E’ morto Stalin, viva Stalin. Perché è giusto “assolvere” la sinistra italiana di allora.

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L’anniversario della morte di Iosif Stalin (Iosif Vissarionovič Džugašvili) ha come ogni hanno proiettato nel dibattito italiano le polemiche e le recriminazioni sul ruolo svolto dal leader georgiano nella storia del PCI e della sinistra di casa nostra. In buona sostanza, si punta il dito contro l’agiografia di “Koba” fatta dai comunisti italiani del tempo, utilizzando come “smoking gun” la prima pagina de “L’Unità” nella quale veniva celebrato il capo del Kremlino appena scomparso.

La fragilità politica e concettuale di una simile impostazione non risiede soltanto nell’assoluta diversità e incompatibilità tra la sinistra attuale e quella degli anni ’50 del secolo XX e nel diverso peso della coscienza democratica e civile nei due segmenti temporali, ma anche in una totale latitanza del metodo della contestualizzazione, requisito fondamentale per la ricognizione storiografica.

Sarà infatti opportuno ricordare come Stalin godesse all’epoca di un enorme prestigio tra le sinistre ( e non solo) in ragione del suo ruolo di vincitore del Nazismo (oltre agli indubbi meriti per l’industrializzazione e l’alfabetizzazione dell’URSS) mentre ben poco era noto della maggior parte dei suoi crimini.

Quest’ultimo dato, in particolare, era spiegabile con:

-la mancanza di significative denunce interne fino al 1956 (XX congresso del Partito Comunista Sovietico e inizio della “destalinizzazione” krushoviana)

-l’impermeabilità quasi totale del Paese rispetto all’Occidente

-la diversa e minore importanza e la diversa e minore scelta dei mezzi di informazione ed interscambio rispetto ad oggi

Ci troviamo dunque in presenza di un’operazione dai connotati puramente propagandistici, senza dubbio suggestiva ma priva di qualsiasi ambizione di più ampio respiro.

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