Brennero: quella pericolosa tentazione di “rinchiudere” anche Vienna

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Sebbene il gesto, discutibile, del governo austriaco favorisca e possa favorire letture emotive e polarizzate, esso andrà ricondotto, seguendo l’imperativo della logica razionale, alla mancanza di una politica europea efficace nel far fronte al dramma dei flussi migratori dalle aree di crisi.

Per ragioni di ordine geografico, demografico ed economico, infatti, l’Austria è, al pari di altre realtà statuali, dotata di una capacità ricettiva limitata e limitante (men che meno in grado di sostenere il ruolo di porta d’accesso all’Europa occidentale), un’evidenza non modificabile e che non è possibile ignorare.

Attivare stereotipi razzisti contro Vienna, evocando ad esempio i suoi trascorsi novecenteschi, contribuirà soltanto alla cristallizzazione dell’impasse, danneggiando così le relazioni comunitarie e allontanando la soluzione al problema, con ricadute dalle conseguenze incalcolabili per chi, oggi, cerca un futuro migliore fuggendo dall’Africa, dall’Asia e dal MO.

Referendum: il “paese reale”, la minoranza rumorosa e il bisogno di una lettura nuova della rete

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Un teorema della Prima Repubblica voleva la Democrazia Cristiana “debole “ nelle piazze ma forte in cabina elettorale e, viceversa, il PCI e la sinistra extraparlamentare forti nelle piazze ma “deboli” in cabina elettorale. Si voleva in questo modo sottolineare, attraverso un’efficace semplificazione, l’egemonia del “paese reale”, la “silent majority” di memoria nixoniana, sulla“vocal minority”, la “minoranza rumorosa”.

Il fenomeno, comune anche ad altre realtà nazionali, è trasferibile e adattabile alla società informatizzata; i risultati delle ultime consultazioni europee e del referendum di ieri hanno infatti dimostrato, oggi come allora, la distanza tra quel “paese reale” e la poderosa, rutilante, suggestiva ma perdente “vocal minority” , obbligando ad una rivisitazione dell’intera panoramica sull’impatto dei social nel vivere politico.

Le ragioni di un fallimento
La debacle del SI andrà individuata non soltanto nella politicizzazione, in chiave anti-renziana, del voto (fattore che ha indotto il movimento d’opinione vicino al premier al boicottaggio delle urne) ma anche nella fragilità della cultura ambientale nel nostro Paese, minata da un propagandismo ostile (soprattutto di matrice conservatrice) che ha sempre favorito l’accostamento delle le istanze e delle rivendicazioni ecologistiche ad immagini e concetti impopolari e respingenti quali, ad esempio, il velleitarismo, l’estremismo , la violenza politica e l’avventurismo economico. Ulteriore “vulnus” della campagna NO TRIV, l’assalto preventivo al non voto, in una sorta di “ricatto morale” che vedeva il potenziale astensionista spogliato della sua dignità politica e civile.

Regeni vs Marò: l’irrazionalità di un confronto

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L’insistenza dell’ Italia nel caso Regeni ha provocato la reazione di una parte dell’opinione pubblica del nostro Paese, secondo la quale Roma non starebbe mostrando e non avrebbe mai mostrato altrettanta solerzia nel perorare la causa di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.

Tale lettura, pur suggestiva e di facile penetrazione, è ad ogni modo da considerarsi e da rigettare come frettolosa e puerile, in quanto non supportata da un lavoro di scavo approfondito e razionale, né da una reale comprensione delle dinamiche geopolitiche.

Se, infatti, l’India è una “great power” ed un BRICS, dunque un avversario complesso e non facile per qualsiasi Attore, e se nel caso “Enrica Lexie” i Marò sono accusati (ad oggi senza una prova solare ed incontestabile che ne dimostri l’innocenza) di aver ucciso due civili inermi, nell’ “affaire” Regeni, invece, l’Italia si trova davanti ad un “Fragile state” , sospettato, per di più, di aver torturato ed ucciso un giovane colpevole soltanto di aver fatto ricerca ed informazione.

Due contesti differenti ed antitetici, quindi, del tutto imparagonabili ma confusi e mescolati da un ventralità che ha nel campanile e nel propagandismo antigovernativo il suo unico sbocco logico e la sua unica ragion d’essere.

L’URSS e l’ “inganno” di Gagarin

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55 anni fa, il cosmonauta sovietico Jurij Alekseevič Gagarin diventava il primo uomo a viaggiare nello spazio. 88 i minuti della missione, a bordo della navicella Vostok 1.

Per l’Unione Sovietica, ll successo di Gagarin si andava ad aggiungere a quello dello Sputnik, il primo satellite artificiale (mandato in orbita 4 anni prima).

