questi giorni come realmente necessario), ossia circa 11 ore di aula, il senato dovrebbe e votare un emendamento ogni 50 secondi circa (11H*60Min*60sec/800).”

La ricercatrice, la ministra e la falsa emergenza sulla “fuga dei cervelli”

La vicenda della ricercatrice Roberta D’Alessandro, che dal suo spazio Facebook ha lanciato un “j’accuse” contro il Ministro della Pubblica Istruzione Stefania Giannini lamentando una presunta disattenzione delle nostre istituzioni verso i giovani laureati, ha fatto tornare alla ribalta il fenomeno del “brain drain”’, ovvero la “fuga dei cervelli” all’estero.

Tematica tra le più scottanti nel dibattito contemporaneo, il “brain drain” italiano non ha, tuttavia, quei contorni di emergenzialità che una certa pubblicistica vorrebbe conferirgli.

Analizzandolo più nel dettaglio, potremo infatti notare come l’Italia sia soltanto nona per numero di laureati “in fuga”, alle spalle di Australia, Belgio, Brasile, Canada, Danimarca, Francia, Germania e India (Paesi avanzati e con un elevato grado di istruzione). Osservando invece il numero totale degli emigranti europei, ci accorgeremo di essere alle spalle di Federazione Russa, Germania, Regno Unito, Francia e Spagna.

Sebbene piaghe quali l’ipertrofismo burocratico, il nepotismo e la scarsità dei fondi destinati alla ricerca e all’istruzione siano reali ed evidenti, è tuttavia necessario osservare il percorso dell’analisi razionale, per non cedere il passo ad un allarmismo che ha, sovente, un backround ideologico.

L’ ansia da informazione: un rischio per il nostro Paese.Secondo lo studioso americano Saul Wurman, l’eccesso quantitativo di informazioni mediatiche può dare origine ad un fenomeno, potenzialmente molto insidioso, detto “information anxiety” (ansia da informazione).

Bombardato da imput di ogni genere, il cittadino rischierà, secondo Wurman, di perdere il suo senso dell’orientamento cognitivo, ancor più se questi imput saranno di carattere sensazionalistico-allarmistico. Tra le nazioni maggiormente esposte all’ “information anxiety”, per il massmediologo Mauro De Vincentiis, l’Italia, Paese in stato perenne di emergenza emotiva ( a confermarlo, la capacità di sedimentazione di “fattoidi”* quali il “brain drain”, l’ “emergenza” suicidi, l’ “emergenza” criminalità, l’ “emergenza” immigrazione, ecc).

*nel gergo della comunicazione, il “fattoide” è un non-fatto, una “bufala” o una bufala parziale creata e manipolata ad arte da chi fa informazione

Perché è giusto parlare delle torture a Giulio Regeni, anche se può far male

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Il “fatto” e la storia

Compito del giornalista (come dello storico), quello di ricostruire e raccontare il “fatto”, secondo gli imperativi della razionalità scientifica, rendendolo il più possibile chiaro, comprensibile e aderente al contesto che lo ha generato e nel quale si è sviluppato.

I dettagli sulla morte di Giulio Regeni non rappresentano soltanto un “fatto” ( e non un “fattoide”), ma contribuiscono a spiegare e ad illustrare la fisionomia morale dei suoi carnefici e il loro “modus operandi”, militare come politico.

Benché lo shock emotivo per divulgazione di certi macabri particolari sia legittima e comprensibile, essi sono quindi legati in modo inestricabile e fondamentale alla vicenda del ragazzo e, più in generale, dell’Egitto in questo segmento storico.

Perché l’Iran non è la Persia Delusioni e illusioni del terzomondismo.

Le polemiche che hanno accompagnato la visita in Italia del leader iraniano Hassan Rouhani hanno visto anche il rifiorire del dibattito sulla civiltà iraniana e sulla sua storia.

In particolare, come reazione alle critiche al regime di Teheran, il movimento terzomondista (e, più in generale, anti-atlantico) ha rispolverato l’antica memoria dell’impero persiano (quale, dei sei?) per disinnescare le accuse nei confronti della teocrazia iraniana, rea di sopprimere e negare i più elementari diritti, civili come umani.

A questo proposito è bene ricordare come l’attuale Iran sia abitato soltanto per il 50% da Persiani , mentre la restante quota demografica viene ripartita tra Curdi, Azeri, Luri, Baluci, Turkmeni, Arabi, Turchi, Qashqai, Bakhtiari e nomadi. Ancora, se con la civiltà persiana si vuole intendere e indicare l’era achemenide (559 ac – 330 ac), ovvero il periodo di maggior splendore nella parabola storica della regione, non si potrà fare a meno di rilevare l’assoluta incompatibilità tra il modello creato da Ciro e quello che attualmente regola la vita dei cittadini iraniani; ben più tollerante dei regimi precedenti, e in particolare di quello assiro, l’Impero archemenide, infatti, non solo promosse una osmosi con le culture assoggettare (l’arte persiana si avvalse delle conoscenze degli ex nemici) ma, soprattutto, tutelò le loro identità religiose (nell’Iran di Rouhani per il non musulmano è prevista invece la condanna a morte).

Le rivoluzioni islamiche furono percepite dal segmento ideologico anti-atlantico e terzomondista come una riscossa identitaria capace di spezzare le catene del neocolonialismo; messo dinanzi al fallimento delle sue aspirazioni idealistiche e alla violenza repressiva dei nuovi regimi, questo movimento d’opinione (in prevalenza collocato a sinistra) si è dunque presto trovato costretto ad allestire dei dispositivi di difesa e risposta; la riesumazione e la rivalutazione degli antichi fasti delle civiltà oggi dominate dalla Mezzaluna è tra questi. Tuttavia, in ultima analisi e al di là di qualsiasi ricognizione storiografica, ogni accostamento tra la realtà attuale e strutture risalenti a migliaia di anni fa non potrà che dimostrare tutta la fragilità di questo modus operandi.