L’URSS non seppe tuttavia capitalizzare, tramite un “fall out” che incentivasse anche gli altri settori dell’industria e dell’economia, il proprio vantaggio (dovuto anche alle acquisizioni tecnologiche della Germania nazista) nel campo della missilistica e dell’ingegneria aerospaziale. Un vulnus che si sarebbe proposto anche nel settore bellico, con il passare degli anni vera e propria zavorra per Mosca.

“L’URSS è ricca e povera insieme, potente e debole insieme. [..]. Il gigante vive con un piede sulla Luna e l’altro nel fango” – A. Ronchey.

I “Panama Papers” e la (solita) retorica staliniana del Kremlino

Secondo Dmitry Peskov, portavoce del Kremlino, i giornalisti autori dell’inchiesta “Panama Papers” (inchiesta che non vede coinvolto soltanto Vladimir Putin ma anche centinaia di personalità di diversa estrazione e provenienza), sarebbero “ex funzionari del Dipartimento di Stato americano, della Cia e di altri servizi speciali”.

Tale scelta comunicativa, che si inserisce a pieno titolo nel solco del propagandismo sovietico guerrafreddiano, dimostra, ancora una volta, tutta l’immaturità della democrazia russa, incapace di un confronto razionale e politicamente evoluto con sé stessa come con il mondo esterno.

Paradossalmente, la Russia post-comunista si rivela molto meno trasparente e libera dell’URSS nella fase finale della sua parabola storica, caratterizzata dalla “glasnost'”.

Il PCI e la RAI: la “rivoluzione” del 1959

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“Milioni di persone siedono ogni sera come sui banchi di una gigantesca scuola, la più grande di cui i clericali dispongano e i maestri che impartiscono la lezione sono gli agenti ideologici del monopolio, dell’integralismo clericale, gli impiegati di concetto di una sorta di immensa azienda propagandistica, che, come un’azienda commerciale, deve produrre profitto politico”

Così, la giornalista e attivista comunista Maria Antonietta Macciocchi, nel primo convegno sulla televisione organizzato dal PCI (1959). A motivare la dura requisitoria di Macciocchi contro il piccolo schermo, la messa in onda del programma “Cinquant’anni di vita italiana”, ideato e condotto da Silvio Negro, giornalista conservatore e vicino al Vaticano.

Se fino a quel momento il Partito Comunista aveva mostrato un sostanziale, e, per certi versi, snobistico distacco dalla TV, ecco che nel 1959 prese forma, da parte di Botteghe Oscure, la richiesta di una vera e propria rivoluzione in senso egualitario delle dinamiche RAI; è infatti dello stesso 1959 l’articolo :”Nuove leggi per una televisione imparziale” (pubblicato su “Vite Nuove”, testata vicina al PCI e di cui Maciocchi era direttrice), mentre nella primavera dell’anno seguente i circoli ARCI organizzarono una serie di incontri nei quali si chiedevano la nomina parlamentare del consiglio di amministrazione dell’azienda e l’accesso per tutti i partiti.

Quella del PCI fu ed è da considerarsi un’iniziativa del tutto pionieristica nel campo dell’informazione televisiva, la prima in senso assoluto volta alla creazione di una RAI imparziale e svincolata dalle dinamiche clerical-politiche, tanto presenti e vincolanti allora come oggi.

La geopolitica russa e la sindrome di Kabul

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“Un tempo mi piacevano le parate sulla Piazza Rossa, quando sfilavano i mezzi e gli armamenti. Adesso so che non ci si deve entusiasmare per cose del genere e il mio unico desiderio sarebbe che tutti questi carri armati, blindati e fucili mitragliatori ritornassero quanto prima nei loro depositi e sotto i loro teloni. Sarebbe anche meglio che si facessero sfilare sulla Piazza Rossa tutti i portatori di protesi dell’Afghanistan. Quelli come me, insomma, che hanno avuto entrambe le gambe amputate sopra il ginocchio”

Testimonianza di soldato addetto ai mortai, volontario in Afghanistan con l’Armata Rossa (“Ragazzi di zinco”, Svjatlana Aleksievič)

E’ ancora forte, nei paesi dello spazio ex sovietico e soprattutto in Russia, il ricordo, traumatico, della fallimentare campagna afghana (1979-1989), un insanguinato pantano che costò all’Armata Rossa decine di migliaia tra morti, feriti e mutilati, accelerando il processo di sfaldamento del blocco socialista. Un elemento, questo, che potrebbe aver contribuito alla decisione russa di interrompere le operazioni militari in Siria e che rende sicuramente improbabile qualsiasi utilizzo massiccio e su larga scala dell’ “hard power” (in ogni caso troppo oneroso) da parte del Kremlino, al di là della retorica muscolare consegnataci dai suoi “agit prop” e da quelli al servizio della sua rete di influenza estera.