Unioni civili: astuzia e debolezza del movimento contrario. Il bluff dell’attacco alla famiglia “naturale”.

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Il DDL Cirinnà non prevede e non introduce, in senso assoluto, le adozioni da parte di una coppia dello stesso sesso, bensì la possibilità, per un omosessuale, di adottare il figlio (anche non maggiorenne) del partner in caso di morte dello stesso.

Un’opzione equilibrata e razionale, dunque, che permetterebbe ad un minore di continuare a vivere nello stesso ambiente in cui è nato e cresciuto, evitando così l’orfanotrofio oppure l’affido ad una coppia, si eterosessuale, ma a lui del tutto estranea.

Incentrando la campagna anti-Cirinnà sul diritto dei bambini ad avere “un padre ed una madre” e contro l’”adozione gay” tout court, gli avversari del dispositivo scelgono quindi la semplificazione come strategia offensiva, cercando di intercettare il “ventre” dell’uomo comune tramite la scorciatoia dell’emotività e della suggestione. La stessa cosa si potrà dire a proposito della supposta minaccia alla famiglia “tradizionale”, con la quale la legge in esame non interferisce né potrebbe interferire in alcun modo

L’esigenza di trovare un escamotage per delegittimare il DDL, evitando di combatterlo “frontalmente”, dimostra, ad ogni modo, tutta l’endemica debolezza della cultura che si oppone al riconoscimento delle unioni di fatto, oggi entrate a far parte delle logiche sociali e da esse accettate ed integrate.

Affaire Litvinenko

“Ci saranno gravi conseguenze”; questa, la risposta (propagandistica) del governo russo alle accuse britanniche in merito ad un possibile coinvolgimento di Mosca nella morte di Aleksandr Val’terovič Litvinenko.

Al di là di ogni valutazione sul caso (Litvinenko fu comunque un personaggio discusso e discutibile), ad emergere sono ancora una volta l’immaturità e l’insicurezza di un Paese, la Federazione Russa, incapace di lasciarsi alle spalle quella retorica di stampo gangsteristico non compatibile con le sue ambizioni di potenza mondiale.

La diversità del pregiudizio: Emile Griffith, il pugile “colpevole” di essere omosessuale

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Negli anni ’60 del secolo scorso non c’erano soltanto Muhammad Ali, Sonny Liston, Joey Giardello, Rubin “Hurricane” Carter, Floyd Patterson o l’anziano Sugar Ray Robinson ad entusiasmare gli appassionati di pugilato, ma anche Emile Griffith, un welter-medio con la dinamite nelle mani e dentro il petto il cuore di un leone, arrivato alla ricerca dell’ “American dream” a bordo di una carretta del mare, dalle Isole Vergini.

C’era tuttavia qualcosa, su Emile, qualche “voce”. Si, perché nel “machissimo” mondo della boxe di allora, quel giovanotto nero (e questa era già di per sé una condizione non facile) che non si faceva mai vedere con una donna, amava i jeans stretti, le camicie colorate e disegnava cappellini per signora come secondo lavoro, destava qualche sospetto.

Insomma, si pensava che Emile, lo straordinario campione in grado di mandarti giù con un destro, fosse in realtà un.. “finocchio”.

E glielo disse uno dei suoi avversari di sempre, il cubano Benny Paret, soprannominato “Kid”, quando i due si affrontarono per la “bella” (in palio il titolo dei welter) il 24 marzo 1962 al Madison Square Garden di New York.

“Frocio”, “sei una donnetta”, gli sparò in faccia Paret, prima, nelle operazioni di peso, e dopo, insieme ai pugni, durante l’incontro. Non lo penava, non lo odiava, ma era il suo modo per innervosirlo e prendersi così qualche vantaggio psicologico.

Nel sesto round di quel match che stava perdendo, Emile andò giù, e Paret lo guardò ammiccante, lanciandogli un bacio. Fu la goccia che fece traboccare il vaso della sopportazione, nel cuore di leone di quel ragazzo venuto dalle Isole Vergini sopra una carretta del mare.

Si rimise in piedi, Emile, e nelle riprese successive cominciò ad incalzare il suo avversario ormai diventato un nemico. finché nel corso della dodicesima riuscì ad intrappolarlo alle corde e a colpirlo con tutta la rabbia e la potenza che aveva in corpo.

Benny “Kid” Paret, cubano di Santa Clara, piegò le gambe ad una manciata di secondi dal gong, franando su sé stesso.

Non perse soltanto l’incontro e il titolo.

Benny “Kid” Paret non si sarebbe mai più rialzato.

Anni dopo, Griffith volle incontrare il figlio del suo nemico di una sera e si scusò per essere venuto meno, anche lui, al codice d’onore dello sport più antico e nobile del mondo, consentendo all’odio di prendere il sopravvento. Ma fece anche altro, l’anziano campione, perché trovò la forza di dire al “machissimo” mondo della boxe e a tutti gli altri che, si, lui era omosessuale e ne andava fiero. Uno dei suoi rivali più famosi, il nostro Nino Benvenuti, si disse orgoglioso di lui.

Il pregiudizio non aveva rovinato soltanto la vita di Griffith, ma, in un certo senso, aveva stroncato anche quella di Paret.

Oggi che la comunità LGBT si trova a lottare per diritti che dovrebbero essere considerati elementari, il ricordo di quell’episodio può rappresentare un tributo ed un invito alla riflessione.

 

Nella foto, il match fatale tra Griffith e Paret