Geopolitica cinese: il silenzio del Dragone

“Proprio perché non abbiamo issato troppo in alto la nostra bandiera e non abbiamo cercato di assumere un ruolo guida a livello internazionale siamo stati in grado di espandere il nostro spazio di manovra nella politica internazionale” .

Così Wen Jiabao, primo ministro della Repubblica Popolare Cinese dal 2003 al 2013, in un’intervista rilasciata al “Quotidiano del Popolo”.

L’inferiorità di Pechino rispetto alle due superpotenze del secolo XX (unita ad una mentalità da sempre isolazionista) si è paradossalmente trasformata in un valore aggiunto per il Dragone, oggi forte, pur nei limiti della sua capacità militare, politica ed economica, di un margine di manovra superiore a quello di USA e Russia, Attori penalizzati e limitati dal loro passato (e dal loro presente) all’insegna di un uso e di un abuso dell’ “hard power” come di un politiche proiettive invasive nei cinque continenti.

La Cina sta tuttavia seguendo, almeno per adesso, una strategia di penetrazione all’insegna dell’equilibrio e della discrezione, preferendo il “soft power” all’ “hard power” (si vedano a tal proposito i Centri Confucio, la “String of Pearls” o progetti come “Una sola Cina in Africa” ).

Lo Stretto di Hormuz, la partita più importante della Seconda Guerra Fredda

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Se per illustrare la crisi che coinvolse e sconvolse gli USA tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 (offrendo un illusorio vantaggio all’URSS) la pubblicistica si è spesso soffermata su vicende quali il Watergate, la sconfitta militare in Vietnam, gli shock petroliferi del 1973 e 1979 (e sulle relative conseguenze sul dollaro), il golpe khomeinista e il fallimento dell’Operazione Eagle Claw*, la medesima attenzione non è mai stata rivolta alla guerra tra Iran ed Iraq (o “guerra imposta”) del 1980-1988, intesa come fattore di influenza ed interferenza nella vita politica ed economica di Washington e dei suoi alleati.

Il conflitto rischiò infatti di avere tra le sue conseguenze la definitiva e totale conquista, da parte dell’Iran (Stato divenuto nemico degli USA e filo-sovietico a seguito della rivoluzione islamica), dello Stretto di Hormuz, zona di transito del 60% del petrolio destinato al mondo occidentale.

Uno scenario che si presentava dunque apocalittico per americani ed europei, anche in considerazione delle ambizioni sovietiche (apertamente confessate da Breznev al dittatore somalo Siad Barre) di controllo del Golfo Persico e del Corno d’Africa, così da assicurare a Mosca un incintrastato dominio su energia e materie prime.

E’ morto Stalin, viva Stalin. Perché è giusto “assolvere” la sinistra italiana di allora.

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L’anniversario della morte di Iosif Stalin (Iosif Vissarionovič Džugašvili) ha come ogni hanno proiettato nel dibattito italiano le polemiche e le recriminazioni sul ruolo svolto dal leader georgiano nella storia del PCI e della sinistra di casa nostra. In buona sostanza, si punta il dito contro l’agiografia di “Koba” fatta dai comunisti italiani del tempo, utilizzando come “smoking gun” la prima pagina de “L’Unità” nella quale veniva celebrato il capo del Kremlino appena scomparso.

La fragilità politica e concettuale di una simile impostazione non risiede soltanto nell’assoluta diversità e incompatibilità tra la sinistra attuale e quella degli anni ’50 del secolo XX e nel diverso peso della coscienza democratica e civile nei due segmenti temporali, ma anche in una totale latitanza del metodo della contestualizzazione, requisito fondamentale per la ricognizione storiografica.

Sarà infatti opportuno ricordare come Stalin godesse all’epoca di un enorme prestigio tra le sinistre ( e non solo) in ragione del suo ruolo di vincitore del Nazismo (oltre agli indubbi meriti per l’industrializzazione e l’alfabetizzazione dell’URSS) mentre ben poco era noto della maggior parte dei suoi crimini.

Quest’ultimo dato, in particolare, era spiegabile con:

-la mancanza di significative denunce interne fino al 1956 (XX congresso del Partito Comunista Sovietico e inizio della “destalinizzazione” krushoviana)

-l’impermeabilità quasi totale del Paese rispetto all’Occidente

-la diversa e minore importanza e la diversa e minore scelta dei mezzi di informazione ed interscambio rispetto ad oggi

Ci troviamo dunque in presenza di un’operazione dai connotati puramente propagandistici, senza dubbio suggestiva ma priva di qualsiasi ambizione di più ampio respiro.